I Germi Del Male – Davide Sanna

Mi piacerebbe poter dire che il male che racconterò in questa storia è nato in un laboratorio di qualche folle scienziato, o nelle cattive intenzioni di un uomo malvagio; così come ci piace pensare che tutto il male del mondo e le sue ingiustizie derivino dagli accordi di una cricca di politici corrotti e di avidi capitani d’industria, o dalle malefatte di assassini e delinquenti.
Sarebbe facile, sarebbe una lettura semplice. Se così fosse, avremmo dei nemici chiari. Avremmo una chiara distinzione tra il bene e il male.
Invece non è così: il male è banale. Si annida nelle case qualunque, nelle famiglie perbene, negli atti quotidiani, ripetuti milioni di volte da miliardi di individui. I potenti corrotti e gli assassini sono solo il picco, esigua parte, dell’immenso iceberg del male, la cui gran massa è invece data dalla gente comune, più o meno benestante e che vive in un’apparente legalità. Sono loro, nei loro gesti quotidiani, che alimentano e danno forza al male. Poco importa che esso poi si esprima in maniera palese in singoli uomini che consideriamo mostri, inumani, per distanziarci da loro, per poterci considerare estranei all’orrore di cui quelli sono stati capaci. Vogliamo dimenticare che quelli che chiamiamo “mostri” sono sorti dal brodo di coltura alla cui formazione, goccia su goccia, hanno contribuito tanti di noi, di quelli che ora si chiamano fuori.
Così, allo stesso modo, è il male che racconto in questa storia.
Esso è nato in un posto qualunque, in una casa qualsiasi, di gente all’apparenza garbata e distinta, usa a comuni abitudini, a tradizioni dall’aspetto rispettoso, presso una famiglia qualunque, normale. All’inizio è una scena idilliaca: la famiglia, padre, madre e figlio, attorno al tavolo, la sera, a cena (queste cose accadono di notte, al buio, o come minimo all’imbrunire).
La madre riempie i piatti, tutti cominciano a mangiare, sorridendo. Poi, l’uomo si ferma.
“Che succede?”, chiede la moglie.
L’uomo ha uno sguardo strano, inquieto, sembra guardare oltre le cose.
“Niente”, risponde, e riprende a mangiare, ma con più voracità di prima. Poi, terminato quanto aveva nel piatto, si alza in piedi, si guarda attorno e, di colpo, si getta sulla donna seduta al suo fianco.
Entrambi cadono per terra, ma lui gli è sopra, e con un morso le strappa uno zigomo. La donna urla, per il terrore più che per il dolore, mentre l’uomo mastica quella carne quasi ancora viva. Di nuovo si avventa sulla donna, e con un altro morso le porta via un pezzo del braccio. La donna urla ancora, ma stavolta anche il suo sguardo è strano: si lancia sull’uomo, affonda i denti nella sua carne.
Il figlio della coppia, intanto, è paralizzato dal terrore, ma nel vedere anche la madre lanciarsi su suo padre come una bestia selvaggia (ma erano ancora suo padre e sua madre?), capisce che è arrivato il momento di scappare.
Quello che ho raccontato ora me lo ha riferito proprio quel bambino, che è scappato di casa e non vi ha più fatto ritorno.
Non si sapeva, allora, se il morbo, se di questo si trattava, avesse avuto un solo focolaio iniziale, o quanti ne avesse avuto; si sapeva solo che, ormai, si diffondeva come una peste: bastava un morso di quegli esseri per esserne a propria volta infettato. Chi ne era colpito era preso una specie di fame insaziabile e selvaggia. All’inizio sembrava che quelle creature si cibassero solo di carne umana, e li si vedeva a volte sbranarsi l’un l’altro. In quel periodo erano ancora sotto controllo; tenuti a distanza, li si poteva abbattere con le armi. La vita scorreva ancora quasi normale, benché non ci si fidasse più di nessuno.
Poi gli appestati subirono una nuova trasformazione e presero a divorare qualunque cosa. Inghiottivano quantità di materia di qualunque genere, per quanto il pasto di sangue animale o umano sembrava di loro particolare gusto. Quasi per la stessa massa divorata, presero a deformarsi, a diventare sorta di vermi, enormi tubi digerenti striscianti dalle gigantesche fauci dentate, che inghiottivano ogni cosa che incontravano sul proprio cammino, aumentando così ancora di più la propria mole.
