Miracolo! – Cinzia Anedda

Ero certa al novantanove per cento che fosse un sogno.
Eppure, provavo una strana sensazione, difficile da spiegare: riflettevo come se fossi sveglia e allo stesso tempo ero consapevole di dormire e sognare, contemporaneamente protagonista e spettatrice di ciò che stava accadendo nella dimensione onirica.
Tutto era iniziato con una voce che aveva infranto il silenzio della notte.
Mio figlio Filippo mi stava chiamando per andare in bagno.
La parte sveglia di me pensò che non era possibile.
Filippo era un tredicenne gravemente disabile, non parlava e non era in grado di muoversi in autonomia.
Non era nato così. Era molto più piccolo.
La battuta, presa in prestito dalla mia amica Cristina, rispondeva alle domande curiose di chi non nutriva alcun interesse per mio figlio o, peggio, di chi indagava se avessi avuto qualche responsabilità riguardo ai suoi problemi di salute.
Filippo era arrivato come un regalo inaspettato. Ero al settimo cielo quando il test di gravidanza rivelò che sarei diventata mamma.
Carlo, invece, il mio compagno, si era fermato ai primi livelli del paradiso dantesco. Un figlio non era nei suoi programmi, certamente non nel breve periodo. In seguito, però, saputo che avrebbe avuto un erede maschio, aveva cominciato a prefigurare per lui una brillante carriera da avvocato o, quanto meno, un futuro come campione sportivo. Calciatore, ovviamente. Insomma, se ne era fatto una ragione.
Qualche mese dopo la nascita, Filippo cominciò a manifestare alcuni problemi di ritardo nello sviluppo cognitivo e alla vigilia del suo primo compleanno ebbe in dono la diagnosi di una sindrome neurologica degenerativa con un nome spaventoso. Dono? Un pacco, piuttosto! Senza scontrino, però, non potevo restituirlo e il regalo era talmente brutto che non sapevo proprio a chi riciclarlo.
Così mi rassegnai a soffrire e a lottare con mio figlio. Da sola. Sì, perché suo padre, già poco presente a causa del suo lavoro, resosi conto che Filippo non avrebbe mai concorso per il pallone d’oro, pensò bene di lasciarci. Aveva scelto la parte che recita “in salute e nella gioia”.
Come dargli torto? Chi mai sceglierebbe “nella malattia e nel dolore”?
E poi, in fin dei conti, Carlo non aveva mai promesso nulla: mica eravamo sposati!
Nei mesi successivi, in realtà, non rimasi da sola: tanti amici si fecero in quattro per aiutarmi, ma l’entusiasmo non durò a lungo. Con l’andar del tempo si ridussero a un quarto e, dopo un anno, solo alcuni sopportavano ancora la fatica di rendersi utili. Condividevano con me l’uno per cento di quella beata speranza che ci faceva intravvedere la possibilità di un miracolo per il quale valeva la pena lottare e pregare. Erano i miei eroi, ma purtroppo non bastavano.
Fui costretta a chiedere un aiuto più strutturato per evitare di perdere il lavoro e il sonno: Filippo aveva bisogno di farmaci, terapie riabilitative e sorveglianza giorno e notte.
Nonostante le cure, all’età di tre anni, una crisi respiratoria riuscì quasi a portarmelo via.
Livia, una persona che consideravo un’amica sincera, mi disse in quell’occasione che sarebbe stato meglio che morisse piuttosto che continuasse a vivere come un vegetale. Tuttavia, Filippo, dato che era un bambino e non un cespo di lattuga, sopravvisse. Merito del fu signor Ippocrate o di qualcuno dei suoi seguaci in servizio al Pronto Soccorso.
Uno smacco per Livia che mi attribuiva la colpa di quello che, a suo parere, era accanimento terapeutico.
La mia ex amica aveva semplicemente fornito le ragioni per non farsi più vedere né sentire. Un bel CANC dalla rubrica del telefono non glielo levò nessuno. Fine dei rapporti. Senza rimpianti. Mi ero ripromessa di custodire solo le cose belle, relazioni e accadimenti che mi davano gioia e forza per andare avanti. Per questo motivo, di quelle ore tremende ricordavo unicamente di aver abbracciato il medico che aveva salvato la vita a mio figlio.
Ora, dopo dieci anni da quella resurrezione, anch’io mi consideravo una sopravvissuta: ero ancora viva nonostante le preoccupazioni e non ero depressa. Per forza! Ero troppo impegnata a barcamenarmi tra il lavoro e gli impegni di accudimento e non avevo molto tempo per rimuginare sulla mia situazione. E poi, perché deprimersi? Mi ritrovavo con un ragazzino inerte, bisognoso di assistenza continua, e con un cospicuo assegno di mantenimento al posto di un marito. Avrebbe potuto andarmi anche peggio, no? Un compagno assente e senza soldi, ad esempio.
Nel sogno mi alzai. O meglio, vidi me stessa alzarsi e andare da Filippo. Era sveglio. Staccai il sondino dalla flebo che lo nutriva durante la notte e abbassai la sponda del letto ortopedico. Egli si alzò in piedi e andò in bagno come se niente fosse. Le mie gambe, invece, vacillarono e fui costretta a sedermi.
È reale o sto sognando?
Un sogno nel sogno? Non capivo più nulla. Stavo dormendo ed ero turbata. Avrei voluto svegliarmi, ma qualcosa mi tratteneva in una dimensione parallela in cui si stava avverando il mio desiderio più grande, quello per cui non avevo mai smesso di pregare: la guarigione di Filippo.
Nel frattempo, mio figlio era rientrato in camera, visibilmente contrariato.
«Mi spieghi perché ho un pannolino da neonati al posto degli slip?»
«È una lunga storia» gli risposi.
Mi fissò come a dirmi «allora, cosa aspetti a raccontarmela?» e intanto mi faceva un gesto con la mano per invitarmi a cominciare. Modi bruschi da adolescente.
Così, ancora incredula e frastornata per ciò che stava accadendo, raccontai ogni cosa per filo e per segno: i giorni felici della gravidanza, la sua nascita, i primi sospetti, le visite mediche, le consulenze genetiche, la diagnosi che mise un freno alla speranza, le preoccupazioni, l’angoscia, la paura di non farcela, l’abbandono di suo padre, la solitudine, la preghiera, …
Un fiume in piena. Le parole fluivano senza controllo. La presenza di Filippo passò in secondo piano. Nel sogno sentivo la mia voce ripercorrere i tredici anni più drammatici della mia vita, fino a quel momento in cui era successo l’inspiegabile.
«Wow!» Filippo era ancora lì, più incredulo di me.
Non accadde più nulla. La scena rimase immobile: io e mio figlio seduti sul letto, in attesa. Come un’immagine in pausa nel lettore dvd.
Di nuovo quella strana sensazione, a metà strada tra il sonno e la veglia. Percezione insolita, eppure beata. In quel sogno così realistico i miei desideri più profondi erano esauditi. Non volevo svegliarmi, ma non potevo neppure illudermi. I medici erano stati chiari: nessuna possibilità di miglioramento. Punto.
Anch’io mi ero documentata e tutte le fonti davano ragione a loro.
Va bene, d’accordo. Niente illusioni, ma lasciatemi almeno sognare!
Pensavo di nuovo nel sonno? Oppure i rumori e le voci che percepivo in quel momento erano reali?
La scena era ancora lì, nella mia mente, davanti ai miei occhi: io e mio figlio seduti sul letto, nella sua camera. Filippo aveva ripreso a parlare, reclamava la mia attenzione, anche se le sue parole mi giungevano ovattate, lontane, come se provenissero da un’altra stanza.
Ero sicura al novantanove per cento che fosse ancora il mio sogno. Quasi certa. Quasi. E se, invece, …
Spostai di scatto le coperte e corsi da Filippo.

 


Bio – Cinzia Anedda:

Trascorre la giovinezza in Friuli. Terminati gli studi, si trasferisce nell’hinterland milanese dove attualmente vive e lavora. È sposata e ha due figlie.
Fin da ragazza coltiva la passione per i libri e la scrittura, alle telefonate preferisce lettere su carta colorata e oggi lunghe email.
Nel 2006 pubblica, con la casa editrice Effatà, il libro autobiografico “La luce e la letizia. Storia di una bambina diversamente abile e di una mamma ugualmente felice”, che racconta i primi sei anni di vita di sua figlia Maria Letizia.
Nel 2007 inizia a scrivere brevi racconti e nel corso degli anni partecipa a diversi concorsi letterari ottenendo risultati lusinghieri. I suoi testi trovano spazio nelle antologie di Caravaggio Editore, Edizioni SensoInverso e Mondadori, e confluiscono, nel 2015, nella raccolta “BIO Racconti. Storie semplici di amore per la VITA”, edito da Montedit.
Nel 2017, dalla collaborazione con Roberto Pinci, nasce “5a B/E in fuga. Come divertirsi alle scuole superiori senza compromettere il proprio futuro”, pubblicato su StreetLib.
Nel 2018 cura la pubblicazione delle omelie di don Andrea Rabassini, dando vita a una collana di libri “alfabetici” (da “A come Avvento” fino a “S come Santi”), pubblicati su StreetLib, i cui proventi sono devoluti a sostegno dei progetti dell’Associazione Aiuti Terzo Mondo onlus.

Su Amazon sono disponibili:

1. “La luce e la letizia… 10 anni dopo. Storia di una bambina diversamente abile e di una mamma ugualmente felice” (sia in formato ebook che cartaceo)
2. “BIO Racconti. Storie semplici di amore per la VITA” (solo in formato ebook)
3. “5a B/E in fuga. Come divertirsi alle scuole superiori senza compromettere il proprio futuro” (sia in formato ebook che cartaceo)
4. I libri di Andrea Rabassini, (di cui, però, Cinzia Anedda non risulta autrice, ma solo curatrice) in formato ebook e cartaceo


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