La favola nel futuro – Alfredo Sasso

«Mika, stai giù, accidenti!»
«Più giù di così, non posso. Sto respirando fango!»
«Attento, li sento arrivare! Non fiatare!»
Red e Mika erano di pattuglia in avanscoperta quando spuntarono quasi dal nulla i Nordici.
«Accidenti a voi, bastardi!»
«Zitto e immobile! Se ci beccano c’ammazzano!»
Arrivarono degli elicotteri con dei fari che illuminarono a giorno la boscaglia tutt’intorno; riuscirono a percepire lo spostamento d’aria e il frastuono assordante dei rotori quando furono sorvolati a bassissima quota, solo a pochissimi metri.
Il loro cuore pompava in maniera esasperata.
«Li senti Red?»
Ancora frastornato non riuscì a rispondere.
«Cani! Sono latrati di cani!»
Si buttarono nell’acqua gelata di un canale scrutando nel buio.
«Eccoli! Stanno arrivando!»
Bisbigliò Red.

Alcuni giorni prima.

«Vi ho fatto convocare per una missione pericolosa, ma indispensabile al nostro futuro.»
Chi parlava era uno dei vecchi saggi del consiglio supremo: Ayrton.
Dopo la terza guerra ultra mondiale con il tentativo d’invasione extraterreste, rimaneva ben poco, e le splendide città, Roma, Parigi, Londra, furono ridotte a un cumulo di niente, deserte e alla mercé della natura che stava riprendendo possesso del suo territorio violentato.
Red e Mika, con i loro sessant’anni erano tra i più giovani e in forze.
Il vecchio, dopo averli squadrati come per sincerarsi della loro idoneità, proseguì con la voce tremula tipica degli ultracentenari.
«Come ben sapete, la nostra civiltà aveva portato l’aspettativa di vita a oltre centovent’anni, e quando iniziò il conflitto tra il nord opulento e il sud alla fame, la nostra età media era molto alta. Da allora, sono passati tanti anni, quasi tutti i giovani sono periti nella guerra e ora le nostre donne hanno raggiunto lo stato in cui non sono più adatte a procreare.»
La stanza dove si trovavano, era all’interno del quartier generale, ricavato in un ex parcheggio in cemento armato, sei piani sotterranei e tre sopra, dove vi avevano trovato sistemazione gli alloggi e i magazzini stipati di tutto, dalle armi ai viveri, da attrezzature a vestiari, da automezzi a medicinali; il tutto razziato in grandi centri commerciali e diligentemente catalogato.
Veniva chiamato “il Castello”.
Una vera fortezza pulsante di vita propria.
Vita che stava per esaurirsi nell’ultimo alito.
«Vengo subito al dunque!»
La voce del vecchio lambiva lo spazio, tenue come la luce dell’unica candela accesa al centro della stanza in mezzo a una decina di membri del gran consiglio.
«Abbiamo bisogno di donne giovani in grado di donarci la vita!»
«Ma dove diavolo le trov…»
Tentò d’intervenire Red, interrotto da Ayrton che continuò imperterrito.
«Abbiamo saputo da alcuni cacciatori spintisi molto a nord, dell’esistenza di un gruppo di persone nel quale la maggioranza sono donne, belle e giovani. Tanto a nord che li abbiamo chiamati “i Nordici”.»

Immersi nell’acqua fino al collo, scampati all’olfatto dei mastini e, semi assiderati, riuscirono a intravedere di chi erano prede: non dei Nordici, ma volti con lineamenti orientali.
Lo stupore fu tale che abbassarono la guardia, non avvedendosi della figura che si stava velocemente avvicinando alle loro spalle.
Una mano improvvisamente emerse dall’acqua per colpirli.

Il vecchio saggio proseguì lentamente, quasi a voler evitare reazioni negative.
«Dovrete raggiungere i territori dei Nordici e portarci delle donne. Non importa come, ma devono essere a sufficienza. Il vostro compito sarà quello. Avete carta bianca: l’importante è il ricambio generazionale, la nostra rinascita!»
«Quando dobbiamo partire?» chiese curioso Mika.
«Siete già partiti!» fu la lapidaria risposta del vecchio dal tono che non ammetteva repliche.

La prima parte del viaggio fu monotona, attraverso lande sconosciute.
I due erano alla testa di una squadra di venti uomini attrezzati e armati di tutto punto.
Il mondo al di fuori del Castello si era fatto molto pericoloso e pieno di incognite: insidie continue rappresentate da animali pericolosi o da qualche umano impazzito e aggressivo.
Una non facile marcia di veicoli su strade ormai tramutate in poco più che sentieri, una lunga settimana di tappe forzate e bivacchi improvvisati.
Per Red e Mika, piantato il campo, la perlustrazione era diventata una routine.

Quella mano emersa dall’acqua.
Una mano veloce, femminile, brandiva un bastone.
Due colpi veloci e fu il buio.

«Ci dispiace per voi, ma era l’unico modo per sottrarvi agli “Orientali”!»
Quella dolce voce femminile interruppe il buio.
Mika, che non si rendeva ancora conto di quanto accaduto sbiascicò.
«Orientali?»
Red intervenne.
«Si Mika, Orientali! Cioè che provengono dall’…»
«So benissimo cosa vuol dire Orientali!»
Rispose piccato Mika.
Nel tempo che lui era rimasto privo di sensi, Red ripresosi prima, ebbe il modo di dialogare con i Nordici, venendo a conoscenza di molti dettagli.
Una società matriarcale dove le leve del comando erano in mano alle donne.
Gli uomini, per uno strano gioco del destino nascevano con il rapporto di uno a dieci, e ben presto i Nordici si ritrovarono con il problema opposto al loro: pochi uomini per riprodursi.
Red proseguì senza troppi preamboli.
«Gli Orientali sono alla ricerca di miniere.»
«Miniere di che?»
«Ossa umane!»
Mika reagì come fosse stato colpito da una secchiata di acqua gelida in faccia.
«Si Mika, hai capito benissimo, ecco cosa cercavano quegli uomini con gli occhi a mandorla. Alcuni di loro sono giovanissimi. Dopo averne catturato uno, i Nordici lo costrinsero a parlare. Ne venne fuori una triste realtà: dall’oriente, si erano spinti verso l’Europa alla ricerca delle enormi fosse comuni che gli alieni avevano usato per far sparire miliardi di cadaveri, conseguenza della terza guerra extra mondiale di più di quarant’anni fa. Gli Orientali, una popolazione giovane con un futuro, quando si rese conto delle scorte rimaste agli sgoccioli, si dedicarono allo studio di fonti energetiche alternative. Quando ormai sembrava tutto perso, un ricercatore ottenne una fonte di energia poco meno potente del nucleare, utilizzando come materia prima, il calcio. Processo complicato ma possibile. Rimaneva il problema di dove trovare il calcio necessario. Casualmente a qualcuno di loro venne in mente che le ossa sono formate in gran parte da sali minerali tra cui appunto il calcio.»
«…E, uno più uno fa due! Ma in Asia non esistono queste fosse comuni?»
«Si, ma le poche presenti andarono a esaurirsi in pochi anni, e per qualche motivo cui non potremo mai trovare risposta, gli alieni le hanno concentrate da noi. Miliardi e miliardi di scheletri!»
«Per cui…»
Aggiunse Mika.
«Si sono spinti fin qui per cercare nuove fosse comuni.»
Il suo ragionamento fu seguito da un collettivo annuire di tante teste.
Solo allora si accorse di essere al centro di una folla tutta al femminile.
Chiuse gli occhi.
Avevano trovato le donne!
La sua gioia fu tale che gli parve di volare.
Si sentiva leggero, fluttuava nel vuoto…
Aprì gli occhi.
Incredibile, stava guardando tutti dall’alto, vide tante teste all’insù che lo stavano osservando con occhi sgranati.
Stava volando…

La prua fendeva le onde agitate con ampi spruzzi bianchi.
Al timone dell’imbarcazione un ragazzo, sguardo fiero e pelle scura.
Dumè.
Prolungate carestie e devastanti epidemie avevano decimato quel che rimaneva della popolazione in quella parte di Africa subequatoriale.
Un pugno di uomini, o meglio di ragazzi avevano deciso d’intraprendere un viaggio della speranza, alla ricerca di un luogo meno malsano e con futuro.

Mika sorpreso e spaventato perse la concentrazione e cadde di peso davanti agli occhi esterrefatti anche di Red che non sapeva capacitarsi dell’accaduto.
Archiviato al momento il volo di Mika, seguirono intensi giorni di trattative.
Giunsero alla fine a un accordo, aiutati in questo dall’effetto soprannaturale creato dall’inspiegabile potere scoperto da Mika: sarebbero ripartiti con un centinaio di giovani donne con la promessa di organizzare una situazione che avrebbe coinvolto le due comunità nella fusione in un’unica grande famiglia, dove unendo le forze avrebbero gettato le basi di una nuova nazione.
Noemi, una valchiria di un metro e ottanta all’apice della maturità, prese il comando delle sue compagne di viaggio.
Red la mattina seguente si mise in marcia con le donne per ricongiungersi ai loro compagni rimasti ad aspettarli ai mezzi; a Mika il compito di volare verso i compagni per aggiornarli, e preparare un rientro veloce al Castello.

Dumè aveva seguito una delle rotte dall’Africa verso l’Europa, una di quelle che avevano portato migliaia di fratelli spesso a morire nei flutti, nel vano tentativo di cercare una vita migliore, in quei lontani anni di inizio secolo; ne aveva sentito i racconti dai vecchi, la sera davanti al fuoco.
Ora capiva il terrore che dovevano aver provato: onde altissime, notte buia illuminata a tratti da lampi, pioggia fitta. Molti di loro, nati e cresciuti nelle savane non sapevano neppure nuotare.
Ma come loro, non avevano avuto scelta.
O morire di stenti e di fame, o rischiare.
«Dumè, corri, imbarchiamo acqua!»
«Dove Ndulu, dove?»
Non fece in tempo ad avere risposta.

«Guardate, guardate lassù!”
«Cos’è che vola, non si capisce. Attenzione!»
«Accidenti a Red e Mika. Non sono ancora tornati, ma cosa stanno facendo?»
«E noi adesso cosa facciamo? Cos’è quella cosa che vola? Non è un uccello, e nemmeno un elicottero!»
Uno sparo alle loro spalle li zittì.
Quella cosa cadde dopo essere stata colpita.
Si voltarono di scatto e videro Al con in mano il fucile ancora fumante.
«Non potevamo rischiare, accidenti!»
Disse Al, concitato.
Corsero tutti nel punto dove era precipitata quella cosa.
Sembrava un uomo.
Ma un uomo non può volare.
Mica vola!
Mika.
Il corpo esanime davanti a loro era di Mika.

Lin squadrò penetrante i suoi compagni.
Erano giorni che perlustravano la zona alla caccia di qualcuno che potesse dar loro un’indicazione di dove si trovasse esattamente la fossa E.C. 26 (European Cemetery).
Avevano stilato una mappa abbastanza dettagliata di tutti i siti usati dagli alieni, prima che il satellite usato esalasse gli ultimi segnali.
Dettagliata ma non precisa.
In un centinaio, ben decisi a rientrare alla base carichi di ossa, erano atterrati a Oslo in quel che rimaneva dell’aeroporto, il meno danneggiato della zona, a bordo di dieci C-130, appositamente modificati per raggiungere l’autonomia necessaria.
Tutta l’attrezzatura, compresi gli elicotteri, i fuoristrada e le armi, sarebbero stati abbandonati per far posto al carico. Presto, quegli strumenti sarebbero comunque divenuti inutili per mancanza di carburanti e pezzi di ricambio e munizioni.
Gli elicotteri alcuni giorni prima avevano avvistato due persone, ma neppure con i cani addestrati erano riusciti a trovarli.
Il comandante Lin prese la parola davanti ai suoi uomini.
«Ho avuto ordine di non rientrare se non con il carico previsto!»
Un brusio di dissenso si levò dagli uomini.
Lin tuonò.
«…Altrimenti dovrò azionare la carica esplosiva posta su ogni aereo e condannarci all’esilio definitivo!»
Una voce cautamente disse.
«Potremmo cercare un punto di contatto con la popolazione chiedendo la collaborazione, e…»
«E cosa? Come pensi di giustificare la nostra ricerca? Svelando il nostro segreto? impensabile!»
Lin stava perdendo la calma.
«Adesso datevi da fare. Trovatene uno e fatelo parlare. Il come sono affari vostri!»
In quel mentre venne interrotto da un trafelato Tao arrivato di corsa.
«Lin, abbiamo avvistato un gruppo di numerose donne e qualche uomo che si stanno allontanando dalla loro comunità!»
In pochi minuti una decina di elicotteri Apache si alzarono in volo.

Un’ondata gigantesca scosse la barca facendola rovesciare.
Dumè stava per lasciarsi andare, l’aria nei suoi polmoni finita, cominciava a sentire il freddo abbraccio della morte.
Non rivedeva la sua vita scorrere in pochi attimi, anzi una dolce sensazione di benessere lo pervase.
Si sentì afferrare all’improvviso.
«Eccola è lei, pronta a prendermi per accompagnarmi nel regno degli Dei.»
Si sentì trascinare sempre più veloce fin quando emerse, e respirò a pieni polmoni l’aria gelida della notte.
Mani sconosciute lo issarono.
Dumè era sdraiato sul ponte di un’imbarcazione e stava vomitando litri di acqua.
Vide accanto a lui Ndulu e si abbracciarono increduli.
Un peschereccio con l’equipaggio di vecchi, li aveva raccolti in mare.
Vecchi del “Castello”.

