Trappola per Topi – Jacopo Pagliari

Mai fidarsi del silenzio. Mi sono sempre trovato piccole abitudini per rifuggirlo, soprattutto quando mi trovavo solo. Per addormentarmi mettevo della musica su di un giradischi, così il grattare della puntina sul vinile avrebbe rubato il posto a sedere di un silenzio qualsiasi; del quale in verità ero terrorizzato. Non era la letteratura che preferivo ad influenzarmi – quello era solo gusto personale – così mi esercitai sin da piccolo a riconoscere la suggestione dalla percezione vera e propria. Quando a volte sentivo arrivare un brivido e sul braccio mi si rizzavano i peli, interrompevo qualsiasi cosa stessi facendo per comprendere se quel disagio fosse figlio delle mie letture o se vi fosse concretamente la possibilità di trovarsi in pericolo. Ero certo: si nascondeva qualcosa di pericoloso in quel silenzio muto ed immobile. Qualcosa di invisibile che cercava costantemente di farsi strada nei pensieri. Compresi dopo molto tempo la natura di quel leggero disturbo alle orecchie che si percepisce in una casa vuota. Non era lo scorrere del sangue e nemmeno il battere del cuore: era qualcosa di estraneo, mascherato da quel ronzio particolare. Arrivata la sera mi sdraiai molto prima del solito, in preda ad una digestione poco gentile e agli effetti del troppo vino di cui ero e sono dipendente da tempo. In un primo momento credetti di avere le allucinazioni, non poteva essere reale quel che mi si figurava al bordo degli occhi. Decisi stupidamente di non fare troppo caso ai miei sensi, distorti da un sangue avvelenato e distribuito per la sua interezza verso lo stomaco. Era quasi sicuramente una brutta illusione da metanolo. Mi alzai come se nulla fosse, cominciando a parlare a voce alta, non tanto per confortarmi, quanto per fare rumore, per mettere in allarme quella strana illusione, nel caso fosse reale. Feci come quando ci si avvicina all’erba alta, per evitare di far finire un piede sopra ad un qualche serpente o ad un ragno in attesa della sua preda. Cominciai a battere le mani, come a dovermi riscaldare i palmi. Fingevo contegno con me stesso, cosa stupida ed egotica, mentre mi dirigevo in cucina per annacquare quel che avevo nello stomaco con un bicchiere di grosse dimensioni. Il ronzio era sparito. Probabilmente ero riuscito a mettere in fuga, quantomeno ad allertare, quel che mi stavo convincendo di non aver visto. Misi la solita musica nel giradischi che gracchiò serena in qualche squillo di tromba. Una musica senza titolo da quei vinili talmente vecchi da non avere alcuna etichetta, disinteressati e consumati. Ero tornato sul ponte di comando: il cuore riprendeva a battere normalmente – solo ora mi accorgevo della sua corsa – e gli occhi tornavano a muoversi senza cercare di intravedere febbrilmente qualcosa. Mi sentii nuovamente al sicuro, certo che niente mi sarebbe più potuto accadere. Avevo questa convinzione: qualsiasi rumore mi avrebbe protetto da ciò che viveva in quel silenzio. Dopo qualche minuto ancora guardingo, decisi di poter tornare a letto, cullato dalla musica e dalla sensazione di calore e sicurezza che questa mi dava. I sogni furono tranquilli, nulla di inquieto cercò di rovinarmi il riposo concedendomi un risveglio inaspettatamente privo di postumi. Questo era poche settimane fa, quando ancora dormivo, quando ancora mangiavo, quando ancora al vino accompagnavo del cibo. I giorni successivi furono sereni, ogni qual volta mi accorgevo di essere in silenzio, lo infrangevo, senza troppa frenesia, come consuetudine. Un pomeriggio però, quando ancora la luce filtrava dalle finestre avvolte in delle spesse tende, mentre mi dedicavo allo studio meticoloso