La Telefonata – Lucio De La Balca e Jelissa Carola Piques

Già da molte ore un uomo solo sdraiato nel suo letto in una grande casa sperduta nel verde guarda fuori dalla finestra e come ogni mattina osserva annoiato la solita alba sempre uguale a sé stessa arrivare. L’uomo, avvolto nelle coperte calde, aspetta qualche tempo fissando il vuoto davanti a sé prima di alzarsi scavalcando mucchi di libri accatastati qua e là per la stanza e scendere nell’ampia cucina. Lì viene accolto da due setter festanti a cui lui lesina una carezza frettolosa sulla testa prima di dare loro il cibo. Prende del caffè nero da una brocca e strascicando i piedi va nello studiolo accanto alla cucina. Osserva con disinteresse la pila di fogli che torreggia sullo spigolo destro della sua scrivania. Il suo romanzo incompiuto, il suo grande romanzo che non vedrà mai la luce, se lo sente. Da più di un anno non scrive una riga, un pensiero, niente gli fornisce più l’ispirazione.
Lo scrittore si lascia scappare una risatina nervosa. La grande promessa, era stato definito, la sua prosa era descritta come viva, i personaggi erano così intensi, pieni di dettagli da parer veri al lettore dicevano. Queste parole che lo avevano riempito di orgoglio ora lo facevano vergognare: lui non era uno scrittore ma solo un descrittore, così si definiva ormai.
Lui aveva solo saputo ben descrivere con minuzia di particolari, aveva osservato, forse a volte addirittura spiato, il mondo e le persone. Coglieva nella vita di tutti i giorni l’ispirazione: la famosa Amelie, protagonista di alcuni dei suoi più amati romanzi non era altri che la cameriera del suo caffè preferito giù in città, era suo il sorriso dolce carico di promesse e parole che mai lei aveva avuto il coraggio di rivolgergli, suoi i profondi occhi scuri che avevano incantato i lettori.
Su quale fosse allora il problema, lo scrittore aveva riflettuto per giorni e giorni e la verità lo aveva annientato, era stata una stilettata al petto. Lui non c’era più.
Se ne era andato così in un normale giorno di primavera. Quando aveva appreso la notizia, non aveva aperto bocca, ma il suo mondo aveva smesso di girare e si era poi ritrovato davanti alla tomba a stringere mani di sconosciuti dalla faccia di cera il giorno del funerale.
Era stato così sciocco da non capire, non capire quanto valeva per lui. Alla sua scomparsa era corso in quella stupida casa persa nel nulla, si era chiuso dentro nella speranza di ritrovarlo, di sentire la sua voce profonda e i suoi brontolii continui, sentire i suoi passi pesanti far scricchiolare le vecchie assi di legno, vederlo scaldarsi davanti al fuoco canuto e vegliardo uomo dagli occhi blu avverso ad ogni modernità.
Aveva sempre avuto un rapporto strano con papà: erano due uomini troppo diversi, ma avevano saputo amarsi come solo un padre e un figlio possono. Lui era stato il suo modello per il mondo esterno, l’eterno esempio da contraddire, la saggezza vetusta da smantellare, l’autorità da sfidare con giovanile arroganza. Il padre accettava le sfide con incrollabile fiducia che il giovane sarebbe ritornato a seguire le sue orme, ma anche tanto onesto da ammettere le sconfitte.
«Gli scrittori muoiono di fame. La terra non tradisce mai, ci vuole un lavoro serio, concreto» aveva detto quel pomeriggio lontano.
Si erano scambiati semplicemente uno sguardo di sfida poi l’aspirante scrittore era uscito di casa calmo e controllato. Era tornato mesi dopo, era entrato in casa, aveva trovato l’uomo, come sempre a quell’ora, abitudinario com’era, che puliva e tagliuzzava le verdure colte dall’orto. Aveva lentamente appoggiato il manoscritto sul tavolo sporco di terra. Si erano scambiati uno sguardo che per loro valeva mille parole, una promessa solenne e sussurrata, e sé n’era andato.
Il padre era andato da lui qualche giorno dopo, lo scrittore aveva aperto la porta, stupendosi di trovare il padre ritto lì fuori, non lasciava mai incustodita la sua grande casa. Si era fatto da parte, il padre era entrato aveva posato il plico di fogli sul tavolinetto basso del soggiorno. Aveva appoggiato sulla sua spalla una delle sue grandi mani dure e aride come la terra bruciata dal sole, lo aveva fissato negli occhi: «Sono orgoglioso di te, figliolo»
E se ne era andato così com’era venuto, lasciandosi dietro quelle parole pronunciate con voce profonda di chi non è abituato a parlare, con quella dolcezza un po’ ruvida di chi ama con paura di perdere.
Non sapendo come si ritrova nell’orto dietro casa a raccogliere le verdure inginocchiato nella terra; ormai le sue giornate passano così avviluppato in pensieri continui, vivendo una vita fatta di ricordi e di azioni meccaniche fatte riproponendo le abitudini del padre.
Il padre come un pacifico e maestoso pachiderma aveva affrontato la vita passo passo, sicuro della quotidianità di una vita campereste, fatta di sudore, fatica e semplici gioie, aveva sempre accettato e deglutito con stoicismo ogni boccone che la vita gli aveva offerto, anche i più amari.
Lo scrittore non si sentiva fatto per questo modo di vivere: lui voleva mordere la vita, graffiarla e farci l’amore fino in fondo, voleva percorrere il mondo in lungo e in largo senza sostare e raccontare, anzi urlare al mondo le piccole storie degli uomini con i loro pensieri, i loro sguardi e le loro verità.
C’era riuscito per un po’, ma la morte di papà aveva cambiato tutto, non poteva più lasciare quella casa che era stata la sua gabbia, ma anche il rifugio sicuro a cui tornare, dove sapeva sarebbe sempre stato accolto come il figliol prodigo.
Un suono squillante e ripetitivo lo distoglie all’improvviso dal turbinio dei suoi pensieri. Alza subito gli occhi scuri dal suo lavoro meticoloso nell’orto per guardarsi rapidamente intorno ed individuare la fonte di tale rumore. Trova ai piedi della grande quercia un tenero uccellino, si leva i guanti da lavoro per accoglierlo tra le mani. Un piccolo di corvo smarrito, spaventato e leggermente ferito.
