Una vita in due – Caterina Levato

I lunghi riccioli biondi fluttuavano nel vento della sera, sullo scoglio una figurina accovacciata abbracciava le sue stesse ginocchia, aveva il mento poggiato su di esse e fissava un punto lontano, oltre l’orizzonte. Quell’enorme distesa d’acqua, che si faceva sempre più scura, la ipnotizzava. Era una nuotatrice provetta, vincitrice di molteplici gare, ma ora era solo stanca.
Aveva deciso, si sarebbe tuffata e avrebbe nuotato sino allo sfinimento, sino a quando le forze le sarebbero venute e meno e, raggiunto il punto di non ritorno, il mare se la sarebbe presa. Aveva un unico desiderio tornare nel ventre materno, nel liquido primordiale che l’aveva cullata nei nove mesi di gestazione. Nove mesi che aveva condiviso con Mimi, il suo gemello.
In quel momento pensava a lui, aveva paura di procurargli un dolore troppo grande. Erano sempre stati una sola cosa. Se Elena pativa per qualcosa, Mimi ne percepiva lo stato d’animo e, come un boomerang che torna al mittente, soffriva anche lui e, immancabilmente, tornava da lei appena ne avvertiva il turbamento.
Da quando aveva preso “la decisione” aveva iniziato a vivere in maniera frenetica, impedendo a sé stessa di pensare. Le ansie, le angosce e le paure erano state chiuse in un cassetto, Mimi non doveva capire.
I ricordi le strapparono un sorriso, si alzò, lasciò lo scoglio e iniziò a camminare lungo la battigia, mentre un brivido leggero le attraversava la pelle. Lo stesso brivido della paura di quella sera che si erano persi nel bosco e dopo aver cercato, inutilmente, la strada del ritorno si erano rincantucciati tra le radici di un albero e avevano mangiato le more raccolte lungo la strada. Così li avevano ritrovati, addormentati, uno vicino all’altro, tutti sporchi di terra e di succo di more.
Poi erano cresciuti, i primi amori e le diverse passioni li avevano allontanati, lei per il mare, lui per l’alpinismo. Passioni agli antipodi, ma che si erano manifestare sin dai primi passi, lui si arrampicava ovunque, lei cercava l’acqua come un’assetata in un deserto.
Una vita quasi normale sino a quando si era incartocciata su sé stessa…
Ad un tratto le mancò il fiato, sentì una fitta fortissima alla bocca dello stomaco. Un tale dolore poteva dire una sola cosa: Mimi stava male.
Corse a raccogliere i suoi vestivi dallo scoglio su cui li aveva abbandonati, cercò con frenesia il suo cellulare nelle tasche dei pantaloni, lo trovò, non c’era campo. Calzò in fretta le scarpe, raggiunse l’auto e si avviò.
Una stupida caduta durante un’esercitazione, un piede in fallo e Mimi era scivolato lungo il costone roccioso e aveva battuto la testa. Aveva perso conoscenza ed ora lottava tra la vita e la morte.
Seduta accanto al letto di Mimi, pensava a sé stessa, alla sua stupidità, e a suo fratello, al destino avverso che lo aveva aggredito alle spalle. Mai due gemelli erano stati tanto dissimili, mai così uniti. Lei era bionda, lui era bruno, lei aveva una corporatura leggera e snella, lui era muscoloso e forte.
Aperto il libro dei ricordi le sembrava di sfogliare un album di fotografie o meglio di seguire un film fatto di fermi immagine, di forward e di rewind.
La madre e la sua vita sballata, piena di fughe, di ritorni e di ripensamenti, follemente innamorata di Romeo, ma assolutamente incapace di assumersi qualsiasi responsabilità… e se mamma Lucia era stata una meteora nella loro vita, Romeo era stato un lampo audace. Lo avevano visto un paio di volte di sfuggita, eppure era il loro padre naturale. Lei è Mimi lo chiamavano il fantasma.
A volte la sera, quando la nonna li obbligava ad andare a dormire, Mimi tirava le lenzuola dal suo letto e camminava a tentoni per la stanza dicendo:
– Sono il fantasma, Romeo, er mejo gatto del Colosseo… Miao, miaooooo.
Elena lo scansava e lui cercava di acchiapparla, inciampando o trascinando con sé tutto ciò che incontrava. Le risate, oltre che i rumori, prima sopite e poi sempre più alte costringevano la nonna a rimproverali e a mandarli definitivamente a dormire e, per cautela, lasciava la porta della loro stanza aperta.
La mamma era soprannominata la “scombinata”. Una volta avevano sentito la nonna dire ad una sua vicina:
– Mamma santa, mia figlia è proprio una scombinata!
Non conoscevano neanche il significato della parola, ma aveva compreso che ben si adattava all’indole della loro mamma.
Avevano soprannomi per chiunque, era il loro codice segreto. Forse la nonna sapeva, ma era una tipa tosta, era brava a mantenere i segreti.
Una vita che appariva un continuo gioco perché in due si sentivano forti.
La prima vera separazione era arrivata con la scuola… ma chi aveva deciso che due gemelli non possono stare nella stessa classe! Fu in quel momento che scoprirono il Segnale.
Se c’era un problema, una situazione di tensione, di ansia o addirittura di paura per uno dei due, l’altro avvertiva una sensazione di soffocamento, proporzionale alla condizione psicofisica di chi lanciava il richiamo.
Confidandosi questa scoperta pian piano ne compresero i meccanismi, capirono di essere in continuo contatto mentale, non esisteva spazio tanto grande da separarli definitivamente. Il Segnale, era reale e concreto come reale e concreta era la loro stessa esistenza.
Una mano sulla spalla la fece sobbalzare, un giovane dottore la invitò ad uscire dalla stanza e le chiese se lei fosse l’unica parente. Rispose che tecnicamente lo era, visto che sulla madre non c’era da fare nessun affidamento. La invitò nel suo studio e la mise al corrente dello stato di salute di Mimi, le spiegò che fidava sulla forte tempra del paziente e che sperava in un recupero totale.
Nessun muscolo del volto di Elena si mosse, continuò a fissare il dottore negli occhi, poi lentamente disse:
– Non le credo.
– Perché non mi crede?
Elena si vide alle strette e per la prima volta svelò il segreto del Segnale. Infine spiegò che il dolore che proveniva da Mimi era sempre uguale: forte e ossessivo. Poi chinò il capo e scoppiò in lacrime.
In un primo momento il dottore credette che Elena fosse impazzita, e si chiese se fosse il caso di chiamare il reparto di neurologia e farla visitare, ma non fece niente di ciò; anzi, man mano che la donna parlava sentiva crescere dentro di sé una forte empatia nei suoi confronti. Guardò l’orologio, era tardi, per consolarla le chiese se avesse fame e se volesse condividere con lui una cena leggera, le assicurò che sarebbero rimasti nei pressi dell’ospedale. Elena, con stupore, accettò.
Lucio, le chiese di attenderlo, andò a cambiarsi. Prima di uscire passarono dalla camera di Mimi perché voleva controllare la situazione; lei lo seguì senza troppa convinzione, sapeva che le condizioni di suo fratello non erano cambiate.
Nonostante l’ora un po’ tarda, fuori dall’ospedale la vita pulsava, con i ritmi frenetici di una moderna cittadina. Si fermarono in un piccolo locale dove consumarono una cena poco impegnativa, quasi un semplice modo per poter continuare la loro conversazione che, iniziata in modo professionale, aveva preso la piega di una vera confessione. Caduta ogni barriera Elena continuava a raccontare di sé. Lucio la guardava, lei aveva i lunghi capelli raccolti in uno chignon che rendeva i lineamenti del volto ancora più seri e tirati. Lui avrebbe voluto alleggerire la sua tristezza, riuscire a strapparle un sorriso, non era mai stato un buontempone, piuttosto era un confidente fidato.
E poi, inaspettatamente, verso mezzanotte Elena sorrise, prese la mano di Lucio e gli disse:
– Andiamo.
– Dove?
– In ospedale, Mimi sta meglio.
Sebbene incredulo Lucio obbedì e l’accompagnò. Era vero… il paziente era migliorato.
Ed Elena vide una luce accendersi nella sua vita: Mimi ce l’avrebbe fatta… e lei poteva ricominciare a vivere.

 


Bio – Caterina Levato:

Nata a Bari il 20 giugno 1962, docente di lingua e letteratura italiana nei licei, ha elaborato e pubblicato apparati didattici di manuali scolastici di Italiano e Storia per la Casa Editrice Laterza. Attualmente si dedica alla scrittura di racconti e di poesie. E’ vincitrice del Concorso letterario PoesieSuperbe ,#6 Rosso come Lussuria.
S u Amazon è in vendita attualmente la sua pubblicazione: Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio raccontato da Caterina Levato illustrato da Nataly Crollo.


Altri Racconti in Gara


 

 
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento