Il Seme – Barbara Serdakowski

Se ci fossero soltanto le ore, il tempo, le stagioni: nient’altro che l’inevitabile. La gente, si sa, si lamenta tanto proprio di queste cose immutabili, alle quali non si può fare niente. Per Minonne l’inevitabile sarebbe stato una cosa accettabile, era il resto che diventava problematico.

L’uomo si era alzato, la gamba e il piede nudi e freddi, aveva tirato il lenzuolo per coprirsene il sesso lasciandola totalmente scoperta. I suoi passi erano netti e decisi. Non fece vedere altro che la nuca gli ultimi minuti che tardò a prepararsi. Minonne non aveva protestato e si era lasciata scoprire senza vergogna sapendo che non lo avrebbe più rivisto. Gli oggetti intorno a lei rimasero com’erano sempre stati, ed anche l’acqua, che lui impiegò prima di uscire, scese con il rumore usuale di un rubinetto qualsiasi.

L’immobilità si rifletteva nelle molecole d’aria che la circondavano, il silenzio, le pareti traspiranti di umidità, le sue mutandine aperte, ebbe un pizzicore di imbarazzo, e poi la tazza di tè già vuota sul comodino prima che lui arrivasse. Niente era cambiato.

Ma le cose possono cambiare, da un momento all’altro e quindi l’uomo rimase. Quel giorno si alzò ma lei gli venne dietro, lo abbracciò e gli disse: resta con me. Lui non aveva altro da fare e quindi rimase. Il tempo passò velocemente e ben presto Minonne si chiese perché, la prima volta dopo l’amore, avesse tanto desiderato che lui rimanesse? Adesso non sapeva cosa farne. Si ricordò che da ragazza aveva avuto un cane. Un cane sarebbe uscito al meno un paio di volte il giorno ma l’uomo, lui, non usciva praticamente mai, invece le chiedeva costantemente dove andava. Voleva sapere tutto, in ogni momento:

Minonne dove sei?
Minonne cosa fai?
Minonne dove vai?

E ancora, e ancora, perché? Come mai? Già? Ancora no? Ecc… Delle parole, fiumi di parole isolate che non finivano più. Non erano delle frasi complete con delle idee tonde su cui pensare, alle cui rispondere o da ragionarci su. Erano parole singole che lui diceva ossessivamente, domande assillanti alle quale non esisteva risposta giusta. E poi c’era da alimentarlo e fare sesso su richiesta. Più che fare l’amore lui si forbiva su di lei per poi ricaderle accanto, senza fiato, flaccido e tremolante.

Nell’infinità cosmica le cose possono sempre cambiare e l’uomo, quel primo giorno a casa sua, i piedi e le gambe fredde ma il lenzuolo sul basso ventre se ne andò lasciandola nuda come un verme, sola e senza vergogna. Lei pensò la notte e pensò il giorno. Perché non lo aveva trattenuto? Avrebbe tanto voluto un uomo tutto per se. Un uomo che la desiderasse in ogni momento, un uomo che la cercasse, che si interessasse di ciò che faceva… Nient’altro che un barometro in casa e il silenzio delle donne sole, sdraiate e pesanti nella penombra che non osano nemmeno più toccarsi per paura di risvegliare ancora il ricordo delle voglie.

Divenne vecchia e finì per vestirsi di nero come le anziane del suo paese. Con le calze spesse, la gonna di lana grezza e un fazzoletto sui suoi capelli smorti divenne l’immagine stessa de la foto di sua nonna. Minonne guardava la foto invece dello specchio per assicurarsi di somigliarle il più possibile.

Ma sua nonna aveva avuto bambini. Per essere stata una nonna aveva dovuto essere prima una donna. Prima di essersi inguainato il corpo di nero, di calze e di fazzoletto, aveva dovuto darsi all’uomo e poi portare il peso di un bebè nel ventre.

Volle un bambino. Quel famoso giorno l’uomo rimase. Si era alzato con la gamba e il piede nudi e freddi, lei lo aveva seguito e gli aveva chiesto di restare… L’uomo non aveva altro da fare e quindi fece quello che fanno gli uomini per giorni e giorni. Minonne aspettò due mesi completi per esserne molto sicura. Paziente, calcolò i giorni, il passaggio della luna, il ciclo delle stagioni, l’orbita dei pianeti e quando finalmente fu certa che il suo ventre era ben pieno, chiuse il corpo all’uomo e si mise ad accudire lui e il suo frutto. Il bambino però non era di buon seme, era magro, malaticcio e picchiava gli animali. Passarono gli anni, erano anni di sacrificio, di pane duro bagnato nell’acqua, di maestre stizzose, di calzini sporchi e bucati, di dita intirizzite, di rimproveri quotidiani.

Una mattina, fuori il freddo era grigio, Minonne tornò per l’ultima volta a quel momento iniziale, tornò all’uomo, si alzò prima di lui questa volta, tirò lei stessa sul lenzuolo e lo guardò per bene mentre dormiva. Era davvero magro e brutto. L’uomo uscì dal letto con il piede nudo e se ne andò senza parlare, non girò la testa neanche per un istante… Lei si vestì di nero, nascose la foto della nonna e il barometro, e pianse abbondantemente quello che avrebbe voluto essere, l’uomo che avrebbe dovuto desiderarla, il bambino mai nato.

 


Bio – Barbara Serdakowski:

Nata in Polonia nel 1964, ha vissuto in Marocco per poi emigrare nel 1974 in Canada. Vive a Firenze dal 96. Scrive in italiano dal 99. Cittadina canadese laureata in lettere e traduzione all’Università Concordia, Montreal.

Raccolte poetiche.: Senza verbo, Lietocolle 2017. Poesie multilingue Così nuda, Ensemble, Roma, 2012, La verticalità di esistere linearmente, Firenze, 2010 e due romanzi: Katerina e la sua guerra, Robin Edizioni, Roma 2009, e Gli aranci di Tadeusz, Ensemble, Roma, 2018 (ha vinto la borsa di scrittura del Canada Art Council) e il 1° posto narrattiva edita del XI premio Navarro a giugno 2019, Sambuca di Sicilia.

Gli aranci di Tadeusz è disponibile su Amazon.

È presente in diverse antologie.

Suoi materiali sono stati pubblicati sia in riviste italiane che estere nonché in diversi siti letterari e quest’anno in Canada: The Polyglot e la rivista Europea: TRAFICA EUROPE 14.

Ha vinto diversi premi in concorsi letterari sia per gli editi che gli inediti. Per la natura translingue e poliglotta il suo lavoro poetico è stato spesso oggetto di interesse e studi per saggi e tesi di dottorato.


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