Un nuovo pensiero gli attraversa la mente: papà, sempre papà, amava gli animali, ne aveva curati tanti nel corso del tempo. Sono meglio delle persone diceva, non si trincerano dietro muri di parole false e artificiose, ma si affidano alla verità e all’immediatezza del gesto. Lo scrittore mentre accomoda il piccolo corvo in una gabbietta e lo cura pensa che anche in questo lui e papà erano troppo diversi. Lo scrittore ama le persone, ama le parole, ama la cultura, il sapere ed è sempre alla ricerca spasmodica di qualcosa in più da conoscere per poi mettersi a cercare uomini e donne con cui parlare. La sua vita è fatta di parole dette, scritte e lette.
Il tenero corvo stremato dalla stanchezza si è appisolato nel nido improvvisato così l’uomo può tornare al suo lavoro. Mentre cammina verso l’orto i suoi occhi cadono sul boschetto di anemoni rosa pallido e di violette. L’ancestrale fastidio e voglia di distruggere quella piccola meraviglia della natura lo coglie improvviso.
Le viole c’erano da sempre, papà le curava con cura maniacale. Simboleggiavano per lui Viola, l’unica donna della sua vita, la madre del suo unico figlio. Viola, la grande assenza, lo scrittore non l’aveva mai conosciuta se n’era andata quando lui aveva solo un anno.
Papà a volte parlava di lei, era la ragazza più bella del paese, una giovane ribelle affascinata da quel ragazzo solitario, silenzioso e tanto misterioso ai suoi occhi. Il loro idillio era finito così com’era iniziato. Nel giro di poco la banalità del vivere, come ora stritolava lo scrittore, colse la giovane donna. Viola se ne era andata senza voltarsi mai indietro lasciando l’uomo solo con la creatura frutto del loro amore sfiorito e, negli anni, solo la vergogna le aveva impedito di ritornare.
L’uomo non si era mosso, l’aveva guardata andare via, solido come una roccia era rimasto al suo posto mentre il suo cuore andava in pezzi. Aveva cresciuto da solo il bambino.
Gli anemoni erano stati piantati 25 anni dopo, ricordava, era un pomeriggio di pioggia. Era tornato a trovare il padre ma non l’aveva trovato dove si aspettava. L’aveva cercato nella casa chiedendosi cosa mai avesse potuto cambiare la sua routine. L’aveva trovato inginocchiato davanti alle viole a cui stava accostando degli anemoni freschi.
«Ci ha abbandonato molti anni fa» disse lo scrittore.
«È morta… ora ci ha abbandonato davvero».
L’abbandono per l’uomo non era mai stato definitivo, solo la morte per lui era eterna. Dopo la morte per un uomo concreto come lui non poteva esserci nulla, si diventava solo cibo per i vermi.
Si era alzato ed era andato a rintanarsi sulla sua poltrona preferita davanti al fuoco. Lo scrittore aveva trovato ridicolo quell’attaccamento alla donna, quella fedeltà assurda e inutile.
Aveva imparato tardi ad apprezzare papà per questo: l’uomo del per sempre, che non abbandona mai, che sa amare di nascosto con un’intensità terribile.
Lo scrittore sa di non essere mai riuscito ad amare una donna in quel modo. Ha capito di avere paura di rimanere come papà irrimediabilmente scottato dal fuoco perpetuo dell’amore vero.
L’uomo scruta il cielo che comincia a tingersi di colori sgargianti, come ogni giornata volge al termine senza che lui se ne fosse accorto.
Richiama i cani che erano rimasti a scorrazzare per la tenuta e dopo una parca cena, prima di andare a letto si ferma nello studiolo a sfogliare il suo romanzo incompiuto che reca la dedica a papà. Non può finirlo, non può più scrivere. Ogni libro, ogni racconto che aveva scritto conteneva un po’ di papà, un po’ di lui stesso e del loro strano rapporto, ma ora non c’era più nulla. Senza lui a sostenerlo non può farcela, dopo il primo romanzo a modo suo papà lo aveva sempre sostenuto. Aveva comprato di nascosto tutti i suoi romanzi. Guardando la vetrinetta su cui li aveva ordinatamente riposti gli scappa un piccolo sorriso. Non li voleva in regalo, ma li voleva comprare.
Sale nella camera e legge fino a notte fonda. Si addormenta con una luna pallida nel cielo.
La mattina è già inoltrata quando lo scrittore è svegliato dalla suoneria del suo telefonino.
Mentre si sveglia lo scrittore pensa che è assurdo: aveva spento il cellulare dopo la telefonata della morte del padre e non aveva più avuto il coraggio di riaccenderlo. Voleva chiudere il mondo fuori.
Si alza e guardandolo vede lampeggiare la scritta papà. Il cuore dell’uomo perde un colpo ma risponde.
«Papà…»
«Ciao figliolo…»
«Papà ma come… io»
«Avevo torto ragazzo mio… lo ammetto… la morte non è definitiva»
«Ma papà…»
«Combatti anche per me… io sono sempre lì. La vita riserva sempre nuove avventure, eri tu a dirmelo sempre»
«…»
«Ho fiducia in te»
Lo scrittore, con le lacrime agli occhi, si da dello sciocco e del visionario; papà non avrebbe mai più potuto chiamare, soprattutto se il cellulare è spento! Senza pensare lo accende davvero, quasi in segno di sfida.
Sta voltandosi per tornare a letto quando il cellulare squilla ancora ed istintivamente risponde col cuore in gola.
«Buongiorno, sono il dottor Zani, direttore della Zark Academy, parlo con Ghetti il famoso scrittore?»
«Si…si sono io…»
«Benissimo, oltre a dirle che sono un suo grande fan, vorrei farle una proposta che sono certo non potrà rifiutare»
La telefonata dura a lungo e finisce con un appuntamento per il giorno dopo.
L’uomo scende nella cucina e si ferma al centro della stanza con ancora il cellulare in mano.
Non sta sognando: gli hanno appena offerto una cattedra nella più prestigiosa scuola per aspiranti scrittori.
Lui, che temeva lo sguardo della gente, ora potrà tornare nel mondo a testa alta per insegnare ai giovani e trasmettere loro la sua passione per lo scrivere. Un pensiero affiora nella sua mente: «Spero che i miei allievi abbiano un padre come il mio, ma se così non fosse sarò io il loro papà».
Dopo un lungo sospiro di sollievo si avvicina alla finestra e guarda fuori. Fra le nubi il sole sgomita ed annuncia una bella giornata anche se l’aria è ancora fresca.
Guardando gli anemoni e le viole scorge una figura accanto ad essi e senza stupirsi riconosce il padre che, con una viola in mano, gli sorride bonario.
Si sente pervadere da una profonda ed appagante serenità e mentre accenna un saluto con la mano sussurra: «grazie, papà, grazie mamma».

