Milano da bere – Alfredo Sasso

O che ha bevuto!

Recentemente mi è capitato di dovermi recare per motivi personali, in bassa Italia. Da buon “ecologista” ho scelto come mezzo alternativo all’auto, il treno. Partenza venerdì notte e ritorno sabato notte: giusto quello che si dice in termini musicali, toccata fuga. Tralascio per amore della decenza, la cronaca del viaggio in sé stesso. La classica “stesa” o “stesura” del velo è d’obbligo su di un viaggio inenarrabile.
O meglio un incubo.
Il rientro incredibilmente si verifica con un paio d’ore in anticipo sulla tabella di marcia.
Mistero al quale a tutt’oggi non so darmene una spiegazione.
Arrivo in treno alla stazione Centrale di Milano alle ore 04.30/05.00 di una domenica all’alba.
Ho lasciato l’auto parcheggiata in un luogo lontano dalla stazione per non avere problemi di posteggio, raggiungendola con i mezzi pubblici.
Per cui percorso inverso per tornare a riprenderla.
Salgo sulla filovia 90, uno dei pochi mezzi pubblici in funzione anche la notte.
Con mio stupore, nonostante l’ora il mezzo è pieno zeppo di persone per le quali non è l’alba ma ancora il proseguimento della notte.
Cozzo il muso contro una realtà per me, strettamente diurn-ambulo, sconosciuta: il mondo dei nott-ambuli.
Una decina di ragazzine range di età presunta tra i sedici e i ventidue anni, tutte vestite quasi uguali, minigonna nera, camicetta bianca, giubbino nero, biondine con coda di cavallo.
Fatte.
Una di esse quando il filobus si ferma e si aprono le porte, si sporge ed esclama, o meglio implora.
«Aria, aria!»
La ragazza di fianco a lei, probabile compagna di gozzoviglie, sta visibilmente male e una sua amica le dice.
«Dai, resisti, non ci pensare!»
Un ragazzo di colore gentilmente le offre il suo posto a sedere, forse impietosito dalle condizioni misere in cui versa la fanciulla.
Ma lei lo caccia in malo modo.
«What the fuck do you want? Get away from me!»
Solo perché avendo visto che non sta in piedi vuole essere gentile.
Ma poi perché mandarlo a quel paese in inglese?
Solo perché è nero?
Un buon inglese, oxofordiano, probabilmente imparato in qualche vacanza studio all’estero.
Le altre compagne di baldoria, distrutte di stanchezza stravaccate in giro senza un minimo di decenza e pudore: mutande al vento.
Vestite di tutto punto firmate e non ragazzine da case popolari.
Oxfordiane pure loro?
I genitori?
Sempre sul filobus, quello che sembra un clochard, stramazza al suolo come un sacco di patate.
Si rialza a fatica con il culo mezzo fuori, nell’indifferenza generale.
Ubriaco perso si allontana verso la fine della vettura.
Due o tre presunti senza tetto seduti, accucciati, dormono. I loro corpi non vedono l’acqua da generazioni, tranne quella piovana. Emanano la classica puzza dell’emarginazione e della disperazione.
Il colore predominante non è il bianco e l’idioma non di radice italica.
Sembra un’Arca di Noè dove il nocchiero, è l’autista che porta in salvo una coppia di tutte le razze umane presenti sul globo.
Sono immerso i un potpourri di lingue urlate ai cellulari.
Finalmente scendo, sono arrivato.
Devo percorrere alcune centinaia di metri a piedi per raggiungere l’auto.
In quel mentre, passo davanti a un potente Suv fermo lato marciapiedi.
Alla guida siede un giovane pseudo distinto in camicia da figo.
Due suoi amici sono in un’aiuola e uno dei due, coadiuvato dall’altro giovane figo, sta vomitando l’anima, un’anima composta probabilmente da un mix di alcool e droga. Sto male per lui, il rumore dei suoi conati riempie l’aria.
Come pure il lezzo dei succhi gastrici in giostra.
Poco più avanti, un chioschetto di bibite è gremito da quelli della notte, divenuti quelli dell’alba data l’ora, e considerando l’andazzo saranno quelli del mattino, intenti come sono a smaltire sesso, droga e rock and roll.
Per somma gioia del “chioschettaro” di turno.
Mi fermo un attimo.
Mi fermo per riflettere.
Dopo una lunga ascetica meditazione, il dunque:
ma dove cazzo sono finito?

 


Bio – Alfredo Sasso:

Un eterno ragazzo con i piedi ben piantati nella realtà, ma con la mente che vaga nei castelli incantati dell’immaginazione.
Amo viaggiare e adoro il fuoco del camino nelle sere d’inverno.
Sanremese di nascita, lombardo d’adozione, agente di viaggi, over sessanta.
Scrivere, per me è semplicemente narrare frammenti di vita vissuta, miscelati alla fantasia con un pizzico di riflessioni,
col desiderio d’intrattenere e condividere esperienze.
Questo l’intento quando scrivo narrativa, come nel mio primo lavoro auto pubblicato nel duemiladiciassette con StreetLib.
«Il destriero d’acciaio. Sulle ali di Pegaso.»
Racconto di un viaggio avventura in moto, attraverso i Balcani con destinazione Turchia, poco prima dello scoppio del conflitto degli inizi anni novanta,
quando già le avvisaglie plumbee della guerra tingevano pesantemente quei cieli. Un percorso più attraverso persone e genti che luoghi,
compagnie di una notte e amicizie per una vita, un incessante susseguirsi di emozioni e situazioni avvincenti realmente accadute.
Quando trascrivo in parole i miei pensieri, vivo in un mondo parallelo nel quale sono io il destino dei personaggi che racconto,
correndo spesso il rischio d’innamorarmi di loro.
«Così nacque Senza Nome» mio secondo libro, l’ho scritto di getto in poco più di tre mesi, cambiando completamente genere.
Ho spaziato, con mia estrema soddisfazione nel giallo. Ho creato il personaggio di Senza Nome, una investigatrice molto intelligente ma anche molto femminile,
che abbina con successo le sue doti intuitive con la sua spregiudicata sensualità, che miscelate tra loro diventano armi micidiali d’investigazione.
Mi è piaciuto molto scrivere questo testo ricco di emozioni e colpi di scena. Tentare di tenere alta l’attenzione di un eventuale lettore è davvero una bella esperienza.
Questo testo è stato da me auto pubblicato sempre con StreetLib nello stesso anno del Destriero.
Il mio ultimo lavoro è un giallo inedito che ripropone il personaggio di Senza Nome. In questo libro ho adottato una, per me nuova tecnica di scrittura
che mi ha veramente divertito nella sua stesura.
Invece di tessere a grandi linee una trama di massima da portare avanti, ho provato a partire da due situazioni completamente indipendenti tra loro,
sia come personaggi che come periodo in cui avvenivano determinati fatti. Non avevo la minima idea di come potessero interfacciarsi per poi convergere in un unico finale.
Costruivo le due trame facendole poi diventarne una sola. Sempre e comunque con l’aiuto dell’investigatrice più sexy ma mai volgare esistente.


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