La felicità – Mario Guadalupi

Cap. 1 … e venne il tempo in cui sin dall’asilo i bambini si erano abituati all’uso continuo della tecnologia per apprendere, comunicare e per relazionarsi anche all’interno della stessa famiglia. Esistevano all’epoca occhiali che consentivano di vedere perfettamente e contemporaneamente il mondo reale con quello virtuale sovrapponendoli tra loro e integrandoli in un tutt’uno. I più avanzati e i più ricchi avevano inserito sotto il cuoio capelluto un chip collegato in nfc direttamente al cervello potenziando al massimo le capacità della mente e della propria conoscenza globale. I bambini erano talmente immersi nel mondo virtuale che lentamente, negli anni, avevano perso il senso del proprio corpo e della differenza tra realtà fisica e immagini virtuali. Per tale motivo già a dieci anni erano divenuti per la maggior parte anoressici. Poi, prima della pubertà, iniziarono a morire d’inedia con la mente persa dentro mondi virtuali e con il corpo, sorretto solo dai nervi e dalla tensione mentale, che gradualmente si logorava per poi silenziosamente morire. Medici e specialisti affermavano che non era una malattia ma la perdita della capacità di vedere il proprio corpo differente dalle immagini virtuali.

Cap. 2 Fu allora che alcuni genitori ritirarono i loro bambini dalle scuole perché all’epoca si poteva apprendere solo tramite il virtuale e i videogiochi. Poi, per salvarli da morte certa, abbandonarono le città e i centri minori che comunque erano collegati in una rete mondiale: una specie di città fisica-virtuale. Inevitabile il contagio. Tentarono di vivere in piccole villette in mezzo ai campi ma non c’era sopravvivenza senza tecnologia e comunque le scuole locali funzionavano solo con la realtà virtuale. In fine non restò loro che rinunciare all’educazione scolastica e rifugiarsi in piccole caverne o in capanne di legno e frasche dove i bambini riprendevano una vita fisica normale e una vita reale correndo giocando vivendo nella più esclusiva ignoranza e in perfetta simbiosi con la natura. All’inizio fu molto molto difficile, i bambini non volevano saperne di usare il proprio corpo, di fare fatica, e di non poter giocare con altri compagni in fantasmagorici mondi virtuali sparsi per il mondo. Lentamente, molto lentamente si abituarono, soprattutto quando iniziarono a dimenticare.

Cap. 3 Il fenomeno di abbandono delle città, all’inizio, si sviluppò gradualmente con poche famiglie derise e ostacolate. Poi, in un crescendo sconcertante e in pochissimo tempo, popolazioni intere di giovani coppie – da molto non ci si sposava più – per salvare i loro figli abbandonarono le città che divennero luoghi pericolosi, gestite da mafie fameliche e guerrieri feroci che lottavano gli uni contro gli altri per avere il controllo dei territori. Senza figli e con gli indispensabili massacri, animali contro animali, le città rimasero vuote e deserte aggredite dalla natura che le faceva lentamente scomparire. Con gli anni, e senza più strumenti per ricordare, quell’epoca venne completamente dimenticata. Sopravvissero numerose piccolissime comunità di uomini e donne tornate alle origini di seminatori, raccoglitori.

Cap. 4 Nelle caverne e nelle modestissime capanne vivevano uomini e donne che non sapevano più cosa mai fosse la violenza, tutti si aiutavano a vicenda per risolvere il problema del mangiare che era per loro l’unico problema. Nessuno strumento per uccidere o prevaricare, non si alimentavano più di carne e avevano completamente perso la loro aggressività. Nessuno ricordava più quando avevano avuto la fortuna di trovare, casualmente, una pianta che forniva cibo ricco e completo durante tutto l’anno. La pianta non aveva bisogna di cure particolari e si adattava facilmente a tutte le stagioni; una volta piantata si riproduceva facilmente da sola. Bastava seminarla con molta semplicità una prima volta vicino alle abitazioni. Non mangiavano quasi altro. Non avendo bisogna di cuocerla avevano dimenticato come si produceva il fuoco. La pianta forniva loro tutto quello di cui il corpo avevano bisogno. Alcuni la chiamavano “manna” ma nessuno sapeva il perché di questo strano nome. Altri affermavano che quell’incredibile benessere e quella pacatezza in cui vivevano era generato dalla pianta. Erano tutti belli, in grande forma fisica ma sopratutto sereni.

