Olio Santo – Giampiero Della Nina

Dal 17 al 21 giugno, giorno in cui si concluse il trentaduesimo Giro d’Italia, Secchiello, Mosè ed i giovani Massarellino ed il Cignalino, dovettero dormire chiusi, con tanto di chiavaccio, dalle otto di sera, nell’angusta stalla insieme all’asino di Boccino. In aggiunta dovevano pagare a Chiodo, il Doge, il Duca e Bombolo, ogni volta, un fiasco di vino, acquistato a Serafina, che essi tracannavano, all’aria aperta, in prossimità della stalla affinché quelli di dentro sentissero bene il loro gozzovigliare.
Era la conseguenza di una scommessa, avvenuta prima che il Giro d’Italia iniziasse, fra i tifosi di Coppi e di Bartali: avrebbero dovuto dormire nella stalla in compagnia dell’asino di Boccino e pagare un fiasco di vino per ogni giorno che il corridore scelto dalla parte avversa, avesse indossato la maglia rosa. E siccome Fausto Coppi l’aveva conquistata alla diciassettesima tappa (Cuneo-Pinerolo), i bartaliani furono costretti ad onorare la scommessa e a sopportare la satira dei vincitori; in particolare digerivano malvolentieri, quel caloroso “Buona notte” che verso le nove, veniva loro augurato singolarmente da Chiodo, il Doge, il Duca e Bombolo.
Era stata scelta quella stalla, particolarmente puzzolente, perché si diceva che Boccino non avesse mai lavato l’asino ed il fetore nell’angustia di quelle quattro mura, era davvero insopportabile, tanto è vero che la prima notte i quattro perdenti non chiusero occhio. Stettero in piedi non sapendo dove sdraiarsi, con la bocca ed il naso rivolti verso quella piccola unica finestra, posta a due metri da terra.
Il più a soffrirne fu sicuramente il Cignalino, che con il suo metro e cinquanta di altezza, era il più lontano dalla presa d’aria.
Fortunatamente la mattina presto, alle quattro, Boccino aprì la stalla per attaccare l’asino al barroccio e andare a caricare i sassi in fiume. Aspettò però che Mosè e Secchiello, anch’essi barrocciai, facessero altrettanto, ed insieme, in fila indiana, partirono per il Serchio. Secchiello si lamentava con i compagni di non aver potuto bere il solito bicchiere d’acqua con le semi di lino, perché la sera precedente, terrorizzato com’era di dover dormire nella stalla con l’asino di Boccino, aveva dimenticato di metterle a mollo. Si doleva con Mosè che in trent’anni, mai era successa una tal cosa, e si batteva nella testa dicendo che quella cura era miracolosa, faceva bene a tutto, ed era inammissibile scordarsene.
Dapprima Boccino pensò che quel miasma che gli serrava la gola, venisse dalla bestia, che in giorni particolari, emanava anche all’aperto, un odore ripugnante, ma quando si accorse di essere l’ultimo della fila, dietro Mosè e Secchiello, nato Ezechiele, fece presto a spostarsi, sorpassare i due barrocci, e mettersi in testa al gruppo, dove finalmente poté respirare a pieni polmoni l’odore del suo asino, quotidiano e consueto come quello di sua moglie.
Peggio andò la terza notte che non passava mai perché era quella che precedeva la domenica e Boccino non andava al lavoro né a Messa. Così si alzò dal letto che saranno state le undici di mattina e, con calma, aprì la stalla da dove uscirono più morti che vivi, Mosè, Secchiello ed il giovane Cignalino con Massarellino. Erano attesi. Fuori c’era Bombolo, il Doge, Chiodo e il Duca per augurare il “buongiorno”. Volevano anche stringer loro la mano, ma non ce la fecero ad avvicinarsi, tanto era il puzzo, e si accontentarono di salutare da lontano.
In casa, Mosè e Secchiello non furono ricevuti, quasi che le loro mogli, che abitavano a uscio, si fossero messe d’accordo. E forse si erano davvero messe d’accordo, perché tutte e due sprangarono la porta d’ingresso e affacciatesi alla finestra del primo piano dissero ai rispettivi mariti di lavarsi bene sotto la pompa, testa compresa, poi prendere i panni e buttarli sul mucchio del pattume, che lì era il loro posto.
Mosè volle sapere con quali panni sarebbe andato al lavoro all’indomani, perché quella era l’unica muta da tutti i giorni.
-Nudo – rispose la donna senza rifletterci neanche un po’.
Mosè, paziente, approfittò di un catino di coccio rattoppato più e più volte dal magnano che veniva dal Padule, per riempirlo d’acqua e buttarci i panni che si era appena tolti. Se davvero li avesse gettati sul mucchio del pattume, da lì a poco, sua moglie che in fondo era una brava donna, buona e remissiva, sarebbe uscita per recuperarli e lavare lei, quei panni.
Terminate le abluzioni, la moglie lo fece entrare, poco dopo suonato il mezzogiorno, ma dopo averlo fatto avvicinare alla finestra del piano terreno ed averlo annusato ripetutamente. Stessa sorte toccò a Secchiello.

