Il Padre dei Serpenti – Luca Nisi

1
Uno spettacolo memorabile

Alessandria d’Egitto, 25 a.C.

Lo schiavo girò su se stesso. Indossava solo un perizoma, mentre affrontava l’avversario nell’arena con la spada nel pugno e i denti serrati. Poi il vento gli riempì le narici con l’odore del sangue: il suo sangue. Le ginocchia cedettero e la sabbia gli corse incontro. In quell’istante, tutti capirono che era giunta la sua ora. L’avversario era stato veloce e lo aveva trafitto con la punta di ferro. L’abbraccio della morte fu quasi immediato. Mentre il vento gli soffiava contro la polvere, dalla bocca sgorgò un fiotto di sangue che tinse l’arena.
La folla urlò compiaciuta verso il gladiatore che alzava l’hasta in segno di vittoria. Il vincitore aveva spalle larghe e braccia muscolose, un portamento eccezionale, ed era proprio quello che Emilius andava cercando.
Emilius era un impresario teatrale. Gestiva un anfiteatro nel centro di Alessandria d’Egitto e i suoi spettacoli erano sempre molto apprezzati dal popolo. Adesso che le strade ribollivano di ricchi abitanti liberi, però, la seconda città più popolosa dell’Impero gli stava stretta.
Lui ambiva al marmo bianco.
Ambiva ai teatri splendenti.
Ambiva all’oro luccicante dell’Imperatore.
Emilius sognava Roma. Entro un mese sarebbe andato in scena il suo grandioso spettacolo: le vicende della grande regina Cleopatra portate in teatro dai suoi attori. Lui, però, voleva di più da quella rappresentazione. Sognava di fare qualcosa che nessuno prima di lui aveva mai osato: combinare il teatro con il sangue dell’arena, trasportare la morte sul palcoscenico.
Il suo scopo? Fare colpo sul Prefetto d’Egitto. Solo in questo modo le strade che portavano a Roma non sarebbero state poi così lontane.
Aveva fatto scrivere uno spettacolo nel quale il dramma e l’azione si consumavano in più atti. Emilius aveva messo sotto contratto i migliori attori su piazza. Ora gli mancavano soltanto alcuni “attori” per delle parti che non prevedevano… una seconda possibilità. La sua idea di teatro senza precedenti avrebbe incluso i combattimenti tra gladiatori, uno scontro finale all’ultimo sangue tra Ottaviano e Marco Antonio e, alla fine, il vero colpo di scena: Cleopatra suicida, che si sarebbe fatta mordere da un vero serpente.
Ma per attuare la sua idea necessitava dell’uomo giusto. E quell’uomo era il gladiatore appena uscito vittorioso dall’arena. Era un giovane alto e slanciato, l’ideale per incarnare un perfetto Ottaviano. Con la giusta quantità di monete d’oro al suo padrone, lo ingaggiò. La giornata, ovviamente, non era finita. Accompagnato dai servitori, Emilius si diresse alle prigioni di Alessandria: nelle carceri avrebbe trovato le povere anime da sacrificare al pubblico.
Assassini e mendicanti, ladri ed esemplari di tutte le peggiori categorie senza nome giacevano là, su squallidi pagliericci. Trovò una donna con i capelli neri che entro pochi giorni sarebbe stata comunque lapidata, poi adocchiò un assassino che sarebbe andato in pasto alle belve feroci durante gli imminenti giochi. Comprò il carceriere e ai due prigionieri raccontò di voler loro donare una “possibilità di redenzione e libertà”.
Neanche lui se la cavava male a recitare.