 


Bio – Lucio De La Balca e Jelissa Carola Piques:

Biografia di Lucio De La Balca
Piemontese di nascita, cresciuto a Genova. Alle superiori scriveva sulla “Voce del liceo”.
Laureato in Scienze Politiche ed appassionato di scienze umane, ha scritto un libretto intitolato “Papà, andiamo a parlare” in cui la storia delle conquiste umane è raccontata ai bambini. Stampato in proprio e venduto ad offerta per devolvere il ricavato all’asilo infantile di un paese del basso Piemonte.
La sua opera più importante è Poly Sofòs – il padrone dei cinque elementi, scritto insieme a Jelissa Carola Piques. Romanzo fantasy per ragazzi in cui sono presenti un ragazzo autistico, mitologia, fantascienza, curiosità, umorismo e amore.
A catalogo dei principali stores come Amazon, Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Hoepli, Ibs, ecc.
Sito web: https://polysofos.wixsite.com/explore

Biografia di Jelissa Carola Piques
Nata e cresciuta a Brescia.
Laureata in Matematica all’università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, segnalata al concorso IKNOS con il racconto “Ri-svegliarsi a Brescia” nell’anno 2010, secondo posto per due anni di fila al Premio Letterario Associazione Carcere e Territorio – Palla al Piede con i racconti “Mente” nel 2011 e “Il carcere della vita” nel 2012.
La sua opera più importante è Poly Sofòs – il padrone dei cinque elementi, scritto insieme a Lucio De La Balca. Romanzo fantasy per ragazzi in cui sono presenti un ragazzo autistico, mitologia, fantascienza, curiosità, umorismo e amore.
A catalogo dei principali stores come Amazon, Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Hoepli, Ibs, ecc.
Sito web: https://polysofos.wixsite.com/explore


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Un commento

  1. Bellissimo racconto sul rapporto spesso difficile tra padre e figlio. Coinvolge e te lo fa sentire un poco tuo, specialmente se anche il tuo papà ti osserva ora con una viola in mano.

     

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