Verso le cinque del pomeriggio, anche su consiglio delle loro mogli, Mosè e Secchiello si incontrarono. Chiamarono in casa il Cignalino e Massarellino e tutti insieme decisero di andare dagli scommettitori vincenti, per chiedere loro una drastica riduzione della pena o anche la commutazione in una diversa e più lunga, perché piuttosto di passare altre notti in compagnia dell’asino di Boccino, avrebbero preferito morire.
La delegazione fu ricevuta da Chiodo, il quale disse che quella era una decisione “grave” e necessariamente doveva essere presa all’unanimità. Così fece chiamare il Duca, Bombolo e il Doge ed insieme si ritirarono in casa per deliberare, mentre i perdenti avrebbero dovuto attendere sull’aia della corte.
Quando Chiodo, riapparve sull’uscio seguito dagli altri, Mosè gli lesse sul volto un’espressione che preludeva a nulla di buono.
La prese alla larga. Disse che le scommesse, fra gentiluomini, andavano sempre onorate, perché se fossero stati loro a perdere, e cioè Chiodo e gli altri, non si sarebbero nemmeno sognati di avanzare una proposta del genere.
A questo punto fu interrotto da Secchiello, il quale disse: “Perché non avete provato a trascorrere la notte con l’asino di Boccino!”
Chiodo, senza scomporsi continuò: “ E questo lo comprendiamo, avendovi ricevuto stamani all’uscita dalla stalla … ma le scommesse sono scommesse … Chissà poi: può darsi che domani, il vostro Bartali riesca a conquistare la maglia rosa ed allora toccherà a noi passare la notte con l’asino …”
-Si: Bartali dovrebbe avere la “Topolino” per riprendersi quei 20 minuti di distacco! – disse il Cignalino, disperato.
-Non so se anche con quella ce la facesse, contro questo Coppi! – rispose seriamente il Duca.
Gli animi si stavano riaccendendo e, a lasciarli fare, ci poteva scappare una nuova scommessa, ma fu il Doge, con prontezza di riflessi a calmare quegli spiriti bollenti.
-Abbiamo pensato – disse accompagnando le parole con un gesto che invitava alla calma – ad una riduzione della pena. Il giro terminerà mercoledì prossimo e sempre nel caso di mantenimento della maglia rosa da parte di Coppi, voi, secondo gli accordi, dovreste dormire nella stalla anche nella notte tra il mercoledì ed il giovedì … Ebbene, quest’ultima notte, ve la condoniamo, ma se per caso, Dio non voglia, fosse Bartali a conquistare la maglia rosa nell’ultima tappa, anche voi sarete tenuti a fare altrettanto e cioè a scontarcela.
La delegazione dei perdenti se ne andò per niente soddisfatta, mentre Chiodo, quasi a conforto, diceva loro: “In fondo, male che vada, vi manca soltanto tre notti”!

Erano passati oltre tre mesi dall’ultima notte trascorsa in compagnia dell’asino di Boccino, ed il Cignalino continuava a star male. Mangiava pochissimo, perché, in ogni cibo ci sentiva quel terribile odore di stalla.
Essendogli morti entrambi i genitori, viveva da solo, nella seconda corte di Pacconi. Lo tenevano d’occhio i vicini, vedendolo così bisognoso di cure e fu proprio Anna, la moglie del Parigino ad accorgersi che il Cignalino, quella mattina non si era alzato, come al solito, per andare al lavoro. Così avvertì Giorgia ed insieme entrarono in casa per capire cosa fosse successo. Lo trovarono in letto, ancora più verde del solito e con gli occhi lucidi per la febbre. Avrebbero voluto chiamare il medico ma il Cignalino lo impedì: era una questione di stomaco, disse, e presto si sarebbe rimesso e sarebbe tornato a mangiare come prima. Avrebbe voluto che fosse così, ma neanche lui lo credeva perché era troppo tempo che tribolava ed ogni giorno era sempre peggiore di quello precedente. Giorgia gli chiese se volesse un po’ di latte, ma lui rifiutò.
-Domani – rispose.
Un’ora dopo, arrivò Niccolo in corte. Anche lui aveva saputo. Giorgia gli chiese di salire in camera per convincerlo a farsi preparare qualcosa da mangiare.
Niccolo ci provò, ma il Cignalino gli disse che finché gli restava quell’odore nel naso, non poteva buttar giù nulla. Niccolo, allora insisté che si facesse visitare da un medico.
-Che può fare un medico, con l’odore che ho in bocca e nel naso! – disse il Cignalino, quasi piangendo – se mi fossi troncato un braccio lo chiamerei, ma posso forse chiedergli di guarirmi dall’odore?
Anche Niccolo la pensava come lui e non seppe aggiungere altro.
-Però – continuò Niccolo – un’altra cosa la potresti fare …
– Non mi dire anche te che sono stregato, ammaliato, maldocchiato, perché io ai sortilegi non ci credo!
-No. Io pensavo ad altro – disse e lesse negli occhi dell’amico come un invito a continuare perché in quel momento l’ammalato era disposto a credere a tutto e forse anche alle streghe.
-Pensavo alle guarigioni quasi miracolose della Volpina che tutti avevano dato per spacciata ed invece si era ripresa, pur vicina agli ottanta, e qualche mese dopo, addirittura, aveva messo il dente del giudizio ….. Pensavo a Clelia …. Anche lei era andata a morte, per quel mal di cuore senza rimedio … ed oggi, invece, sta meglio di me! E perché non pensare al Cherubino, volato dalla finestra …. ed al Melenso che appena tornato dall’America, aveva avuto un infarto, e per tutti era morto, tanto che sua moglie chiamò il prete e non il dottore….
Il Cignalino, sempre con gli occhi lucidi, aspettava disperatamente la conclusione e Niccolo lo accontentò.
-Olio Santo! – disse.
-Olio Santo? -chiese il Cignalino.
-L’olio Santo fa miracoli … Tutte le persone, di cui ti ho parlato, si sono riprese a meraviglia, soltanto dopo la somministrazione dell’Olio Santo: tutte! – ribadì.
-Ma il prete vorrà …
-Vorrà cosa? Vado io stanotte a chiamarlo e gli dico che si precipiti perché tu rischi di morire senza i conforti religiosi. Lui verrà qui, ti troverà nel letto e ti garantisco che se stanotte ti manterrai come ti vedo adesso, ci crederà … eccome se ci crederà!
-Sono messo così male? – chiese preoccupato il Cignalino.
-Peggio – rispose Niccolo, più che convinto, perché il suo amico sembrava davvero un cadavere. – Forse è il caso che tu provi a buttar giù qualcosa per sperare di arrivare a stanotte … in attesa dell’Olio. Giorgia è giù che aspetta… Le dico di prepararti un brodino?
-Va bene – acconsentì il Cignalino – ma tu dopo, torna su, perché io non voglio star qui da solo …
-E per il prete, siamo d’accordo?
-Porterà sfortuna? Scherza con i fanti ma non scherzar con i santi, diceva mia madre!
-Ma quale sfortuna … Se me lo desse, lo prenderei anch’io, tanto per farti compagnia!
Il Cignalino bevve la tazza di brodo che Giorgia gli aveva portato e poi si addormentò, sfinito.
Niccolo, rimasto in camera, tanto per passare il tempo, iniziò a fare una specie d’inventario delle cose che vedeva: il letto del Cignalino, con su stesa, una coperta pesante verde, già in dote dell’esercito americano; una sedia, una brocca con acqua ed una bacinella per lavarsi, appoggiata su un treppiede di ferro tinto di bianco. Di fronte al letto, un armadio, di un metro e mezzo per due, di legno massello annerito dagli anni. Ad un lato dell’armadio, c’era appesa, con cura, ad un gancio, la divisa SACA: sembrava fatta per un bambino di 9-10 anni, di quelli che ancora non pagavano salendo sul pullman. Per il suo lavoro di bigliettaio, il Cignalino avrebbe dovuto chiedere l’età a quei ragazzi, ma lui, aveva pensato di snellire le operazioni di controllo, scrivendo un cartello alla salita del pullman, che diceva: “Chi non arriva al Polo, non paga il biglietto”. Era una frase abbastanza ambigua, tanto è vero che un italo-americano di Montecarlo, salendo, aveva chiesto al Cignalino:
-Anch’io non sono mai arrivato al Polo, significa forse che sono esonerato dal pagamento?
Allora il Cignalino, fu costretto a spiegargli che Polo era il suo nome e non pagavano il biglietto soltanto quei ragazzi che non lo superavano in altezza.
L’italo – americano di Montecarlo fece una grande risata, e si rassegnò a pagare.

Fra la parete e l’armadio, c’era un mobiletto, a metà strada tra un comodino ed un tavolino, dove si trovavano dei fogli, un vecchio giornale, un libro, un calamaio, una penna, alcune buste rosa. Erano quelle della morosa di Cignalino? Ne aprì una: “Amore mio – iniziava – sono giorni che non ci vediamo ed io ti giuro, mi sento morire. Ti vorrei sempre qui con me…”!
Allora era vero: il suo amico era un rubacuori, nonostante ….
Ne aprì una seconda, presso a poco dello stesso tenore. Una terza; anche in questa si lamentava che erano giorni e giorni che non si vedevano.
Stava per mettere sul mucchietto delle altre, la terza lettera aperta, quando si accorse di una busta, anch’essa di colore rosa che spuntava appena sotto uno spartito di musica. L’aprì e lesse: “Mio dolce tesoro…” . Così cominciava e così finiva. La calligrafia era la medesima delle altre lettere. Non ci poteva credere: il Cignalino se le scriveva da solo quelle lettere e quella del “dolce tesoro” l’aveva appena iniziata.
Niccolo rimise tutto quanto in ordine, andò a sedersi accanto al letto del Cignalino e si mise a guardarlo dormire. Gli faceva tanta tenerezza quel suo amico, che doveva ricorrere alla fantasia per supplire alle manchevolezze di una Natura ingrata. Niccolo giurò a sé stesso che non avrebbe rivelato a nessuno quel segreto.

Erano da poco passate le sei del pomeriggio quando il Cignalino, riuscì ad aprire gli occhi. Sebbene avesse dormito tre ore, appariva più spossato di prima.
-Io vado a farmi vedere dai miei e a mangiare qualcosa, poi ritorno – gli disse Niccolo, sperando di riuscire a farsi capire.
Il Cignalino fece un segno di assenso con la testa e poi disse: “Torna!”
-Vuoi che ti porti qualcosa da mangiare?
-No.
-Ti ricordi dell’Olio Santo?
-Si.

Quando Niccolo tornò, erano da poco suonate le otto ed il Cignalino rantolava. Provò a scuoterlo, e soltanto alla terza volta, gli sembrò che l’amico aprisse un occhio. Ebbe davvero paura e si precipitò giù per le strette e ripide scale. In corte si imbatté in Giorgia e le disse: “Corro a chiamare il prete!”
Giorgia si mise le mani tra i capelli e cominciò a strillare, tanto che si aprirono tutti gli usci della corte e ne uscirono Gianni, Anna, il Parigino, Ida, Chiodo, Gigliola, Giaccò, le sorelle di Anna, suo padre e sua madre e perfino Savina ed il Sagrestano, che, per far prima, arrivarono in corte attraversando la casa di Ida.
In camera salirono soltanto Giorgia e Gigliola, perché Giaccò si era messo per traverso all’uscio impedendo agli altri di entrare: non era il caso di affollare la camera di una persona che stava male.
Il proposto arrivò un quarto d’ora più tardi, accompagnato da Niccolo. Salutò con un cenno del capo i presenti e salì in camera. Poco dopo scesero Giorgia e Gigliola perché il proposto quando impartiva l’estrema unzione voleva star da solo con il moribondo. Si affacciò però alla piccola finestra della camera che dava sulla corte e chiese a Savina, l’unica donna che frequentava assiduamente i Sacramenti di recitare le litanie della Madonna. Così Savina, con quel po’ di latino conosciuto alla sua maniera, iniziò, mentre gli altri ripetevano: ora pro nobis.

Santa Maria, ora pro nobis;
Santa Mater Dei, ora pro nobis;
…..
Regina pacis;
Mater ammirabilis;
Mater boni consigli;
……
proseguendo così fino in fondo.
Niccolo, non visto, entrò in casa dell’amico a cui aveva promesso che non lo avrebbe lasciato solo. Si fermò però sulla soglia di camera mentre il prete ungeva d’olio la fronte e poi le mani del moribondo, e poi i piedi, biascicando una preghiera in latino con tante “esse” in finale, per cui Niccolo non capì neanche una parola.
Poi il prete si inginocchiò a fianco del letto con le mani congiunte e lì stette alcuni minuti, come se aspettasse che il Cignalino si riavesse. Poi si rialzò, si fermò in fondo al letto e da lì impartì la solenne benedizione.
Niccolo scese di nuovo in corte prima che il prete si accorgesse di lui.
Giaccò che confidava in una risposta rasserenante del proposto, esperto più del dottore, in fatto di moribondi, per averne visti tanti, gli chiese con somma deferenza come vedeva il Cignalino. Se la sarebbe cavata?
Per tutta risposta il prete allargò le braccia e volgendo gli occhi verso il cielo, disse: “Dio dà e Dio toglie”!. Con quel gesto, quelle parole disse tutto e non disse nulla, ma tutti capirono che il Cignalino ce ne aveva ancora per poco.
Così Giorgia chiese a Niccolo se avesse fatto lui la nottata, perché nessuno, ma il Cignalino in particolare, non poteva andarsene senza il conforto di un amico. Niccolo confermò la sua presenza e Giorgia gli disse che gli avrebbe preparato una tazza di caffè Frank. Al che, lui salì di nuovo in camera.
Si mise ad osservare il Cignalino, quando questi aprì un occhio e disse: “Come sono andato?”
-Perché fingevi?
-No: ho soltanto esagerato un poco, anche per non mettervi in imbarazzo …
-Lo prenderesti un po’ di caffè? Giorgia me lo porterà a momenti …
-Domattina! Non vorrei che giù pensassero ad un effetto troppo pronto dell’Estrema Unzione. Adesso sto molto meglio.

 


Bio – Giampiero Della Nina:

Giornalista pubblicista, ha collaborato con “Il Tirreno” di Livorno e con “la Repubblica”, curando una rubrica di carattere fiscale e con “La Nazione” di Firenze con articoli sul dialetto e sulle tradizioni locali. Ha scritto diversi libri di storia lucchese, di tradizioni e di linguistica, un romanzo dal titolo “GENTE DI CORTE”, uscito nell’aprile 2018 e vari testi di commedia in italiano ed in vernacolo lucchese. Esordì, giovanissimo, con racconti sulla Rivista “Prove” di Mario Pannunzio.


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