2
Il Padre dei serpenti

Il mantello nero della notte si apprestava a congedare il rosso e l’oro del tramonto. Un ultimo brandello di sole morì dietro l’orizzonte, poi Emilius fece il suo ingresso in una casa fuori dalle vecchie mura di Alessandria.
Il servo che lo accolse aveva una faccia scura, come se la sua pelle fosse stata tempestata da mille soli. Non era stato facile per Emilius, cittadino dell’Impero Romano e originario dell’isola di Cossyra, trovare qualcuno pronto a soddisfare la sua richiesta: l’Egitto era un Paese molto antico; si reggeva su complesse tradizioni e divinità radicate nella popolazione da millenni. L’autunno era ormai alle porte e in quel periodo era quasi impossibile trovare qualcuno disposto a vendere dei serpenti, soprattutto se destinati a morire. Nell’abitazione aleggiava un puzzo terribile; Emilius sentiva battere ininterrottamente un tamburo e un altrettanto insistente salmodiare.
Dopo una lunga attesa in una stanza scura e spoglia, finalmente comparve quello che sembrava essere il padrone di casa.
«Perché questo posto è cosi tetro?» esordì Emilius. «E che cos’è tutto questo vociare e questo suono terrificante?»
Il proprietario della dimora era un ometto con una tunica color sabbia e sandali consumati ai piedi.
«Incantesimi. Il tempo sta cambiando: passata l’estate, Yig si sveglierà. Bisogna placare la sua ira.» Il romano rimase perplesso, al che lui proseguì. «Devi sapere che il nostro popolo è restio a parlare di Yig. Difficilmente potrai udire il suo nome nelle vie di Alessandria. Yig è il Padre dei serpenti ed è legato ai suoi figli da un amore viscerale.»
Emilius scosse la testa. «Figli? Di quali figli parli?»
L’ometto lo invitò in un’altra stanza. Camminarono lungo un corridoio, mentre il salmodiare e il ritmo incessante del tamburo crescevano di intensità. Giunsero in una grande sala piena di ceste. Qui l’odore era ancora più insopportabile ed Emilius fu costretto a coprirsi il naso con uno straccio. Il padrone di casa cominciò a scoperchiare una cesta dopo l’altra, mostrando al romano vari esemplari di serpenti.
«Questi sono i figli di Yig. Yig ama alla follia la sua prole ed è pronto a vendicarsi di chiunque le faccia del male. Ora capisci?»
Emilius rimase sbalordito. Era in Egitto da diversi anni, ma di questo Yig non aveva mai sentito parlare. Così si limitò ad annuire. E comunque ne aveva abbastanza: disse che voleva acquistare dei serpenti e che cercava lo stesso rettile che aveva utilizzato la regina Cleopatra per suicidarsi.
«Vuoi l’aspide» disse l’uomo.
Emilius sorrise e gli diede un sacchetto pieno di monete. «Esatto. Portamene due tra venti giorni al teatro.»
L’ometto acconsentì, ma prima di abbandonare quella dimora Emilius dovette ascoltare di nuovo la sua voce: «Romano, farò quanto mi hai chiesto ma ti consiglio di prenderti cura dei serpenti. Soprattutto in autunno: Yig si sta risvegliando e non tollera che i suoi figli vengano maltrattati.»
Emilius non rispose, aveva già la testa altrove. I suoi servi avevano già acceso i lumi e il teatrante si incamminò con loro verso il cuore pulsante di Alessandria.

3
La negromante

Le tenebre persistevano. Emilius procedeva guardingo, tenendosi stretto la toga come un re farebbe con la corona. I suoi sandali percorrevano un vicolo molto scuro: una di quelle strade che tutti conoscevano ma che nessuno voleva attraversare.
La casa verso la quale si stavano dirigendo era scarsamente illuminata;: c’erano solo alcune fiaccole a terra per delimitare il confine della proprietà. I servi di Emilius si fermarono intimoriti, ma il romano disse loro di camminare.
L’abitazione aveva la struttura tipica di quei luoghi: un grande cortile interno e parecchie stanze che la facevano sembrare un labirinto. Apparteneva a Licciarda, una negromante che grazie all’amicizia con l’attuale prefetto agiva indisturbata, vendendo incantesimi e pozioni a chiunque ne avesse bisogno. Le leggende su di lei si sprecavano: alcune voci le attribuivano mille anni e mille figli; altre la rappresentavano come una delle ancelle di Anubi. E altre voci ancora si erano perse nella memoria dei tempi.
Quando Emilius entrò in casa, si dovette togliere le scarpe e lavare i piedi: Licciarda non tollerava le persone con le calzature. Il suo gigantesco servo – un siriano glabro con gli occhi piccoli e un fisico panciuto – accolse Emilius e i suoi servi in una grande sala. Al centro, un braciere emanava un fumo che avvolgeva la stanza diffondendo il profumo dei fiori di campo. Il romano fu condotto separato dai propri servi e condotto da Licciarda. Mentre camminava sul pavimento di marmo, il dolce profumo di fiori scomparve e, prepotentemente, nelle narici cominciò a regnare un puzzo simile a quello nella casa del padrone di serpenti.
Il servo glabro condusse Emilius in una stanza molto piccola e scura, la cui unica luce filtrava debole da dietro una tenda. Tamburi in sottofondo.
«Anche qui…» mormorò a se stesso. Poi il servo gli fece cenno di seguirlo e, superata la tenda, Emilius fu investito da una luce potente. Ci vollero alcuni secondi prima che i suoi occhi si abituassero.
Licciarda aveva lunghi capelli neri, indossava un vestito bianco e bracciali d’oro le luccicavano ai polsi. Era indaffarata con delle ampolle di vetro: controllava e mescolava dei liquidi.
Il servo fece cenno a Emilius di sedersi su una bella sedia piena di intagli. Licciarda appariva come una donna giovane, ma non era facile definirne l’età precisa. Il vestito era scollato e, sul collo, un filo di perle dorate arrivava a sfiorare il seno. I suoi tratti erano chiaramente mediorientali, anche se il naso era piccolo e luccicava sotto la luce delle fiaccole sparse per tutta la sala.
Difficilmente Emilius avrebbe assunto un’aria arrogante in quella casa: sapeva benissimo che in alcuni ambienti bisognava adeguarsi e rispettare il padrone della dimora, soprattutto quando si sedeva nel laboratorio della più famosa negromante di Alessandria d’Egitto.
Licciarda alzò lo sguardo e lanciò un’occhiata al suo ospite, poi riprese a lavorare. Mescolava strani intrugli con cura mentre, sul grande tavolo, un piccolo fuoco riscaldava altri recipienti. In lontananza il suono del tamburo creava un’atmosfera inquietante. Era un battito costante, un ritmo ovattato, da portare alla follia gli uomini. Tutta quella attesa lo infastidiva, senza parlare del puzzo che avvolgeva la stanza, ma Emilius continuò a rimanere in silenzio. Gli avevano consigliato di aspettare sempre che fosse la donna a parlare per prima. Licciarda aveva posato le ampolle. Un servo le portò una cesta di vimini e lei estrasse un serpente al quale fece poggiare la bocca su una boccetta vuota. Sotto la pressione delle dita, il rettile rilasciò il suo veleno incolore nel contenitore. La donna sussurrò alcune parole al servo, che prese il serpente e lo portò via.
«Cosa desideri da me, romano?»
Finalmente chiamato in causa, Emilius si alzò e fece un piccolissimo inchino. «Licciarda, ho bisogno delle tue grandi abilità.»
La donna annuì e il romano riprese a parlare. Senza mai mentire, Emilius fece le sue richieste: voleva una pozione che indebolisse la forza di un uomo, in modo che perdesse durante un combattimento. Ancora più importante, chiedeva che la negromante gli trovasse un incantesimo, una soluzione per costringere una donna a farsi mordere da un serpente, così da ricreare la spettacolare fine di Cleopatra.
Licciarda ascoltò in silenzio, senza scomporsi. Chiese quanto tempo avesse a disposizione per predisporre le sue magie: per la prima richiesta, avrebbe preparato una pozione con un veleno che avrebbe disorientato chi lo consumava; per la seconda, riferì che solo un incantesimo poteva risolvere la cosa, quindi lei stessa avrebbe dovuto essere presente durante lo spettacolo.
Emilius pagò al servo il compenso richiesto, poi, prima di uscire dalla stanza, formulò un’ultima domanda: «Che cosa significa questo suono di tamburi?»
Licciarda lo guardò con gli occhi scuri e intensi. «L’autunno è alle porte» disse.
Emilius annuì, fece alcuni passi verso l’uscita, poi si fermò: un dubbio si stava insinuando nella sua testa. Voleva fare altre domande, ma la donna era già tornata al lavoro. Infastidito, abbandonò definitivamente la stanza. Più si avvicinava all’ingresso e più l’odore proveniente dal braciere sovrastava l’altro. Emilius inspirò a pieni polmoni. Si chiese come una donna così affascinante potesse vivere costantemente con quel puzzo nauseante.

4
Le due maschere

Quella stessa notte, nel forno della dimora di Licciarda, fu forgiata due maschere. L’artigiano lavorò senza fermarsi. La prima, che raffigurava una donna, venne posta dentro una cesta. La seconda, grezza, bianca e senza alcun disegno, finì sopra un piccolo altare in modo che potesse assorbire la luce della luna.
Era il viso di Licciarda, il modello per le due maschere: la sua magia era antica e potente, ma lei aveva bisogno di alcuni manufatti per esercitarla. Manufatti che solo le mani degli artigiani egizi potevano ricreare. La prima maschera, quella dipinta, era destinata all’attrice; la seconda era per la negromante.
Le avrebbero indossate la sera della rappresentazione: tramite la maschera bianca, Licciarda avrebbe preso il possesso della mente della donna e l’avrebbe guidata sulla scena, fino al compimento dell’ultimo atto.

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Venne il giorno della rappresentazione. L’anfiteatro era in fermento, attori e servi si muovevano freneticamente: chi si adoperava per sistemare la scenografia, chi provava continuamente battute e pose. Nessuno fece caso allo sconosciuto che si presentò dietro le quinte: l’uomo trascinava i sandali sul terreno e trasportava una sacca che consegnò a uno dei servi di Emilius. Disse che erano i due serpenti che aveva richiesto e raccomandò di averne cura, soprattutto perché quella notte ci sarebbe stato un forte temporale. Il servo annuì, prese la sacca e la lasciò in un luogo asciutto. Dopo andò ad avvisare Emilius.
Nel primo pomeriggio, il teatrante fece chiamare il gladiatore che doveva recitare la parte di Ottaviano nel duello finale contro Marco Antonio. Lo condusse al centro del palcoscenico, gli disse che alla fine dello spettacolo Cleopatra sarebbe stata morsa da un aspide. Il serpente sarebbe rimasto libero sul palco e, se ci fossero stati degli applausi, avrebbe potuto spaventarsi e colpire qualche spettatore. Per scongiurare quella evenienza, voleva che l’uomo, entrando in scena per sincerarsi della morte di Cleopatra, eliminasse anche il serpente. Prese una daga e fece portare uno degli aspidi sul palcoscenico.
Il rettile fu gettato sul palco. Era impaurito e cercò di nascondersi dietro un vaso. A quel punto Emilius lo colpì con la spada tranciandogli la testa. Voleva che il gladiatore facesse la stessa cosa quella sera, ma l’uomo, che era del luogo, si rifiutò: non aveva nessuna intenzione di uccidere un serpente.
Emilius lo insultò, minacciando di spedirlo nell’arena con i leoni, ma il gladiatore rimase impassibile. Era troppo tardi per sostituirlo con un altro attore, inoltre la parte era troppo delicata, così il romano decise che avrebbe pensato lui al serpente: non poteva permettersi che il rettile ferisse qualcuno del pubblico. Mentre lasciava il palcoscenico, un servo recuperò il corpo dell’aspide, che ancora vibrava nonostante gli fosse stata staccata la testa.

5
Emilius

Finalmente arrivò la sera dello spettacolo. L’anfiteatro era gremito: c’era la cerchia nobiliare della città, il Prefetto d’Egitto con il proprio seguito e diversi ufficiali della milizia. L’intera Alessandria attendeva. Non si era fatto altro che parlare dell’evento nei palazzi e nelle piazze: l’eccitazione era al massimo. Neppure una nuvola a coprire il cielo, le stelle scintillavano e i fuochi delle torce illuminavano la scena rendendo l’atmosfera indescrivibile.
Licciarda arrivò in gran segreto sedendosi su un palco proprio vicino al Prefetto.
Era vestita di bianco e profumava di rosa; sedendo accanto al Prefetto, mostrava al popolo la sua importanza. Sulle ginocchia riposava la maschera bianca che avrebbe utilizzato a tempo debito, nel momento in cui lo sguardo del pubblico sarebbe stato fisso sugli attori.
La maschera dipinta, invece, fu consegnata ai servi di Emilius. Furono lasciate anche le istruzioni: nessuno, a parte l’attrice, avrebbe dovuto indossarla. Fu lo stesso Emilius a farsene carico. Non poteva stare seduto in mezzo al pubblico: doveva restare dietro le quinte a controllare ogni singola cosa. Al teatrante fu consegnata anche un’ampolla contenente il veleno da somministrare all’uomo che avrebbe combattuto vestendo i panni di Marco Antonio.
Tutto si svolse come aveva previsto: prima del combattimento, Emilius offrì del vino ai due uomini, il calice avvelenato fece il suo compito e Ottaviano sconfisse a morte Marco Antonio infilzandogli il cuore con la spatha.
Ma il sangue non aveva ancora smesso di scorrere, quella sera: nell’ultima scena della tragedia, una donna si presentò sul palco con gli abiti da regina indossando una bellissima maschera. Licciarda coprì i suoi occhi misteriosi con l’altra maschera, quella bianca, e la sua magia prese possesso della scena. Comandata dalla negromante, l’attrice si portò al centro del palcoscenico. Si avvicinò a una cesta, si scoprì il seno, poi aprì la cesta e prese l’aspide, vivo e pronto a colpire. Lo avvicinò al seno, che era stato lucidato con un olio in modo che scintillasse alla luce delle torce, e premette la testa del rettile, che la morse. Tutto andò come desiderato da Emilius. In pochi istanti, la regina Cleopatra era morta. La maschera precipitò con lei e andò in frantumi al contatto con il suolo.
Alcune fiaccole vennero spente, e l’oscurità scese sul palco.
Sarebbe andato tutto bene se, mentre il pubblico applaudiva estasiato, Emilius non avesse raggiunto la scena e ucciso il serpente. Un violento temporale si abbatté su Alessandria d’Egitto e la folla cominciò a lasciare l’anfiteatro, così Emilius perse il tributo di onori che il suo spettacolo meritava. Ma se quello era il prezzo per aver ottenuto uno spettacolo indimenticabile, si disse, allora lo avrebbe pagato più che volentieri.
La pioggia batteva forte e lui decise di rimanere a dormire lì: l’anfiteatro aveva delle stanze adibite a spogliatoi, e in una c’era anche un letto.
Stremato dalla pioggia e dallo spettacolo, Emilius vi si gettò sopra senza fare caso alla figura nascosta nell’ombra.

͋

Il mattino seguente, il temporale si era placato. Il cielo era limpido e nell’anfiteatro rimanevano solo alcune pozze d’acqua. Tutto proseguiva in maniera tranquilla. Fino a quando un urlo non spezzò la quiete.
Le grida arrivavano dallo spogliatoio: una serva di Emilius giaceva a terra svenuta, mentre un altro servo strillava per la paura. Quando i legionari fecero irruzione, a stento riuscirono a mantenere il senno. Quello che trovarono fu un abominio: sul letto giaceva una figura con la testa appiattita. La pelle mostrava strane macchie su tutto il corpo, in particolare intorno alle spalle. La bestia aveva occhi piccoli e orribili, il solo fissarli rendeva inquieti. Fu avvolta in un lenzuolo e gettata in una cella oscura. Difficilmente qualcuno le si avvicinava, e lo faceva soltanto per darle dei topi come cibo. In quei momenti, nell’oscurità della prigione si sentiva sibilare.
La popolazione sussurra che sia stata la “maledizione di Yig”. La leggenda della strana creatura ha attraversato il mare ed è arrivata fino a Roma. Forse, nei prossimi giochi, la bestia sarà esposta dinanzi all’Imperatore. Pare che le abbiano dato pure un nome: Emilius.


Bio – Luca Nisi:

Nato a Roma il 10/06/1975. Appassionato di fantascienza ed ammiratore dell’opera di Howard Phillis Lovecraft.
Diversi suoi racconti sono stati pubblicati sulla Rivista Illustrata di Letteratura Fantastica, Short Stories. Inoltre è stato pubblicato sull’antologia: Robot Italia delle Edizioni Scudo e nell’antologia Iustitia Mortis edito dalle Edizioni Scudo.
Inoltre è stato pubblicato nell’antologia Gocce di Sangue edito dalla Viola Editrice.
Vincitore della prima edizione del premio letterario Thoth Amon.
Una serie di racconti sono stai pubblicati sul ebook on line e in versione cartacea di Short Stories edizioni Lulu, intitolato: “Leggende dalla Cripta di Cthulhu”.
Autore di: Gli dei Uccidono edito per le Edizioni Scudo


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