che mi concedevo tutti i pomeriggi, mi resi conto che il giradischi si era ammutolito. Il vinile non si muoveva più sotto la puntina affilata, nessun meccanismo stava agendo, nessuna corrente lo stava muovendo. Da quanto tempo? Era davvero saltata la luce? Ero così immerso nei miei studi da non accorgermi dello spegnersi della musica e non avevo notato il diminuire della luminosità nella stanza. Mi alzai, per costringermi a controllare se l’elettricità non fosse saltata. Con uno scatto naturale una lampada da lettura vicino alla mia scrivania illuminò gli appunti sparsi sul suo ripiano. La corrente c’era eccome. Mi mossi velocemente verso il giradischi in cucina. Con paura mi resi conto che il cavo di corrente era stato tagliato. Controllai meglio il capo coi fili che spuntavano dalla guaina nera. Il taglio non era netto. Volli essere razionale. La logica avrebbe avuto una risposta per tutto. Magari era un semplice prurito alle gengive di un piccolo roditore, intrufolatosi chissà come in casa. Vinsi la mia riluttanza e mi recai all’emporio sotto casa. Il venditore, vedendomi richiedere grosse quantità di veleno e molte trappole, si incuriosì.
«Problemi con qualche ratto?» Si limitò a commentare, mettendo tutto in un sacchetto di carta marrone. L’uomo era tranquillo come ogni giorno della settimana e sembrò non notare la mia inquietudine. Per continuare a mascherarla decisi di parlargli del cavo di corrente. Gli spiegai che non aveva un taglio netto ma che era stato tranciato da un lavoro frenetico e impulsivo.
«Tipico di quelle bestie» – mi disse, senza guardarmi – «Però non ho sentito di infestazioni in questo palazzo, almeno per ora.» Non gli feci troppo caso, anche se le sue parole erano di rimprovero. Ovviamente non voleva che quel topo mettesse su famiglia e desse vita ad una vera infestazione. Dopotutto anche lui aveva i suoi diritti di condomino. Sorrisi, rassicurandolo che con quel che avevo comprato avrei estinto sul nascere il focolaio ti topi mangia-cavi-elettrici. La breve conversazione finì in qualche convenevole e dopo poco fui di nuovo sulle scale, poi sul mio pianerottolo e dopo aver fatto scattare la serratura, in casa. Controllai i vari cavi che partivano dalle prese di corrente e finivano nelle lampade che avevo disseminato per l’appartamento. Nessuna di loro presentava alcun segno di agenti esterni. Controllai il resto delle stanze, per vedere se in qualche luogo il topo avesse lasciato escrementi. Non trovai nessuna prova evidente del suo passaggio. Probabilmente era un caso isolato ma decisi di andare fino in fondo. Cosparsi il veleno sui cavi di corrente e vicino a quelli, disseminai le varie trappole che avevo acquistato. Sottrassi dal frigo quel che rimaneva di un vecchio formaggio, aperto per curiosità e poi lasciato in fondo, nel dimenticatoio. Tolsi la muffa, credendo che un topo avrebbe trovato l’esca più succulenta senza quelle piccole macchie ed io non avrei mai voluto che questi potessero trarre beneficio dalla penicillina, curandosi dei mali che affliggono solo i roditori. Misi le esche sugli appositi inviti, caricai la molla delle trappole e dopo poco fui a riparare il cavo tranciato. Quando riattaccai il filo alla presa di corrente il giradischi riprese a suonare, con mia grande soddisfazione. Feci cadere a neve altro veleno su quel cavo, più di quanto ne avessi messo su altri, e sistemai due trappole. Ero molto soddisfatto del mio comportamento, sia per la lucidità con cui avevo deciso di proseguire nella mia lotta contro il silenzio, sia per la meticolosa preparazione delle esche. Credevo di potermi mettere alle spalle quei pensieri di un male sovrasensibile che si nascondeva nel silenzio, che erano stati dei topi per tutto il tempo, i quali avevano eletto come terreno di caccia proprio il mio appartamento, scivolando da qualche crepa a me sconosciuta che gli permetteva di andare e venire dagli interstizi fra i muri. Mangiai di gusto col pensiero di lasciarmi andare a questa nuova versione di me, meno spaventata e più risoluta, in grado di poter fronteggiare i problemi della vita che avevo sempre mascherato con qualcosa di superiore e invincibile. Mi regalai perfino di potermi addormentare sulla poltrona da lettura nel salotto, cosa che rifuggivo continuamente in quanto mi ero imposto che quel luogo fosse solo di studio e mai di pigro riposo. Mi addormentai con quella frenesia che si ha quando si decide di lavorare su sé stessi, sentendomi vicino ad un cambiamento personale che avrebbe influito sulla mia esistenza. Venni svegliato da un trambusto proveniente dalla cucina. Emisi un verso di soddisfazione quando collegai quel rumore alle trappole disseminate per la casa. Come un bambino a Natale mi dirigevo verso la fonte del suono ma, quando spostai il mobile per vedere la mia preda, fui assalito da brividi, paura, sudori freddi e le mie gambe cedettero, facendomi cadere all’indietro. Diedi un forte colpo sul pavimento di marmo con la nuca, ma non perdetti i sensi: ciò che stavo vedendo mi costringeva alla veglia. Intrappolato non c’era un mammifero peloso e quasi simpatico nella sua goffaggine. Si muoveva e contorceva qualcosa di glabro, dalla pelle scura e lucida, del quale non riuscivo a capire dove fosse la testa e dove fosse il resto del corpo. Dei piccoli tentacoli rosso scarlatto uscivano dalla carne viva sul ventre, si muovevano impazziti cercando un modo di liberarsi dalla presa di quella stupida trappola. Sembrava mostrare una forza considerevole viste le sue minute dimensioni, che effettivamente erano quelle di un topo. Corsi nello studio, cercando qualcosa di appuntito che potesse uccidere quella cosa. Dopo aver deciso che un fermacarte molto affilato sarebbe stato sufficiente ero nuovamente di fronte alla creatura, lasciai cadere più volte la lama su quel viscido e schifoso corpo senza ottenere il risultato sperato. La pelle che pareva sottile e fragile era dura come roccia. La bestia si contorse infastidita dal mio attacco. Mi guardò, non sapevo dove fossero gli occhi, ma avevo la chiara sensazione che quella cosa mi stesse guardando. Mi ricordai di una vecchia voliera dalle modeste dimensioni, con le sbarre salde, lanciata con disinteresse nel ripostiglio. In pochi secondi la presi e con un movimento repentino – di cui mi stupii – quell’abominio era mio prigioniero. Ebbi giusto il tempo di chiudere la piccola porticina in ferro e far scattare la serratura che il prigioniero riuscì a liberarsi della trappola per topi. Sbatteva in tutte le direzioni, cercando di piegare il metallo delle sbarre, senza riuscirci. Non potevo credere a quel che stavo vedendo, un mostro degli incubi, di fronte ai miei occhi, vivo e pulsante. Potevano essercene altri? Decisi di lasciare la voliera al suo destino per qualche istante, sistemare nuovamente le trappole sotto al mobile per come le avevo messe e riattaccai la musica. La bestia di colpo si fermò e cercando senza fortuna un luogo in cui nascondersi, mestamente si arrotolò su sé stessa, coi tentacoli color rubino lasciati ad annusare l’aria. Finita la caccia cercai di rifiatare. Mi sedetti di fronte alla gabbia. Potevano essere allucinazioni dovute al metanolo, potevo aver perso il lume della ragione, poteva essere il colpo alla nuca ma tutto mi pareva così vivido e reale. Decisi una volta per tutte che il mio prigioniero era vero: lui