Miranda – Juana Angela Abregú

Miranda nutriva una certa avversione per gli ascensori. Prendeva la presenza di altri occupanti come fosse un sopruso. Essere costretta a subire gli odori che emanavano dai loro corpi e rispondere ai saluti, con le banali frasi sul tempo, le procurava un malessere fisico, che andava dalla nausea a un’incipiente desiderio di prendere per il collo lo sconsiderato. Purtroppo, la buona educazione ricevuta le vietava sia il vomito che l’omicidio.

Nonostante questo, abitava in un appartamento al quarto piano. Attico e super attico. Il piano di sotto, salotto, cucina minuscola, camera da letto con bagno. Parete bianche, mobili in acciao, marmo e vetro. Una piccola scultura, la riproduzione di “Amore e Psiche” in marmo e un quadro astratto in colori pastello completavano l’arredamento. Sopra, tutto il piano era destinato allo studio. Un grande tecnigrafo in mezzo era il pezzo forte; non amava molto il computer, preferiva la china e i pennini. Il resto delle pareti, erano occupate da librerie; libri d’arte e architettura, rilegati con due colori diversi, allineati sugli scafali formando un disegno perfettamente simmetrico.

Le sue giornate erano scandite da ritmi molto regolari. Non aveva bisogno di sveglia; alle sei di mattina, il risveglio, la doccia fredda, una colazione sostanziosa e iniziava a lavorare fino all’ora di pranzo.  Subito dopo pranzo, era in un piccolo studio vicino casa dove riceveva i clienti dalle quattro alle sei e fino alle otto di sera, andava a visionare i cantieri in corso e le case da arredare.

Uno di quei pomeriggi, alle quattro in punto, si presentò un uomo. Era piuttosto attraente e giovane, vestito con gusto squisito. Sfogiando un ampio sorriso, si presentò dicendo che un cliente lo aveva indirizzato da lei. Miranda, per un secondo, si lasciò sedurre dal fascino dell’uomo, chiedendogli in cosa poteva essergli utile.

Lui spiegò, molto sinteticamente, di essere l’erede un appartamento in un vecchio quartiere del centro di Roma. Ignorava in quali condizioni fosse e non disponeva di tempo per verificarlo, perché l’indomani sarebbe partito per un lungo viaggio di affari, ma la proprietà gli sembrava un buon investimento e la sua intenzione era restaurarlo, per poi metterlo sul mercato. Mentre estraeva dalla tasca della giacca il libretto degli assegni, aggiunse che se lei avesse deciso di accettare il lavoro, avrebbe avuto carta bianca per fare tutto quello che fosse necessario e fece slittare verso di lei, sempre sorridente, l’assegno firmato sul tavolo.

Miranda prese l’assegno e guardando la cifra, che copriva sia le spese che il suo onorario, non sentì il bisogno di fare altre domande e firmò il contratto.
Dopo averle consegnato le chiavi e l’assegno, l’uomo si congedò con una forte stretta di mano e un altro sorriso,

Alle sei in punto, lo stesso giorno, Miranda si recò all’indirizzo che lo sconosciuto le aveva dato. La facciata dell’antico palazzo era in fase di restauro e camminando fra le impalcature,  trovò il vecchio portone di legno ed entrò in quello che doveva essere l’atrio, illuminato da un’unica lampadina e dalla luce che arrivava dal cortile; uno specchio rifletteva la guardiola di un portiere inesistente e sotto i piedi, sentiva il tremolio delle mattonelle sconnesse. L’appartamento era al piano terra e con una sola mandata, la porta di mogano si aprì e dopo due o tre tentativi al buio, riuscì a trovare l’interruttore dell luce. La lampadina impolverata illuminò il piccolo ingresso e girandosi, le sembrò  che la stesse guardando; poi, sorrise alla sua immagine allo specchio, si aggiustò il colletto della camicia di seta bianca, e diede una sistemata ai capelli a caschetto. Sulla destra, dietro a una porta di vetro, si apriva un grande salone/camera da pranzo; un’unica lampadina del lampadario a sei braccia, illuminava l’ambiente.
Miranda iniziò a percorrerlo lentamente, da destra a sinistra: si fermò davanti a una vetrina alta due metri per uno e mezzo che esibiva una collezione completa di pupazzi vestiti con abiti tipici di tutto il mondo. Una ballerina di flamenco e un torero, alti mezzo metro, occupavano da soli uno scaffale e sembravano sul punto di iniziare una frenetica danza. Lungo la parete, una piccola cantinetta conteneva delle bottiglie di vino impolverate che le provocarono degli starnuti e accelerò il passo. Schivando un comò pieno di pupazzi di peluche color pastello, girò verso la parete centrale dove sopra un mobile lungo e stretto, che una volta era stato dipinto di verde, si affollavano un telefono, delle agende, una tazza rotta che conteneva matite e penne, un vaso con papaveri di plastica e una gondola veneziana che emetteva una luce giallastra. Cominciava a sentirsi avvolta in una specie di nebbia, l’odore di polvere e muffa le penetrava nelle narici. Arrivò all’unica finestra; le tapparelle semi alzate; la luce dall’esterno disegnava una lunga riga di granelli di polvere. Abbassando lo sguardo, da un divano in finta pelle beige, quattro bambole con abiti dell’Ottocento, la guardavano con gli occhi spalancati.
Cercò un luogo dove sedersi e si avvicinò all’angolo bar, arrampicandosi su uno sgabello; alzò la testa, chiuse gli occhi e fece un profondo respiro che le rimase in gola, dopo aver aperto gli occhi: dall’alto, l’enorme testa di un cinghiale impagliato la minacciava con le sue zanne di plastica. Scese dallo sgabello con un salto; la testa le girava e la stanza era un vortice dove in rapida successione, vedeva passare la ballerina di flamenco seguita dal torero con le quattro bambole attaccate alla cappa rossa e il cinghiale che dava la caccia a tutti quanti. Miranda cercò rifugio al centro della stanza, dove c’era un colonna rivestita in legno che non aveva notato prima e ancora, a occhi chiusi, alzò la testa e fece un profondo respiro. Questa volta, qualcosa le sfiorò la guancia e con molta cautela, aprì gli occhi e guardò verso il soffitto: una profusione di felci, edere e glicini di plastica, cadevano in cascata dall’alto della colonna.
Riprendendo il controllo, Miranda si incamminò verso l’uscita, spalancò la porta, aprì la borsetta di Prada, estrasse una sigaretta e un accendino di argento. Chiuse dietro di sé la porta di mogano con due mandate e uscì sulla strada. Ticchettando tranquillamente sui sampietrini, dopo pochi metri, si fermò davanti a una vetrina, accese un altra sigaretta, aspirò profondamente e rilasciò il fumo, curvando la bella bocca rossa in un sorriso e aspettò. Dieci minuti dopo, il suono assordante della sirena dei pompieri invadeva ogni angolo del quartiere.

 


Bio – Juana Angela Abregú:

Sono nata in Argentina e vivo da quarant’anni in Italia.
Per più di quarant’anni, ho lavorato come Tata professionista in diverse parti del mondo.
Sono madrelingua spagnola e oltre all’italiano, parlo e scrivo in inglese.
Amo scrivere in italiano quasi quanto nella mia lingua e utilizzo la scrittura come una forma di terapia.
Sono stata prima classificata nel concorso “Cento parole, una storia”, edizione 2019, indetto dalla casa editrice ” Montegrappa” di Monterotondo, Roma.


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