Quando questa trasformazione era avvenuta, diventavano invincibili.
In città intervenne l’esercito, ma non fece che peggiorare le cose: i proiettili venivano semplicemente inglobati dal loro corpo senza forma, mentre le bombe non li dilaniavano, ma li espandevano, rendendoli capaci di fagocitare qualsiasi cosa entro il raggio dell’esplosione.
In poco tempo fu il caos, anche perché sorsero nuovi focolai in altri punti del paese.
A quel punto non restava che fuggire dalla città, precedendo l’irresistibile avanzata di decine di quei vermi giganteschi.
Io facevo parte di un gruppo di una quarantina di persone. Allora avevo sedici anni, mia sorella diciannove. Fuggimmo di casa non appena il morbo appestò anche la nostra dimora. Un pomeriggio nostra madre rientrò di corsa, impaurita; era stata aggredita, era ferita, tememmo per lei e per noi, ma sembrava normale, non sembrava essere stata infettata. Durante la notte ci svegliarono, me e mia sorella, strani rumori. Ci alzammo: la trovammo ai piedi del letto del nostro fratellino, lo aveva quasi interamente spolpato. Non si accorse neppure di noi. Fuggimmo via.
Ci spostavamo di continuo, nelle zone lontane dalle città e dai villaggi, e la notte ci accampavamo in cerchio, facendo i turni di guardia. Sapevamo di non poterci difendere, potevamo solo fuggire, e dovevamo avere un certo vantaggio su quei mostri, se volevamo sperare di sopravvivere. Non si pensi, infatti, considerata la loro forma e mole (si diceva ce ne fossero lunghi ormai decine di metri e pesanti centinaia di tonnellate), che quei mostri fossero lenti; si muovevano velocemente, invece, e potevano persino fare balzi di decine di metri.
Solo una cosa li rallentava, e poco: il cibarsi. Il loro appetito era insaziabile e ogni cosa era alla loro portata: dagli umani e animali alle piante, ma anche ogni oggetto, e pure la stessa terra, l’acqua, i muri delle case, le pietre. Erano esseri senza un apparato escretore, ed ogni cosa che ingurgitavano ne aumentava semplicemente la massa e la dimensione.
In una notte di luna ne scorgemmo uno avvicinarsi in lontananza, ma troppo tardi per essere al sicuro. Scappammo abbandonando tutte le nostre cose, ma quando fummo distanti ci accorgemmo che tra noi mancava Agnese. Era una ragazza orfana, di sedici anni, gentile e sicura di sé, senza alcun parente nel nostro gruppo.
Alcuni di noi tornarono indietro a cercarla. La vedemmo che si muoveva svelta e dritta, puntando verso il mostro; gli urlava delle cose incomprensibili per la distanza. La chiamammo dicendole di fuggire, di raggiungerci, ma lei si voltò appena, e fece un vago cenno con il braccio nella nostra direzione, come a dirci: “Lasciatemi stare, tornate indietro”.
Ormai Agnese era prossima al mostro; questo si impennò, soffiò il suo strano tipico verso soffocato, toccò di nuovo terra e si lanciò in direzione della ragazza.
Quello che poi accadde fu stupefacente: la bestia fece per addentare Agnese, ed in effetti con un morso le staccò di netto un braccio, ma nello stesso istante si ritrasse con un gemito e urlò contorcendosi, come colpita da un dardo avvelenato. La vedemmo scuotersi nell’irreale luce lunare, tra le ombre dai profili duri e netti, tra lugubri riflessi verdastri e lattiginosi, sollevarsi da terra e sbattere al suolo con violenza, ruggire con terrore. Lo spettacolo durò alcuni minuti, poi, pian piano, smise di muoversi e, in un ansimo profondo, la vedemmo finalmente morire.
“Andiamo”, disse uno degli adulti del gruppo, e tutti corremmo verso Agnese.
Era svenuta, la presero in spalla e portarono via anche il suo braccio straziato. Venne chiamato uno del gruppo, un medico; si cercò di fermare almeno l’uscita del sangue. Tutti rientrammo al campo, abbandonato frettolosamente, e Agnese venne assistita in una tenda.
Era ormai giorno fatto. Io, con altri, andammo a vedere il cadavere del mostro. La visione era orribile: il corpo si stava disfacendo velocemente, in una specie di immonda gelatina, un fluido colloso e denso che, grondando sul suolo, lasciava libera alla vista le ultime cose divorate, anch’esse in via di dissoluzione. All’interno dell’enorme stomaco della bestia vedemmo delle sedie, una pecora, parti di membra di esseri umani e altri animali, e una grande massa informe semidigerita.