Al si chinò sul corpo privo di vita di Mika.
Erano attoniti.
Dalla boscaglia spuntò correndo come un forsennato Red, seguito da decine di donne.
Al spaventato e fraintendendo puntò il fucile verso di loro.
Red si accorse in tempo e si scagliò su di lui con tutta la sua forza disarmandolo.
Le donne li raggiunsero velocemente, ma non riuscirono nemmeno a iniziare le spiegazioni, che dal cielo alle loro spalle arrivarono con un tuono gli Apache.
Si gettarono a terra.
Red urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
«Al idiota, spara. Adesso che devi, t’incanti?»
Scoppiò un feroce conflitto a fuoco che ebbe termine poco dopo.
Mentre gli elicotteri si allontanavano, Noemi comunicò a Red.
«Ecco perché se ne vanno! Hanno catturato una delle mie compagne!»
«Mi dispiace, non possiamo fare nulla per lei. Dobbiamo rientrare velocemente per evitare altri scontri!»
«Lo so!»
Disse Noemi.
«Mando una delle mie ad avvisare quanto accaduto e poi ripartiamo immediatamente!»
Il viaggio di rientro non presentò altre sorprese e dopo circa una settimana arrivarono in vista del Castello.
Tutto perfetto, tranne Mika.
Red aveva il cuore gonfio di tristezza per la sua perdita: aveva dovuto abbandonarne il corpo.
Non c’era stato il tempo.

Red, Naomi e Dumè seduti al centro di quella stanza da dove aveva avuto inizio tutto.
Il prestigio derivato dal successo dell’impresa aveva conferito a Red un ruolo primario nella gerarchia del Castello, e il Consiglio dei Grandi Vecchi in seduta plenaria aveva nominato Red a capo della comunità fino alle elezioni che si sarebbero tenute quanto prima.
Di comune accordo, i tre stabilirono delle linee guida a cui attenersi in futuro.
Come prima cosa dovevano concentrare la popolazione in un unico sito, per facilitarne sviluppo e difesa.
Si decretò come luogo più adatto una zona vicino a dove sorgeva l’antica urbe, Roma: ideale come clima, territorio, vicinanza al mare, ricchezza di acque e fertile.
Dove nacque una delle più grandi civiltà del mondo, poteva sicuramente diventare il luogo di rinascita dopo lo sterminio del genere umano.
«Ci aspetta un duro lavoro!»
Esordì Red.
«Non vedo l’ora di cominciare e comunicarlo ai mie… ai nostri fratelli rimasti in Africa.»
Quello di Dumè fu più un pensiero ad alta voce che un intervento.
Le parole di Naomi risuonarono determinate.
«Abbiamo un impegno preciso da portare avanti per cui forza, all’opera!»
Proseguendo con la stessa determinazione.
«Dobbiamo stilare una Costituzione per il nuovo ordinamento…»
Red l’interruppe immediatamente.
«No Noemi. Non dobbiamo assolutamente farlo!»
Tra i tre calò un gelo che sembrava spezzare l’armonia creatasi.
Prontamente Noemi rispose.
«Come sarebbe a dire? Mica ti sarai montato la testa e pensi di…»
Seriamente Red portò l’indice sulle labbra.
Sorrise.
Quasi ridendo sentenziò.
«No, non dobbiamo scrivere una Costituzione, ma memori degli sbagli dai quali dobbiamo trarre i giusti insegnamenti, dobbiamo…»
Ora calcò il tono sul
«…dobbiamo…»
Pausa, per dare maggior enfasi alle sue parole.
«Scrivere una Sostituzione! Sostituire tutto quello che non ha funzionato nelle varie Costituzioni!».
Una risata liberatoria ristabilì il giusto clima.
«Ora al lavoro!»
Disse questa volta seriamente Red.
«Dobbiamo basare la Sostituzione sui principi universali di cooperazione, fratellanza, giustizia, equità, il tutto sviscerando quanto di meglio si trova nelle fedi religiose e politiche del passato, tralasciando tutto quello che potrebbe corrompere e ostacolare il nostro futuro, ostaggio della perversa mente umana!»
Assaporando l’effetto ottenuto, aggiunse.
«…E sarà duro, molto duro, in quanto non capisco per quale misterioso motivo il vecchio saggio Multiverso, abbia voluto porre il limite di 18.000 caratteri in un massimo di dieci cartelle! Forse per renderne più fluida la lettura e la comprensione a tutti. Forse.!»

Il lavoro di stesura richiese alcune settimane, ma alla fine, con il concorso di tutti, ne nacque un lavoro egregio.
Ognuno s’impegnò di tornare alle proprie comunità come portavoce di quanto stabilito, e organizzare il trasferimento presso la nuova sede.
Tutti avrebbero messo a disposizione del bene comune tutte le conoscenze acquisite, tutti i beni posseduti, le tecniche e strumenti per innalzare la qualità della vita, dalle scoperte scientifiche al più piccolo dei semi.
Non rimaneva altro che mandare un ambasciatore dagli Orientali per cercare un dialogo anche con loro.
«Già, ma chi?» era diventato il chiodo fisso di Red.
Ne stavano discutendo animatamente quando… una voce familiare li interruppe.
«Perché non io?»
«Ma questa voce… No! Non è possibile!»
«Eccomi!»
«Mika!»
Urlò a pieni polmoni Red.
«Guardami, l’ambasciatore perfett…»
Non fece in tempo a finire la frase.
Red lo strinse in un abbraccio quasi soffocandolo.

«…Così quando la persona mandata da Noemi, inciampando quasi sul mio corpo si accorse ch’ero ancora vivo, mi portò con sé dai Nordici e mi curarono. Ed eccomi qui!»

Grazie all’azione di Mika, dopo alcuni mesi anche gli Oientali sottoscrissero la Sostituzione, e poco dopo si trasferirono al Castello.

«Fine!»
L’anziano seduto in mezzo a decine di piccoli, di tutti i colori e fattezze, chiuse un vecchio e polveroso tomo.
«Questo è l’inizio della storia della rinascita del nostro popolo, tanti e tanti anni fa…»

 


Bio – Alfredo Sasso:

Un eterno ragazzo con i piedi ben piantati nella realtà, ma con la mente che vaga nei castelli incantati dell’immaginazione.
Amo viaggiare e adoro il fuoco del camino nelle sere d’inverno.
Sanremese di nascita, lombardo d’adozione, agente di viaggi, over sessanta.
Scrivere, per me è semplicemente narrare frammenti di vita vissuta, miscelati alla fantasia con un pizzico di riflessioni,
col desiderio d’intrattenere e condividere esperienze.
Questo l’intento quando scrivo narrativa, come nel mio primo lavoro auto pubblicato nel duemiladiciassette con StreetLib.
«Il destriero d’acciaio. Sulle ali di Pegaso.»
Racconto di un viaggio avventura in moto, attraverso i Balcani con destinazione Turchia, poco prima dello scoppio del conflitto degli inizi anni novanta,
quando già le avvisaglie plumbee della guerra tingevano pesantemente quei cieli. Un percorso più attraverso persone e genti che luoghi,
compagnie di una notte e amicizie per una vita, un incessante susseguirsi di emozioni e situazioni avvincenti realmente accadute.
Quando trascrivo in parole i miei pensieri, vivo in un mondo parallelo nel quale sono io il destino dei personaggi che racconto,
correndo spesso il rischio d’innamorarmi di loro.
«Così nacque Senza Nome» mio secondo libro, l’ho scritto di getto in poco più di tre mesi, cambiando completamente genere.
Ho spaziato, con mia estrema soddisfazione nel giallo. Ho creato il personaggio di Senza Nome, una investigatrice molto intelligente ma anche molto femminile,
che abbina con successo le sue doti intuitive con la sua spregiudicata sensualità, che miscelate tra loro diventano armi micidiali d’investigazione.
Mi è piaciuto molto scrivere questo testo ricco di emozioni e colpi di scena. Tentare di tenere alta l’attenzione di un eventuale lettore è davvero una bella esperienza.
Questo testo è stato da me auto pubblicato sempre con StreetLib nello stesso anno del Destriero.
Il mio ultimo lavoro è un giallo inedito che ripropone il personaggio di Senza Nome. In questo libro ho adottato una, per me nuova tecnica di scrittura
che mi ha veramente divertito nella sua stesura.
Invece di tessere a grandi linee una trama di massima da portare avanti, ho provato a partire da due situazioni completamente indipendenti tra loro,
sia come personaggi che come periodo in cui avvenivano determinati fatti. Non avevo la minima idea di come potessero interfacciarsi per poi convergere in un unico finale.
Costruivo le due trame facendole poi diventarne una sola. Sempre e comunque con l’aiuto dell’investigatrice più sexy ma mai volgare esistente.


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