Cap 5 La vita delle comunità era tornata a essere regolata completamente dalla natura con una durata media di trentacinque anni. Senza particolari malattie giungevano alla fine della vita con un corpo sano e la mente pacata. La loro vita cessava improvvisamente senza creare angosce. Sembrava essere quella strana pianta la regolatrice del ciclo vitale e anche un potente medicinale che li manteneva senza malattie fino alla fine. A tutti era tornato un bel corpo forte molto peloso e non soffrivano né il freddo né il caldo se non in qualche periodo molto molto raro. Qualche vecchio decrepito che casualmente aveva raggiunto i cinquanta anni ricordava ancora che i suoi bisnonni gli avevano raccontato di un’epoca lontanissima in cui tutti erano schiavi e vittime di un dio-mostro che chiamavano “tecnologia” con dei sacerdoti che corrompevano gli spiriti fragili soprattutto dei bambini e che questi, succubi, morivano volontariamente d’inedia. Curiose leggende descrivevano un periodo che a causa di quest’assurdo dio-mostro tutti erano infelici, angosciati, inquieti, litigiosi e senza coscienza. Si diceva che fossero sempre in guerra tra di loro ma quasi nessuno sapeva cosa significasse questa parola, che sembrava però veramente brutta. Molti di loro credevano fossero solo leggende e racconti assolutamente non credibili; non potevano minimamente pensare che la loro attuale perfetta felicità e pace potesse non essere mai esistita. Ormai non vivevano più nelle caverne né nelle capanne ma tra gli alberi. Col passare del tempo avevano raggiunto una tale sintonia tra di loro che non era più necessario parlare, qualche cenno, qualche strusciata e un grugnito erano sufficienti. Il loro rapporto sociale era dominato dai neuroni a specchio niente gelosie niente invidie niente rancori e tutto completamente condiviso. Vivevano in un gioioso modo di relazionarsi. Avevano raggiunto la compiutezza esistenziale dei Bonobo. Erano immersi in una felicità perfetta e continua.

 


Bio – Mario Guadalupi:

Mi occupo dal 1985 di strategia della comunicazione e di progetti culturali come AD www.metakom.net. Percorso artistico: Poesie, racconti, lavori teatrali, tre romanzi. Opere pubblicate: CON IL CUORE E CON LE UNGHIE (poesie) 1970 – PIER (percorso esoterico dall’Uomo al Cristo, in serigrafia a simboli ed immagini) 1984. I GIARDINI FIORITI DI OL’MAR (poema epico in prosa; Crocetti editore, 2008). Il poema è stato presentato il 12 febbraio 2014 a Roma durante “Ritratti di Poesia”: osservatorio sulla poesia contemporanea. E’ stata trasmessa la recitazione di alcune parti del poema; l’estratto della diretta streaming è vedibile su youtube: mario guadalupi. Dal Poema Epico in prosa alla narrazione dei sentimenti e dell’amore di PRAGA E’ SUL MARE (MReditori) 2014. Un percorso di vita, che attraversando l’esperienza della spiritualità del libro Pier, porta a guardare il mondo circostante attraverso la lente magica e splendente della poesia. 2018 MANHA HATAH (Albeggi Edizioni) – I love new York – Il libro è un viaggio tra molte città, nel labirinto del “presente” e della disumanità nei termini di: “una strada per rifiutare ciò che accade intorno a noi”. Vi si presenta una concezione del reale intellettualmente a-dinamica, irriverente e priva di pregiudizi e preconcetti, ma soprattutto volta alla concretezza dell’arte come strumento di trasformazione, sopratutto di conservazione/distruzione. Opportuno, forse, segnalare che nel libro vi è un violento e feroce attacco a quello che chiamiamo progresso ed evoluzione umana che, in verità e purtroppo, non è passata da un’autentica e reale civilizzazione.


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