Ombra Bianca – Candidato D’Onore

E’ assai strano il paese dove vivo io. Si chiama Oirartnoc ed è confinante con un solo paesino a Nord mentre si affaccia sul mare a Sud.
A Oirartnoc ci puoi arrivare sia per terra che per mare. Se vuoi andarci c’è una strada bella larga che parte dal centro abitato contiguo ma non la devi prendere. C’è un molo nel suo porto ma l’unico posto della costa nella giurisdizione del paese in cui non puoi attraccare è proprio quello.
Gli abitanti di Oirartnoc sono dei simpaticoni ma non ridono mai. A dire il vero essi sono singolari anzichenò. Camminano all’indietro, dando le terga, e – udite, udite – sulle mani. Perfino i loro orologi compiono un movimento antiorario, con le lancette che vanno da destra a sinistra nella parte alta del quadrante e da sinistra a destra in quella bassa. Le stesse ore scorrono al contrario: prima sono le dodici, poi le undici, poi le dieci e così via. Tutti indossano delle scarpe alle mani e qualcuno ha i guanti ai piedi. Le automobili transitano sui marciapiedi e i pedoni (ma dovrei dire “manoni”) camminano nella carreggiata stradale.
Che inconsueto è il mio paese! L’anno scorso da noi c’era la moda di farsi i tatuaggi e nessuno li ha fatti, quest’anno sono passati di moda e ce ne siamo fatti tutti uno o più.
Anche gli specchi di Oirartnoc sono del tutto particolari: non rovesciano destra e sinistra ma ce ne sono alcuni che riflettono la tua immagine sottosopra, altri che se ti metti di fronte ti mostrano la tua schiena, altri che ti mostrano i tuoi organi interni, altri che ti fanno vedere la tua dolce metà, altri ancora che ti rimandano l’immagine della tua nemesi.
Le consuetudini degli oirartnochini possono sembrare bislacche per chi non li frequenti abitualmente: quando si svegliano, anziché andare al lavoro, vanno a letto; a scuola, in ufficio, in fabbrica, in campagna dormono.
Le regole ci sono ma vengono disattese. Sono chiarissime e non lasciano spazio all’interpretazione. Chi le segue può essere sanzionato e può addirittura finire in galera. Ma attenzione: nelle celle di Oirartnoc non ci sono sbarre. E neanche secondini. Del resto il loro lavoro sarebbe stato quello di essere controllati dai detenuti.
Nel paese di Oirartnoc i comici fanno piangere e gli attori drammatici fanno ridere. Allo stesso modo un racconto di fantasia viene percepito come un articolo di costume.
Io, quando vi andai la prima volta, mi ritrovai spaesato. Mi ci recai per lavoro ma ne fui talmente affascinato che decisi di rimanerci a vivere. Però tutto quello che facevo non andava bene, era sbagliato. Proprio per questo io piacqui tantissimo. Osservando quel mondo particolare cercai di entrare in sintonia con i suoi abitanti e provai a vivere come loro. Iniziai a camminare facendo il moonwalk di Michael Jackson. Trascorsi intere nottate (è quello il tempo della veglia) a muovermi in retromarcia, dapprima sui marciapiedi rischiando di essere investito innumerevoli volte, poi sulla strada. Imparai a camminare sulle mani. Ma i veri problemi erano altri: quando entravo in un bar e chiedevo da bere, mi davano da mangiare, al lavoro se svolgevo i miei compiti venivo punito, se venivo disturbato nel mio condominio e protestavo, tutti gli altri condomini inveivano contro di me, se mostravo gentilezza mi venivano restituiti diffidenza e sguardi sospettosi.
Il mio periodo di ambientamento in quella località tanto strana fu per me lungo e difficoltoso. Piano piano però cominciai ad avere le mie prime soddisfazioni. La mattina, quando incontravo qualcuno, anziché salutarlo con un sorriso mi giravo dall’altra parte o, se ero particolarmente felice, magari lo insultavo pure. In autobus se c’era una signora anziana, meglio se malata e con il bastone, le soffiavo il posto a sedere. Ma il meglio di me lo davo al lavoro dove dormivo ovunque. I miei modi rozzi e grossolani mi resero un tipo appetito dal gentil sesso, che ad Oirartnoc era tutto tranne che gentile, e videro in me l’amara metà da cui divorziare. Le donne facevano a gara per attirare la mia indifferenza. La mia invidiatissima casa era una stamberga senza tetto, luce e acqua. Feci bancarotta numerose volte. Mi integrai talmente tanto bene che finii per essere odiato da tutti. Scelsi quel posto non per viverci. Ma per morirci.

 


Bio – Candidato D’Onore (Antonio Cordedda):

Sono nato a Sassari, città a misura d’uomo, in cui vivo facendomi gli affari miei. Rispetto gli altri e chiedo il medesimo rispetto. Odio i social network e detesto il telefono. Preferisco usare uno pseudonimo perché così posso scrivere in libertà. A giugno, con il mio vero nome, ho vinto un concorso letterario per un mio racconto e ciò mi rende oltremodo orgoglioso, soprattutto in virtù del fatto che scrivo da poco più di un anno. Ho diverse pubblicazioni.

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