il fautore di quel ronzio nel silenzio, lui al bordo dei miei occhi, lui e il cavo del giradischi. Aveva tentato un gesto disperato, per continuare a fare quel che faceva, senza più essere disturbato da quelle note che a quanto pare lo ferivano all’udito, se mai ne avesse avuto uno. La summa di tutti quegli anni di terrore era di fronte a me, che si riparava rannicchiata, dentro una vecchia voliera. Non si poteva che provare conati di vomito incontrollabili se lo si osservava per qualche istante più del dovuto e spesso, l’istinto faceva distogliere lo sguardo dopo una sola occhiata fugace. Quella pelle nera e sottile, pareva impenetrabile. Col passare delle ore la vista di quella bestia orrenda mi si fece più familiare e riuscivo a controllarlo senza più nemmeno un conato. Non potevo permettermi di lasciarlo senza sorveglianza, come non potevo portare fuori quella voliera col rischio che qualche curioso – credendo l’ospite un pappagallo – potesse sollevare la copertura della gabbia vedendo l’immonda creatura. Cosa avrebbero detto i vicini? Avrebbero certamente convocato un’assemblea straordinaria, in cui il custode e la proprietaria degli altri appartamenti avrebbero fatto fronte comune per ottenere lo sfratto esecutivo, l’esproprio del mio bene, tutto per il quieto vivere della nostra piccola società. Non volevo permetterlo. Me ne sarei liberato quella notte. Avrei trovato il modo di portarlo lontano, talmente lontano che gli sarebbe stato impossibile trovare la strada di casa; mi sarei mosso talmente veloce che non gli sarebbe stato possibile seguirmi con quei minuscoli tentacoli sul ventre. Mi attaccai alla prima bottiglia che mi riuscì di vedere, il vino scendeva veloce per la gola e quasi aveva modo di rinfrancarmi. Aspettai le ore notturne, risoluto a liberarmi di quell’incubo. Con mio grande orrore, quella cosa, appena fu calato il sole, riprese a lamentarsi, a contorcersi e cercare una via di uscita. Aveva inoltre aumentato la sua misura, per non so bene quale motivo aveva raddoppiato la sua stazza. I tentacoli erano rimasti quasi della stessa fattezza ma il resto del corpo era diventato gigantesco rispetto a quando lo avevo catturato. La pelle pareva quasi sull’orlo di strapparsi, tesa e quasi trasparente al punto che potevo vedere i suoi organi muoversi febbrilmente al suo interno. Riaccesi il giradischi, sperando che si calmasse, ma ottenni l’effetto contrario: quella cosa continuava a sbattere sul metallo della voliera, producendo un chiasso in grado di coprire la musica. Nel cuore della notte bussarono alla porta. Attesi in silenzio qualche istante, poi aprii, senza far vedere troppo del mio appartamento, lasciando uno spiraglio sufficiente a far uscire la mia testa. Era l’inquilino del piano di sopra. Si lamentava del rumore che proveniva dal mio appartamento. Mi minacciò di chiamare le autorità, “perché la gente domani lavora e deve riposarsi, ha capito?”. Certo che avevo capito. Riuscii ad imbonirlo raccontandogli una bugia inventata su due piedi. Avevo adottato un cane dal canile e la bestia era irrequieta, ma mi avevano assicurato dalla struttura che si sarebbe trattato solo delle prime notti; il tempo necessario per ambientarsi. «E per quel che riguarda la musica?» Lo guardai un istante, mi aveva preso in contropiede ma cercai di atteggiarmi come se la risposta fosse la cosa più logica del mondo. «La musica tranquillizza i randagi, non lo sapeva?» Dopo quel breve dialogo l’inquilino si rasserenò, mi disse che data la natura nobile del mio gesto per i primi tempi avrebbe tollerato qualche disordine, dato che avevo salvato una bestia da morte certa. Sicuramente non sarebbe stato dello stesso avviso se avesse visto il contenuto della voliera. Simpaticamente salutò, aggiungendo che se mai avessi dovuto assentarmi, avrebbe volentieri portato fuori il cane e gli avrebbe dato da mangiare degli ossi belli grossi. Arrivò la luce del sole. Mi ero concentrato sul finire quanto più vino mi riuscisse di bere dalle bottiglie che avevo in casa. Sfinito, mi addormentai mentre quella cosa pareva essersi calmata quasi del tutto ed aveva riottenuto la sua stazza originaria. Ebbro non riuscii a comprendere se la sua crescita inspiegabile fosse figlia del vino o della realtà. Chiusi gli occhi convincendomi che anche quella bestia immonda stesse dormendo e che avrei potuto farlo anche io per qualche ora. Appena raggiunsi il sonno vidi un essere gigantesco di fronte a me, dai tratti umanoidi, con la pelle nera e sottile, tesa e quasi trasparente. Degli agglomerati ossei sul cranio, le fauci profonde e le braccia ricoperte di piccoli tentacoli color rubino. Mi risvegliai di soprassalto, dopo aver dormito solo qualche decina di minuti. Non potevo addormentarmi e così feci tutto il possibile per non chiudere mai gli occhi. Quella cosa si era impossessata dei miei sogni. Era lì, mia prigioniera durante la veglia ed io suo prigioniero nel mondo onirico. Mi aspettava dall’altra parte ed io non volevo assolutamente permetterle di avere la meglio. Appena spegnevo il giradischi per cambiare canzone, il silenzio pareva galvanizzarlo, dandogli più forza per cercare una fuga, sbattendo rumorosamente sul ferro delle sbarre. I giorni successivi furono peggio che l’inferno in terra: tutto il palazzo venne in processione a lamentarsi del mio nuovo cane – che evidentemente dovevo riportare al canile – a lamentarsi del fatto che non mi stessi presentando a lavoro – e di conseguenza avrei dovuto liberarmi del mio animale da compagnia così laborioso – fino a quando non decisi di ignorarli, non presentandomi più alla porta. La mancanza di sonno mi stava offuscando i sensi. In poco tempo fui colto da isteria, altalenando continuamente stati umorali in piena contrapposizione fra loro. Mi sentivo la pelle del viso sciogliersi in gocce grosse come urla di pianto, raccolte in una bacinella tenuta fra le gambe incrociate. Mi canzonavo quando mi accorgevo che il mio volto fosse sempre al suo posto e che la bacinella fosse piena della mia bava. Poi ancora il pensiero mi abbandonava e vedevo fiamme, fiamme immense che incendiavano alberi mentre con un cerino da stufa accendevo le mie sigarette. Parlavo da solo, convinto che la creatura mi stesse ascoltando. Mi convinsi di sentire anche le sue sconclusionate risposte. Aveva smesso di lottare, secondo la mia confusa logica; ora stava cercando di venire a patti, parlando con me. Non gli diedi troppa confidenza nei miei deliri, poteva essere una mossa strategica della scaltra creatura o addirittura un mio delirio personale. Continuavo a parlarle e più continuavo, più mi accorgevo di quanto mi fossi ingannato. L’essere non mi rispondeva, si limitava ad allungare pigramente i suoi tentacoli verso di me, esausta. Di stizza le spensi una sigaretta su una parte del corpo appoggiata alle sbarre. Un sibilo terribile seguì la bruciatura. Fu grandissima la meraviglia nello scoprire che quello strano essere, che in qualche maniera mi voleva morto, fosse sensibile al fuoco. La stanza era stata immediatamente pervasa da un odore acre e fastidioso, nonostante la bruciatura fosse superficiale. Sollevato come un condannato a morte sul lettino dell’iniezione letale, usufruii delle ultime briciole di sanità mentale. Cosa poteva creare un calore tale da poterla uccidere? L’ultimo granello di sale in mente fece cadere il mio sguardo sul forno della stufa economica a pochi passi da me. Mi alzai e mi diressi allo sportello, aprendolo e chiudendolo più volte. Aprendolo e controllando la dimensione della voliera, chiudendo per riflettere senza motivo. Quel contenitore era della misura giusta, ormai lo sapevo. Ritardavo il momento solo per il timore che qualcosa all’ultimo momento potesse rovinare la mia ultima intuizione da uomo sano di mente. Annusavo l’aria come per capire quale fosse il momento, poi senza preavviso presi la voliera e con un solo movimento la cacciai dentro al forno della stufa economica. Premetti con tutte le mie forze, noncurante delle ustioni che mi stavo procurando. Cantavo una vecchia canzone dell’anteguerra, prima che l’America cadesse nella miseria in cui eravamo finiti. L’essere cominciò immediatamente a contorcersi, a spingere in tutte le direzioni cercando di salvarsi in una qualche maniera. Si gonfiò fino a dismisura per poi rimpicciolirsi di molte taglie. Ora cercava di infilarsi nei miei pensieri, instillandomi la pietà, ora cercava di impormi la sua libertà, in quello stato che vivevo fra la veglia e la pazzia. Riuscii a prendere uno spesso strofinaccio, appoggiato sullo schienale di una sedia, per contrastare il calore e non ustionarmi più di quanto non avessi già fatto. Quello strofinaccio mi diede il tempo necessario per combattere l’essere fino a che questi non vide la Signora Morte, sia lodata la sua presenza in quel momento. Dopo qualche ora di combattimento la casa era avvolta da un odore nauseabondo, acre, come di cimice cotta da una lampada. Il mostro aveva ceduto il passo. Non si muoveva e fumava di calore da ogni parte. I suoi umori erano fuoriusciti schizzando su tutto il forno ed il corpo ormai senza vita era grinzoso e di un colore stranamente marrone. Non me ne preoccupai. Di colpo mi sentii libero. Non ero preoccupato che il vicinato potesse insorgere per quell’odore orrendo che saliva dal mio appartamento ammorbando le abitazioni ai piani superiori. Non mi toccò nemmeno il piccolo capanno di inquilini che si era creato di fronte alla mia porta che vidi quando l’aprii. Presi tutto il denaro che avevo e lo misi nella tasca destra della vestaglia da casa ammorbata dal puzzo della bestia morta. Mi diressi verso la stazione che distava pochi minuti a piedi. Non mi ero mai sentito più felice. Nessuno ebbe il coraggio di seguirmi, forse spaventati dagli occhi sgranati ed estatici che imploravano di essere lasciati da soli. Pagai un biglietto, uno in grado di portarmi il più lontano possibile. Nulla poteva più toccarmi. Non il controllore che protestò per l’indecenza del mio vestire, non i miei compagni di viaggio. Mi preoccupai solamente di una cosa: che il denaro rimastomi nella tasca, fosse sufficiente a comprarmi un grammofono ed un disco scadente.

 


Bio – Jacopo Pagliari:

Jacopo Pagliari, classe 1985 si diploma nel 2010 all’Accademia di Arte Drammatica del Teatro stabile del Veneto. Da allora lavora in diversi teatri d’Italia e si insedia nella zona milanese, lavorando con i principali teatri della città fra cui il “Teatro Franco Parenti.” Lavora oltre che come attore, come drammaturgo ed arriva finalista ai premi per la nuova drammaturgia “Hystrio” e “Platea” È inoltre semi finalista al concorso internazionale per la drammaturgia indetto da Riccione Teatro.
Nel 2016 Pubblica con la piattaforma di self publishing di Amazon “Il Male non ha eroi”, scritto a quattro mani con Anotnj Donegà
Nel 2018 Pubblica sempre con la piattaforma di Amazon “Il Male non ha Eroi – Incubi ricorrenti” aprendo così una saga che avrà conclusione nel 2020.


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