Agnese non riuscì a superare la notte successiva. La piangemmo seppellendola, benché la conoscessimo tutti vagamente.
Tuttavia la sua morte non fu vana. Aveva ucciso uno dei mostri, ma soprattutto aveva dimostrato che non erano invincibili. Ma che cosa lo aveva ucciso?
La voce del fatto si sparse tra i gruppi in fuga, e tutti ne parlavano e ne discutevano. Per alcuni quello che aveva ucciso il mostro era stato l’atteggiamento tenuto da Agnese, aggressivo e deciso verso la bestia. Fu questo, fu la semplice intenzione della ragazza? I fatti si incaricarono di smentire l’ipotesi, dopo non pochi tentativi che si tradussero in altrettanti suicidi dei temerari che decisero di affrontare gli enormi e terribili esseri.
In breve tempo si riprese semplicemente a fuggire.
Tra le tante voci che in quei giorni si rincorrevano, c’era anche quella che riguardava una vecchia che sarebbe stata anche lei risparmiata da quelle creature. Io e mia sorella facemmo parte di un piccolo gruppo che aveva il compito di trovare la donna, facendo una lunga strada a ritroso attraverso le zone già devastate dall’avanzare di quelle bestie. Ovunque trovammo segni di morte e distruzione.
Dopo dodici giorni di cammino trovammo finalmente un vecchio contadino che, come altri nei pressi, era sopravvissuto alla furia di quella sorta di giganteschi vermi proprio grazie, a suo dire, alla presenza dell’anziana donna. Si era rifugiato in casa di questa, l’unica risparmiata in tutta la zona.
La donna viveva in un eremo sperduto e povero, che pareva fuori dal tempo. La sua casa di pietra consisteva in due sole stanze; in una stava un tavolaccio che doveva servire da letto, nell’altra un tavolo e qualche sedia davanti ad un camino. Le voci attribuivano alla donna poteri taumaturgici: curava con le erbe e imponendo le mani; in altri tempi sarebbe di certo passata per una strega. Doveva essere vecchissima, dicevano avesse più di cento anni; era scura di carnagione e grinzita, ma la sua pelle sembrava lucida, luminosa; era curvata su se stessa e teneva gli occhi chiusi, come assorta. Quando li aprì notai non senza stupore che essi non avevano quello spento lucore tipico di quelli dei vecchi.
Era il crepuscolo, e la stanza spoglia ondeggiava delle ombre del camino e di quelle di una candela. L’uomo che ci aveva condotto lì parlò con la donna nel dialetto locale. La vecchia attese qualche istante, poi si levò della logora seggiola di legno. Era ancora più curva, e sembrava fisicamente debole, ma a dispetto di questo la sua presenza era notevole, impressionante.
Proferì a bassa voce, come tra sé, alcune parole incomprensibili, poi andò nei pressi del camino. Da sopra questo prese alcune boccette, dalle quali sgocciolò sul fuoco un po’ del liquido in esse contenute, poi vi gettò della polvere presa da un altro flacone. Continuava a parlare sottovoce, recitando come una specie di cantilena; poi tacque, aprì gli occhi verso il fuoco e si mosse verso di noi, ponendoci, a turno, il palmo di una mano sulla testa. Ma solo quando giunse a mia sorella si soffermò; la toccò e ritoccò sul capo, come a voler essere sicura, quindi parlò di nuovo al contadino. Nel loro dialetto disse che aveva bisogno che mia sorella stesse con lei, e che noialtri andassimo via. Mia sorella apparve un po’ sorpresa, ma non impaurita.
Uscimmo lasciandola lì dentro, e facemmo campo tra i resti del piccolo villaggio lì vicino. Restammo sette giorni in attesa: solo allora mia sorella uscì dalla casa. “Sono pronta”, disse, ma non sapemmo nient’altro.
Nei giorni seguenti se ne stette in disparte, meditabonda, allontanando chiunque le si avvicinasse. Poi, una notte, sparì. Provammo a cercarla, ma senza esito. Dopo qualche giorno rinunciammo.
Ne avemmo notizia solo alcune settimane più tardi. Si vociferava di un gruppo di donne che accerchiavano e uccidevano i mostri. Riuscii a vedere, una volta, come facevano: creavano un cerchio largo, da lontano, attorno a quegli orrendi esseri; poi, pian piano, si avvicinavano, stringendo il cerchio. L’animale cominciava a dibattersi, cercando via di scampo, ma non osando avvicinarsi alle donne; quando poi il cerchio si chiudeva, cominciava per la bestia una breve agonia, fino alla morte. Le donne poi si dividevano, senza parlare, per ritrovarsi altrove, pur senza alcun accordo, come si erano trovate la prima volta, chiamate a riunirsi come da una segreta sorellanza.
Altri gruppi si formarono, di uomini e donne, ciascuno invocato da una voce da dentro sé stesso, e sembrava che riuscissero a uccidere infallibilmente tutti quegli esseri informi e famelici. La gente cominciò a ripopolare le città e le case, mentre i “chiamati” vivevano fuori dalle loro cinte, in cerchio, nel territorio, come per proteggerle.
Si verificarono tuttavia, ben presto, dei casi in cui i mostri riuscirono a rompere il cerchio che i “chiamati” formavano attorno a loro. Aggredivano un membro, di certo il più debole in quella ignota qualità che li accomunava, e riusciva a sbranarlo e a fuggire. Poi, forse, diventarono più forti, in virtù di chissà quale mutazione, o più sensibili a percepire il difetto dei loro avversari. Per qualsiasi cosa fosse, comunque, il processo si invertì nel giro di un breve arco di tempo. Le bestie ripresero terreno, e cominciarono a infettare molti degli stessi “chiamati”; tra essi, anche mia sorella. Gli altri, quelli che si salvavano, in breve presero a fuggire impauriti.
Eravamo di nuovo senza difese, senza armi contro quelle bestie che diventavano ogni giorno più grandi e più forti. Quando seppi che anche mia sorella era stata infettata e trasformata in uno di quegli esseri mostruosi, fuggii dal gruppo.
Dapprima vagai senza meta, senza uno scopo e una direzione. Poi decisi di andare di nuovo a cercare la vecchia. Il contadino dell’altra volta mi accompagnò da lei.
La donna, sempre più curva e grinzita, inscenò uno dei suoi strani riti, poi mise ancora la sua mano sulla mia fronte. “Tu non hai il dono di fermarli”, mi disse il contadino traducendo le sue parole, “però posso darti quello di riconoscere chi ce l’ha. Ricorda, ne basta uno e il mondo potrà essere salvo”.
Mi fece bere un intruglio che mi diede una notte di febbre e deliri, poi, il mattino dopo, mi disse di andare.
Da allora sono dieci anni che vago per il mondo, alla ricerca di qualcuno che non so, di un segno che non conosco, di una speranza. Il pianeta è ormai devastato, violentato e brulicante ovunque di quei mostri. Molti hanno abbandonato la speranza di una salvezza, vivono semplicemente nel loro chiuso egoismo, pensando che quanto sta accadendo non li riguardi, finché non li tocca; ma io vedo che è lì la radice del male: nell’egoismo, nell’indifferenza; in loro si annida una nuova bestia e ho visto molti, tra questi, trasformarsi a loro volta in mostri. È una specie di morbo che si annida in tutti noi, e attende il momento giusto, un istante di debolezza, per invadere tutto l’organismo.
Ma io lo so, lo sento, devo sentirlo, che c’è qualcuno che può fermarli, che c’è una speranza. So che ci sono altri come me, che stanno cercando; e so che non devo arrendermi alla disperazione e alla sfiducia, perché sarebbe la fine di certo per me, e forse per il mondo intero. Non posso, non riesco, non so fare a meno di pensarlo. Ne basta uno solo che possa resistere loro, e il mondo, forse, potrà essere salvo. Credo che se fossimo in tanti a pensarlo, già in questo il mondo troverebbe la sua salvezza.

 


Bio – Davide Sanna:

Nato a Sassari e ci ho sempre vissuto. Ho studiato Leggi e faccio il funzionario nella pubblica amministrazione. Sono sempre stato un lettore abbastanza accanito di narrativa e saggistica, e ho sempre scribacchiato e preso appunti, ma solo da qualche anno ho cominciato a finalizzare gli scritti in narrazioni compiute. Da un anno ho cominciato a mandare qualche racconto per la partecipazione a concorsi letterari: sono arrivato 6° nell’ultimo concorso Giallobirra, sono tra i quattro vincitori del concorso Senagalactica 2019 e sono tra gli otto finalisti del concorso Storie di sport 2019 (sia per Senagalactica che per Storie di sport la posizione finale in classifica non è ancora conosciuta).


Altri Racconti in Gara


 

 
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento