La Stanza delle Stelle – Cosimo Clemente

“Ojalá se te acabe la mirada constante, la palabra precisa, la sonrisa perfecta.”
Silvio Rodríguez

Il soffitto chiuso tra le quattro pareti era vuoto, nessun lampadario. Non ci fu alcun segnale di preavviso e lentamente si chiusero gli occhi. Dopodichè, in un tenue buio, le immagini cominciarono a scorrere spontaneamente, nitide e veloci. Pioveva a San Fermín, pioveva ormai da giorni.
Migliaia di gocce impazzite continuavano a cadere dal cielo chiaro del mattino al nero asfalto consumato dai camion a rimorchio. Sylvia non usava l’ombrello e come ogni mattina proseguiva senza indugio, saltellando da un albero all’altro per cercare riparo.
Era diretta al lavoro. Per l’ennesima volta attraversava il passaggio a livello guardando soltanto da un lato, nonostante il pericolo di un treno in arrivo da entrambe le direzioni. Manteneva le orecchie ben tese per evitare di perdere quella specie di scommessa. Contava i passi. Le piaceva credere che concludere con un numero pari sarebbe stato di buon auspicio per qualsiasi cosa avrebbe fatto di lì a poco. I suoi capelli neri erano naturalmente crespi, ma in pubblico apparivano sempre impeccabilmente lisci.
Arrivata a destinazione pigiò il tasto per chiamare l’ascensore e come capitava spesso impegnò i minuti di attesa per riflettere con ironia sulla sua lentezza disarmante. Dopo alcuni secondi si illuminò la luce del quinto piano. Attraversò il corridoio ben arredato in direzione dell’ufficio amministrativo della Core Consulting per unirsi finalmente alla schiera di impiegati che come ogni volta sembrava aspettarla.
Sylvia aveva ventuno anni. Studiava Economia all’Università di San Fermín e contrariamente a tutte le sue coetanee non si preoccupava del futuro, non cercava un marito e amava il rum con la cola.
Percepiva la fortuna del vivere in una piccola cittadina.
Amava osservare i gesti rituali della gente che si riconosceva per strada, i loro reciproci sguardi di sorpresa e gli scambi di sorrisi che sembravano allietare il cammino che divideva una destinazione dall’altra. Ciò raggiungeva l’apoteosi la domenica mattina nella zona del centro commerciale al lato della chiesa di Don José, quando il popolo dei cattolici faceva la spola tra spesa e messa settimanali.
Sentiva che quello era l’anno giusto.
Uscire dall’isola di Mantolena era da sempre il suo più grande desiderio. Passava le giornate a immaginare l’Europa, il vecchio continente fatto di secoli di storia che a scuola aveva soltanto sfiorato sui testi degli autori classici. Sentiva il richiamo della Spagna, l’odiata e amata madrepatria, ma soprattutto, la terra in cui era nato suo padre.
Con un movimento gentile la segretaria del direttore fece per offrirle un the caldo, mentre il temporale ancora rumoreggiava alle finestre e infreddoliva in maniera insolita tutti gli uffici. Sylvia si voltò mostrando un’espressione piacevolmente stupita.
Distese il braccio, avvolse le dita curate della mano destra intorno al bicchiere fumante e ringraziò amabilmente.
Tutti i colleghi la adoravano e non potevano fare a meno di prendersi cura di lei. Chiuso per interminabili riunioni nell’ufficio direzionale, il signor Muñoz aspettava con interesse il giorno in cui si sarebbe laureata per poterle finalmente offrire il posto di responsabilità che lei desiderava e al quale si sarebbe dedicata con zelo tutta la vita. Sylvia aveva le idee chiare: non avrebbe fatto l’amore per la prima volta che con suo marito.
La giornata trascorreva lenta. Da alcune settimane Sylvia si stava occupando di gestire importanti operazioni per conto dell’azienda. Nello specifico aveva avuto il compito di revisionare una serie di documenti riguardanti gli aspetti contabili delle più grandi società di Mantolena. Il suo compito era quello di correggere le frequenti imprecisioni formali e fare infine controfirmare le carte al lontanissimo direttore, solo un paio di uffici più in là dell’open space nel quale lei si trovava.
Sylvia sognava un posto di lavoro prestigioso e di avere a disposizione una simpatica ragazzetta di ventuno anni che di quando in quando le avrebbe portato dei fogli su cui apporre la propria firma. Avrebbe avuto un ufficio personale ed un moderno telefono per chiacchierare con le amiche ogni volta che lo avesse desiderato. Per non parlare dello stipendio, tanto cospicuo da risolverle la maggior parte dei problemi!
All’improvviso dal centralino chiesero di lei e immediatamente la sua mano fece un cenno per passare la chiamata sulla linea diretta. Con leggera ansia afferrò la cornetta per rispondere:
“Habla Sylvia… ”
Dall’altro capo del filo la voce calma e impostata di una donna chiese informazioni per accertarsi dell’identità dell’interlocutore. Sylvia si mise in ascolto cercando di anticipare con acrobazie di immaginazione ciò che di lì a qualche secondo avrebbe saputo. A quel punto la voce calma e impostata di un’impiegata dell’Università le comunicava che aveva vinto una borsa di studio per l’Europa!
Aveva le gambe tremanti dall’emozione. Ripensò immediatamente al momento in cui seguendo il proprio istinto e qualche consiglio dell’amica Melisa aveva deciso di inoltrare per l’ennesima volta la domanda di ammissione:
“…benedetto quel giorno!” pensò.
Inconsapevole delle emozioni che aveva provocato, la voce dell’impiegata al telefono proseguì spiegando nei dettagli i passi burocratici da seguire, tuttavia, nonostante gli sforzi per rimanere in ascolto, la mente di Sylvia stava già facendo le valigie.
Riagganciata la cornetta si abbandonò totalmente a mille pensieri sulle avventure che sperava di vivere nel paese che per sei mesi avrebbe ospitato la sua nuova casa. Certo avrebbe dovuto frequentare i corsi, studiare e prepararsi per gli esami, ma tutto questo non la turbava:’voci di corridoio’ assicuravano che gli esami sostenuti all’estero erano quanto di più facile potesse esistere. Durante il tempo libero avrebbe invece viaggiato, assaggiato cibi mai provati prima e fatto domande alla gente del luogo.
La segretaria richiamò la sua attenzione sfiorandole una spalla:
“Sylvia…che ti succede…?”
“Ops…niente, niente…ho ricevuto una bella ed inaspettata notizia ma ancora non posso parlarne!” rispose lei riconcentrandosi sul da farsi.
Come Sylvia la maggior parte dei suoi amici era iscritta alla facoltà di Economia. I genitori di alcuni di loro erano proprietari di fiorenti società di revisione dei conti, mentre Sylvia poteva contare solo sulle proprie capacità intellettive e su un’innata predisposizione per le pubbliche relazioni.
Immaginava che il signor Muñoz un giorno le avrebbe potuto offrire il posto di responsabilità che desiderava, ma ancora una volta smise di fantasticare e riprese a lavorare.
Qualche ora dopo, alle venti in punto, cominciò a sistemare la piccola scrivania che nei tre giorni a settimana prestabiliti costituiva il suo intimo spazio di lavoro. Si avvolse il foulard intorno al collo e aprì uno spiraglio nella finestra per sentire l’odore dei ciottoli d’asfalto ripuliti dall’acqua: aveva smesso di piovere.
“Ciao a tutti” disse ad alta voce cercando di raggiungere l’intera sala con un unico sforzo.
Strizzò l’occhio alla sua amica segretaria e se ne andò.
Lungo la via del ritorno si immerse nella freschezza del paesaggio. Osservò le luci dei lampioni riflesse nelle piccole gocce di pioggia in bilico sulla punta delle foglie e sugli spigoli dei cartelli stradali.
“Chissà se la mia vita cambierà…” si chiedeva in silenzio muovendo con nervosismo le labbra carnose.
“Che mai potrà accadere in soli sei mesi? Che occasione! Dio solo sa quanto ho desiderato questo momento!”
Decise che l’indomani avrebbe dato la notizia alla madre, suo padre l’avrebbe saputo di conseguenza. La donna si trovava in piedi di fronte al lavandino color avorio. Aveva capelli neri e spessi come la figlia, lo stesso sguardo intenso e profondo.
Allungò il braccio e con un rapido movimento del polso nudo chiuse il rubinetto gocciolante appena lucidato. Si asciugò con cura le mani curate, voltandosi allontanò la sedia dal tavolo della cucina e si sedette ad ascoltare.
Sylvia non fece in tempo a finire la frase che gli occhi della madre cominciarono ad inumidirsi: la donna aveva già compreso che si stava avvicinando il giorno in cui per la prima volta sarebbe stata lontano da una delle sue figlie per lungo tempo. Continuò tuttavia ad ascoltare in silenzio emettendo lunghi sospiri e ricordandosi della propria storia, del momento in cui lei stessa aveva lasciato la propria casa per partire. Certo le motivazioni erano diverse ma il risultato, il senso di privazione di una parte di sé che solo una madre è in grado di provare per un figlio in partenza, lo stesso, identico.
“Quello di Sylvia è solo un viaggio di studio che non potrà che farle del bene!” ripeté mentalmente cercando di autoconvincersi.
Tuttavia la madre conosceva bene il pericoloso senso di libertà che poteva dare vedere il proprio mondo dall’alto di un aereo.
Nonostante le espressioni di turbamento della madre Sylvia proseguì il proprio discorso fino al termine. Era decisa, sicura di ciò che voleva, come sempre e come suo padre le aveva insegnato ad essere.
A quel punto, dopo un ulteriore grande sforzo per comprendere e accettare, la madre si rasserenò e con uno sguardo diede la sua approvazione.
“Sei mesi passeranno velocemente, velocemente…senza lasciare grandi tracce”. Rimuginava tra sé e sé.
La cucina profumava ancora di sapone al limone e il sole caldo proveniente dalla finestra aperta aveva riscaldato il metallo brillante delle pentole inclinate sul ripiano ad asciugare. In un silenzio irreale non era rimasto nulla che le parole avrebbero potuto spiegare, approfondire. Le due donne si abbracciarono, madre e figlia.

Antonio Alvarez era un brillante ingegnere formatosi tra i banchi delle più prestigiose scuole della Comunidad Valenciana dov’era nato nell’ottobre del 1947. Contrariamente alle aspettative della famiglia contadina, proprietaria di una fiorente azienda esportatrice di rosse arance locali, aveva deciso di studiare. Era cresciuto respirando il profumo di agrumi trasportato dalla brezza marina, sparso per le strade e i vicoli della sua città, lo stesso che le sue narici di bambino si erano abituate a sentire ogni volta che il padre ritornava dai campi.
“Campi maledetti!” avevano urlato i suoi occhi increduli osservando giorno dopo giorno la fatica che faceva a brandelli la salute del genitore. E così aveva deciso: studiare per cambiare, studiare per salvare e salvarsi!
Dopo un’adolescenza persa nel labirinto della dittatura franchista aveva finalmente trovato il primo impiego da ingegnere, ingegnere civile. Era l’agosto del 1972, l’anno delle tanto attese elezioni democratiche. L’evento aveva spinto l’amministrazione locale a fare degli interventi su alcune strutture della città e la piccola impresa per la quale lavorava Antonio era stata incaricata di asfaltare le strade che collegavano tutti i campi di alberi di arance nella zona. Senza passare per troppa gavetta fu immediatamente nominato responsabile della sicurezza degli operai coinvolti nel progetto. L’arrivo da zone lontane di numerosi lavoratori con una scarsa percezione dei pericoli nascosti tra i campi di Valencia e il non poter rischiare ulteriori incidenti in una fase politica tanto calda avevano reso il suo ruolo di estrema importanza.
Uno dopo l’altro osservava gli uomini entrare nel cantiere, ne scrutava le teste coperte da elmetti, le mani nascoste dai guanti, si accertava meticolosamente che ogni elemento si trovasse al giusto posto. Un paio di baffi fatti crescere con attenzione lo avevano aiutato nel difficile compito di ottenere il rispetto degli operai più anziani.

Quel giorno, come tutti i giorni, era diretto al centro città per acquistare il pranzo, fu lì che la vide per la prima volta.
La giovane indossava una gonna rossa a fiori che ricordava quella usata dalle ballerine di flamenco e passeggiava davanti alle vetrine dei negozi in modo disinvolto. Aveva il petto avvolto in una camicetta di pizzo arancione. Abituato all’abbigliamento serioso delle proprie amiche Antonio ne era stato immediatamente colpito. Ciò che più di ogni altra cosa aveva incollato l’attenzione del giovane ingegnere era stato quel suo modo di apparire totalmente ‘scoordinata’ rispetto ai ritmi lineari della folla intorno.
Nonostante la fretta Antonio aveva dunque sentito l’istinto di avvicinarsi a quella creatura. Aveva sperato che un qualche evento casuale li avrebbe messi in comunicazione, fatti conoscere. Continuando ad osservarla si era accostato disinvolto e lasciandosi convincere da un’idea improvvisa ed insensata aveva iniziato a simulare uno starnuto.
“Jesús! ” aveva esclamato lei voltandosi, stupita dal suono di uno starnuto nel bel mezzo dell’estate valenciana.
“Ops…chiedo scusa! Deve essere l’aria un po’ secca di questi giorni…” aveva replicato in modo piuttosto impacciato Antonio.
In ogni caso gli era parso che lo starnuto aveva assolto la propria funzione: attirare l’attenzione della donna!
“Non mi sembra che ci sia aria secca in questi giorni!?” aveva risposto ironicamente Sylvia, ricordandogli che solo qualche ora prima c’era stato un violento temporale.
Di fronte alla pronta risposta Antonio era rimasto senza parole. In pochi secondi l’emozione aveva cancellato la sua normale capacità di parlare alle donne e con essa il ricordo di tutti gli espedienti imparati da adolescente per avvicinarle.
Anche la giovane era rimasta in silenzio. Come incantata aveva preso ad osservare con infantile attenzione le pesanti scarpe da lavoro dell’ingegnere che non smettevano di ricordarle quelle dei grandi scalatori Mantolenos .
“Tu devi essere uno scalatore!”
Aveva esclamato di getto aprendo una breccia nel vuoto di parole che da qualche secondo li aveva divisi.
“Uno scalatore? Non sapevo ci fossero scalatori qui a Valencia. In realtà no…sono un ingegnere, mi occupo della manutenzione delle strade”.
Sylvia aveva sorriso pensando: “Buen partido !”. L’immaginazione l’aveva portato ai commenti ben più convinti ed espliciti che molte amiche avrebbero certamente fatto al suo posto nella stessa situazione.
“E quindi, visto che sei un ingegnere e ti occupi delle strade, che ne diresti di indicarmi la via di casa su questa mappa: sono ormai certa di essermi persa!”.
Quel giorno Antonio arrivò tardi al lavoro. Dopo essersi presentato alla bella ragazza ne aveva ascoltato e ripetuto il nome: “Lorena, Lorena, Lorena…”, non lo avrebbe dimenticato per nulla al mondo. Aveva poi osservato con attenzione lo strano foglio stropicciato che lei teneva tra le mani profumate: la cartina di Valenza, una città italiana distante più di mille chilometri dal luogo in cui loro si trovavano.
La giovane donna conosciuta per caso aveva raccontato ad Antonio di voler avere tanti bambini, un sacco di piccoli sparsi per casa. Aveva ripetuto più volte di desiderare una figlia:
Sylvia!” aveva esclamato.
“Si chiamerà Sylvia!”.

Qualche giorno dopo, senza preavviso, il ragazzo era andato a bussare alla stessa porta che Lorena aveva chiuso dietro di sé il giorno del loro primo incontro. Con spirito incosciente il giovane non aveva pensato al luogo in cui recarsi, a uno spazio fisico da visitare insieme. Si era semplicemente preoccupato di passare del tempo insieme a lei, ovunque e comunque.
Davanti la porta Lorena era apparsa più che mai sorpresa di rivederlo. Solo a quel punto ad Antonio era balenata una semplice idea per rubarne la compagnia: girovagare insieme per la città, così come era accaduto la prima volta. Lorena aveva sorriso e senza pensarci due volte era corsa a prepararsi! Durante gli interminabili minuti trascorsi ad aspettare la pelle del volto di Antonio aveva assorbito il sole caldo di quel pomeriggio estivo, le mani grandi, aperte, si erano lasciate sfiorare dal vento tipico che riportava il profumo di agrumi maturi dai campi.
“Che ci fai a Valencia, pittoresca Lorena?”, “…non vorrei essere maleducato ma….non mi sembri di queste parti…insomma…certamente sei diversa!”
Antonio non era riuscito a descrivere la peculiarità che vedeva nella giovane donna, una peculiarità che non aveva solamente a che fare con la forma degli occhi leggermente a mandorla o con il colore della pelle più scuro della maggior parte dei cittadini di Valencia. Quella ragazza aveva avuto lo strano potere di coinvolgerlo totalmente e farlo sentire a sua volta peculiare rispetto la gente intorno.
“Sono un frutto tropicale ?!” aveva risposto lei sorridendo.
“Vengo dall’isola di Mantolena e sono qui….per te!”
Entrambi erano scoppiati a ridere.
Lorena gli aveva a quel punto raccontato del tremendo periodo di depressione che l’aveva colpita solamente pochi mesi prima.
“Il nostro caro medico di famiglia passò un intero pomeriggio a parlarmi per cercare di capire cosa mi stava succedendo. Dal confronto apparve chiaro che l’improvvisa apatia, la tristezza costante e la debolezza fisica non sembravano dipendere da un virus o da una qualche sconosciuta forma di intolleranza. Si consultò quindi con i miei genitori e insieme decisero per la mia partenza. L’idea era che la mia fosse ‘semplicemente’ una gravissima crisi esistenziale che stava diventando irreversibile: bisognava lasciarmi partire per uno dei luoghi che facevano parte del mio immaginario e in questo modo scuotermi dal torpore mentale che si era impossessato della mia personalità. In un ambiente lontano e diverso mi sarei sentita finalmente libera da ogni condizionamento e avrei ricordato la gioia di vivere”.
Per scegliere la destinazione Lorena aveva dato uno sguardo rapido al mappamondo in legno scuro conservato nella sala da pranzo. Non aveva avuto dubbi: la Spagna! Con l’aiuto di qualche regalo e grazie ai risparmi dell’ultimo lavoro da commessa si era quindi comprata un biglietto per Valencia, l’unica città in cui la sua famiglia era certa di poter far affidamento su qualche lontana conoscenza.
I primi tempi li aveva trascorsi vivendo con un’anziana signora di cui si prendeva cura in cambio di vitto e alloggio.
“Sai Lorena, non credo che esistano molte persone che lasciano i Carabi per venire a vivere qui da noi. Direi piuttosto il contrario! Ho tantissimi colleghi che risparmiano mese dopo mese per poter viaggiare e vedere la tua terra…a volte è tutto così assurdo, non credi?”
Le numerose foto esposte nelle agenzie di viaggio del centro non le erano certo passate inosservate. Più di una volta aveva osservato divertita i passanti attratti dalle sirene di spiagge paradisiache in luoghi che la giovane conosceva bene. Doveva trattarsi dello stesso tipo di persone che da bambina vedeva accalcate ai chiringuitos e che parlavano la sua lingua come cantando.
Ma certo…turisti spagnoli!”

Nell’autunno di due anni più tardi i due ragazzi avevano deciso di sposarsi.

Antonio aveva cominciato a far carriera e la piccola impresa per cui lavorava si era ingrandita. Lorena aveva ormai avvertito la famiglia lontana delle proprie condizioni: stava bene. Aveva raccontato loro che viveva con un ragazzo di cui era innamorata. Le ombre del passato erano scomparse e come per magia aveva assaporato finalmente il gusto della parola ‘felicità’. Forse un giorno Lorena avrebbe deciso di ritornare a casa, magari con l’ingegnere di cui tanto parlava al telefono, ma per i suoi genitori non era bene chiederle di più dell’essere semplicemente felice.
La vita matrimoniale era cominciata subito a gonfie vele.
I due erano una coppia felice e sin dai primi mesi avevano cominciato a immaginare, come spesso succedeva alle coppie della loro età, una famiglia più numerosa. Antonio non si era certo dimenticato di Sylvia, la bambina tanto desiderata che Lorena più di una volta aveva nominato durante il loro primo incontro.
Dopo circa un anno di totale immersione nella quotidianità spagnola inaspettatamente i ricordi del passato avevano cominciato a rivivere. Vecchie immagini apparentemente dimenticate erano comparse nella mente di Lorena e a tre anni dalla lontana partenza il forte desiderio di tornare tra i suoi paesaggi tropicali anche solo per una breve visita stava diventando fortissimo.
Antonio non si era fatto trovare impreparato di fronte al senso di nostalgia che si stava impossessando della moglie, era certo che bisognasse reagire stupendola con una sorpresa. Alcune sere più tardi, mentendo a proposito dell’incontro con un vecchio amico, l’aveva accompagnata nel delizioso ristorante ‘El amigo fiel ’, locale storico situato nel cuore del barrio gotico e conosciuto a molti per la bontà eccelsa dei suoi crostacei. Secondo la leggenda il cuoco del famoso ristorante recitava brevi poesie prima di uccidere il pescato, allo scopo di rendere la morte degli animali più dolce e le loro carni quindi più gustose.
Non appena seduti Antonio aveva ordinato il vino che il padre usava comprare per festeggiare i raccolti eccezionali: Rioja Reserva, vino rosso in bottiglia nera, corposo, adatto alla cucina speziata del famoso ristorante.
Ottenuto il responso positivo dal bicchiere di assaggio il cameriere si era allontanato con passo felpato. Solo allora, appoggiati ad una fresca tovaglia rosso fuoco, i loro occhi avevano iniziato a guardarsi intensamente divisi dal rosso di una candela accesa.
“Lorena…” aveva esclamato Antonio.
“Sei bellissima, non mi lasciare mai!”
Lei gli aveva stretto la mano sinistra visibilmente tremante prima di rispondere:
La candela aveva cominciato ad ondeggiare impazzita tra il respiro appassionato dei due amanti.
“Credo di sapere cosa stai pensando…” Aveva sussurrato Antonio.
“Andiamo insieme, raggiungiamo per qualche tempo la tua gente, anche io voglio vedere le spiagge dove correvi da bambina!”
Questa frase era stata la vera sorpresa di tutta la serata, forse dell’intero matrimonio vissuto sino a quel momento. Un marito attento e premuroso aveva per l’ennesima volta reso felice la giovane Lorena.
La cena aveva avuto il suo corso in allegria ed in poco tempo il vino aveva allargato i sorrisi e prolungato le pause tra una frase e l’altra.
Nelle settimane successive la casa in cui Antonio e Lorena avevano vissuto insieme dal giorno del loro matrimonio aveva cominciato a svuotarsi, lentamente: sotto gli occhi impotenti e disorientati dei vicini erano iniziati i preparativi per il lungo viaggio.

Mantolena era apparsa dai finestrini graffiati dell’aereo dopo più di dodici ore di volo transoceanico. Scendendo la scaletta del velivolo Antonio aveva alzato istintivamente lo sguardo:
“Che meraviglia!” aveva esclamato impietrito di fronte l’intensità del colore del cielo, un blu profondissimo e irreale.
Prima di allora non aveva mai visto un panorama del genere.
In quell’istante Valencia gli era sembrata molto più lontana di quanto già non fosse nella realtà.
Lorena non era apparsa affatto sorpresa dalla reazione di Antonio e stringendolo per il braccio aveva cercato di distoglierlo dal guardare ogni cosa come un bambino:
“Avremo molto tempo per guardare ogni cosa..” gli aveva detto con un tono di leggero rimprovero.
“Raccogliamo i bagagli e andiamo a riposare, il viaggio è stato lungo”.
Spazi sconfinati avevano attraversato il finestrino del taxi, tra strade isolate apparentemente senza inizio né fine che a tratti lasciavano spazio a fitti gruppi di palme rigogliose. Lungo le spiagge un’infinità di piccoli chioschi, uno accanto all’altro, tutti generanti una sottile linea di fumo costante.
I giorni successivi li avevano trascorsi vivendo come due turisti. Lorena aveva sapientemente gestito gli eventi alternando gite incantevoli alle inevitabili visite presso la dimora di ogni membro della sua numerosa famiglia.
Il tempo aveva preso a trascorrere lento con Antonio oramai rivolto di rado alla propria vita valenciana, il più delle volte la sera. Il giovane ingegnere aveva continuato a stupirsi della peculiare vegetazione dell’isola, tanto diversa da quella della campagna in cui era cresciuto. Incredulo aveva notato la totale assenza dei normali gruppi di case che dalle sue parti chiamavano barrios . Era rimasto incredibilmente affascinato dal verso del Coquí, un piccolo ranocchio dal verso ritmico e costante udibile soltanto dopo il tramonto del sole. Inoltre Antonio non era riuscito a capacitarsi di come la gente del luogo fosse in grado di parlare la sua lingua con quella strana cantilena, la stessa di Lorena.
“Tonito…” aveva detto lei una mattina a colazione.
“…continui ad avere l’espressione da bambino esterrefatto che avevi il primo giorno all’aeroporto.”
L’uomo aveva reagito modificando immediatamente le pieghe del proprio volto cercando di ricomporre l’immagine sicura che voleva gli appartenesse, ma il risultato era stato una strana smorfia ridicola che aveva fatto sorridere la compagna.
“…vorrei tanto rimanere ancora qualche giorno nella mia terra. È strana la vita…sono dovuta partire per ritrovare me stessa ed ora che sono tornata faccio fatica ad immaginarmi in un luogo che non sia questo, felice, felice con te…non voglio chiederti di rimanere qui per sempre se non è ciò che desideri ma dammi altro tempo…”
Antonio, resosi improvvisamente conto di aver udito ma non ascoltato quanto detto da Lorena, aveva avuto un sobbalzo. In un lampo era ritornato a ricordare il profumo delle arance, le rughe sulla faccia stanca degli operai che vedeva ogni giorno, i colori dei campi da frutta e il sapore del vino servito ai tavolini nel centro di Valencia. Sino ad un istante precedente aveva trascorso giorni e giorni senza far altro che abbandonarsi alla nuova realtà, senza mai chiedersi una sola volta come sarebbe stato mettervi radici, aggrapparsi.
Non aveva ancora terminato di navigare nel passato, quando una inspiegabile sensazione di sollievo si era impossessata del suo corpo: finalmente ricordava il sogno fatto la notte precedente.
“…voltandomi dal fianco destro sul quale mi trovavo come sempre al risveglio mi alzavo dal letto e senza neanche vestirmi mi precipitavo nella sala da pranzo. Appoggiato al tavolo cominciavo a sfogliare il calendario di San Jordi che comprammo insieme a Valencia e proseguivo contando non so bene che cosa….”
Lorena aveva ascoltato con attenzione la descrizione del sogno senza cercarvi alcuna interpretazione.
“…Valencia…il calendario….il tramonto riflesso dalla scorza lucida delle arance…”
Si era reso conto di non ricordare più l’ultima volta che aveva sentito nostalgia di casa. Non gli erano mancati i suoi amici, il proprio lavoro, i colori della sua terra. A quel punto aveva capito.
“Antonio! Cosa ti succede?”
Immobile lui aveva preso a scrutarla con espressione divertita. Solo allora aveva notato che i capelli naturalmente crespi si erano riappropriati della confusa piega naturale.
“Va tutto bene, che ne dici di fermarci qua ancora per un po’? Sono ormai settimane che mi sento come se fossi a casa mia. Ogni giorno mi stupisco dell’allegria della tua gente, della loro semplicità. E poi credo che dopo aver vissuto a Valencia sia giusto provare a vivere anche nel tuo paese. Tra qualche tempo ci ripenseremo e se la Spagna ci sembrerà il posto migliore, a quel punto rifaremo le valigie.”
Si strinsero senza pensare alle difficoltà di una nuova vita ancora senza lavoro.

Il più contento della partenza di Sylvia era papà Antonio. Finalmente una delle due figlie avrebbe visto e sentito la realtà dei suoi racconti sull’Europa zeppi di lodi per i magnifici monumenti, per la lunga storia, per il cibo prelibato. Erano lontani i tempi in cui il padre di Sylvia anticipava il suono della sveglia per passare qualche minuto contemplando il viso meraviglioso della sua compagna immersa nel sonno. Il passare degli anni aveva scavato un giorno dopo l’altro nel cuore dell’uomo, sostituendo all’amore l’immensa nostalgia per la sua terra. Non ricordava il momento esatto in cui Mantolena si era imposta come la sua casa. La nostalgia lo colpiva dallo stomaco, a tavola, quando di fronte alle pietanze della moglie la sua mente partiva per lunghi e profumati viaggi diretti alla visita dell’adorato queso manchego servito a scaglie nei bar de tapas nella sua città natale, delle succulente olive scure, dei vividi colori di decine d’insaccati uno diverso dall’altro.
Il ritorno alla realtà era una cascata di commenti, paragoni, lamenti che come frustate umiliavano l’orgoglio di Lorena.
Sylvia e Veronica avevano imparato a considerare la malinconia che ‘impregnava’ le pareti della loro casa una terza sorella, nata e cresciuta con loro, una compagna fedele che le aspettava ogni giorno al ritorno da scuola con l’identica scena: Papà seduto sul divano immerso nella lettura maniacale delle rubriche pubblicate sul quotidiano spagnolo El mundo. La Mamma in cucina, sola.
Antonio non aveva mai smesso di interessarsi alle vicende del proprio paese, anche alle più ridicole ed insignificanti. Era orgoglioso di essere stato uno dei primi sull’isola di Mantolena a farsi installare un rudimentale collegamento ad internet per ricevere le notizie dall’estero in tempo reale.
Era un padre affettuoso. Indipendentemente dal suo atteggiamento o umore nei confronti della moglie trovava sempre un momento per abbracciare le sue ‘bambine’ e chiedere loro come stavano.
“Prendi…” esclamò rivolgendosi a Sylvia
“…questo è l’indirizzo della tía Fernanda di Sevilla. La avvertirò del tuo arrivo e sarà felicissima di ospitarti per la Feria, la più bella e famosa festa di Spagna!”
L’amore che Sylvia provava per il padre non l’aiutava a capire: come riusciva ad essere sempre così affettuoso con lei e la sorella ed allo stesso tempo tanto indisponente con la moglie?
Quante volte l’aveva visto litigare con sua madre per banalità e luoghi comuni riguardanti i pregi e i difetti dei loro rispettivi paesi?
“Sono stanco di mangiare patate e banane fritte!” le rimproverava le numerose volte in cui non gradiva la cena.
“…com’è possibile che su questa benedetta isola a nessuno sia mai venuto in mente di fare il pane o il formaggio?!”
Per tutta risposta Lorena replicava ricordandogli che non lo aveva mai obbligato a lasciare la Spagna e che se gli mancavano tanto le sue prelibatezze se le poteva cucinare da solo.
Sylvia era cresciuta osservando attonita gli stessi protagonisti sul medesimo sipario, dediti alla stessa scena di un’opera drammatica ripetuta decine di volte. Per fortuna, di fronte le due figlie, i litigi erano molto più contenuti, sopiti dal rispetto per l’unità famigliare.
Così come Antonio, Lorena si era dimostrata un ottimo genitore. In giovane età aveva scelto di abbandonare un promettente impiego come direttrice di un centro commerciale per dedicarsi totalmente alle sue due figlie. Parlava spesso di quella decisione come della migliore di tutta la sua vita.

Finalmente Sylvia si ricordò di chiamare Melisa: fervevano i preparativi per il loro indimenticabile leaving party . Un’ultima sera piena di amici ed allegria avrebbe celebrato il punto di unione delle loro due vite, sigillato dalla stessa borsa di studio e da un viaggio con la stessa destinazione. Nessuna malinconia avrebbe trovato spazio in una notte che come la pesante tenda di un sipario lentamente si sarebbe chiusa tra gli applausi degli spettatori nascondendo i volti delle due ragazze dirette lontano, lontano.
“…allora siamo d’accordo, tu chiami gli ex compagni di scuola ed io i compagni dell’associazione di contabilità, invitiamo tutti a casa mia per sabato prossimo, ok?” esclamò Silvia volitiva e con lo sguardo di tutti gli invitati stampato nella memoria.
A differenza della maggior parte dei suoi amici Melisa non studiava Economia. Il suo sogno era quello di diventare maestra, una maestra competente e appassionata. Forse per questo le personalità delle due amiche erano di fatto assolutamente complementari, più riflessiva e tranquilla Melisa, energica e volta all’azione Sylvia.
Ciò nonostante entrambe adoravano le feste: una fantastica occasione per rivedere amici che abitavano in periferia o che avevano da anni cambiato istituto.
Sylvia aveva tantissime persone da invitare, la maggior parte conosciute grazie al ruolo di rappresentante dell’associazione di contabilità dell’Università. Era incaricata di organizzare le attività che mettevano in contatto le aziende con i futuri laureati. Il ruolo le dava una certa notorietà oltre che corteggiatori. Aveva così imparato l’arte delle pubbliche relazioni e della precisione organizzativa.
La festa fu straordinaria. Candele profumate sistemate sul vialetto nel giardino di casa accoglievano gli invitati. Il percorso illuminato accompagnava verso la porta principale aperta e addobbata con graziose luminarie colorate acquistate per la grande occasione.
I genitori di Sylvia la aiutavano nei convenevoli e apparivano a tutti, come sempre, una splendida coppia. Antonio approfittava di quelle occasioni per raccontare della sua città natale:
“La città che ha visto nascere la Paella !” Ripeteva con fervore. Lorena offriva da bere e invitava gli ospiti a provare i buoni manicaretti che lei stessa aveva preparato. Vedere tanta gente felice in casa propria rendeva la famiglia Alvarez straordinariamente bella.
La festa anticipava i saluti che ci sarebbero stati due settimane più tardi, giorni che le due amiche passarono completando le ultime pratiche burocratiche e facendo alcuni acquisti. Comprarono una macchina fotografica e un’agenda personale su cui scrivere tutto della fantastica nuova stagione della vita che si stava avvicinando.
Tra tristezza e felicità delle famiglie e dei numerosi amici l’aereo con a bordo Sylvia e Melisa si staccò dalla pista dell’aeroporto di Altanaro alle due del pomeriggio esattamente quattordici giorni più tardi.
Entrambe non avevano mai intrapreso un viaggio così lungo ma approfittarono della compagnia di molti passeggeri europei per cominciare a far domande sulla Spagna e la città di Valencia che le stava aspettando. Scoprirono che da quelle parti esisteva una città molto famosa che aveva ospitato le olimpiadi, Barcellona. Si stupirono della passione con cui alcuni passeggeri si ostinavano a chiamarla la Capital , entrambe le ragazze sapevano bene che la capitale di Spagna era Madrid. Un passeggerò raccontò loro delle numerose guerre di religione che ebbero luogo nella penisola iberica durante i secoli passati e che lasciarono traccia di cultura araba nei monumenti, nelle usanze e persino nella lingua che esse stesse parlavano.
Le due studentesse erano estremamente emozionate, il loro viaggio era appena cominciato e stavano già scoprendo infinite cose nuove.
Alle quindici in punto del giorno successivo l’aereo atterrò all’aeroporto di destinazione. Le due giovani, sveglie ormai da alcune ore, si erano godute ogni istante del lungo avvicinarsi del velivolo alla terra ferma. Avevano notato come tutto sembrasse ‘compresso’, le case, le strade. Era come se non ci fosse spazio per altre persone. Sorridendo si chiesero se ci sarebbe stato spazio anche per loro.
Scambiarono il numero di telefono con alcuni dei simpatici compagni di viaggio e si avvicinarono al bus che le stava aspettando.
In attesa delle valigie che da un momento all’altro sarebbero spuntate sul tapis roulant cominciarono a parlottare:
“Faremo meglio a coprirci, neanche nei giorni di huracán ho mai sentito così freddo” esclamò Melisa.
“Mio padre mi aveva detto che avrei visto e sentito cose nuove ed altre ancora famigliari. Questo freddo per esempio è incredibile ma… guarda la gente… molti sembrano avere la sua corporatura e il suo sguardo”.
Melisa sovrappensiero non capì a cosa lei si riferisse, vide la propria valigia tra le altre, la afferrò energicamente e la aprì in fretta e furia per cercare abiti pesanti.
Era il mese di febbraio, gli ultimi giorni di un inverno che non era certo il più freddo d’Europa ma che risultava pungente per due ragazze che avevano vissuto tutta la loro vita ad una temperatura media di venticinque gradi.
Caricarono le valigie sui carrelli, molto simili a quelli che avevano usato alla partenza solo il giorno precedente e cominciarono a vagare in cerca di un ufficio informazioni.
La gente correva in mille direzioni, parenti si abbracciavano e bambini curiosi sfuggivano alle mani delle madri distratte. Notarono con piacere che la gente si comportava in maniera del tutto simile agli abitanti della loro isola, per lo meno in aeroporto.
Sylvia si avvicinò ad una delle tante ragazze in camicetta gialla e gonna rossa sedute dietro il centro informazioni. Dovevano arrivare alla Villa Universitaria, dove finalmente avrebbero preso alloggio e riposato.
La hostess di terra indicò l’entrata della metropolitana raccomandandosi perché prendessero la linea blu in direzione Universitat . Rispondendo ad un sorriso con un sorriso le due ragazze seguirono le indicazioni.
All’interno del complesso sistema di gallerie tutto si muoveva in modo automatico, dalle scale alle porte d’entrata, ogni cosa sembrava esser dotata di vita propria. Qualcosa di simile lo avevano sperimentato soltanto nel grande centro commerciale di Altanaro.
Viaggiarono per decine di minuti quando ad un tratto la voce disturbata che annunciava le fermate pronunciò la parola magica: Universitat! La loro nuova casa era vicina.
Si ritrovarono in un posto molto diverso da quel che si aspettavano. Si trattava di un campus universitario distante solo una decina di chilometri dall’aeroporto ma molto di più dalla città vera e propria. Grandi edifici erano divisi da prati verdi e numerose passaggi pedonali. Una serie di cartelli in una lingua molto simile allo spagnolo indicava la strada diretta alle diverse facoltà.
Le due ragazze erano esauste, tutte quelle emozioni ma soprattutto il carico dei bagagli, si stavano facendo sentire.
Sylvia decise con convinzione di andare in cerca di indicazioni mentre Melisa avrebbe vigilato le valigie.
Camminò alcuni minuti a piedi guardandosi intorno incuriosita quando finalmente incontrò un gruppo di studenti che la avevano notata. Avvicinandosi si rese conto che alcuni di loro fissavano i suoi capelli. Le indicarono la segreteria degli studenti e salutandola continuarono per la loro strada. In lontananza qualcuno di loro si voltò ancora per osservare i movimenti di quella che ai loro occhi doveva apparire una ragazza inusuale.
“Ci siamo Melisita! Ho trovato l’ufficio che stavamo cercando, è giusto dietro la facoltà di Economia!”
Entrarono da una porta girevole e l’uomo della ricezione sembrava aspettarle.
“Siamo due studentesse dell’isola di Mantolena, abbiamo vinto una borsa di studio” Disse Melisa con orgoglio, mentre Sylvia cercava i documenti tra la confusione dei bagagli.
L’uomo dalla faccia simpatica diede loro il benvenuto e aggiunse una breve spiegazione a proposito delle caratteristiche e norme della Villa Universitaria. Lasciò tra le mani di Melisa una specie di carta di credito e fece portare i bagagli direttamente al loro appartamento: piso A 201.
Il pezzo di plastica bianco e sottile era la chiave dell’appartamento. Si faceva scorrere dentro una fessura e all’accendersi di una luce verde la porta automaticamente si apriva.
Entrarono nell’abitazione che all’interno di un folto gruppo di villette a schiera costituiva l’intera zona A.
Vista dall’alto l’area residenziale del Campus appariva in tutta la sua imponente struttura: un’enorme agglomerato di edifici color crema costruiti tra verdi colline. Una fitta rete di scale e stradine collegava le varie zone tutte contrassegnate da una lettera dell’alfabeto.
Quello destinato alle ragazze era un piccolo appartamento per due persone. Si apriva su una breve entrata a cui seguiva immediatamente la minuscola zona cottura sulla destra con il minifrigorifero sistemato nel lontano angolo opposto. Più avanti si trovava la stanza con i due letti, le piccole scrivanie, un paio di comodini marroncino chiaro e l’entrata del bagno da condividere.
L’enorme finestra a due ante riempiva di luce la parete della camera principale. Dai vetri si scorgeva la finestra dell’appartamento identico di fronte ed il cielo che cominciava a scurirsi.
“Il letto sembra comodo” esclamò Melisa dopo essersi seduta e rialzata rimbalzando una decina di volte.
“Si, vedrai che faremo diventare questa stanza il paradiso tropicale di tutta la zona A, ma che dico, di tutta la Villa!”
“Hai visto? Siamo circondati da tantissimi vicini, forse anche loro studenti stranieri come noi?” aggiunse Melisa aprendo le due ante scorrevoli della finestra.
“Stupendo!” Ribatté Sylvia entusiasta “Così ci racconteranno del loro paese, delle loro usanze, sarà come viaggiare in luoghi lontani senza pagare il biglietto d’aereo!”
Le due ragazze sapevano bene che fare amicizia sarebbe stato l’ultimo dei loro problemi. Erano espertissime in tutto ciò che aveva a che fare con il divertimento. Socievoli ma soprattutto abili animatrici di feste avrebbero molto presto conquistato il cuore dei vicini.
Il giorno seguente sistemarono per prima cosa gli abiti negli armadi e si recarono ancora una volta alla segreteria che le aveva accolte poche ore prima.
“Hola! Siamo le ragazze di ieri, si ricorda?” esclamò Sylvia cercando di attirare l’attenzione.
Dopo qualche secondo l’uomo smise di fissare la fotocopiatrice che sfornava caldi documenti a ripetizione e iniziò ad ascoltare.
“Ci siamo finalmente sistemate, ci può spiegare dove si trovano esattamente le nostre Facoltà”
Come se si aspettasse di ricevere tale domanda l’impiegato rispose tempestivo con una sorta di vademecum che doveva aver pronunciato già molte volte in quei giorni:
“Durante questi sei mesi sarete iscritte rispettivamente alla facoltà di Economia e di Scienze della Formazione. Si trovano una accanto all’altra, credo le abbiate incontrate venendo qua proprio ieri. Per tutto ciò che riguarda gli esami dovrete parlare con la vostra segreteria di Facoltà. Dimenticavo…stiamo organizzando alcune gite per studenti stranieri della Villa che hanno piacere di visitare Valencia e le località limitrofe…” aggiunse l’uomo indicando orario e costo scritti in un foglio appoggiato sul bancone.
Le ragazze si scambiarono un reciproco sguardo d’intesa. “D’accordo” disse Sylvia “Ci iscriviamo subito!”.
Senza indugio conclusero che sarebbe stato un modo divertente per rompere il ghiaccio con la gente del posto.
Salutarono l’impiegato e cominciarono a girovagare senza meta per il Campus, come gatti in perlustrazione.
Notarono così le centinaia di finestre sulle due ali centrali della struttura a cui corrispondevano altrettanti appartamenti.
Nel mezzo, sotto il porticato, un via vai di ragazzi circondava il bar della Villa a tutti meglio noto come ‘Frankfurt’.
Oltre la zona M si poteva scorgere una grande prato con una piscina, vuota. Al lato, qualche decina di metri più avanti, un campo da calcio.
D’improvviso le ragazze si ricordarono delle necessità essenziali: bisognava riempire il frigorifero e trovare un posto in cui poter lavare la biancheria. Ma proprio continuando a curiosare scoprirono il piccolo supermercato e la lavanderia a gettoni, uno di fronte all’altra nella zona C.
Quel pomeriggio, dopo aver pranzato velocemente, andarono ad iscriversi ai corsi che avrebbero dovuto frequentare di lì a poco.
Visitarono così le aule da non più di trenta studenti dell’Università, una sala computer sempre piena di internauti e la mensa con i tavolini semivuoti sistemati all’aperto.
Era martedì. Passarono l’intera settimana decorando il loro appartamento e dando una qualche forma di organizzazione, soprattutto Sylvia, alla loro vita. Occorreva far quadrare gli orari dei corsi, i giorni di bucato e delle pulizie oltre che trovare il tempo per andare a far la spesa.
Per fortuna entrambe erano sempre state molto attive in casa dei genitori e avevano così appreso dalle rispettive madri il miglior modo di portare avanti le faccende domestiche. Melisa ripensò allora con ironica nostalgia alla propria fortuna: avere un padre che si rendeva utile in ogni situazione casalinga.
“Dovrò considerare questo aspetto il giorno in cui il mio futuro ‘lui’ mi chiederà di diventare sua moglie!?” pensò con un sorriso sul volto.
La gita a Valencia avrebbe avuto luogo il sabato successivo, il loro primo sabato spagnolo, in attesa dell’inizio dei corsi previsto per il lunedì.

Quella mattina la sveglia squillò alle sette in punto. Si trattava di un apparecchio a forma di mucca, bianca, con le tradizionali pezze nere. Sylvia già in piedi stava preparando uno spuntino a base di toast e Melisa si rigirava tra le lenzuola non riuscendo ancora a sopportare la pesantezza delle coperte di lana. La ragazza mise subito in pratica uno degli stratagemmi escogitati con la madre prima della partenza. Sapendo che non avrebbe avuto a disposizione un tostapane si erano inventate un modo tutto nuovo di preparare la colazione. Appoggiò delicatamente una noce di burro su una padella scaldata da un fuoco medio e unse lentamente tutta la superficie. Distese poi il toast già preparato pressandolo con un attrezzo da cucina fino a farlo imbrunire. Melisa si alzò definitivamente attratta da quel profumino delizioso. Con ancora indosso il pigiama si avvicinò ai fuochi.
“Caspita Sylvia, ma è un’idea geniale! Verrà fuori una colazione da hotel cinque stelle!”
Sylvia lasciò velocemente i fornelli all’amica e fu la prima a servirsi del bagno. Scoprirono in fretta che l’inconveniente del vivere in un appartamento tanto piccolo era il difficile isolamento di odori e suoni: l’asciugamano accanto al lavabo profumava già di croccante toast al formaggio!
Entrambe si vestirono di jeans e giacca primaverile. Ai piedi scarpe da ginnastica e sul viso un filo di trucco poco impegnativo. Erano quasi le nove ed un autobus da cinquanta posti le stava già aspettando.
L’appuntamento ufficiale prevedeva l’incontro davanti alla segreteria, ormai diventata il loro tradizionale punto di riferimento.
“Eccolo là il nostro mezzo di trasporto. Hai visto Sylvia quanta gente? Devono essere appena arrivati anche loro” esclamò Melisa.
Il folto gruppo di giovani provenienti da diversi paesi era sparpagliato, alcuni si trovavano già comodamente sistemati sui sedili, altri accanto alla porta d’entrata intenti a presentarsi ai nuovi in arrivo. Era una mattina calda di febbraio, il sole a mezza altezza cominciava a scaldare la carrozzeria delle auto e la polvere alzata dal vento.
“Mi sembra di averti già visto,” disse Sylvia rivolgendosi ad una ragazza poco più avanti che come loro aspettava di partire. “Tu sei di Mantolena!…come noi!”
Il caso volle che quella ragazza bionda di San Fermín iscritta alla facoltà di Lettere avesse anche lei vinto la borsa di studio per Valencia. Accanto a lei un altro viso di ragazza conosciuto. Tutte e quattro della stessa città e tutte insieme pronte per partire alla volta di Valencia, che incredibile casualità.
L’intero gruppo di studenti era composto da Francesi, Brasiliani, Tedeschi, Portoghesi, Ungheresi, Catalani, Italiani, Polacchi, Olandesi, Giapponesi, Coreani e Finlandesi.
Tra loro un paio di ragazzi italiani aveva assistito alla rimpatriata delle quattro amiche. Da lontano studiavano la situazione e già stilavano potenziali classifiche di bellezza.
“Hai visto quante ragazze carine?” disse Gianni rivolgendosi all’amico.
“E tu hai visto quelle laggiù? Devono venire da lontano, sembrano cubane…venezuelane…o qualcosa del genere….”
Dopo pochi minuti il giovane accompagnatore del gruppo invitò tutti a salire per la partenza.
Il viaggio procedeva in maniera piuttosto confortevole, l’autobus correva su strade larghe ben asfaltate ai cui lati si vedevano gruppi di case che mano a mano si facevano più fitte. L’immagine di un paesaggio rigoglioso attraversava i finestrini. Cominciava a sentirsi il profumo degli alberi di agrumi di cui Sylvia aveva spesso sentito parlare.
Durante il tragitto continuava il gioco di sguardi iniziato a terra durante l’attesa. Gianni intravedeva i capelli nero corvino di Sylvia dagli ultimi posti, la osservava così come faceva con gli altri passeggeri. Era terribilmente attratto ed incuriosito da tutte quelle persone così particolari. Pensò alla fortuna di potersi confrontare con culture tanto diverse in un lasso di tempo così breve.
Al termine di un’ora e mezza di viaggio arrivarono a destinazione. Una volta a terra già si distinguevano nuove simpatie nate nel tragitto. Prima di raccogliere i bagagli ascoltarono tutti le indicazioni dell’accompagnatore. “Bene ragazzi, questa è Valencia, la città famosa per aver dato vita alla Paella!”
Al suono di quelle parole Sylvia, fino a quel momento distratta dal volo di un colombo, si voltò verso la voce. Erano le stesse parole che papà Antonio aveva usato più volte per descrivere la propria città e non poteva credere che questa volta a pronunciarle fosse un’altra personale.
“Da ora in avanti gireremo liberamente per il centro e ci incontreremo per il pranzo alle due, qui, davanti al Palazzo dell’Ayuntamiento , d’accordo?’
Sylvia e il gruppo già unito delle ragazze di Mantolena cominciarono a gironzolare per la zona, cercando di non allontanarsi troppo dall’accompagnatore. Questi elargiva spiegazioni di carattere storico oltre che istruzioni e consigli su come divertirsi a Valencia. Raccontò de Las Fallas, una delle più belle e famose feste di Spagna. Una specie di Carnevale i cui preparativi iniziavano verso l’inizio dell’anno.
Proseguì descrivendo il modo in cui venivano messe a punto di danze, costumi e soprattutto enormi statue di cartapesta che identificavano i diversi quartieri. Gianni e Marco intervennero quasi contemporaneamente ad alta voce: “Ma certo, è un po’ come il carnevale di Viareggio da noi in Italia!”. La guida annuì precisando tuttavia che la festa valenciana aveva il suo culmine a marzo, con la premiazione della statua più bella. Raccontò inoltre di come tutte le creazioni di cartapesta venissero ‘cremate’ l’ultima notte, illuminando a giorno le vie della città. Descrisse l’enorme falò come una tradizione che gli abitanti utilizzavano per esorcizzare la caducità delle cose e della stessa vita.
Le facce dei ragazzi in ascolto mostravano espressioni curiose e al contempo stupite, e guardandosi reciprocamente si ripromisero di non perdersi l’evento per nessun motivo al mondo.
Nel frattempo le amicizie si facevano più strette. Gianni aveva già attaccato bottone con Monje, una ragazza catalana dagli occhi blu e le lentiggini, che diceva di voler diventare arredatrice d’interni. Passeggiavano per le vie con pochi amici rimasti al seguito e parlottavano di studio, della fama degli italiani e di quanto sarebbe stato bello mangiare una bella paella tutti insieme.
“Anch’io amo disegnare,” esclamò Gianni in un già quasi fluente spagnolo.
“Ho cominciato da bambino e non mi sono più fermato, ero un piccolo prodigio! Pensa che durante le scuole elementari la mia amata maestra Clara mi portava per mano dagli altri insegnanti mostrando loro i miei disegni: non riuscivano a spiegarsi come io potessi essere così capace.”
Ai due si avvicinò Marco, l’altro ragazzo italiano, e insieme ammirarono la bellezza del mercato che iniziava dalla via che da poco avevano imboccato. Un numero infinito di bancarelle si snodava in un labirinto complicatissimo nel quale si poteva comprare qualsiasi cosa. La gente si accalcava e la musica peruviana di un abile gruppo Andino copriva le grida degli ambulanti.
Alle due in punto si ritrovarono tutti nel luogo prestabilito.
Molta della timidezza di inizio mattina era oramai scomparsa. Tutti parlottavano, scherzavano, ridevano, come se si conoscessero da anni.
“Bene ragazzi!” disse l’accompagnatore isolandosi di qualche passo dal gruppo per attirare l’attenzione.
“Conosco alcuni locali che ci stanno aspettando nel caso vogliate mangiare la migliore paella della vostra vita!”
Sylvia pensò con orgoglio di aver già provato la paella migliore della propria vita: era quella cucinata da suo padre! Antonio si prodigava davanti ai fornelli in occasioni veramente speciali e per non più di otto commensali alla volta. Anni prima si era fatto portare da un amico una enorme padella per poter finalmente far provare a tutti il piatto di cui andava tanto orgoglioso. Si trattava in effetti di una paella da otto porzioni, non una di più.
Il gruppo di circa trenta studenti si divise spontaneamente in compagnie più piccole che si diressero ognuna ad uno dei ristoranti indicati dalla guida.
Melisa aprì la porta della piccola taverna che avevano scelto in modo piuttosto casuale. Sylvia continuava a parlottare con i nuovi amici e tutti insieme varcarono la soglia senza sapere esattamente in che posto si trovassero. Si trovarono di fronte l’immagine medievale di moltitudini di persone sedute che brindavano, chiacchieravano, chiedevano dove fosse il bagno, aspettavano un’altra sangria .
Era un piccolo locale con tavoli e sedie in legno scuro e un grosso lampadario di finto cristallo agganciato al centro del soffitto.
La cameriera all’entrata indicò un tavolo capiente che proprio in quel momento si stava liberando e la combriccola prese posto.
Sylvia e Melisa condividevano a quel punto la tavola con le due ragazze di Mantolena, Rebeca e Mariela, l’accompagnatore, e due simpatici ragazzi catalani.
I tre uomini visibilmente interessati alla gradevole compagnia decantavano a turno i differenti sapori di questo o quel piatto e cercavano di mostrarsi esperti davanti al menu, ma solo l’accompagnatore Gábriel realmente sapeva di che cosa stava parlando.
Gábriel lavorava nella Villa Universitaria ormai da qualche anno. I suoi compiti erano vari. Dall’accompagnare i nuovi arrivati agli appartamenti e spiegare loro in maniera semplice i termini del loro contratto d’affitto a guidare i vari gruppi che partecipavano alle frequenti escursioni turistiche organizzate dalla segreteria.
Era un lavoro duro, soprattutto quando iniziava la stagione degli arrivi e delle partenze di massa. Si sentiva tuttavia fortunato per avere la grande opportunità di conoscere continuamente persone nuove che avevano più o meno la sua stessa età. Gábriel era anch’egli uno studente di ventisei anni ormai fuori corso, studiava cinematografia e lavorava per mantenersi gli studi e soprattutto i divertimenti.
Alla terza sangria Sylvia cominciò ad essere un po’ ‘allegra’. La paella era stata deliziosa e tutti quei racconti di Gábriel avevano iniziato a confonderla.
“Questo ragazzo è carino!” pensò mentre Melisa la osservava chiedendosi cosa le passasse per la testa.
Gábriel aveva imparato a capire i desideri e le aspirazioni di tutti quei ragazzi che grazie ad una borsa di studio ogni anno arrivavano negli appartamenti da lui gestiti.
Cercava di comportarsi in modo professionale in ogni situazione ma era pur sempre un giovane ragazzo celibe e quella ragazza dai capelli neri iniziava ad apparire più che semplicemente simpatica e carina.
Continuarono così, tra discorsi filosofici, battute ammiccanti e risate rumorose. Gábriel, a quel punto anche lui ‘brillo’, richiamò pur con qualche difficoltà di coordinamento l’attenzione del cameriere. Pagarono il conto e proprio mentre tutti erano intenti a raccogliere le proprie cose e si alzavano da tavola, Sylvia sentì un profumo avvicinarsi velocemente al viso e si voltò. Con un movimento istintivo Gábriel le si era accostata come per sussurrarle qualcosa, decidendo all’ultimo momento per un bacio. Un bacio sulle labbra. Rimasero così immobili a guardarsi silenziosi negli occhi. Gábriel sorrise, prese sotto braccio Sylvia ancora incredula e come se niente fosse uscirono dal ristorante.
Era il tramonto, le luci gialle delle strade cominciavano ad accendersi a scatti, illuminando rapidamente tutta la città.
Il gruppo di musicisti peruviani era ancora là, solamente gli spettatori non erano più gli stessi. Ciascun venditore ambulante con fare tranquillo si apprestava a raccogliere le proprie mercanzie e Valencia sembrava indossare il proprio abito da sera pronta per una nuova emozionante notte di gala.
“Col buio ogni città sembra trasformarsi…” pensò Sylvia mentre saliva con difficoltà i gradini dell’entrata dell’autobus e guardava ancora una volta le finestre illuminate del maestoso Palazzo dell’Ayuntamiento.
Durante il viaggio di ritorno tra i giovani perdurava grande entusiasmo e ognuno raccontava al compagno di posto delle avventure vissute durante la visita in città.
“…e poi siamo entrati nel museo del motociclismo…” spiegava Gianni che per seguire Monje durante tutto il giorno si era dovuto allontanare dall’amico Marco.
“Bellissimo!” continuò rivolgendosi al compagno.
“Pensa che era pieno di foto e riconoscimenti dati a campioni italiani!”.
Marco aveva invece preferito unirsi al gruppo di ragazzi portoghesi e brasiliani, gli unici con cui riusciva a comunicare abbastanza facilmente.
L’autobus proseguiva velocemente sulla strada libera dal traffico mentre Sylvia, Melisa e tutti quei ragazzi venuti da ogni parte del mondo avevano già preso sonno. Di lì a un’ora sarebbero tornati alla Villa Universitaria sotto le calde coperte della loro nuova casa.

Era passata solo una notte dalla gita a Valencia e nonostante il sole già alto la finestra dell’appartamento A 201 era ancora chiusa e buia. I viali della Villa Universitaria erano invasi dalle valigie di studenti nuovi arrivati e così Gábriel aveva dovuto cominciare presto a correre come un ossesso dall’uno o dall’altro, ripetendo le stesse frasi e le stesse procedure per ore. Si ricordava bene del bacio dato a Sylvia il giorno prima ma il lavoro aveva già ripreso il sopravvento su ogni suo pensiero.
Mezz’ora dopo le due ragazze erano finalmente sveglie e pimpanti.
“Non ho molta voglia di cucinare” disse Sylvia mentre osservava con espressione preoccupata i fornelli.
“Che ne dici Melisita se andiamo a mangiare qualcosa in quel piccolo ristorantino al lato del Frankfurt?”
“Cara amica mia…mi sembra davvero un’ottima idea!…ricominceremo a cucinare da domani!” approvò Melisa.
Il piccolo ristorante era modesto ma accogliente. L’arredamento era composto da un bancone all’apparenza antico, qualche tavolo e la vetrina delle pietanze. La porta si apriva esattamente di fronte l’entrata del Frankfurt mentre nella zona di transizione un miscuglio di deliziosi profumi combatteva all’ultimo sangue per attirare i potenziali clienti. I due locali identificavano uno stile in qualche maniera diverso di nutrirsi: lievemente raffinato il primo, più popolare il secondo.
Aprirono la porta in vetro trasparente e si sedettero con garbo ad un tavolo apparecchiato per due persone, decine di altri studenti entravano e uscivano dal pub alle loro spalle. Sylvia andava pazza per il pollo e le patatine fritte, di quelle che mangiava spesso nei fast food di Altanaro.
“Ho una voglia matta di pollo!” si rivolse a Melisa.
“…parlo del pollo al limone fatto da tua mamma…vorrei tanto trovarlo qui ora…”
“Tranquilla, prima di partire mi sono fatta spiegare come si prepara. Non è difficile e anche gli ingredienti sono facile da trovare…”
“Ottimo! Io nel frattempo prenderò una parte di quel pollo alla catalana, lì nella vetrinetta, vicino alle olive…”.
Anche il quel ristorante come in molti locali di Spagna si potevano ammirare i piatti del giorno riposti in un espositore fatto di vetro trasparente. Il pollo alla catalana ancora fumante aveva appannato una parte della vetrina. Accanto c’erano olive nere ripiene, polpette, patate fritte e insalata di calamari.
Melisa ordinò un piatto di calamari a cui aggiunse inspiegabilmente un cesto di pane per entrambe. Il pane non era affatto usato sull’isola di Mantolena ma dopo aver fissato la coppia del tavolo di fronte e il contenitore in vimini pieno di pagnotte che li separava le sembrò normale chiederlo alla giovane cameriera
Terminati i bocconi di un piccolo dolce pagarono all’uomo della cassa, lo stesso che non appena entrate aveva indicato loro i posti ai quali accomodarsi.
Uscendo dal ristorantino si ritrovarono a curiosare nel Frankfurt.
Un gruppo di ragazzi si agitava intorno ad una specie di tavolino mentre altri più lontani li incitavano. Sylvia si avvicinò per sbirciare. Al centro del gruppo c’era una specie di tavolino a forma di campo da calcio in miniatura appoggiato su quattro robuste gambe di legno e metallo. Due ragazzi per ogni lato muovevano con frenesia delle aste a cui erano fissate le sagome in plastica dei giocatori.
“Dai, buttala dentro!” “Guarda questo! Stai pronto a pararla!” sentiva gridare mentre la pallina bianca e pesante schizzava veloce da una parte all’altra del campo.
Poco più avanti alcune ragazze abbracciavano un juke-box scorrendo la lista delle canzoni.
Tutto sembrava volgere la vista verso il lungo bancone al centro del locale. Avvicinandosi aumentava il profumo di caldi panini al bacon e formaggio serviti con una spumosa birra media che bussava sul bancone.
Melisa alzò per caso la testa: “guarda!…anche la televisione…questo posto non è affatto male! Un buon ritrovo per conoscere gente nuova e incontrarsi dopo le lezioni, io direi di tornare, tu che ne dici?”
“Voglio assolutamente imparare a giocare a quel gioco, come lo chiamano…futbolín !”
Già da qualche minuto alcuni occhi incuriositi avevano notato le due ragazze. Il cameriere continuava a servire bevande ma si voltava di frequente verso l’entrata con vistoso interesse.
Prima che qualcuno potesse chiedere il loro nome o quale fosse il paese lontano dal quale provenivano presero la via per il proprio appartamento.
Camminavano. Con un’improvvisa leggera nostalgia Sylvia esclamò: “Melisa, a volte mi chiedo cosa pensa di noi la gente di questo posto…”
“Credo che non pensino nulla, la maggior parte di loro sono studenti stranieri come noi o comunque lontani da casa. Probabilmente anche loro si faranno un sacco di domande simili molte volte al giorno…”
“Amica mia, se non ci fossi tu qui con me adesso mi sentirei molto più sola…forse senza la tua compagnia non avrei mai deciso di venire…”
Passeggiando all’aperto non si accorsero che il tempo stava volando. Un magnifico tramonto sul lato ovest della residenza colorava di rosso il profilo di ogni cosa. La temperatura cominciava ad abbassarsi e molti ragazzi rientravano negli appartamenti dopo aver passato l’intera giornata a bighellonare.
Mentre scesero le scale lentamente, strisciando le gambe come se avessero percorso chilometri e chilometri, un’ombra in rapido movimento attirò la loro attenzione.
In perfetto sincronismo si voltarono entrambe verso sinistra e riconobbero Gábriel nella sagoma oscura. Nonostante si trattasse di un giorno festivo questi stava accompagnando alcuni nuovi inquilini alle loro abitazioni. Fermo da qualche secondo rispondeva con gesti al collega che da lontano gli chiedeva informazioni. Appena Gábriel si accorse della presenza delle ragazze Sylvia abbassò lo sguardo cercando di negare ogni interessamento. In realtà proprio in quel istante si ricordò delle strane sensazioni provate il giorno prima per quel ragazzo quasi sconosciuto. Non riusciva a crederci, lei che così difficilmente accettava gli attenti corteggiamenti dei pretendenti di Mantolena in modo inspiegabile si era lasciata andare per qualche attenzione.
“Un bacio amichevole non vuol dire nulla!” ripeteva silenziosa.
Mentiva a sé stessa. Il desiderio di lasciarsi andare alle emozioni al di là di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato l’aveva infine posseduta.
In ogni caso nessuno aveva notato nulla.
“E poi è stato lui a baciarmi senza che io me ne accorgessi!” Continuava rivolgendosi al nulla un po’ distratta dalle nuvole che si muovevano verso ovest.
Gábriel si avvicinò con i suoi pantaloni a vita bassa e un pizzetto nero sotto il labbro inferiore.
“Hola ragazze! Come state?…Bella la gita di ieri, non è vero?”
Era così disinvolto e così sicuro di sé che sembrava far gite come quelle e baciare ragazze come Sylvia tutte le settimane e forse lo faceva. Senza incertezze o ambiguità mostrava la giusta misura di amicizia e professionalità che appariva seppellire per sempre ogni suo eventuale desiderio incontrollato.
“Ci siamo divertite molto!” rispose Melisa con sincerità.
“La vostra città è stupenda e speriamo di ritornarci presto!”
D’improvviso Gabriel udì l’urlo di un collega in cerca d’aiuto provenire da lontano.
“Ora devo andare…ah…dimenticavo, se vi va io la sera esco spesso e ho un sacco di amici, passate per la segreteria e chiedete di me, mi farebbe piacere rivedervi.”
E si allontanò correndo.
Sylvia cercava di nascondere l’imbarazzo. Non aveva detto una sola parola per tutto il tempo che il ragazzo si era fermato lì con loro, un evento piuttosto strano che Melisa non avrebbe potuto non notare.
“Che ti succede?” chiese l’amica.
“Non hai detto nulla e non mi sembra che Gábriel sia un ragazzo antipatico, anzi!”
Sylvia sapeva che non era colpa di Gábriel, il problema era un altro. Non voleva accettare le proprie debolezze, lei che aveva amato solo una volta nella vita.
Per fortuna si ricordò di uno stratagemma ‘anti-tristezza’ imparato in uno dei corsi di psicologia tenuti dall’Associazione di Contabilità di cui era rappresentante: non drammatizzare mai! Cercò così di togliersi da quella situazione con una battuta: “Scusami, mentre parlava stavo pensando a tutta la gente conosciuta da quando siamo arrivate e mi sono distratta…hai ragione…è davvero simpatico!”
Davano le spalle al sole che nel frattempo aveva già preso le tonalità più scure del blu. Si allontanarono.
Rilassate in appartamento quella sera decisero di provare a vivere senza la televisione, la televisione che nel loro piccolo appartamento ancora non esisteva. Era la prima volta che vivevano sole e per di più durante un’esperienza tanto particolare, non avrebbe avuto senso attaccarsi a un video quando fuori il mondo, un nuovo mondo le stava aspettando.
“Io direi di attaccare tutte le foto dei nostri amici alle pareti!” esclamò Sylvia.
“Magnifico, io invece ho portato delle riviste sul turismo di Mantolena che presto o tardi potremo mostrare ai nostri nuovi vicini. Vorrei anche ritagliarne qualche immagine da mostrare in camera!”
La cena fu a base di latte caldo e qualche biscotto, le provviste di sicurezza portate da casa. Il giorno dopo ci sarebbe stata la prima lezione in aula: non sarebbe stato facile.

La strada che portava dal piso A 201 alle Facoltà era tutta in discesa. Costeggiava la zona B e dopo una serie di scalinate ampie portava ad una stradina nel verde, anch’essa in pendenza.
Il tempo necessario per arrivare in aula era di circa dieci minuti ad un’andatura moderata, Sylvia e Melisa chiusero la porta di casa alle 8 in punto.
Dopo la prima scalinata si divisero, la facoltà di Economia era nell’ala destra dell’imponente edificio mentre quella di Scienze della Formazione nell’area centrale.
Si scambiarono un cenno della mano ed un’occhiata d’intesa poi ciascuna prese la propria via.
Sul suo tragitto Sylvia poteva scorgere i tavolini vuoti della mensa Universitaria. La zona esterna era piena di ombrelloni chiusi di colore rosso che lasciavano immaginare un’intensa vita nelle ore più calde del giorno e dell’anno.
“Attenzione!” Sylvia si sentì sfiorare da un corpo ed una voce.
“Scusami, vado un po’ di fretta…”
Un ragazzo dai capelli neri con uno zainetto blu correva più veloce di lei. Il tempo di rendersi conto dell’accaduto e quella figura era già oltre. Nessuno dei due sembrò preoccuparsi dell’accaduto, le lezioni stavano per cominciare, non c’era tempo per pensare.
L’aula ventiquattro poteva contenere fino a venticinque studenti. Sylvia entrò guardandosi intorno, esaminando più volte l’orologio per capire come mai nessuno fosse ancora seduto. Non sapeva che nelle università europee era d’uso il cosiddetto quarto d’ora accademico. La lezione iniziava ufficialmente alle otto ma tutti avevano un margine di tempo di quindici minuti per poter entrare. E così mentre lei era già sistemata con tutte la sua attrezzatura per prendere appunti, la maggior parte degli studenti chiacchierava per i corridoi o fumava rilassandosi in un angolo dell’atrio.
Alle otto e trenta in punto il Professor Elejabarrieta, docente di Psicologia Sociale, entrò e chiuse energicamente la porta dietro di sé.
Dalla quarta fila Sylvia seguiva con attenzione i movimenti dell’uomo dietro la cattedra. Era un professore dall’aspetto dinamico e giovanile con i capelli ancora folti e bruni. Non portava alcuna cravatta, solo una giacca di velluto marroncino che gli dava un’aria da personaggio d’avanguardia. Appoggiò la sua valigetta sulla cattedra e ne tirò fuori una pila di fogli ancora caldi di fotocopiatrice.
“Tu, della terza fila e tu laggiù nell’angolo, promettenti psicologi, mi aiutereste a distribuirli?”
I due ragazzi si alzarono un po’ impacciati e cominciarono a girare tra i lunghi banchi lucidi lasciando quello che aveva tutta l’aria di essere una specie di questionario.
Facce stupite sfogliavano il plico e leggevano domande del tipo: ‘Cosa pensi che un uomo dovrebbe fare quando porta a cena fuori una donna, e perché?’ o ‘A quale categoria/e tra le seguenti pensi di appartenere?’.
Sylvia non aveva mai assistito a niente del genere. Lanciò uno sguardo alla ragazza che nel frattempo si era seduta al lato e notò che anche lei non comprendeva, le disse: “Scusami, tu ci stai capendo qualcosa?”
“Più o meno…ho sentito parlare del prof. Elejabarrieta, è il presidente della Facoltà di Psicologia prestato alla Facoltà di Economia. In tutta l’Università non si fa che parlare delle sue lezioni alternative. Ti confesso però che è la prima volta che ne seguo una…”
Sylvia aveva tra i suoi ultimi esami quello di Psicologia Sociale, disciplina non fondamentale nella facoltà di Economia ma rilevante per chi volesse lavorare nel settore del Marketing.
Aveva deciso di inserirla nel proprio piano di studi pensando che qualsiasi cosa avrebbe fatto nella vita un po’ di psicologia le sarebbe sempre servita.
Il docente chiese di compilare il questionario velocemente e iniziò un inaspettato discorso introduttivo:
“Questo corso non è un corso come gli altri. Qui scoprirete che molte delle idee e dei pensieri che pensate vostri, così come la maggior parte delle regole che credete di esservi dati, in realtà non vi appartengono!”
Il cognome rivelava le origini basche dell’uomo. Il mento pronunciato e il naso appuntito acuivano la sua aria già di per sé particolarmente brillante. Gesticolava, si infilava le mani in tasca accompagnando le parole con intermittenti movimenti delle spalle, passeggiava intorno alla cattedra. Era un consumato attore su di un palco che conosceva bene, come più tardi si definì.
Gli studenti era incuriositi, ascoltavano con inusuale attenzione. Non so se in questo corso imparerò mai qualcosa di psicologia, pensò Sylvia, ma sento che quest’uomo mi farà divertire un sacco!
Elejabarrieta era in effetti celebre per le sue lezioni ‘drammatizzate’. Era convinto, e i risultati gli davano ragione, che la Psicologia Sociale, così come altre discipline umanistiche dovessero essere insegnate attraverso l’esperienza diretta. La comprensione raggiunta per mezzo di questo metodo avrebbe favorito una migliore interpretazione delle esperienze future. Sosteneva, e lo ripeteva con fervente passione, che la scienza doveva aiutare l’uomo a vivere meglio, non renderlo schiavo di teorie e dottrine.
Sylvia sentì un trasporto intellettuale mai provato prima. Voleva sapere ogni cosa quel uomo avesse da insegnare, aveva fiducia in lui. Forse le sue lezioni l’avrebbero aiutata a capire il perché di tante cose del mondo e di sé stessa.
Il tempo passò velocemente. Allo scadere delle due ore il professore alzò le mani unite in segno di ringraziamento per l’attenzione e passò personalmente a raccogliere i questionari impilati al bordo di ogni fila di banchi.
Molti studenti corsero immediatamente verso un’altra aula per una nuova lezione mentre altri approfittavano della pausa per scambiare qualche parola e bere un succo di frutta.
La lezione successiva di Sylvia era prevista per le dodici. Mentre ancora seduta rivedeva i pochi appunti presi poco prima, le si avvicinò una ragazza dall’aria simpatica di nome Marta.
“Di dove sei?” chiese senza indugio.
Sylvia rispose con grande naturalezza: “sono di Mantolena, un’isola dei Carabi. La mia piccola città si chiama San Fermín”
“Caspita…lontanuccio! Io sono invece di Manresa, un paesino sulla costa, vicino Barcellona. Ti ho notato subito, sai? Ho lavorato come educatrice per molti anni e alcune delle ragazzine di cui mi occupavo erano dominicane, ti assomigliano! Amo la cultura caraibica, quelle mie ragazzine erano sempre allegre e mi trasmettevano un’energia fortissima. Le ho sempre considerate speciali”.
Sylvia pensò in un lampo a tutte le persone che avevano attraversato le stanze della sua giovane vita fino a quel momento. Si trattava di persone di cultura caraibica appunto, molte delle quali non avrebbero forse mai rivolto la parola ad una sconosciuta, come invece Marta stava facendo in quel momento. Ripercorrendo un miscuglio di immagini confuse si ricordò delle facce povere che era abituata a vedere per le strade della sua città.
Mille altri pensieri la oltrepassarono in pochi secondi mentre la piccola ragazza dal caschetto biondo la osservava incuriosita aspettando un commento.
“Be, il Caribe è grande, fatto di molte culture…ma sono contenta di ricordarti persone positive! Hai un’altra lezione tra poco?”
“A dir la verità no. Se ti va ti racconto qualcosa del nostro paese, ora sei nostra ospite!” disse sorridendo.
Sylvia si sentì improvvisamente imbarazzata. Avrebbe voluto dirle che suo padre era valenciano, spiegarle che le aveva spesso parlato di arte, del cibo di quelle parti ma molto, troppo poco della gente spagnola.
La ragazza invitò Sylvia a raccogliere le proprie cose e a seguirla verso un posto meno austero dell’aula-teatro del professor Elejabarrieta.
Pochi minuti più tardi, sedute su sedie di plastica rosse già scaldate dal sole, conversavano nel bar dell’Università.
Il piccolo tavolino quadrato aveva un lato appoggiato alla vetrata trasparente che guardava ai verdi prati del Campus. “Spiegami Marta…in che lingua sono scritti i cartelli che vedo in giro? È sicuramente la stessa lingua che a volte mi sembra di sentir parlare per i corridoi dell’Università…è simile allo spagnolo…”
Marta accennò un sorriso che si affrettò a bloccare come se la risposta richiedesse un qualche sforzo di imparzialità.
“Vedi, la Spagna è una nazione molto più complessa e divisa di quello che può sembrare dall’esterno. È divisa in Comunità, alcune delle quali hanno una radice culturale molto diversa tra loro…”
Sylvia ascoltava con i gomiti comodamente appoggiati sul tavolo e le mani che sorreggevano le guance rilassate.
Il bicchiere di Clara alla sua sinistra trasudava vapor acqueo e i cubetti affondavano lenti come piccoli iceberg in un mare tiepido.
“…le due Comunità più interessanti da questo punto di vista sono il Pais Basco e la Cataluña . Entrambe hanno una propria lingua, diversa dallo spagnolo che tu conosci. A Valencia si parla una forma di Catalano, ecco perché a volta ti risulta difficile capire!”
In quel momento un gruppo di ragazzi entrò nel bar spalancando la porta d’ingresso. Una raffica di vento caldo scompigliò i capelli neri di Sylvia mentre si chiedeva contrariata perché mai suo padre non le avesse mai parlato di quelle differenze.
“Tu vivi nel Campus?” chiese Sylvia cambiando discorso.
“No, ho una stanza con altri studenti in città ma la sera vengo spesso da queste parti, le feste della Villa sono grandiose!…Te ne hanno già parlato?”
“Eccoci!” pensò Sylvia “Tra poco mi si svelerà il mondo di divertimento che si nasconde dietro questi enormi edifici.
Il mondo in cui ragazzi di ogni parte del mondo diventano ogni sera un tutt’uno con il cielo, le onde del mare, la propria pelle e la musica che essi stessi hanno scelto.”
“…veramente no, quali feste?”
“Dunque…ogni fine settimana, specialmente il giovedì, gli studenti danno vita a movimentate feste nei loro appartamenti. Comprano bibite, Cava , e Rum a fiumi che offrono a chiunque voglia unirsi a loro, la porta rimane spesso aperta fino a notte fonda.” La tradizione vuole che ogni settimana ci siano feste organizzate in appartamenti diversi e svago assicurato per tutti!!”
“Caspita! Deve essere fantastico…anche io e Melisa organizzeremo la nostra piccola festa! Melisa è la mia migliore amica, te la farò conoscere.”
Le due studentesse alzarono lo sguardo verso il bianco orologio a muro nel centro della sala quasi nello stesso momento, si accorsero che era già tardi.
Marta tirò fuori velocemente il piccolo borsello di perline colorate che usava per tenere le monete e insistette per pagare. Si diede poi una rapida sistemata ai capelli scompigliati, abbracciò Sylvia e le diede appuntamento per la lezione di Psicologia Sociale del giorno successivo.
Sylvia impazziva dalla voglia di raccontare alla sua amica prediletta delle nuove importanti scoperte. Era comunque certa che cose simili stessero accadendo anche a lei, in fin dei conti il Campus dava tutta l’aria di essere un posto in cui le notizie correvano velocemente.
Lasciò il bar per sedersi all’aperto sui cubi in granito che astuti progettisti avevano pensato bene di rivolgere verso il sole quando questo è più alto. Appoggiò per un attimo lo zainetto marrone e aprendolo ne tirò fuori l’agenda che portava sempre con sé. La lezione di Storia Moderna l’aspettava nell’aula cinquantaquattro della sua Facoltà. Era un corso che sembrava particolarmente interessante per lei proprio perché tenuto in Spagna. Sentire raccontare la storia da un punto di vista assolutamente nuovo, proprio dai discendenti di uno dei popoli che di quella storia erano stati protagonisti, non era certo cosa che capitava ad ogni studente di Mantolena. E Sylvia questo lo sapeva bene. Richiuse con cura lo zaino e si avviò con passo spedito a destinazione.
Camminando tra centinaia di giovani che come lei si affrettavano notò come uno stretto ponte collegasse il bar all’ala sud del palazzo universitario. Al di sotto si intravedevano gruppi di ragazzi e coppiette che appoggiavano i propri oggetti ai tronchi chiari delle betulle e si stendevano sul prato. Alcuni approfittavano della pausa per ripassare la lezione appena trascorsa, altri si adagiavano e guardavano il cielo negli occhi, senza parlare.
Per raggiungere la lezione Sylvia attraversò la biblioteca di Scienze Sociali, in silenzio, come le fece segno il custode all’entrata. Si trattava di una comunissima biblioteca su due piani. Era attrezzata con alcune postazioni internet davanti le quali studenti ordinati in coda erano in attesa di comunicare con il mondo.
“Questo posto mi ricorda l’aula-studio della Associazione di Contabilità” pensò, mentre quasi si perdeva tra scaffali di libri di ogni epoca e tipo.
Ecco, sopra quella scalinata deve esserci la zona che sto cercando! Non si sbagliava.
La lezione di Storia non riscosse in Sylvia lo stesso successo della precedente. Il professor Gábriel Colomè, giovane storico alle prime esperienze come docente, conosceva bene la propria materia. Ma come spesso accade, non aveva ‘il dono’, la sorta di potere innato in grado di emozionare le platee. La sua spiegazione era ineccepibile dal punto di vista accademico ma senza energia.
Sylvia ascoltava immaginando quel uomo di circa quarant’anni a casa, mentre scriveva e studiava a memoria il testo dei propri discorsi. Dai suoi occhi traspariva la consapevolezza del modo collaudato con cui esponeva sistematicamente le proprie tesi. Era l’ennesima lezione in cui purtroppo nessuno spazio fu lasciato al caso e all’improvvisazione.
Elejabarrieta non era dunque il tipico docente spagnolo, rifletté la giovane, ma il possessore di un talento che pochi avrebbero sperato di riuscire ad eguagliare.
Mentre la voce di fondo parlava di lotte politiche ed invasioni senza emozionare alcuno Sylvia approfittava per decidere quale piatto strano le avrebbe fatto da pranzo. Si ricordò delle splendide baguette ripiene di prelibatezze viste di sfuggita su un bancone del bar. Contò le monete che aveva in tasca e passò il resto della lezione meditando su cosa comprare. Decise: la baguette con chorizo piccante!
Erano passate due ore e questa volta nessuno la fermò chiedendole di dove fosse e nessuno studente sembravano averle fatto caso. Per un momento si senti sola. Smise immediatamente di pensare a cose tristi e ricominciò ad immaginare il pranzo piccante che l’aspettava. Infilò delicatamente il plico degli appunti nello zaino, cui seguì un fiocco e il suono tipico della chiusura in plastica. Si diresse ancora una volta verso il bar, per un percorso differente, le piaceva continuare ad esplorare come un felino il suo nuovo territorio!
Erano già le tre del pomeriggio e la maggior parte degli studenti aveva pranzato da circa un’ora. Non mancava però chi come lei sentiva un certo languorino e si dirigeva nella sua stessa direzione.
Il nuovo percorso passava per la facoltà di Giurisprudenza. Scese per una scala interna. Notò la porta aperta di un’altra sala d’informatica piena di brusio. Fermò il passo sull’ultimo gradino e si avvicinò. Era una grande stanza piena zeppa di ragazzi, almeno trenta postazioni computerizzate e un grande sensazione di divertimento nell’aria. I processori delle macchine scaldavano l’aria e pur non avendo intenzione di fermarsi più di pochi minuti Sylvia si tolse d’istinto la giacca che aveva sulle spalle.
Decise che nei giorni seguenti sarebbe ripassata per quella sala, voleva comunicare con Mantolena ed i suoi amici. Avrebbe scritto un’allegra e-mail a tutti ma soprattutto a suo padre. Riusciva ad immaginarlo mentre apriva la casella di posta elettronica come ogni giorno e sorpreso distingueva il nome di sua figlia tra le righe della posta in arrivo.
Il bancone dei panini era ormai semivuoto ma per fortuna rimaneva un’ultima baguette con chorizo piccante.
“Che bontà!” Pensò mentre l’inserviente la guardava con occhi distratti e sorridenti.
Afferrò il panino avvolto nella carta opaca grigia e passò per la cassa sgombra per pagare.
Cominciava a sentirsi stanca oltre che affamata, non era ancora abituata a tutto quel camminare tra un’ala e l’altra dell’Università. Avvicinò il naso al bordo del panino per assaporarne i profumi.
“Lo mangerò nella mia stanza!” Si disse riprendendo velocemente la via di casa.
Da lontano già sapeva riconoscere la zona A. Era costruita sulla terza di tre verdi colline e avvicinandosi lungo il cammino riusciva a intravedere gli spiragli di luce tra i serramenti del suo appartamento non perfettamente chiusi.
“Dove saranno tutti i ragazzi che abbiamo conosciuto durante la gita a Valencia?” Si chiese per un attimo.
“Probabilmente ci incontreremo di nuovo in una delle feste di cui mi parlava Marta…e Gábriel?”
Arrivata davanti la porta di casa si stupì di come potesse ancora pensare a quel ragazzo di cui non sapeva nulla.
“Eccoti finalmente!” esclamò con allegria Melisa.
Sylvia provò un inaspettato profondo sollievo. Stare in giro tutto il giorno circondata da tante persone e cose nuove le aveva lasciato eccitazione ma anche un’inaspettata tensione. Si sedettero su uno dei due letti, una a fianco all’altra, e iniziarono a raccontarsi ogni dettaglio della giornata. Melisa esultò alla notizia delle feste notturne nella Villa Universitaria, gli occhi le brillarono al solo pensiero delle emozioni che avrebbe provato. Sylvia continuò a raccontare. Le parlò dell’affascinante Elejabarrieta e delle sue lezioni ‘innovative’ e poi di Marta, la simpatica amica che aveva conosciuto. Anche Melisa aveva incontrato un sacco di gente ma soprattutto aveva ancora una volta visto Gábriel. Sylvia smise di dondolarsi sulla sedia ed iniziò ad ascoltare con maggiore attenzione.
“Andava verso il bar dell’Università, era con alcuni amici che avevano tutta l’aria di essere molto simpatici. Ci hanno di nuovo invitate ad uscire tutti insieme, potremmo accettare, che ne pensi?”
“Certo, perché no, in fondo siamo venute qui anche per divertirci, no?” rispose Sylvia cercando di apparire disinvolta. In ogni caso non intendeva affrontare l’argomento nei dettagli e cambiò subito discorso. D’improvviso una mano bussò alla loro finestra semiaperta, era proprio lui: Gábriel.
“Ciao ragazze! Come state?” con il suo solito garbo, “Questa sera vi va di venire ad una festa nella stanza di un amico, qui nella Villa?”
“Certo” Esclamò Melisa senza che Sylvia avesse nemmeno il tempo di pensarci “Sistemiamo un po’ di cose, ceniamo velocemente e arriviamo, in che stanza siete?”
“Stanza B164”, nell’ala di fronte, vi aspettiamo per le dieci, ok?” rispose come un fulmine il ragazzo, rivolgendosi con lo sguardo anche a Sylvia.
Questa annuì con un sorriso tra le labbra chiuse, e il giovane se ne andò di fretta salutando da lontano con la mano ciondolante.
Le due ragazze decisero di passare dal piccolo supermercato per comprare un bottiglia di vino, non volevano certo arrivare a mani vuote.
“Vado io!” disse immediatamente Sylvia.
“D’accordo, io metto un po’ d’ordine e preparo qualcosa per cena.”
La stanza A 201 era sempre immersa nella musica e l’ombra di Melisa sembrava danzare nel fare delle cose. Camminava scalza sul pavimento fresco, rimboccava le coperte dei letti muovendosi con passo lento. L’oscillare ritmico delle mani che stringevano le lenzuola ricordava le figure delle calde ballate sudamericane. Sorrideva sola nella camera ascoltando le note della sua canzone preferita.
La zona B non era così vicina come immaginavano. Attraversarono il prato che divideva le due ali del comprensorio e cominciarono a leggere le insegne con le lettere identificative agli angoli degli edifici. Ancora una volta si stava alzando il vento. L’aria calda proveniente dal mare non molto distante portava via dal collo delle due giovani il profumo di rosa selvatica.
“Zona F, ancora non ci siamo! Deve essere più avanti.” disse Sylvia con disappunto.
“Si saremmo dovute portare la bendita cartina, questo posto è immenso!” rispose Melisa.
In lontananza scorsero un’ombra in movimento che si avvicinava.
Quello che doveva essere un ragazzo si dirigeva verso di loro con andatura spedita. Si guardarono intorno e notarono che la zona era stranamente deserta, le luci nelle stanze degli studenti erano quasi tutte accese per il calare del sole ma nessuno avrebbe potuto sentirle e aiutarle in caso di necessità.
La figura cominciava mano a mano a farsi più nitida. Si trattava di un giovane dalla pelle chiara, con dei bei capelli lucidi castani di lunghezza media. Un ciuffo gli copriva parte dello sguardo e lo rendeva misterioso. Piuttosto robusto muoveva le gambe dentro un paio di pantaloni larghi che ne nascondevano le forme. Si fermò davanti alle ragazze che, quasi impietrite dall’oscurità, non sapevano se approfittare dell’incontro per chiedere notizie della zona B o in maniera più prudente allontanarsi rapidamente.
“Hola Sylvia, Hola Melisa!”: conosceva i loro nomi.
Passandosi una mano tra i capelli per scoprire i piccoli occhi azzurri disse di essere un amico di Gábriel, venuto per portarle alla festa. Proseguì dicendo di chiamarsi Ramón.
“Studio medicina, sono al terzo anno, Gábriel mi ha parlato molto di voi” raccontò lungo in tragitto.
Sylvia ascoltava la voce bassa e calma di Ramón con interesse, le sembrò molto strano che dalla festa avessero mandato qualcuno ad accoglierle. Aveva pensato che in mezzo alla miriade di invitati nessuno avrebbe fatto caso alla loro eventuale assenza, ma si era evidentemente sbagliata.
Il ragazzo dagli occhi azzurri e i capelli lisci dava tutta l’aria di essere una persona di buon animo e sincera, parlava liberamente della sua amicizia con i ragazzi che li stavano aspettando e del modo in cui si erano conosciuti.
Entrarono nell’ascensore e senza dire una parola Ramón schiacciò il pulsante del quarto piano. Si spalancò una porta e un’altra ancora: la festa!
“Bienvenidas !” Gábriel venne incontro a Sylvia e Melisa salutandole come se tutto e tutti stessero aspettando solo loro per portare l’atmosfera al massimo del divertimento. Con un rapido sguardo si potevano contare almeno 50 persone ed altre ancora ne stavano arrivando, tutti in un appartamento poco più grande di un piso progettato per la vita di non più di 4 studenti.
Le due ragazze rimasero per un istante senza parole. Come in un sogno tutti apparivano felici, profondamente allegri, in un luogo che sembrava destinato a rimanere senza tempo.
Accanto alla porta il tavolino bianco avorio presente in tutti gli appartamenti era stato adibito a porta bevande. Ramón fece per presentare le due ragazze caraibiche ad alcuni amici ma Sylvia lo fermò con un cenno silenzioso, voleva prima di tutto saziare un’intensa sete improvvisa. Lasciò sul tavolo il vino portato in dono, allungò la mano su una bottiglia di Ron del Barrilito e con Melisa che aveva già afferrato il contenitore di Coca Cola prepararono il loro primo Cuba Libre spagnolo.
Tutti in quella stanza avevano un bicchiere in mano, di quelli in plastica bianca, con l’ombra scura che da fuori mostrava il livello del contenuto.
L’atmosfera era un miscuglio divertito di lingue e atteggiamenti differenti.
“Eppure oggi non è giovedì!” esclamò Sylvia ricordandosi delle parole di Marta.
Si avvicinò a Ramón per chiedergli se effettivamente esisteva un giorno della settimana dedicato alle feste.
“Be, in effetti si. Solitamente ci organizziamo per il giovedì ma oggi è un giorno speciale, è l’inizio del secondo semestre!”
Sylvia pensò subito che per quei ragazzi ogni motivo sembrava buono per far festa, proprio come a San Fermín. I due si sentivano a loro agio nonostante si fossero conosciuti solo qualche minuto prima e continuarono così a chiacchierare animatamente. Nel mentre Melisa aveva preso a discutere con le altre due studentesse di Mantolena che le avevano da poco raggiunte.
Mariela era una forza della natura. La sua carica vitale attirava l’attenzione di tutti coloro che si trovavano nei paraggi.
Bionda e con un seno prorompente faceva una battuta dietro l’altra, gesticolava, mimava goffamente i suoi personaggi come una marionetta in un teatrino per bambini. Era dotata di una fortissima personalità che non poteva non disarmare, il suo arrivo alla festa aveva reso l’atmosfera più briosa, scoppiettante.
Mariela era approdata a Valencia nonostante le perplessità di Gustavo, il suo ragazzo. Era convinto che sei mesi sarebbero stati una dura prova per il loro amore, per di più sei mesi vissuti in un ambiente pieno di quelle che lui chiamava ironicamente ‘distrazioni’. Entrambi erano a conoscenza del rischio di una crisi ma avevano deciso di comune accordo che sarebbe stato più giusto non allarmarsi e vivere il periodo con serenità. Gustavo era un ragazzo molto intelligente, sapeva che anche volendo non avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, bisognava avere fede.
Rebeca seduta in un angolo della stanza si guardava intorno e di quando in quando si inseriva tra i commenti di un gruppo di argentini che a fianco a lei conversava animatamente di cibo “La carne argentina es la mejor del mundo! ” sosteneva il più nazionalista.
Uno dei suoi interlocutori, di padre australiano e madre argentina, era invece del parere che la bontà delle carni d’Australia era ormai ineguagliabile e l’Argentina aveva da tempo perso il proprio primato.
Rebeca ascoltava chiedendosi perchè mai quei ragazzi si confrontassero con tanta passione su una questione per lei assolutamente insignificante e soprattutto mentre tutti gli altri intorno erano intenti solo a divertirsi. Si rese immediatamente conto che ancora una volta si era messa a pensare invece di godersi le emozioni della situazione, le capitava spesso e sperava che il periodo di ‘studio’ a Valencia l’avrebbe aiutata a lasciarsi andare.
Anche lei aveva un ragazzo che l’aspettava, a Miami, pronto a sposarla non appena le circostanze l’avessero permesso.
Le quattro ragazze erano molto diverse tra loro ma anche unite dalla consapevolezza che quel periodo all’estero rappresentava un privilegio enorme, un regalo del destino.
Sylvia portò un bicchiere di vodka con limone a Rebeca ancora intenta ad ascoltare l’epilogo del ‘dibattito sulla carne’ mentre Mariela continuava a mimare i suoi racconti al centro del piso.
“Certo che Mariela è proprio la portabandiera della nostra isola! Grazie a questa serata chissà quante di queste persone rimarranno affascinate dalle sue storie e verranno a visitare le nostre città. Il consolato di San Fermín a Valencia dovrebbe assumerla!?” Disse Sylvia con marcata ironia.
Rebeca la conosceva meglio, era abituata a scene del genere e sapeva anche che Mariela era una persona volubile. Di lì a poco avrebbe potuto lasciare la festa senza alcuna spiegazione per tornare nella sua stanza e scrivere una lunga lettera al fidanzato Gustavo. Era fatta così.
La luce si spense all’improvviso. Dopo un istante di silenzio generale tutti scoppiarono a ridere come se si trattasse di un effetto scenografico voluto dagli organizzatori della festa.
I riflessi di una luna offuscata alla finestra disegnavano timidi i profili dei volti e una voce cominciò a parlare all’orecchio sinistro di Sylvia.
“Al buio sembra tutto più interessante, non trovi?”
Lei senza voltarsi riusciva a sentirne il respiro sul collo, era molto vicino.
“Avrai certo capito chi sono…”
“No! Non ancora!” esclamò Sylvia mentre nella stanza alcuni già cominciavano a scherzare con ululati e finte grida di spavento.
“…ma come…?! Sono emerso dal buio per condurti qui questa stasera e ti sei già dimenticata di me?”
Sylvia riconobbe la voce del tranquillo giovane che le aveva accompagnate alla festa.
“Ramón!…che succede?. Siamo ancora al buio..”
“Gábriel mi ha parlato molto di te…mi ha mandato lui a prendervi perchè voleva che ti conoscessi prima di tutti.
Sostiene che qualcosa del tuo modo di essere gli ricorda me!”
Sylvia scoppiò a ridere. Non poteva credere alle proprie orecchie. Prima Gábriel la baciava, la invitava ad una festa e poi l’apparire di quel ragazzo da lui stesso ‘sponsorizzato’ che le sussurrava in un orecchio!
“…che diavolo hanno tutti e due nel cervello?!?!”
“Se ti va ci possiamo vedere in questi giorni, non possiamo certo aspettare la prossima festa!”
“Click!” qualcuno aveva finalmente individuato la posizione dell’interruttore salvavita.
Riacquistare d’improvviso la normale visibilità fece di quel momento una specie di istantanea irrimediabilmente impressa nella memoria di tutti.
Gábriel osservava da lontano la conversazione di Sylvia e Ramón con finta distrazione ed un soddisfatto sorriso sulle labbra.
“Accidenti!” Pensò Sylvia.
“Perchè mai succede tutto questo? Un ragazzo che già trovavo simpatico si fa avanti mentre un altro si ritrae definitivamente. In fondo è chiaro. Gábriel fa il suo mestiere e un bacio a qualche ragazza carina per lui rappresenta ordinaria amministrazione. Ramón invece, sembra avere un interesse sincero. Frequentarlo…”
Si voltò verso Gábriel e alzando il bicchiere bianco nella mano destra brindò a lui e a quella strana situazione. Gábriel si tolse quel sorriso dal viso e capì ciò che lei stava pensando. Riprese a chiacchierare dopo qualche secondo come se nulla fosse accaduto.
La serata proseguì in un crescendo di entusiasmo mentre minuto dopo minuto quei ragazzi diventavano un’unica tribù intenta a celebrare il dio dell’allegria.
Intorno alle quattro la festa cominciò a volgere al termine. L’indomani molti avrebbero avuto lezione e tutto ciò che non era stato terminato sarebbe forse continuato il fine settimana successivo.
Melisa che si era fermata per un po’ fuori la porta guardando le stelle rientrò pronta per tornare a casa. Trovò Mariela e Rebeca già preparate ad andare. Sylvia aveva appena salutato tutti e già organizzava con Ramón il loro prossimo incontro: aveva deciso di accogliere il suo invito. Guardò negli occhi le sue compagne, sentiva dopo tanto tempo il cuore libero ed in grado ancora una volta di abbandonarsi.
Tutti si salutarono e ogni gruppo andò per la propria strada.
L’odore acre del fumo appiccicato ai vestiti si scioglieva mentre camminavano in una notte umida.
“Ramón è un ragazzo molto gentile…” disse Sylvia alle amiche percorrendo di gran lena la via del ritorno.
Melisa si rivolse a lei con lo sguardo di chi avrebbe voluto sapere di più e commentò con timido sarcasmo: “Si…gentile soprattutto con te!. Credo che voglia conoscerti meglio!?”
Sylvia abbassò lo sguardo sorridendo, non era certa di cosa sarebbe successo nei giorni successivi tra lei e il giovane studente di medicina e quello stesso mistero la intrigava.
Mariela e Rebeca nel frattempo si erano già allontanate in direzione della zona H in cui vivevano. Pochi minuti dopo, a qualche decina di metri di distanza, Melisa passò velocemente la chiave di plastica nel congegno della porta, anche lei e Sylvia erano a casa..

Gianni e Marco si erano conosciuti qualche giorno prima della gita a Valencia. Il primo viveva nella Villa da circa tre settimane con un paio di ragazzi di Mallorca, nel settore B.
Era un giovane bruno, la barba curata gli incorniciava il volto leggermente abbronzato. Per molti versi rappresentava un certo stereotipo dell’italiano della sua età, sceglieva con criterio i colori di pantaloni e camicia e aveva sempre i capelli leggermente umidi.
Non riusciva ancora a credere di trovarsi tanto lontano da casa, lui che fino a poco tempo prima aveva orientato la propria vita verso obiettivi e luoghi assolutamente diversi. Era certo che non si sarebbe mai trovato a parlare una lingua straniera e a scoprire come era fatto il mondo se prima non avesse incontrato lei.
Quando usciva con Francesca credeva che la propria vita fosse per così dire ‘risolta’. Per la prima volta coinvolto in un rapporto di coppia stabile e duraturo, a chi lo conosceva raccontava di essere innamorato.
Il fine settimana a casa di Francesca erano un’abitudine. Ogni volta che i genitori andavano a rilassarsi nella loro casetta della Val D’Aosta Gianni arrivava.
Molti mesi erano passati in questo modo, tra scontati incontri infrasettimanali e l’appuntamento fisso del sabato e domenica, insieme a pochi amici, amici di Francesca. Lei amava viaggiare e lo faceva almeno due volte l’anno. Non sapeva cosa sarebbe stato del proprio futuro, non sapeva se e quanto amasse Gianni, più semplicemente si lasciava trasportare dal mare agitato degli eventi e delle emozioni. Sognava di vivere per un periodo non ben definito all’estero, magari con una borsa di studio. Ma lui le ripeteva che il mondo là fuori era incerto e insicuro: “Non capisco perché devi cercare lontano ciò che puoi avere qui, accanto a te. Hai un ragazzo che ti ama, una famiglia affettuosa, degli amici, l’università…cos’altro potresti desiderare?”
Erano quelli i tempi i cui Gianni cominciava a dividere gli esseri umani in due categorie ben distinte: ‘nomadi’ e ‘sedentari’, praticamente certo di appartenere a questi ultimi.
La loro storia era finita durante un pomeriggio qualunque, dopo due anni e mezzo insieme. Si erano lasciati quasi spontaneamente pur rimanendo entrambi sconvolti dal primo serio e lungo rapporto amoroso che improvvisamente, quasi senza ragione, terminava. Da quel giorno Gianni non fu mai più lo stesso.
A Valencia spesso osservava i ragazzi e le ragazze apparentemente così diversi da quelli che era abituato a vedere davanti la facoltà di Torino e pensava allo stupore di Francesca se lo avesse saputo tanto lontano: era certo che ne sarebbe stata orgogliosa. In quei momenti rivedeva chiaramente le sue espressioni di curiosità e stupore. Poteva quasi sentirne il profumo di crema alla vaniglia che d’inverno usava spalmarsi sulle mani, prima di andare a dormire. A volte ne sentiva la mancanza. Si voltò verso le coppiette stese sul prato e cominciò a sentire intenso il fermento della primavera. Una nuova città, una nuova vita, uno nuovo Gianni, forse stava per nascere.
Il giorno in cui i due italiani si erano conosciuti Gianni si trovava fermo davanti l’entrata della biblioteca di Scienze Sociali. Impegnato a scoprire se c’era qualche posto libero per poter studiare ne aveva osservato l’interno attraverso le vetrate.
Marco si era avvicinato. Quasi immediatamente e senza parlare i due avevano capito di trovarsi entrambi di fronte ad una persona del proprio paese. Marco, sicuro, gli aveva rivolto la parola senza neanche accennare un vocabolo nel suo stentato spagnolo.
“…Ciao!…italiano anche tu?…ne ero certo! Piacere, io sono Marco, qui da una settimana, cerchi un posto in biblioteca?”
“…si vede?…cioè…si vede che sono Italiano e che cerco un posto per studiare?…ed io che facevo di tutto per passare inosservato!?” aveva esclamato Gianni con la solita ironia.
Si erano stretti la mano e avevano continuato a parlare. Il primo veniva dal nord Italia ma era figlio di genitori del sud mentre Marco era un meridionale doc.
“Tu dove vivi?”
“Ho una stanza qui nella Villa Universitaria, nella zona M, e tu?”
“Accidenti!…anch’io vivo nella zona M, stanza 403….ma aspetta…ora che ricordo…le mie vicine mi avevano parlato di un altro italiano che viveva nei paraggi, allora…devi essere proprio tu!” disse Marco con l’espressione di chi aveva finalmente risolto un difficile enigma.
“…e…hai conosciuto altri italiani che studiano al Campus come noi?…a proposito, cosa studi?!”
“Caspita si!. Studio Scienze Politiche con indirizzo Internazionale e la mia facoltà è piena di italiani!”
“Bello! Io studio Scienze Politiche con indirizzo Sociale…e sei il primo italiano che ho conosciuto a Valencia!
Solo il pomeriggio precedente Gianni era stato nella sala dei computer per scrivere la terza e-mail della sua vita. La scarsa voglia di ripassare i pochi appunti della lezione di Comunicación Pública lo aveva infatti portato a rovistare tra le pagine dell’agenda. Si era ricordato dell’indirizzo lasciatogli in Italia dall’amica Sonia, “Con questo indirizzo potremo tenere i contatti molto facilmente, vedrai!” gli aveva detto appuntando il proprio nome accanto a quello che allora gli sembrava solamente uno strano simbolo a forma di ‘a’ cerchiata.
Era salito al primo piano e dopo essere entrato nella sala di informatica si era accodato in attesa di prendere posto vicino la finestra da cui entrava una fresca brezza rigenerante. Intorno era stato tutto un vociferare in lingue diverse, greco, italiano, spagnolo, francese, tedesco…e qualche parola che lui aveva dedotto essere giapponese. Arrivato il suo turno aveva riaperto l’agenda: per giorni non aveva avuto contatti con l’Italia e cominciava a manifestare i tipici sintomi della nostalgia. Si era connesso ad uno dei tanti siti che offrivano una casella di posta elettronica gratuita, lo aveva scelto per il bel blu della grafica, il blu era il suo colore preferito. Dopo aver seguito passo per passo le istruzioni si era trovato finalmente pronto per inviare la prima e-mail.
Si era messo a scrivere proprio a Sonia, una delle sue migliori amiche. Le aveva scritto della solitudine, dei colori di Valencia, di quanto gli mancasse casa e la propria vita italiana.
Le aveva descritto con minuziosi particolari il miscuglio di sensazioni che in quei giorni lo possedeva. Le scrisse che per la prima volta si erano trovati soli, lui e il mondo, senza nessuno a cui dare colpe e spalle su cui auto-commiserarsi.
“…vedi Sonia…mi sento debole, solo, ma ogni piccola cosa che sono in grado di fare qui, lontano da casa, acquista un valore immenso. Ieri ho fatto la spesa ed è stato bellissimo. Tra mille scaffali di cose che da bambino avrei senza esitazione chiesto a mia madre di comprare sono riuscito a scegliere ciò di cui avevo davvero bisogno: mi sono sentito adulto, adulto a 26 anni. Ancora non ho amici qui…si lo so…sono passati solo pochi giorni dal mio arrivo ma spero di ambientarmi presto, mi mancate tutti così tanto….”
L’incontro con Marco era stato per Gianni una specie di miracolo.
Proprio quando aveva cominciato a cedere pensando che forse avrebbe passato ancora molto tempo senza parlare con nessuno, Dio sembrava avergli regalato il primo amico a Valencia.
Gianni aveva già incontrato prima altri italiani in biblioteca, li aveva sentiti parlare. Ma questi, pur accorgendosi a loro volta che anch’egli era uno studente proveniente dal ‘Bel Paese’, non avevano dimostrato alcun interesse nei suoi confronti.
Si trattava di studenti arrivati a Valencia circa sei mesi prima. Gianni li aveva osservati a lungo e aveva notato il senso di superiorità con cui qualcuno di loro lo guardava da lontano. Come ‘nonni’ in una caserma chiamavano quelli come lui ‘i nuovi’, sorta di neofiti nell’avventura di quei luoghi.
Ma quel giorno aveva conosciuto Marco. Con calda cordialità lo aveva invitato a passare per il suo appartamento di quando in quando, avrebbero mangiato insieme e iniziato ad uscire in cerca delle feste di cui avevano già sentito parlare. Gianni aveva accettato di buon grado e ringraziato la fortuna che quel simpatico ragazzo italiano abitasse a pochi passi dalla sua abitazione.
Qualche sera più tardi Gianni aveva sentito bussare alla porta. Si era alzato scalzo dal divano su cui disteso guardava la televisione catalana e aperto:
“Ciao Gianni! Come stai?”
Marco aveva deciso di fare un salto da lui, non si erano ancora rivisti dal giorno del loro primo incontro.
“Vieni, entra pure. Questa sera sono solo, i miei compagni d’appartamento sono tutti usciti”
“E tu? Non sei andato con loro?” aveva esclamato Marco guardandosi intorno per ammirare nel dettaglio il modo pittoresco in cui le stanze erano state decorate.
“Non mi andava, stasera è una di quelle sere in qui il letto è il miglior compagno di viaggio che io possa immaginare!?”
“Hai cenato?”
“Ancora no, se vuoi ceniamo ora, insieme….”
“D’accordo! Facciamoci una bella pasta, io devo averne un pacco nel ripostiglio, ti faccio assaggiare una delle mie specialità!”
Poco dopo Marco aveva dosato con abbondanza la quantità di bucatini da cuocere. L’acqua aveva iniziato a scaldarsi velocemente sulle fiamme azzurre alte mentre il giovane cuoco aveva miscelato gli ingredienti tipici della sua terra che avrebbero dato vita ad un gustosissimo sugo.
Il profumo di spezie e pomodoro fresco insaporiti da cubetti di salame piccante si era diffuso per tutta la casa. Gianni seduto sul divanetto ricoperto di sottile tela verde aveva cambiato velocemente il canale della televisione lanciando di quando in quando uno sguardo all’amico dietro ai fornelli.
“È quasi pronta…sai, io sono calabrese e nel profumo che senti c’è tutto il ‘piccante’ del posto in cui sono nato!?” aveva detto ad alta voce Marco agitando il cucchiaio di legno.
“mhmm…vedrai che parlerò dei tuoi prodigi a tutte le ragazze che conoscerò e non avrai scampo!”
Gianni si era sentito terribilmente a suo agio. Immediatamente aveva pensato che la gentilezza e l’accoglienza di Marco fosse in qualche modo dipesa dalle sue origini. Quello sconosciuto ragazzo calabrese gli sembrava molto più cortese di tutti i coetanei che aveva conosciuto nella sua città. Non aveva mai avuto un amico del Sud Italia prima di allora. Aveva cominciato a credere che l’inaspettata confidenza che stava nascendo con Marco stesse arrivando direttamente alla parte più latina del suo animo, più viva di quanto avesse mai immaginato. Gli era piaciuta la spontaneità con cui lui avevano iniziato a parlare di qualsiasi cosa.
La pasta era pronta.
Marco aveva fatto due porzioni abbondanti con una buona dose di sugo rosso fuoco. Aveva porto il piatto a Marco appoggiando il contenitore di formaggio rigorosamente italiano sul tavolo, accanto alla forchetta.
“Era dal giorno del mio arrivo in Spagna che non mangiavo un piatto di pasta gustoso come questo…non avrei mai pensato che mi sarebbe mancata così tanto…” aveva detto l’ospite, masticando lentamente e assaporando ogni singola forchettata come se fosse stata l’ultima della sua vita.
“Perché hai deciso di venire qui, a Valencia?”
Marco non aveva avuto il tempo di finire la domanda che Gianni aveva già ripulito il proprio piatto.
“Avresti per caso del pane per fare la ‘scarpetta?” gli aveva chiesto.
“Prendi, questo è pane del piccolo supermercato della Villa….allora?…perchè?”
Gianni aveva strappato con forza un tozzo dal bordo più morbido della pagnotta e iniziato a strisciarlo con precisione lungo il perimetro del piatto ancora colorato di pomodoro, si era messo a pensare.
“….vedi…mi fai una domanda a cui potrei dare mille risposte ma credo che una sola sia quella giusta: io la chiamo energia…”
Gli ultimi bucatini di Marco erano arrotolati attorno alla forchetta mentre le sue orecchie tese attendevano una risposta più precisa.
“…per molti anni della mia vita sono stato un tipo di persona, sempre la stessa. Poi un giorno ho fatto un viaggio. Era la fine dell’anno, Torino era gelida, e per la prima volta uscivo dal mio paese. Andavo a vedere cosa c’era fuori, andai per caso –o così credevo allora -a Valencia. Ed una notte, dopo aver gustato Paella e vino tinto con gente molto più vecchia di me conosciuta solo pochi giorni prima, passeggiammo fino a Plaza Real. Non avevo mai riso tanto in vita mia. Mi avvicinai al porto, giusto di fronte la statua di Colombo. Guardai il mare color cobalto felice di esistere. Decisi poi che volevo, dovevo volare. Mi arrampicai su uno dei quattro leoni di marmo bianco che circondavano il monumento e vi salii in groppa per cavalcarlo. Vedevo il mare, dalle statue ancora più maestoso.
Di fronte a me gli amici per strada che mi festeggiavano e l’energia che non ti so spiegare conficcata nel petto come la punta di una lancia dorata. Ero finalmente a casa, allargai le braccia, mi avvicinai a Dio per ringraziarlo.”
Marco era rimasto con il piatto vuoto e gli occhi spalancati, esterrefatto dalla profondità delle parole che aveva appena udito. Si era aspettato una risposta banale…la sua scelta era stata molto più semplicemente il risultato di circostanze e valutazione di opportunità, niente di ‘magico’. Il discorso di Gianni lo aveva emozionato, gli aveva ricordato i momenti di euforia passati con gli amici della sua città, era quasi riuscito a sentire l’energia di cui il nuovo amico aveva parlato. Gianni aveva aggiunto: “…mi sono sempre sentito uno straniero nella mia città, diverso dagli altri. Ma per qualche strana alchimia, quella notte, a cavallo di un leone di fronte al porto di Valencia ebbi la certezza di essere finalmente a casa, ed ora sono finalmente tornato….”
Gianni aveva fatto una pausa, si era chiesto se aveva senso continuare a pronunciare le parole che erano sgorgate dalla sua bocca come un fiume in tempesta. Si era reso conto che tutto ciò avrebbe potuto non interessare una persona conosciuta da forse troppo poco tempo e nel dubbio si era riservato di proseguire in un’altra occasione.
Anche Marco aveva avuto voglia di raccontare qualcosa di sé e così, raccogliendo i piatti vuoti per lavarli velocemente dietro al lavabo aveva iniziato:
“…io sono arrivato qui per caso, non credo che fosse un segno del destino. Avevo bisogno di andare via da casa mia, dal groppo alla gola che mi prendeva ogni volta che aprivo l’album di foto con il viso di lei….”
Gianni aveva ascoltato con attenzione, per nulla stupito del fatto che anche in questa storia la protagonista fosse ancora una volta una donna.
“…io e Sara siamo cresciuti insieme, nella piccola città della Calabria da cui arrivo. Le nostre case sono ad un tiro di schioppo l’una dall’altra, non passava giorno senza che io la vedessi. Siamo diventati adulti insieme, ci siamo confidati, siamo diventati amanti. Per tutti i ragazzi della città eravamo semplicemente uniti, da sempre.”
Gianni aveva spento la televisione e si era messo comodo, appoggiando i piedi su un piccolo sgabello di legno.
“Poi un bel giorno, al secondo anno della facoltà di Lingue, le capitò quella che molti definivano la ‘grande occasione’, l’opportunità di completare la propria carriera Universitaria in una prestigiosa facoltà scozzese. Al posto suo nessuno avrebbe rifiutato, per nessuna ragione al mondo, e lei accettò.”
Marco aveva continuato a parlare risciacquando lo stesso piatto per diversi minuti.
“E così, dopo un lungo periodo lontano l’uno dall’altra, Sara capì prima di me che la cosa non poteva funzionare, lei in Scozia, io in Italia: assurdo. Diedi una svolta alla mia vita, cercai di guardare avanti e decisi di andarmene, senza una meta precisa. Ed eccomi qua, ora, a parlare con Gianni di Torino!?”
Terminato di mettere a posto le stoviglie Marco si era asciugato le mani ad uno straccio e si era accomodato sulla poltrona accanto al divano verde. Avevano riacceso la televisione per continuare la serata parlando di questa o quella attrice, di calcio, di Raffaella Carrà.

Alle diciannove in punto di giovedì Marco percorreva la strada sterrata che portava dalla Facoltà di Scienze Politiche agli appartamenti della Villa. Erano passate tre settimane dalla gita a Valencia e da giorni continuava a rincontrare gli studenti conosciuti in quel frangente. Era diventato buon amico del gruppo di portoghesi e di un paio di brasiliani, era ormai capace di discorrere con loro senza alcun problema, abbozzando frasi in spagnolo, italiano, e a volte in inglese.
Le giornate si stavano progressivamente allungando e il tramonto era da poco iniziato. Si allacciò la giacca grigia di tessuto sintetico e continuò a camminare. Era diretto verso il piso di Gianni. Aveva saputo da Henry, un compagno di corso di nazionalità inglese, che quella sera ci sarebbe stata una festa in grande stile organizzata nella zona M ed era deciso ad andarci.
Durante i giorni immediatamente successivi la giornata a Valencia alcune cose erano già cambiate. Marco stava imparando a dimenticare Sara e Gianni aveva iniziato ad intensificare gli incontri con una bellissima ragazza greca di nome Corinna. Si erano conosciuti nella mensa universitaria grazie ad un amico in comune ed era nata subito una forte simpatia. Una di quelle sere erano usciti tutti insieme per andare in un grazioso bar della città e i due italiani avevano cominciato a scherzare sul possibile epilogo del corteggiamento messo in atto da Gianni. In pochi minuti lo scherzo era diventato una scommessa. Di fronte la certezza di Marco che Gianni non ce l’avrebbe mai fatta e l’esplicito ottimismo di quest’ultimo.
La stessa sera Gianni si era fermato a dormire a casa di Corinna.
Gianni sentì bussare alla porta.
“Ciao Marco! Vieni, vieni pure…come stai?…stavo sistemando un po’ la mia stanza, i miei coinquilini sono andati a far la spesa e ne approfitto…”
“Gianni…indovina!…questa sera c’è una festa nella zona M, si mangia e si beve e poi sul tardo si va nel ‘quartiere vecchio’ tutti insieme!”
La Villa Universitaria si trovava nei pressi di alcune piccole cittadine che costituivano la provincia di Valencia. Il ‘quartiere vecchio’ era la parte antica di Terrat, la città più grande dopo Valencia. Si trattava di una zona pittoresca fatta di una miriade di disco-pub e bar con musica e divertimento. Ogni sera alla stessa ora due grossi autobus mettevano in comunicazione la città e la Villa. Il servizio permetteva a tutti gli studenti di raggiungere i locali e tornare a casa spendendo poche monete ed in tutta sicurezza. Marco ne era entusiasta! Si preparò velocemente. Sfoltì la barba disegnandola con la massima precisione facendo strane smorfie davanti lo specchio. L’amico già pronto nell’attesa sistemava alcune parti degli appunti presi a lezione.
Indossò la sua solita maglietta aderente a maniche corte nera sotto la camicia, abbinata al colore scuro delle scarpe in pelle. La scelta dei pantaloni fu come sempre facile: nell’armadio aveva praticamente soltanto blue jeans. Prima di uscire finalmente a posto dal bagno spalmò un ultimo pugno di olio ristrutturante tra i capelli e tirò verso l’alto piccole ciocche per dire al mondo: “questo ragazzo è pazzo!?”.
Si diressero verso l’appartamento dei finlandesi, al quarto piano della zona M. Presero l’ascensore mentre gruppi di ragazzi e ragazze si dirigevano nella stessa direzione salendo le scale. Arrivati in cima si trovarono di fronte uno spettacolo da togliere il fiato. Si sporsero leggermente per guardare meglio: centinaia di studenti correvano come impazziti da una zona all’altra del complesso residenziale, le luci ne illuminavano le facce sorridenti, il gesticolare, i vestiti moderatamente a festa e le labbra truccate.
La scena sembrava quella di un gigantesco alveare impazzito. Alcuni si fermavano sui prati, altri uscivano dagli appartamenti al pian terreno con bottiglie di birra tra le mani e cantavano al cielo.
I due ragazzi non avevano mai visto niente del genere prima di allora. Staccarono gli occhi dal panorama e galvanizzati si diressero a destinazione, solo qualche metro più avanti. La festa era già iniziata. Henry diede loro il benvenuto in un corretto spagnolo dal forte accento inglese e versò loro del Rum liscio in un bicchiere, tanto per gradire. Non c’era bisogno di presentazioni, brindarono immediatamente alla Finlandia e alle sue bellezze, sedute qualche metro più avanti, giusto dietro di loro.
Dopo qualche minuto Gianni si allontanò dai due. Si avvicinò al tavolo delle pietanze per agguantare un paio di olive verdi giganti e si sedette accanto ad una delle ragazze finlandesi. Si guardarono senza parlare. Era una ragazza dal fisico imponente, biondissima. La pelle rosa da bambina e gli occhi appena segnati da un tratto scuro di matita la facevano sembrare una bambola fiamminga.
“Hello….” le accennò Gianni muovendo la mano per essere sicuro che capisse il suo inglese.
“Hi…” rispose la ragazza sorridendo, aveva anche dei denti bellissimi.
Mentre altra gente continuava ad arrivare il tavolo delle pietanze si svuotava, Henry continuava a versare Rum liscio e Marco si intratteneva con amici che aveva conosciuto nei giorni precedenti. Tra questi c’era Gaby, la sua vicina messicana, una ragazza con stupendi capelli neri e il viso rotondo. Aveva uno sguardo intensissimo ed era arrivata accompagnata da alcune compagne d’appartamento. Gaby era diventata molto popolare tra i suoi vicini dopo aver appiccicato la cartina del Messico accanto alla bandiera nazionale alla propria finestra. Tutti avrebbero dovuto sapere che nel suo appartamento viveva una orgogliosissima ed accogliente ragazza di Città del Messico. Marco l’aveva conosciuta proprio grazie a quella mappa. Un pomeriggio si era fermato incuriosito per cercare di decifrare il nome delle città più importanti proprio mentre lei alle sue spalle lo stava osservando. Nelle settimane successive aveva preso l’abitudine di andarla a trovare durante i pomeriggi del fine settimana. Chiacchieravano immaginando il loro futuro in quella o chissà quale altra parte del mondo e sorseggiavano cafè americano, seduti comodamente sul divano.
C’era anche Jerome, l’anarchico venuto da Belfast con cui l’amico di Gianni condivideva l’appartamento insieme ad altri due giovani informatici ungheresi. Per ironia della sorte Jerome corrispondeva esattamente allo stereotipo irlandese di cui Marco aveva spesso sentito parlare e a cui si era sempre rifiutato di credere: iniziava a bere birra al mattino mentre i coinquilini esterrefatti facevano colazione con cafè e biscotti e finiva riverso nel letto circondato da bottiglie vuote. Occasionalmente mangiava solo pane o passava intere giornate bevendo solamente latte, spiegando come queste abitudini fossero particolarmente utili per disintossicare il fisico dagli effetti dell’alcol.
Tra la folla Marco intravide il gruppo di sei italiani arrivati da pochissimo a Valencia, Alessandra, Rosaria, Mariangela, Endrius, Sergio e Alessio, la maggior parte provenienti dal sud Italia. Ormai da giorni costituivano una piccola comunità: ‘el grupo de los italianos ’. Al suo interno ciascuno sembrava coltivare le certezze della propria cultura, riascoltare modi di dire e accenti, rievocare gli anni in cui tutti, ma proprio tutti in Italia, guardavano in televisione gli stessi cartoni animati.
Marco e Gianni si sentivano profondamente diversi da quei ragazzi. Al contrario loro non resistevano al fascino del confronto con gli studenti stranieri.
Gianni continuava.
Stringeva tra le dite la mano della giovane finlandese e raccontava storie per farla ridere, e godere in questo modo del suo splendido sorriso. Far divertire una bella donna era per lui il più alto dei piaceri. Osservare le sue espressioni di interesse e curiosità miste ad un leggero timore gli procurava un brivido che aveva una qualche forma di voracità. Avrebbe continuato ancora, ancora, e ancora fino a stancarla di risate.
Improvvisamente squillò il cellulare nuovo di zecca che si era abituato a portare nella tasca destra dei pantaloni. Incuriosito guardò il display mentre la giunonica bionda aveva ancora stampato sul volto il sorriso causato dalla sua ultima battuta d’ilarità: era Sebastián, il suo compagno di casa mallorquino.
“Ciao Gianni, que tal está la fiesta ?”
“Ci stiamo divertendo un sacco! E a te come va?…che fai?”
“Sono anch’io ad una festa, nella zona C, appartamento 203, passa di qua con Marco quando ti va e ci beviamo qualcosa insieme!”
“Vale! Nos vemos mas tarde …”
Gianni abbandonò per un attimo la conversazione fatta di sguardi e smorfie divertenti con la bella finlandese per dire all’amico Marco dell’altra festa. Pensò che sarebbe stato interessante muoversi da un ambiente all’altro in un’improvvisata movida studentesca.
“…ti raggiungo tra un po’…” rispose Marco nel pieno di un ballo tipico messicano che Gabi stava insegnando a lui e ad altri.
“…va bene e mi raccomando, fai il bravo!?”
Era una raccomandazione che si facevano reciprocamente per augurarsi in realtà una notte densa di emozioni!
Gianni si diresse verso l’appartamento C 203. Ogni volta che abbandonava una festa si sentiva come prosciugato da tutte le facce che aveva visto, dalle migliaia di parole che aveva detto e sentito, dalle superfici che ogni suo polpastrello aveva sfiorato. Era come uscire purificato da una dimensione e trovarsi in attesa di una successiva nuova identità. In momenti precisi pensava alla ragione delle proprie emozioni e camminava felice per i balconi dell’edificio sfiorando con le dite il passamano di colore rosso.
Trovò ancora una volta la porta aperta. Prima di entrare si voltò indietro e alzando la testa riuscì a scorgere le luci dell’appartamento che aveva appena lasciato, qualche piano più in alto nell’edificio di fronte. Entrò deciso. Una canzone catalana dal ritmo latino arrotondava i movimenti ed ogni cosa era avvolta da linee di fumo che si diradavano verso la finestra, anch’essa aperta. Non c’era cibo sul tavolo nell’angolo lontano della stanza ma un enorme contenitore in plastica pieno di sangria. Il mestolo galleggiava tra pezzi di mela e fette d’arancia.
Gianni cercò immediatamente con lo sguardo l’amico Sebastián. Fece qualche passo avanti e finalmente lo trovò in coda davanti la porta del bagno mentre tirava boccate dalla sigaretta quasi esaurita.
“Hooola tío! Por fin estas aquí! ”
Si diedero una intensa stretta di mano e iniziarono a scambiarsi opinioni sull’andamento della festa. Divertito dai movimenti di Sebastián che non poteva evitare di stringere le gambe per resistere all’attesa del bagno Gianni lo ascoltava e si guardava intorno. Non c’era apparentemente nessuno che avesse già visto o incontrato a parte l’amico mallorquino. Ma l’atmosfera, quella si, la conosceva bene, era fatta della stessa allegria cosmopolita che aveva lasciato nel piso precedente. Improvvisamente si aprì la porta del bagno che in un lampo fece scomparire Sebastián. Gianni si avvicinò alla sangria per iniziare a familiarizzare con la gente e il luogo. Una sorridente ragazza coreana gli riempì uno dei bicchieri di plastica mormorando qualcosa che lui non capì, e glielo porse.
Dalla sua posizione riusciva a vedere bene ogni persona. Rispose con un’occhiata cordiale alla gentile improvvisata ‘barista’ e si voltò: un ‘macigno’ gli cadde sulla testa.
In quel preciso istante riuscì finalmente a capire il significato dell’espressione ‘colpo di fulmine’! La guardava muoversi. Teneva con forza il bicchiere pieno tra le dite delle mani curate. Le sue dita con unghie dipinte di un colore acceso erano avvolte con decisione e delicatezza intorno al bianco contenitore di plastica. Un bracciale di pietre poco preziose di colori violacei le circondavano il polso. Rideva e sorrideva. D’improvviso rimaneva seria, ascoltava con gli occhi belli spalancati, sorrideva ancora. Gianni guardava ‘registrando’ involontariamente ogni movimento di quella creatura. Le sue labbra carnose emettevano suoni diretti ad un ragazzo seduto davanti a lei. Ancora scosso Gianni spostò lo sguardo sull’interlocutore e il ‘macigno’ si fece più pesante. Ruotò il capo per confrontare ciò che credeva fantastico con l’intorno teoricamente reale. “Dio!” pensò.
Mentre lui ed il resto di quel mondo si dedicavano a poche futili questioni stava accadendo ciò che egli sentiva essere una specie di miracolo. Aveva lentiggini sulle spalle scoperte e sul viso, ed era l’unica a parlare con Dániel. Al centro della sala si avvicinava all’orecchio del ragazzo per ripetere ciò che il volume della musica rendeva incomprensibile. Sembrava non vedere le stampelle appoggiate alla sedia, i suoi sforzi nel parlare, il disagio della gente intorno. Mentre tutti cercavano sicurezza in discorsi già fatti, lei rimaneva di fronte alle sue braccia e gambe corte, alla sua schiena ricurva, e lo guardava negli occhi per una volta sereni.
Gianni sentì la mano di Sebastián appoggiarsi sulla spalla.
“Que te pasa tío ?”
“Chi sono quei due ragazzi?” domandò Gianni invece di rispondere.
“Il ragazzo paraplegico si chiama Dániel, vive come noi nella Villa. Studia Economia e dicono che sia una specie di genio. Ha gambe e braccia corte e scoordinate dalla nascita ma per fortuna riesce a camminare usando le speciali stampelle che vedi…”
“E lei?”
“Lei la conosco da poco, se non sbaglio si chiama Sylvia…”
Sylvia, Sylvia, Sylvia. Quel nome cominciò a risuonare nella testa di Gianni generando una eco infinita.
“Grazie Sebastián, poi ti spiegherò perché tante domande…”
Sylvia invitò Dániel ad un brindisi avvicinando il proprio bicchiere al suo. Subito dopo si voltò casualmente verso il ragazzo italiano che ancora la guardava disarmato. Fu solo per un attimo. Riprese immediatamente la conversazione, le risate, e la cura per la persona così speciale che aveva di fronte.
A quel punto Gianni prese l’uscita in fretta e furia per appoggiarsi qualche minuto al balcone e respirare aria fresca- Qualcosa di strano gli stava succedendo.
Iniziò ad obbligare la propria respirazione ad un ritmo lento, rilassante. Avrebbe voluto fermare i battiti del cuore tutto ad un tratto impazzito. Cercò di ragionare.
“Cosa mi succede?” si chiese ad alta voce senza preoccuparsi di chi potesse guardarlo o ascoltarlo.
Tentando di rispondere si ricordò di aver già visto quella ragazza. Era una delle ragazze dell’isola di Mantolena incontrate durante la gita a Valencia, quella volta non avevano scambiato alcuna parola.
“Come ho potuto non ricordarmi immediatamente di lei???”
Continuava a respirare affannosamente. Avrebbe voluto tornare indietro, avvicinarsi, sentire il suo profumo, riceverne ancora una volta lo sguardo.
Si sentiva debole di fronte a quel richiamo. Fece un respiro lungo ed in fretta e furia rientrò nel ritmo della festa.
Nessuno pareva essersi accorto di nulla, neanche l’amico Sebastián. Riprese il bicchiere lasciato sul bancone della cucina prima di uscire e ricominciò a guardarla e a guardarsi intorno. Non riusciva a pensare. All’improvviso fu colpito ad una spalla.
“…accidenti!…che diav….”
“ehi ragazzo!?” sentì.
“non crederai per caso di poter guardare la mia amica in quel modo?!?”
Si voltò stupito: si trattava di Mariela! Non si erano mai parlati prima di allora anche se entrambi si ricordavano bene di essersi visti in occasione della gita in città. Ma Mariela non aveva bisogno di essere presentata, faceva tutto da sé. Si era accorta dell’interesse di Gianni per l’amica e gli si era avvicinato per scherzarlo un po’ come faceva con tutti.
Gianni rimase congelato dall’imbarazzo. Non voleva che altri e soprattutto Sylvia si accorgessero di ciò che gli stava accadendo. Si ricordò di Corinna. Non sapeva se e come rispondere alla provocazione.
“che ti succede? Non sarai mica innamorato?!?” aggiunse Mariela rincarando la dose.
“veramente la guardavo perché non avevo mai visto una ragazza con tante lentiggini e nei…” rispose finalmente Gianni sputando la prima risposta che avesse un qualche senso.
Buttò giù l’ultimo sorso di sangria e vedendo che Sylvia era in quel momento sola ne approfittò per lasciare la provocatrice ed avvicinarsi.
“Hola, il mio nome è Gianni, encantado de conocerte! ”, la voglia di conoscerla aveva definitivamente preso il sopravvento su ogni timore.
Mentre la bocca di lei pronunciava parole gli occhi di lui godevano da vicino dei lineamenti del viso, del colore nocciola dell’iride e della miriade di piccoli nei e lentiggini che la rendevano così particolare.
“Hola! Tu devi essere uno dei due italiani che sono venuti con noi a Valencia, verdad ?”
“…si…soy precisamente yo !?” aggiunse lui con ironia.
“Mi chiamo Sylvia! Mucho gusto !” e si avvicinò per dargli due baci sulla guancia. Gianni non si era ancora abituato a ricevere tanti baci da ragazze appena conosciute ma era proprio così che funzionava tra uomini e donne in Spagna e America Latina.
“…la tua amica è veramente un peperino!…a Valencia non avevo notato tutta questa sua ‘energia’!?”
“…ah…parli di Mariela!…vedrai, ti piacerà!…è una ragazza incredibile!”
I due continuarono a parlare di quanto la festa fosse divertente, di alcuni amici che scoprirono di avere in comune e del posto più o meno lontano da cui ciascuno proveniva. Sylvia non era mai stata in Italia ma sembrava conoscerla bene. Al contrario lui si sforzava di immaginare come doveva essere la lontana isola da cui la ragazza proveniva. La ascoltava e vedeva immense spiagge bianche, alberi di noci di cocco, e tutto quanto aveva già conosciuto di quella parte del mondo grazie alla televisione. Ma non era questo ciò che la rendeva straordinaria ai suoi occhi.
Gianni era cresciuto in una zona popolare di Torino e per anni aveva trascorso il pomeriggio tra i cortili di un oratorio. Aveva imparato il significato di parole come amicizia, amore vero, famiglia. Ma soprattutto gli avevano insegnato l’importanza del sano divertimento, dell’accoglienza, dell’attenzione per i più deboli. Inconsciamente sognava una moglie bella, solare, che lo riportasse in quel mondo: con le stesse caratteristiche della donna di fronte ai suoi occhi, e continuava a guardarla pieno di meraviglia ed emozione.
Ma che accidenti stava combinando! Fermò per un momento lo scorrere di quel racconto che sembrava già scritto. Non poteva innamorarsi! Di lì a qualche mese sarebbe tornato a casa dalla propria famiglia, incontro a qualche caro amico, e camminando per strade che conosceva come le proprie tasche. Non doveva innamorarsi! Questo si era ripromesso prima di partire.
Non voleva soffrire ancora, aveva paura. La gente intorno continuava a ballare e a divertirsi. Gianni pensava velocemente ancora stregato dal profumo della creatura che gli provocava tanto turbamento. Corinna, cos’era per lui Corinna?
“…non capisco, non capisco….” si ripeteva sperando che Sylvia avesse simpatia per lui.
Desiderava piacerle ma decise, smettendo di pensare, che tornare da Marco era la cosa migliore da fare.
Senza che nessuno se ne rendesse conto in un batter d’occhio uscì dalla porta per tornare nell’appartamento da cui era arrivato solo due ore prima. Varcò ancora una volta la soglia cercando di non farsi lacerare dal pensiero della donna che aveva appena conosciuto. Guardò Marco lontano tra la folla e questi capì subito che era successo qualcosa. La musica aveva preso un ritmo vertiginoso, ormai tutti ballavano e le stanze da letto erano zeppe di coppie gioiosamente in estasi. A quel punto Marco abbandonò l’angolo in cui si era da qualche minuto lanciato in una danza frenetica e si avvicinò al compagno.
“…Gianni!…tutto a posto? Cos’è successo? Hai fatto follie da Sebastián e ora non ne puoi più?!…” chiese l’amico cercando di sdrammatizzare
“…l’ho vista!…”
“…vista???Chi??”
“….la donna della mia vita.”
Marco non sapeva se continuare a scherzare come faceva di solito ogni qual volta si chiacchierava di donne, o approfondire per capire di più. Gli appoggiò con fermezza le due mani sulle spalle, Gianni appariva molto spaventato.
“…ho capito, ma di chi stai parlando?”
“…una…una ragazza, si chiama Sylvia ed è bellissima!”
Un uomo che si innamora è sempre un evento sbalorditivo, pensò Marco. Ma l’uomo in questione era impaurito e soprattutto suo amico.
“Vieni, prendiamo qualcosa da bere, non ti preoccupare.”
Lentamente Gianni si tranquillizzò. Non riusciva a spiegare chiaramente che cosa gli fosse successo. Sentiva solamente il cuore battere all’impazzata mentre Marco gli continuava a ripetere che era una bella, bellissima cosa, era semplicemente… amore.
Amore. Gianni non immaginava certo di tornare a parlare di tali argomenti. Il divertimento si, lo faceva impazzire, ma l’amore no, sperava che per un po’ non se ne sarebbe dovuto preoccupare e comunque non lì, in Spagna. Dalla sua posizione poteva scorgere la bella nordica con cui si era intrattenuto prima di andare da Sebastián. Lo guardava interessata muovendo i fianchi sinuosi al ritmo di un flamenco. Non aveva probabilmente idea delle radici profonde delle note che ascoltava ma l’ondeggiare del ventre faceva vibrare il ricamo della sua sottile gonna a fiori e così il desiderio di Gianni.
A fianco a lei altre donne stupende in serena attesa di un corteggiatore. Come poteva rinunciare a tanto ben di Dio?
No, non poteva. Si alzò e ritornò ad essere il bel italiano spensierato in cerca di divertimento che desiderava essere.
Terminarono la serata molto tardi. Gianni aveva finito per cedere alle tentazioni in una delle stanze da letto, impotente di fronte al corteggiamento della bionda che lo ‘perseguitava’. Marco aveva invece sedotto una apparentemente timida ragazza catalana di nome Davinia. La somiglianza tra la lingua italiana e catalana aveva permesso ai due di ‘capirsi’ molto in fretta e così si erano diretti nell’appartamento di lui per così dire ‘proseguire la conoscenza’. Tutto sembrava tornato normale e andare per il meglio.

La mattina seguente il sole picchiava forte sulla finestra semichiusa della stanza di Gianni. Alcuni raggi filtravano dalle minuscole fessure delle persiane e gli riscaldavano la fronte.
Il confuso pensiero che fosse già tardi si miscelò al sonno.
I suoi occhi chiusi vedevano la madre che gli appoggiava con delicatezza la mano sul braccio, gli ripeteva che la sveglia era suonata. Aveva 13 anni. Dopo qualche minuto il secondo avvertimento del padre, più forte, definitivo. Con voce perentoria gli ordinava di alzarsi e fu allora che aprì gli occhi per rendersi conto del luogo lontano in cui si trovava: Valencia.
Rimase per alcuni minuti a fissare il soffitto, bianco, vuoto. Non ricordava con precisione cosa fosse successo la notte precedente ma sentiva ancora addosso il profumo che sapeva essere di una donna. Appoggiò il palmo delle mani sulle palpebre chiuse per strizzarsi gli occhi e con un balzo in qualche modo atletico scese dal letto.
Dalla sua stanza poteva udire lo stereo di uno dei suoi compagni d’appartamento: a Valencia aveva imparato che svegliarsi al suono di una musica allegra rendeva tutto più facile. Uscì per andare al bagno stranamente libero. Si guardò allo specchio ricordando l’emozionante notte di sesso da poco trascorsa. Come si chiamasse quella ragazza bionda proprio non lo ricordava, forse non glielo aveva mai detto. Rammentò di essere tornato al proprio appartamento all’alba, solo, tra il silenzio profondo delle centinaia di abitazioni che lo avvolgevano.
Si piacque nonostante la confusione dei capelli e gli occhi semichiusi, era felice per essersi divertito come un pazzo una notte in più della sua vita.
Uscì dal bagno e guardò l’orologio giallo appeso al muro della cucina: erano le già le undici del mattino! Si vestì in fretta e furia. Aveva ormai perso le prime ore di lezione ma era pur sempre venerdì, c’era ancora molto da fare. Uscì dalla propria stanza sperando di poterla sistemare nel fine settimana; immaginava le parole della madre se solo avesse visto la montagna di carta sulla piccola scrivania e di vestiti sporchi dentro i sacchetti di plastica nascosti sotto il letto. Era tuttavia orgoglioso della propria capacità di rimettere tutto in ordine in un solo pomeriggio, di solito il sabato.
Dei suoi compagni di appartamento Sebastián non era rientrato e Javi era steso sul divano con ancora il comando dello stereo tra le mani: dormiva.
Gianni cercò di fare tutto senza svegliarlo. Prese delicatamente la sua tazza preferita dal mobiletto della piccola cucina e la riempì di latte freddo. Era divertente vedere Javi russare con la bocca aperta mentre dietro di lui un sole stupendo lo illuminava. Gianni mise nella tazza due cucchiai di zucchero ed una manciata di fiocchi di mais. In quei momenti diventava stranamente nostalgico. Già vedeva sé stesso alla fine di quella avventura, a casa, intento a ripensare a quella stessa frizzante mattina. Gli sarebbe mancato vedere Javi disteso in quel modo dopo una notte di sfrenato divertimento e gli sarebbe mancata la sensazione di avventurosa incertezza che sembrava avvolgere tutte le cose, ne era certo.
Dopo aver preso lo zainetto blu e la chiave a forma di carta di credito bianca che teneva nel cassetto uscì chiudendosi la porta dietro di sé.
Camminando in direzione della Biblioteca di Scienze Sociali si guardava intorno. Nonostante la fretta voleva godersi lo splendido paesaggio di betulle verdi disseminate qua e là tra un blocco di appartamenti e l’altro. A volte immaginava come sarebbe stato vivere in quei luoghi per tutta la vita. Era sereno ma c’era tuttavia qualche cosa che a sprazzi gli turbava la mente.
Spinse la pesante porta d’accesso ed entrò in biblioteca. Marco, Rosaria, Endrius e tutto il gruppo di italiani erano già arrivati da un pezzo. Il più provato era naturalmente Marco che come lui arrivava da una notte brava.
Tutti lo salutarono con un sorriso silenzioso e gli fecero posto. Marco lo guardava incuriosito e felice, l’amico sembrava essersi ripreso dal momento di crisi della notte precedente, e per non tornare a turbarlo Marco non gli chiese nulla.
Il gruppo di italiani era sempre un po’ al centro dell’attenzione. Gli studenti locali adoravano il loro modo di gesticolare, l’accento con cui pronunciavano sottovoce alcune parole spagnole e l’eccellente stile con cui curavano la propria immagine. A Gianni e Marco succedeva spesso di uscire dalla sala studio senza aver imparato molto ma con un paio di amici in più.
Dopo circa un’ora Gianni fece un cenno all’amico per una pausa all’aria aperta. Avrebbero scambiato quattro chiacchere e Marco si sarebbe fumato la solita sigaretta con una mano in tasca, come faceva sempre.
Gianni iniziò a parlare:
“Allora Marco, come è andata ieri sera?”
“Bene direi….” Cominciando a ridere. “…ti ricordi di quella ragazza Catalana, Davinia….”
“Certo, carina anche se un po’ timida…”
“Sai…non era così timida come sembrava!? Ad un certo punto, sono riuscito a farle capire che mi interessava e che volevo appartarmi nell’altra stanza e lei…ha accettato come se fosse stata la cosa più normale!”
“Caspita!…la vita è veramente piena di sorprese! Pensavo che non saresti andato oltre un paio di bicchieri di sangria!?”
“…per non parlare poi di quello che è successo dopo….”
Marco entrò nei dettagli di una notte di fuoco, raccontando con maestria i movimenti di lei, il suo modo di baciare, ciò che le piaceva fare, lasciando poco spazio alla fantasia di Gianni.
Gli raccontò di come aveva convinto Davinia ad accompagnarlo nella propria stanza e di Jerome che durante la notte non aveva fatto altro che incitarlo da dietro la porta. A quel punto Gianni scoppiò a ridere.
Quando aggiunse che lo stesso Jerome a sua volta si era chiuso in camera con la nuova fidanzata spagnola finendo per inondare la notte di gemiti inauditi anche Marco iniziò a ridere: era stata una notte assolutamente unica!
“…e tu?…cosa hai combinato dopo che io sono andato via?” chiese a Gianni che sembrava non ricordare ancora nulla del ‘macigno’ che lo aveva seppellito solo poche ore prima.
“…io ho passato degli splendidi momenti con la ragazza finlandese con cui mi hai visto parlare! Sai, non ho potuto resistere e così…!?”
I due si sentivano orgogliosi e soddisfatti. Avevano finalmente smesso di pensare alle loro sofferte storie passate e si godeva invece la vita, senza preoccupazione o responsabilità. Molte feste ancora li aspettavano e, anche se solo per una notte, molte donne ancora li avrebbero amati.
“…e cosa mi dici di Corinna?” chiese ancora Marco.
“…lei naturalmente non sa e non deve sapere nulla! Non ho nessuna intenzione di darle delle spiegazioni. Ciò che succede tra me e lei è cosa ben diversa dalla mia vita qui alla Villa. E tu, amico mio, dovrai essere il custode dei miei segreti, mi raccomando!”
L’amico accettò la responsabilità di buon grado in nome della solidarietà tra uomini e soprattutto amici.
“…in ogni caso credo che andrò da lei domani sera, ho come la sensazione che voglia prepararmi una cenetta coi fiocchi!”
La sigaretta era ormai terminata ed i due si apprestavano a rientrare. Gianni decise però di fare un’ultima capatina nella sala computer al piano superiore per controllare la casella di posta elettronica.
Quel pomeriggio i corridoi erano invasi da studenti che portavano avanti una manifestazione di protesta. Alcuni distribuivano volantini colorati con slogan inneggianti al diritto allo studio mentre altri offrivano Gulash in piatti di carta arancione a chiunque prestasse un po’ di attenzione. La porta della sala di informatica era come sempre aperta, così come tutte le finestre. Gianni attraversò il gruppo in protesta, la brezza proveniente dal fondo del corridoio lo aggrediva trasportando gli aromi della carne cotta. Varcò la porta e si mise in coda cercando di muoversi il meno possibile per non aumentare la temperatura resa già alta dal calore dei computer.
“Mira, el italiano !” sentì esclamare dietro di sé.
Si voltò ed ecco apparire Rebeca, una delle ragazze di Mantolena. Solamente allora si ricordò di ciò che lo aveva sconvolto la notte precedente. Si guardò immediatamente intorno per controllare se ci fosse anche colei che gli aveva procurato tanto turbamento: non c’era. Per quanto possibile decise di non far trasparire i propri sentimenti..
“Ciao Rebeca! Como estas ? Sei qui per internet anche tu?”
“No, devo scrivere una tesina per il corso di Diritto Internazionale che sto frequentando, il mio professore ha insistito molto. E tu?”
“Ma…io sono qui per mandare qualche e-mail agli amici che stanno in Italia, voglio aggiornarli sulle ultime cose che mi sono successe!”
All’udire quella frase lei non ebbe nessuna reazione particolare, probabilmente non sapeva, ancora.
“…E le tue amiche?” chiese vagamente Gianni.
“Sono tutte in stanza, si stanno ancora riprendendo dalla lunga notte di ieri, peccato che ad un certo punto tu sia andato via, è stata una bellissima festa”.
“…già…peccato! Potremmo organizzarci per uscire tutti insieme una di queste sere, che ne dici? Si potrebbe andare a ballare in città, dillo anche a Mariela, Melisa e Sylvia, ok?”
“Ma certo! Con grande piacere! Noi usciamo spesso in settimana con degli amici di Gábriel, il ragazzo catalano che gestisce gli appartamenti, lo conosci?”
“Veramente no, lo vedo spesso correre da una parte all’altra della Villa come un pazzo ma non sono mai riuscito a parlargli…comunque appena avrete una sera libera…ci conto!”
In quel momento si liberò una postazione e Gianni guardò Rebeca per invitarla con galanteria a passare per prima.
Lei sorrise onorata e accettò, congedandosi con due baci sulla guancia: “Allora ciao! Devo darmi da fare ma ci vediamo presto!” gli disse.
“Rebéca è proprio gentile!” Pensò Gianni. E come un bambino cominciò a fantasticare immaginando che l’isola di Mantolena fosse una terra meravigliosa abitata solo da gente bella, allegra e gentile. Cominciò anche a considerare l’eventualità che Sylvia avesse un fidanzato che l’aspettava a casa a braccia aperte, non ci sarebbe stato da stupirsi: “Uomo fortunato!” Ripeté ad alta voce.
Dopo qualche minuto si liberò un posto anche per lui. Si fece strada tra le persone in attesa che nel frattempo erano aumentate e si sedette di fronte al monitor. Era esattamente al fondo della quarta fila, accanto ad una delle finestre spalancate. Sentiva ai suoi piedi il calore proveniente dal processore in funzione, la luce del sole rendeva le immagini sul video quasi invisibili. Cambiò leggermente l’inclinazione del monitor e si collegò alla propria casella di posta elettronica. Ogni volta che ripeteva quella procedura un brivido gli attraversava la spina dorsale. Nonostante si trattasse semplicemente di spostare impulsi elettrici da una parte all’altra della superficie colorata che aveva davanti a sé, provava lo stesso identico sussulto di quando da bambino scendeva le scale per controllare se aveva ricevuto qualche lettera o cartolina. Sapere che in qualche parte del mondo ed in momento dato qualcuno aveva pensato a lui gli faceva sentire ancora lo stesso emozionante sapore di felicità e di vita.
La cartella delle e-mail ricevute ne conteneva come al solito una decina. Una lettera virtuale scritta da suo fratello Andrea, un’altra da Fabio e quattro o cinque da persone con cui in verità non aveva mai avuto un grande rapporto. Aveva notato come la lontananza avesse paradossalmente reso alcuni amici più ‘vicini’. Molti di questi si chiedevano cosa si provasse a vivere in Spagna per mesi, si aspettavano forse che lui gli raccontasse cosa c’era ‘lì fuori’, al di là delle Alpi. Ma non gli dispiaceva. Sentiva forte l’ammirazione di tutti per aver avuto il coraggio di andare.
Si guardò intorno. Poche sedie più in là, alla sua sinistra, notò un ragazzo robusto con i capelli lunghi e la pelle del viso rovinata dall’acne. Si muoveva nervosamente cliccando sulla tastiera come un forsennato. Continuava a tenere lo zainetto semiaperto appeso alla spalla destra e bisbigliava ogni parola che compariva sul monitor per controllare che suonasse come avrebbe voluto. Lo vide voltarsi in direzione della porta d’ingresso e salutare con la mano una figura filiforme che si avvicinava da lontano. Gianni la riconobbe dalla classe con cui portava avanti una gamba dopo l’altra.
Arrivata sulla soglia Corinna si fermò sorridendo, in piedi, di alcuni centimetri più alta degli altri. La sua presenza era inconfondibile. Aveva i capelli castani raccolti dietro la nuca con un fermaglio di corallo. La matita nera le segnava gli occhi marroni intensi. I jeans attillati ne esaltavano le forme fini ma ben disegnate, Gianni la desiderava, sempre. I due si guardarono senza dire nulla, lei era felice di trovarlo là, per caso.
Corinna fece un passo per avvicinarsi. Gianni sentiva gli occhi di Rebéca su di sé e non voleva dare l’impressione di avere una fidanzata, né niente del genere. Oppresso da una morsa che lo stringeva di più ad ogni nuovo passo di Corinna nella sua direzione si alzò velocemente per andarle incontro ed uscire dalla sala insieme. Lei lo seguì senza proferire parola, non era la prima volta che lui si comportava in quel modo.
“Ciao Corinna! Ma che bella sorpresa…non mi avevi detto che saresti venuta da queste parti…”
“In effetti si, ho deciso all’ultimo momento. Sono venuta per sistemare alcune cose in Facoltà e rivedere qualche appunto… poi ho visto Nicos seduto qui e sono entrata, contenta di vederti!”.
“Ora si spiega tutto!” Pensò Gianni tirando un sospiro di sollievo”.
“Ti va di venire a cena da me questa sera?’ Chiese lei accarezzandogli la nuca con la mano”.
L’invito era ancora una volta allettante. Si ricordava bene dell’ultima volta che avevano cenato nel suo appartamento nel centro di Valencia. Lei gli aveva preparato una splendida cena a lume di candela curata nei minimi dettagli. L’aveva accolto alla porta vestita di un elegante ed aderente vestito nero. Ai piedi aveva messo delle magnifiche scarpe scure lucide con tacco a spillo. Il vestito, una cascata sul suo posteriore perfettamente rotondo, aveva da subito messo in evidenza la forma delle mutandine sottili che lei adorava indossare in quei casi.
La tavola era stata ricoperta da una tovaglia ricamata con motivi floreali di colore rosa e lo stereo aveva suonato magistralmente ‘Fragile’ di Sting. Nessun uomo avrebbe potuto desiderare di più.
La notte era stata una danza passionale che iniziata a tavola si era spostata in varie zone dell’appartamento per terminare finalmente sul piccolo letto di lei. Avevano fatto l’amore, accelerando, rallentando, più e più volte, nei modi che più desideravano, senza alcuna inibizione. Tutte quelle immagini continuavano a scorrere velocemente davanti agli occhi di Gianni.
Un’altra notte di lussuria, immaginò. Pensò anche che non aveva mai ricevuto tanto piacere da una donna così bella. Dopo essersi chiesto senza molta convinzione per quanto tempo tutto ciò sarebbe durato ancora accettò l’invito.
Rientrarono nella sala d’informatica e vi rimasero fino all’orario di chiusura. Lei si divertiva a scrivergli e-mail mentre Gianni a sua volta scriveva ad amici lontani. Le piaceva guardarlo da lontano mentre leggeva sul monitor le parole che lei aveva immaginato per lui.
La cena e la notte trascorsero esattamente come Gianni se l’era immaginata. Lei ancora una volta vicina, calda, i due in un unico corpo per ore.

Il giorno dopo Gianni si svegliò di nuovo tardi. Aprì gli occhi nella penombra. Il sole già alto entrava a fatica dalle tende che Corinna si era preoccupata di chiudere per non disturbare il suo sonno. Lei era già all’opera da diversi minuti. Aveva preparato una squisita colazione a base di succo d’arancia appena spremuto, pane tostato, marmellata e un panetto di burro ancora incartato appoggiato sul piatto bianco lucido.
Era straordinariamente meticolosa in tutto ciò che faceva: “Così perfetta da poter irritare!” Pensò lui guardando la tavola imbandita a regola d’arte.
Con una spinta delle braccia si sedette velocemente sul materasso.
“Buenos Días Corinna!”
“Ciao Gian!” Gli rispose sorridendo.
Era la prima volta che si sentiva chiamare così. Gli faceva piacere, si stavano avvicinando, era chiaro, e certe confidenze cominciavano a diventare naturali.
“Cosa vuoi per colazione?”
“Direi che ciò che vedo sulla tavola va più che bene!”
“Ti va del prosciutto?”
“Prosciutto a colazione????” Pensò stupito il giovane, attento a non urtare la sensibilità della compagna.
Declinò con gentilezza appellandosi alla tradizione della colazione all’italiana, che in realtà non conosceva affatto.
Prima di mettersi a tavola alzò le lenzuola e andò correndo in punta di piedi nel bagno per una veloce doccia. Nel frattempo lei terminò di sistemare la stanza e lavò le stoviglie della notte precedente.
Sotto l’acqua calda Gianni si faceva mille domande su tutto ciò che non sapeva della bella ragazza greca. Insaponava le braccia e si divertiva a guardare gli oggetti del bagno, il tipo di dentifricio, il colore del barattolo dello shampoo, l’etichetta del suo profumo preferito. Tutto contribuiva a dipingere il quadro di lei nella sua mente. Avevano si fatto l’amore ma molti tratti del carattere di ciascuno erano ancora oscuri ad entrambi.
“Prendi pure il mio accappatoio per asciugarti!” esclamò lei da dietro la porta.
Gianni si sentiva coccolato, amato, appagato. Solo l’improvviso ricordò dei doveri che anche quel venerdì lo attendevano iniziava a svegliarlo da quella specie di torpore. Uscì dalla doccia profumato degli aromi femminili di lei e con indosso uno splendido accappatoio rosa ricamato all’altezza delle tasche laterali. Corinna era già a tavola e come novella Penelope aspettava pazientemente il suo Ulisse di ritorno dal breve viaggio nella sua piccola stanza da bagno.
“Asciugati bene!” Gli disse, iniziando a spalmare una noce di burro sul pane tostato.
Lo guardava divertita mentre asciugandosi lanciava strane occhiate a Timoteo, il granchio di peluche arancione appoggiato sul letto, accanto al cuscino.
Finalmente erano entrambi seduti a tavola. L’atmosfera surreale era amplificata dalla musica napoletana di sottofondo, un pezzo cantato da Mina e Adriano Celentano.
Si fermò ad osservare la scena: “Io a Valencia, in casa di una bellissima ragazza greca, ascoltando musica napoletana e pasteggiando avvolto da un magnifico accappatoio rosa: che grande idea per la sceneggiatura di un film!”
Lei lo guardava incuriosita dal suo sguardo perso nel panorama lontano delle finestre a quel punto aperte.
“È tutto buonissimo, sai?” disse Gianni voltandosi.
“Grazie! Sono contenta che ti piaccia! Adoro preparare la colazione con cura, specialmente quando ho ospiti in casa. A dir la verità mi piace molto cucinare! Da quando vivo qua da sola ho imparato a realizzare piatti squisiti per me prima impensabili! La scorsa settimana ho preparato un buonissimo pollo con le mandorle! La prossima volta che verrai te lo farò provare!”
“Non vedo l’ora! Esclamò lui sinceramente entusiasta.”
Tutto era così perfetto da non apparire vero. La preoccupazione per la lontananza dalla famiglia, gli esami, gli amici di sempre in quel momento chissà dove, l’ansia per il giorno in cui ogni cosa di quel mondo prima o poi avrebbe avuto fine, tutto questo sembrava essere rimasto nascosto, in attesa, fuori dalla porta di quel piccolo e grazioso piso nel cuore di Valencia.
“La sua famiglia deve disporre di molto denaro!” Pensò Gianni dando l’ultimo morso all’unica fetta di pane tostato rimasta a tavola.
Aveva già notato come del gruppo di ragazzi che come lui erano a Valencia con una borsa di studio Corinna era la sola a vivere in un appartamento tutto per sé! Non si trattava certo di una casa lussuosa ma era pur sempre un’enormità rispetto le misere stanze condivise di tutti gli altri.
Gianni si alzò da tavola. Risistemò la sedia con cura sotto il tavolo e iniziò a guardarsi intorno con attenzione per scovare la propria biancheria lanciata da qualche parte la notte precedente. In quelle situazioni le calze sarebbero potute finire nel lavandino e le mutande nere rimanere appese al lampadario. Iniziò a frugare tra le lenzuola e stupito ritrovò tutto piegato con cura sotto il cuscino del letto: ancora una volta lei lo aveva piacevolmente anticipato. Alzò lo sguardo per incontrare gli occhi di Corinna che sorridevano con materna soddisfazione. “Non c’era molto da dire: non ci sono parole di fronte la perfezione!” Pensò Gianni infilando prima una e poi l’altra gamba dentro i pantaloni.
Con la maglietta già calzata si legò le scarpe e si avvicinò a lei, aveva voglia di baciarla ancora, ricominciare da capo, sapendo che quella donna non si sarebbe affatto tirata indietro. Ma doveva andare.
“Gianni!” Esclamò lei ricordandosi di qualcosa che sembrava molto importante.
“Prendi questi biglietti per la metropolitana!…non voglio che tu spenda soldi per venirmi a trovare.”
Il ragazzo rimase senza parole. Infastidito dalla strana richiesta, per nulla al mondo avrebbe mischiato sesso amore e denaro, si trattava di cose troppo diverse. Mentre lei insisteva convinta Gianni si chiese per la prima volta a che strano mondo doveva appartenere.
Un mondo che Gianni cominciò a immaginare fatto di ricchezza, compromessi e ipocrisia, insomma qualcosa di molto simile a ciò che aveva spesso visto in soap opera e fiction nei pomeriggi di noia davanti alla televisione. Di certo era troppo presto per trarre conclusioni su una persona che fino a quel punto era stata assolutamente impeccabile.
I biglietti erano ancora sospesi tra le mani di lei. Gianni fece invano per rifiutare un paio di volte ma vedendo che la questione le stava molto a cuore allungò la mano in silenzio e mise in tasca i due ticket bianchi a strisce rosse. Già vestito tornò in bagno per darsi il solito ultimo tocco ai capelli.
In un batter d’occhio si ritrovarono a correre con un ritmo forsennato verso la stazione della metropolitana: ancora una volta erano in ritardo! E ancora una volta lei aveva insistito per accompagnarlo e continuare in questo modo a guardarlo fino a quando oltrepassando lo sbarramento sarebbe poi scomparso dietro l’angolo, diretto alla scala mobile.
Dietro quell’angolo ogni volta Gianni si trasformava.
Il biglietto, Corinna, la cena insieme e il peluche Timoteo diventavano come per incanto vaghe immagini di antichi ricordi. E più il vagone si allontanava, maggiore era la sensazione che in realtà non fossero mai esistiti. Con il naso accostato al vetro appannato guardava gli alberi lontani scorrere lentamente, come affannati nel cercare di raggiungere l’immagine delle case più vicine alle rotaie. Accanto ad ogni tetto rosso notava un giardino, a volte una piscina, una casetta dietro l’altra.
Si guardò la mano destra, aprì le dite e rimase come incantato dalla strana forma che aveva involontariamente dato al biglietto regalatole con tanta insistenza da Corinna. Ricordava uno degli origami che aveva spesso visto fare in televisione nelle trasmissioni per bambini. Lo mise in tasca con cura. La sua mente era già nella Villa Universitaria, ancora qualche chilometro e si sarebbe finalmente riunita al corpo ancora in viaggio.

Quella mattina si alzò con più fatica del solito. Sotto la doccia gli venne in mente che nei giorni seguenti gli sarebbe probabilmente toccato il turno di pulizia dell’appartamento. Odiava il giorno delle pulizie. Odiava il tono con cui uno dei suoi compagni d’appartamento pretendeva che tutto fosse inderogabilmente fatto nei tempi stabiliti. Il risultato era che il pavimento della loro sala da pranzo era probabilmente il più pulito che si fosse mai visto da quelle parti da anni!
Uscì dalla propria stanza e si avviò in direzione della porta con passo sicuro. Si muoveva in quelle stanze come fosse semplicemente vissuto lì da sempre. Afferrò lo zaino pieno di qualche libro ed uscì.
Appena fuori un raggio di luce abbagliante lo scosse. Il sole era già alto, caldo, Gianni pensò che sarebbe stato un peccato mortale sacrificare quel giorno meraviglioso per stare chiuso in un’aula da studio.
Decise così di vagare nei dintorni senza destinazione! Un giorno dedicato alla propria curiosità invece che allo studio non avrebbe potuto che fargli del bene. Da sempre sosteneva l’importanza di un’accurata conoscenza del proprio ambiente di riferimento.
“L’uomo è come un gatto” Diceva. “Deve conoscere in ogni momento quali sono i percorsi possibili intorno a sé, non fosse altro che per evadere mentalmente!”.
E così si diresse ai luoghi che conosceva, la biblioteca di Scienze Sociali, quella di Diritto, la mensa, il bar, la sala di informatica e per la prima volta il Rettorato, il teatro, la copisteria, il barbiere.
Il barbiere non era un comune negozio ma una vera e propria scuola per apprendisti. Vide dal vetro trasparente l’insicurezza con cui giovani inesperti avvicinavano le forbici alla testa di ‘coraggiosi clienti’. Un uomo sulla cinquantina dava ai giovani istruzioni che rassicuravano i malcapitati, a quel punto i visi si distendevano, gli occhi potevano staccarsi dal seguire ossessivamente il movimento irregolare delle forbici. Pensò che forse un giorno avrebbe anche lui tentato la sorte e sarebbe entrato in quel luogo. Con cautela avrebbe chiesto un taglio piuttosto lungo nella speranza di correggere a posteriori eventuali gravi imperfezioni.
“Sono proprio il tipico italiano!” Concluse.
Si perché la differenza tra l’aspetto della ‘sua gente’ e tutti gli altri gli era apparsa chiara sin dal arrivo. Ogni qualvolta intravedeva un ragazzo con colori coordinati piuttosto scuri, occhiali da sole e capello perfettamente a posto…questi era certamente un italiano! Uno come lui in fondo, che semplicemente faceva dell’estetica uno dei principali piaceri della vita.
Posò il suo sguardo sul panorama lontano, sorpreso della sua stessa curiosità, della sua capacità di stupirsi. In quello stesso momento proiettò la propria immagine nel tempo. Qualche anno prima, quel giorno dell’anno, alla stessa ora, si trovava probabilmente a giocare nel cortile dell’oratorio al lato di casa. “Ma tra qualche anno, questo stesso giorno, a quest’ora, dove sarò?” Pensava, pensava, e a volte non riusciva a fermarsi.
In fondo adorava quei momenti di assoluta profondità sin da quando a scuola si sedeva al lato della finestra per fuggire fuori ed esplorare mentalmente ogni cosa, e la maestra che spiegava.
Ma stava imparando anche ad essere più concreto!…in fondo questo è quello che gli esseri umani intorno a lui gli chiedevano da sempre. La sua famiglia sperava in un buon lavoro, i suoi insegnanti in più studio e buoni risultati, i suoi amici in continue occasioni di divertimento. Immaginò che forse un giorno avrebbe scritto una canzone o addirittura un libro per concretizzare quanto di più etereo aveva dentro di sé e renderlo comprensibile e magari apprezzabile al mondo. Un giorno lo avrebbe fatto, un giorno.
Ritornò presente a sé stesso, i suoi pensieri erano finalmente rientrati da uno dei loro tanti ‘giri in giro’ e ancora non sapeva dove il suo corpo si sarebbe diretto. Dopo una breve riflessione si sentì di aver vagato abbastanza e si diresse alla biblioteca di Scienze Sociali in cui era ormai di casa.
Attraversò il ponte che portava dalla piazzetta piena di negozietti per studenti all’entrata dell’edificio che cercava.
Ai due lati gruppetti di ragazzi chiacchieravano fumando pettegolezzi, usando parole che Antonio cominciava a capire piuttosto bene.
Allungò la mano sulla grossa maniglia di metallo e con presa ferma cominciò a tirare. Entrò dapprima con il piede sinistro avvolto in una scarpa dalla forma tondeggiante di pelle nera.
Accompagnando l’altro piede si guardò intorno in cerca di visi conosciuti. Rimaneva sempre estasiato dalle forme che vedeva. In quei luoghi le donne gli sembravano tonde come non aveva mai visto!
Il giovane usciere lo guardò facendogli un cenno con la testa per invitarlo ad entrare mentre Marco era già seduto a studiare e chiacchierare da ore. Lo raggiunse ed occupò uno dei posti accanto a lui. Si salutarono come due consumati rapper. Lo schiocco delle mani che si scontravano era esaltante, qualche sconosciuto intorno si voltò incuriosito.
“Ciao bello! Que tal?” esclamò Marco.
“Bene, bene….ero in giro come un vagabondo…oggi ‘non avevo testa’ di andare a lezione…avevo bisogno di riflettere…” rispose a bassa voce per non disturbare.
“Troppe donne ragazzo mio….la donna è un essere superiore, possiamo sperare di riuscire a gestirne non più di una alla volta…” disse con ironia.
Ma tutto ciò che la sociologia, psicologia, antropologia e quanto altro terminasse con ‘gia’ avevano introdotto nei loro cervelli nei lunghi anni di studio imponeva un ragionamento più approfondito!
Si alzarono quasi contemporaneamente ed uscirono in direzione della colonna in marmo grezzo grigio davanti l’entrata della biblioteca.
Marco iniziò a prepararsi una sigaretta aprendo la confezione di tabacco nuova di zecca. Riprese a parlare.
“Vedi Gianni, ho fatto attenzione a quanto ti sta succedendo, devi stare molto attento! È già da un paio di mesi che siamo qui e ogni giorno che passa questo ‘sogno’ ci entra dentro, fa parte di noi ma ripeto che dobbiamo stare attenti, molto attenti!”
Senza volerlo Marco aveva usato parole che toccavano le corde più sensibili dell’animo di Gianni, anticipando il racconto di ciò che a quest’ultimo dava da pensare.
“Il fatto è che sto iniziando a vivere come ho sempre sognato, è questo è buono. Mal‘abbondanza di amici e opportunità aumenta. Mi costringe a scegliere, scegliere cosa voglio veramente…e per di più…continuo a pensare a lei”
Marco sapeva che quella ‘lei’ non era Francesca, l’antica ragazza di Gianni e non era Corinna, la stupenda creatura Greca. Non era nessuna delle decine di ragazze che i due incontravano continuamente nelle feste a cui prendevano parte.
“Forse col senno di poi capiremo, caro amico mio, ora non ci è dato che vivere” concluse saggiamente Marco mentre si accompagnava all’ultima boccata di sigaretta.
“Vivere? Già…fosse facile!” pensò Gianni ancora scosso dal ‘canyon’ che quell’ultima frase gli aveva aperto nel petto.
Erano le due di un pomeriggio caldo di primavera. Un frizzante profumo di natura solleticava gli istinti che cominciavano così a cercare sfogo nei prati in fiore, sulle panchine di pietra dura, negli appartamenti.
“Ora torno al mio piso, ma passo da te più tardi, ci sarai?”
“Vale! Io torno dentro” Replicò Marco stringendogli ancora una volta la mano con consueto fare calmo.
“A stasera!”.
Lungo la via del ritorno Gianni osservava lontana la prima ala del campus, costruita su di una collina che la primavera aveva dipinto di verde acceso. Sapeva dove abitava Sylvia, sapeva che avrebbe potuto passare da quelle parti e trovare la finestra aperta, vederla. Non vi era dubbio che fosse pericoloso, nella sua testa infatti ancora risuonavano le parole dell’amico “devi stare molto, molto attento”. Aveva quasi deciso la strada da percorrere quando alzò lo sguardo e dovette fermarsi per respirare.
La finestra era aperta, completamente spalancata, con un unico spiraglio dietro le tende rosse semitrasparenti. Riusciva a vederla, sola. Indossava una fascia blu che le raccoglieva i capelli neri mentre indaffarata alla scrivania studiava e scriveva. Il vento spostava aritmicamente i lembi delle tende e l’immagine velata di rosso si faceva a tratti più reale, riacquistava la sua consistenza. Dopo pochi minuti le immagini cominciarono a non bastargli più: voleva sentirne i movimenti, i rumori nella stanza. Gianni si avvicinò quindi a piccoli passi. Così riuscì a sentire il suono della carta ogni volta che le sue mani curate afferravano con delicatezza e decisione la pagina, la voltavano. Nello scorrere lento di quei secondi barlumi di lucidità lo facevano sentire un poco stupido.
“Cosa avrebbe pensato chiunque fosse passato da quelle parti e l’avesse visto incantato in silenzio davanti una finestra aperta?”
D’improvviso lei si alzò. Come se avesse percepito la sua presenza si accostò alla tenda, senza aprirla. Dissimulando tutta la sua attenzione Gianni fece due passi indietro per scomparire ai suoi occhi. Era spaventato, terrorizzato da ciò che avrebbe potuto provare se solo fosse stato visto, salutato.
Lei si fermò davanti al vetro guardando il panorama e tutto ciò che era visibile attraverso la fessura delle tende. Alzò il braccio destro per portarsi la mano e le dita affusolate ai capelli, accarezzarli e sistemare con eterea attenzione la morbida fascia elastica.
“Quelle dita!” Cosa avrebbe dato Gianni per averle sulla sua guancia per alcuni secondi Dio solo sapeva.
Un attimo dopo Sylvia aprì le tende.
Gianni era ormai ben nascosto dietro una parete posta lateralmente rispetto la finestra. Non aveva da temere ma quel gesto gli parve una sfida del destino: “Fatti avanti codardo omino innamorato: se veramente ti interessa questa donna è arrivato il tuo momento!!” Gli urlava con insistenza la solita voce.
Non era la prima volta che a quel ragazzo accadeva di trovarsi davanti a quello che aveva tutta l’aria di essere un bivio, una chiara opportunità per determinare il proprio futuro o influenzare in qualche modo il susseguirsi degli eventi. Aveva imparato a riconoscere quei momenti, la vita lo aveva già allenato a rimanere concentrato, a prendere la decisione giusta nel più breve tempo possibile. Si ricordò di quando guardando uno straordinario film in televisione aveva meditato sulla celebre frase ‘carpe diem’: “Ecco, quello era il momento!”
Si riallungò dalla forma rannicchiata che il nascondersi gli aveva fatto assumere. Stiracchiò i jeans e pinzando con le dita le due maniche della maglietta le tirò verso l’esterno per ridar loro la forma originaria. Irrigidì le quattro dita della mano destra e con movimenti rapidi si tirò su il ciuffo di capelli neri in cima alla fronte. Nel frattempo lei si era nuovamente posizionata alla minuscola scrivania in legno chiaro, tende e finestra erano fortunatamente per lui ancora spalancate.
Ben retto sulla schiena decise che avrebbe voluto apparirle dal portamento elegante ma allo stesso tempo simpatico, uno strano connubio, se ne rendeva conto. Allungò prima un piede poi l’altro, accelerando. Passare per quella strada, e non per una qualsiasi delle decine di altre possibili, sarebbe dovuto sembrare un puro caso. Entrò velocemente nel campo visivo della finestra, nervoso, con l’aria falsamente distratta. Cercava di guardare fisso avanti a sé. Non poteva, non riusciva a girare la testa verso destra per capire se lei l’aveva riconosciuto. L’eventualità che non lo vedesse era praticamente impossibile ma a lui non bastava. Voleva carpire la sua attenzione, coinvolgere non solo i suoi occhi ma la sua mente e poi col tempo il suo cuore: desiderava essere guardato. Infine lei lo vide.
Per un attimo aveva alzato la testa attirata dall’ombra in movimento e dal rumore dei passi che avevano calpestato l’erba ancora umida di rugiada dalla notte precedente. Quando aveva già fatto per tornare con gli occhi sul foglio il profilo della figura che passava davanti la sua finestra attirò il suo sguardo. “Gianni!” aveva esclamato immediatamente.
Era dotata di una memoria di ferro.
Gelato dal sentire il suo nome Gianni si bloccò sul posto come un militare in punizione. Voltò la testa e sorrise.
“Si?!…ah, ma sei tu! Ciao Sylvia!” Esclamò cercando di nascondere l’emozione e apparire spontaneamente stupito.
Con un leggero balzo lei si appoggiò alla balaustra in metallo invitandolo ad avvicinarsi.
“Ti ricordi di me dunque! Quella sera alla festa sei improvvisamente scomparso…”
Il ragazzo italiano dimostrava usualmente una grande dimestichezza nonché abilità retoriche di salvataggio in situazioni così improvvisamente stringenti. Ma in quel caso ebbe l’impressione di provare le stesse sensazioni di quel re che un giorno, sfilando tra la gente, sentì una voce di bambino gridargli in faccia: “Il re è nudo, il re è nudo!”.
Non sapeva che fare. “…ehm….hai ragione….diciamo che….in quel momento non stavo molto bene” Rispose con grande impaccio.
“Che fai lì fuori?…vieni dentro, ti mostro mi piso e ti offro qualcosa da bere!”
Sylvia uscì dal suo appartamento passando dal corridoio in comune con altri pisos per andare ad accogliere personalmente il suo inatteso ospite italiano.
Usci all’aperto con le braccia aperte ed un sorriso sincero. Prese Gianni per la mano e quasi tirandolo riuscì a portarlo all’interno del piccolo appartamento. Solo in quel momento Gianni notò che la ragazza non indossava nulla sotto la T-shirt di color verde smeraldo e che aveva delle gran belle gambe avvolte in un grazioso paio di pantaloncini aderenti di colore rosa. Non era affatto pentito di aver provocato quella sorta di ‘bufera’, ma pur sempre nervoso. Lei lo fece accomodare su una delle due sedie che Gianni procurò di sfilare da sotto la scrivania. Si sedette senza smettere di guardarla mentre piegata sulle ginocchia lisce cercava nel piccolo e basso frigorifero qualche cosa di saporito da offrirgli.
Si rialzò con una bottiglia di Cola ed un’altra di Rum. Con sguardo compiaciuto cominciò a versare e mescolare più volte fino a produrre un liquido profumato color rubino pieno di bollicine scoppiettanti. Aggiunse qualche cubetto di ghiaccio e glielo porse con garbo guardandolo negli occhi color nocciola. “Rico! ” esclamò lui dopo un breve sorso.
Tra un sorso e l’altro guardava le decine di fotografie appese alle pareti, un crogiuolo di sorrisi, abbracci, sguardi e paesaggi diversi. Non poteva non chiedersi e chiedere chi fosse questo o quella, e a quale meravigliosa costa appartenesse la spiaggia bianca che vedeva nei tanti ritagli di carta plastificata.
“…Hai una bellissima stanza…anzi avete una bellissima stanza! Mi sento come se fossi entrato in una grande comunità che mi osserva e mi ascolta…chi sono tutte queste persone che vedo in foto?”.
Continuando a guardarsi intorno notò appesa una bandiera a strisce orizzontali rosse e blu ed una stella nel mezzo, simile alla bandiera nazionale di Cuba, ma non ne era certo. Più in fondo leggeva i testi di canzoni dal contenuto marcatamente patriottico e si emozionò al pensare quanto stava trascurando anche solo nei pensieri la sua patria, l’Italia che lo aveva partorito, amato e purtroppo a volte rinnegato.
“Questi sono i miei amici, i nostri amici! L’arredamento è frutto del lavoro mio e di Melisa. Per non sentirci mai sole abbiamo pensato di attaccare queste foto che ci ricordano i luoghi in cui siamo vissute e le persone che ci vogliono bene…e poi guarda…” fece per indicare una delle foto su carta lucida che ritraeva un’amaca tra due palme da cocco su una spiaggia sabbiosa e chiara.
“Queste sono le meraviglie della nostra isola! Gente da tutto il mondo viene nella nostra terra per sognare e divertisti!” All’emettere quei suoni il tono della voce di Sylvia si fece pieno d’orgoglio e nostalgia. Gianni riuscì a sentire le emozioni forti delle parole che ascoltava entrargli nella pelle e metterla in vibrazione per poi andare in profondità giù e giù fino al cuore. Pensò che qualcosa di simile l’aveva provato in vita sua solo un paio di volte da ragazzino, quando con il padre guardava la partita della nazionale di calcio in TV indossando una strana casacca blu. Ricordava bene il religioso silenzio con il quale ascoltavano l’esecuzione dell’inno nazionale italiano trasmesso in eurovisione. Anche lui aveva amato quei ragazzi in pantaloncini e scarpe da calcio che cantavano all’unisono e si tenevano una mano aperta sul cuore.
Che calore sentiva. La guardava mentre rivolta verso la parete leggeva alcune dei testi che esprimevano la nostalgia della propria nazione e della famiglia lontana, parole scritte dai più grandi cantautori dell’isola di Mantolena, era l’epoca delle massicce emigrazioni verso gli Stati Uniti.
Gianni non faceva fatica a capire quale potesse essere l’intensità che aveva portato a simili opere d’arte. Era in fondo anche lui figlio della povertà e dell’immigrazione, il risultato di un incontro tra un uomo ed una donna che avevano lasciato il sud dell’Italia per il nord, in cerca di fortuna. E di quel sud portava ancora traccia nelle vene, nei sogni e nella passione per la ragazza che aveva di fronte, quanto di più latino avesse mai incontrato in vita sua.
D’improvviso udirono bussare alla porta.
Sylvia si alzò velocemente e diretta verso la finestra urlò: “Meli?????”.
L’amica entrò dalla porta principale stringendo due sacchetti di plastica pieni zeppi di scatolame. Salutò Sylvia e lanciando un sorriso di benvenuto a Gianni appoggiò il carico sulla scrivania. Le due ragazze si tuffarono su quella che era la loro spesa settimanale, entrambe visibilmente contente di potersi finalmente cimentare nella preparazione di piatti tipici di Altanaro. Dai sacchetti uscirono scatole di fagioli, piselli, cozze, frutti di mare, carne di granchio, asparagi e molto altro di cui molti studenti europei che come loro abitavano in quei palazzi non avrebbero saputo che farsene. Ma gli sguardi delle due ragazze dimostrarono tutta la loro sicurezza su come avrebbero agito per creare succulente pietanze.
“…Scusami Gianni….” Esclamò Sylvia “In effetti ti sto un po’ trascurando…ritorno subito da te!”.
Melisa non aveva idea del turbinio di emozioni che tempestava l’animo del ragazzo e la sua mente non fu attraversata neanche per un attimo dal pensiero che ai due esseri umani avrebbe fatto piacere rimanere da soli. Probabilmente perché era al corrente della ‘storia’ che Sylvia aveva iniziato con Ramón. Di Gianni non sapeva praticamente nulla ma le dava tutta l’impressione di essere il classico ragazzo italiano belloccio ed in cerca di emozioni. Un ragazzo sveglio e simpatico ma potenzialmente pericoloso in base allo stereotipo dell’uomo italiano di cui sin da bambina aveva sentito parlare.
Dopo qualche minuto Melisa si accomodò in silenzio sul proprio letto ed iniziò a leggere il libro di Pablo Neruda che da mesi poggiava accanto al cuscino. Ogni tanto alzava lo sguardo oltre le pagine per osservare con discrezione il dialogo tra i due ragazzi a solo un paio di metri da lei.
“…E così studi alla facoltà di Economia…io sono iscritto a quella di ‘Políticas ’ anche se qua ci riempiono di Sociologia, ma….si…mi piace un sacco!…una domanda…dove si trova esattamente la vostra isola? È la prima volta che conosco qualcuno che viene da così lontano, mi sembra incredibile!”
“Be, è semplicemente una delle tante isole del mar dei Caraibi, ad est degli Stati Uniti. Un minuscolo puntino rispetto le grandi nazioni che ci circondano ma un posto incantevole!”
“Non ne dubito!…dalle foto sembra un po’ il luogo in cui tutti gli europei almeno una volta nella vita hanno sognato di vivere. Siete fortunate…davvero fortunate…”
In quel momento intervenne Melisa “…a dir la verità il mio sogno è sempre stato quello di visitare e magari vivere l’Europa, l’Italia in particolare…”
“Anche il mio!” Aggiunse Sylvia. “Il vostro paese è bellissimo, il cibo e buonissimo e gli uomini sono tutto romanticissimi!” Proseguì utilizzando di proposito quanti più superlativi conosceva.
“Se solo sapessero cosa darebbe ciascuno di quei romanticissimi italiani per vivere nella specie di paradiso terrestre rappresentato in queste foto!?” Pensò Gianni leggermente confuso dai suoi stessi pensieri. Ancora una volta gli sfuggiva quale fosse la verità delle cose, dove fosse collocata la felicità, in Italia o a Mantolena?!
Quegli strani ragionamenti lo avevo per qualche minuto distratto dalla conversazione ma soprattutto dall’intensità delle emozioni che provava per la donna che aveva di fronte. Se ne stupì. E proprio in quel momento notò la deliziosa musica che fino a quel momento aveva suonato in sottofondo. Era una specie di ballata dal ritmo tipicamente latino-americano che in modo impercettibile gli aveva trasmesso energie positive. Pensò che se quella era la musica del mondo a cui lei apparteneva, allora l’avrebbe ascoltata e ballata fino a farla diventare una parte di sé, non gli sarebbe certo costato fatica! Ritornò così a guardarla, ascoltarla, interpretarla in uno scorrere velocissimo di minuti che portò entrambi inconsapevoli all’ora di cena.
“Ed ora?” Pensò Gianni mentre alzandosi dalla sedia si avvicinava all’uscita
“Quando la rivedrò?”.
Lei lo accompagnava e appariva visibilmente felice di aver speso un briciolo della propria esistenza a chiacchierare con il simpatico tipo. In fondo anche Sylvia non si era mai confrontata con un italiano prima di allora, tutto ciò le appariva semplicemente interessante!
Giusto prima di varcare l’uscita Gianni si voltò in direzione di Melisa per un ultimo saluto. Diede un bacio sulla guancia a Sylvia e si scambiarono un arrivederci ad un prossimo incontro, non meglio definito, come lui temeva.
Sulla strada del ritorno il ragazzo italiano non poté fare a meno di voltarsi continuamente in direzione della finestra dalla quale alcuni minuti prima si erano visti due ragazzi entrare per la prima volta nei rispettivi mondi interiori e scoprirsi lentamente.

Disteso sul prato Henry guardava il cielo, blu. Affondava le braccia lunghe nei ciuffi d’erba verde luccicanti e li muoveva per espanderne il profumo nell’aria. Con la testa rivolta verso l’alto osservava le nuvole muoversi e prendere le forme più strane che da bambino, come tutti i bambini, aveva fatto assomigliare alle immagini dei propri pensieri. Era un fresco pomeriggio di maggio, molti studenti iniziavano o avevano da poco terminato di pranzare, in un’ora molto tarda rispetto l’orario tipico dei tradizionali pranzi di famiglia.
Al lato di Henry, robusto ed alto ragazzo inglese, c’era il braccio di Gianni, anch’egli disteso intento a guardare il cielo.
Le quattro piante dei piedi erano distanti solo pochi metri dall’entrata del sempre gremito bar-ristorante delle Villa Universitaria ma entrambi continuavano a parlare con lo sguardo in su come se fossero chiusi ed isolati in una campana di vetro.
“Quiero una chica! ” Esclamò Henry senza smettere di guardare verso l’alto.
“Henry amigo…ya verás, dentro de poco lo dos encontraremos nuestras chicas! Es cuestión de tiempo! ” Rispose Gianni ripiombando nell’irreale silenzio precedente.
Giusto in quel momento Henry cominciò a sentire un improvviso fastidio all’orecchio sinistro, dal lato opposto rispetto al quale si trovava Gianni. Fece per sventagliare la mano un paio di volte, sicuro che si trattasse di un insetto, ma più cercava di liberarsi della molestia e più questa si faceva intensa. Dall’altro lato Gianni continuava a fissare le nuvole non prestando alcuna attenzione ai movimenti dell’amico. Finalmente Henry ebbe la giusta ma tardiva intuizione di voltarsi per rendersi conto che il fastidio che sentiva non era nient’altro che un semplice ramoscello d’erba agitato dalla mano maliziosa di Neus, una delle ragazze più pazze che lui avesse mai conosciuto!
Gianni si alzò in una grassa risata e lanciò uno sguardo di intesa a Neus ed i suoi amici: Oscar, Gibert, Ana, Carlotta e Imma. Tutti si erano visti per la prima volta ad una festa a tema organizzata nel Bar della Villa universitaria qualche settimana prima. Quella sera Gianni era arrivato lì quasi per caso notando da lontano un gran trambusto. Aveva varcato la soglia incuriosito ma non aveva fatto in tempo ad entrare completamente che si era sentito dare un’enorme pacca sul sedere. Fu così che prima di Neus aveva conosciuto la sua stessa mano. Aveva poi conosciuto gli altri durante un torneo di futbolín .
Neus era un vero e proprio maschiaccio, Carlotta la più sensuale, Ana la controfigura di Neus e Imma la più tenera e gentile. Oscar e Gibert, detto Gibi, erano agli antipodi. Il primo atletico e spietato con le donne non faceva che ‘saltare di fiore in fiore’, il secondo timido ed introverso dimostrava il meglio di sé in tutto ciò che era calcolo e ragionamento.
Gianni osservò con maggiore attenzione la combriccola e notò uno sguardo particolare negli occhi di Imma. Si era accorto della sua attenzione per i movimenti del corpo di Henry che nel frattempo aveva ingaggiato una specie di lotta corpo a corpo con Neus.
“A volte basta semplicemente esprimere un desiderio perchè da qualche parte ci sia un genio in ascolto pronto ad esaudirlo!” Pensò guardando più volte Imma e Henry e poi di nuovo Henry e Imma. Si alzò di scatto per avvicinarsi al gruppo. Salutò tutti affettuosamente e si fermò a parlottare con Imma che nel frattempo non perdeva di vista gli spostamenti del suo ‘obiettivo’.
“Imma, ti vedo un po’ più distratta del solito o sbaglio?” Esclamò Gianni con ironia.
In quello stesso istante lei arrossì e portò finalmente lo sguardo dei suoi occhi verdi in direzione di chi aveva di fronte e le stava parlando. Rimase zitta. Chiedeva con il suo silenzio di mantenere segreto quanto egli aveva compreso.
“No pasa nada. ” Le disse Gianni.
“Vedrai che con il tempo ritroverai la tua ‘concentrazione!?” E trattenne a stento un sorriso.
Gianni pensò che bisognasse fare in modo che tra lei ed Henry succedesse qualcosa, era necessario favorire l’evento, crearlo in qualche modo, perché i sentimenti di lei potessero esprimersi e perché lui capisse. Tutto questo era compito suo. Il fatto di essere l’unica persona a conoscere i desideri di entrambi gli assegnava un qualche profondo senso di responsabilità.
Gianni pensò che la cosa migliore fosse invitare entrambi ad una delle tante feste organizzate nella Villa Universitaria, l’atmosfera e la sangria avrebbero fatto il resto, non sarebbe stato difficile. Per fare ciò avrebbe parlato con il suo amico Sebastiàn, sempre aggiornato sugli eventi della “movida de los pisos di maggiore tendenza.

La pioggia batteva forte sui vetri delle finestre chiuse e qualche goccia riusciva ad entrare attraverso le crepe della vecchia guaina tutta intorno. Si trattava di uno spettacolo affascinante e raro per la caldissima primavera di quel anno ma piuttosto comune per chi come Sylvia era abituato ai numerosi acquazzoni quotidiani dell’isola di Mantolena. Certo era passato qualche mese dall’arrivo in Spagna, molte cose erano cambiate ma mentre con un panno raccoglieva l’acqua che passava dalle fessure si immaginava ancora lì sul divano di casa sua, triste come tutte le volte che c’era la pioggia. Il maltempo era una delle poche cose che la rendevano malinconica ma il padre l’avrebbe cercata, si sarebbe seduto accanto a lei e abbracciandola le avrebbe detto che la pioggia era necessaria alla natura….e borbottato poi “…alla natura di quest’isola!”. Se solo quell’uomo avesse potuto vedere quanta acqua stava cadendo sulla sua amata terra di Spagna.
Il temporale resisteva imperterrito così come la tenacia con cui Sylvia teneva testa alle gocce che chiedevano asilo nella sua stanza. Ebbe un lampo di genio: “…Un acquazzone è un acquazzone in tutto il mondo!” Disse a sé stessa.
Si allontanò di pochi passi dalla finestra e aprì l’anta di un mobile contenente una sorta di piccolo pronto soccorso. Afferrò il sacchetto del cotone idrofilo e cominciò a strapparne dei pezzi per farne delle strisce più sottili. Prese poi il resistente nastro adesivo per medicazione e lo usò per appiccicare i lembi di cotone ai bordi della finestra e tappare in questo modo le fessure. Si trattava di una tecnica semplice e ovvia per qualsiasi abitante di un’isola dei Caraibi.
La foga con cui aveva concretizzato la propria idea la fece sorridere. Si sedette sul letto per riprendere fiato. Il respiro veloce rallentò il proprio ritmo e qualche minuto più tardi si lasciò andare. Rilassò lentamente i muscoli della bassa schiena per far cadere la parte alta del suo corpo sul letto e rimanere finalmente distesa, in silenzio, ad ascoltare i tuoni e l’acqua ormai definitivamente bloccata all’esterno. Melisa era a lezione e indipendentemente dalla fine del temporale non sarebbe tornata prima di un paio d’ore, la solitudine non le dispiaceva di quando in quando. Le rimanevano del tempo per pensare in silenzio, immaginare il passato ed il futuro…tentare di capire il presente.
Nella stanza in penombra chiuse gli occhi. Vide i suoi genitori preoccupati ma orgogliosi di lei, vide i suoi amici sorridenti che si scambiavano le reciproche informazione sulle loro amiche in Europa. Ma notò anche un passo proveniente da lontano che conosceva bene, e poi un altro, un altro ancora, il muoversi lento e orgoglioso di Luís, così come lo aveva lasciato prima di partire. Dov’era ora Luís, il suo grande amore, o quel che ne rimaneva? Ricordò che la decisione di partire per la Spagna era nata la sera in cui per l’ennesima volta non si era presentato ad uno dei loro appuntamenti. Il sole aveva completato il suo tramonto già da qualche ora. Aveva guardato il porto di Altanaro illuminato dalle luci di barche ciondolanti in balia di un forte vento. Aveva avvertito una irresistibile voglia di fuggire. Non sapeva ancora né dove né perché.
Amava quel ragazzo sbandato, erano cresciuti insieme al college e poi all’università, la stessa strada sempre uno accanto all’altro, come due splendidi amici. Avevano affrontato la vita pubblica con lo stesso entusiasmo e presenza carismatica, entrambi erano due leader nati. Luís aveva spessi capelli neri, dello stesso colore gli occhi.
Il fisico atletico e il pizzo intorno alle labbra lo rendevano un ragazzo non bello ma attraente. A ciò si aggiungeva il fascino proveniente dal carattere maledettamente estroverso. Si era fatto tutto da sé, povero ragazzo, dei genitori separati gli era rimasta solo la convivenza con una madre patologicamente apprensiva. Non era difficile comprendere il perchè sfuggiva continuamente le pareti di casa in cerca di continue emozioni e divertimento. Era forse per questo che Sylvia lo aveva notato. Aveva avvertito la profonda responsabilità di donargli l’affetto che altri intorno non avevano saputo dargli. Forse aveva solamente confuso una straordinaria amicizia e empatia con ciò che avrebbe voluto chiamare Amor. O forse ancora la notte del primo bacio avrebbe semplicemente dovuto bere un po’ meno.
Con gli occhi chiusi riusciva a ricordare con straordinaria limpidezza i gesti di quel giorno.
Come spesso accadeva d’estate avevano affittato una villetta con gli amici dell’associazione di contabilità per passare il fine settimana tutti insieme. Uno di quei giorni, al ritorno da una splendida giornata di mare, Sylvia e Luís erano arrivati in anticipo rispetto al gruppo. Avevano spalancato la porta e si erano buttati stanchi sul morbido divano viola che si affacciava al fondo del corridoio. L’entrare era stato ancora una volta una gara a chi fosse arrivato prima al di là dell’ultimo vaso di fiori. Luís l’aveva fatta da padrone. Con un ritardo di qualche secondo Sylvia gli si era trovata accanto, a guardarlo con aria di complice sfida. Per ingannare l’attesa il ragazzo aveva avuto la brillante idea di organizzare un piccolo cocktail party e stupire in questo modo gli altri amici. Aveva rovistato nella credenza e nel frigorifero per racimolare superalcolici, vaniglia, cannella e decorazioni, mentre Sylvia lo aveva osservato incuriosita.
Con abilità sorprendente sapeva far ruotare bottiglie, bicchieri, cubetti di ghiaccio e a Sylvia non era rimasto altro che gestire cannucce e tovaglioli.
L’attesa era continuata a lungo, tanto da spingere Luís a stringere i tempi.
“Chica, mentre aspettiamo che arrivino gli altri perché non iniziamo a festeggiare e assaggiamo così una delle mie creazioni?”
“…bueno…forse è meglio aspettare ma…”
Prima che avesse potuto finire la frase si era ritrovata tra le labbra una saporita cannuccia colorata e un bicchiere ghiacciato che le inumidiva la mano destra. Luís non ammetteva rifiuto alle proprie proposte.
Dalla cannuccia Sylvia aveva sentito il sapore di cannella mescolarsi a quello del rum invecchiato e al fresco succo di cocco. Entrambi erano degli esperti bevitori abituati a feste in mezzo a miriadi di bottiglie aperte e semivuote.
Poco dopo il ragazzo aveva posato il bicchiere ed era andato velocemente nella sala de estar per il tocco finale: la musica. Gli altoparlanti aveva così cominciato a diffondere il concerto live dei Manà, uno dei loro gruppi preferiti.
Sylvia seduta sul divano si era voltata per controllare dove fosse finito l’amico. Come nella scena di un intenso film lo vide ripercorrere il corridoio con coordinati passi a tempo di musica ed i capelli scompigliati dal vento. Con una spinta spettacolare Luís aveva appoggiato una delle due mani sullo schienale del divano per oltrepassarlo. Era atterrato perfettamente coordinato al lato destro dell’amica. Il tonfo aveva fatto sobbalzare il cuscino su cui era seduta Sylvia, per nulla spaventata o stupita dall’impresa.
Il giovane aveva cominciato a solleticarla sui fianchi e lei a difendersi, allontanandosi, riavvicinandosi, in un numero incalcolabile di schiamazzi e risate. Sylvia si era distesa per agguantare uno dei cuscini ma lui le aveva intimato l’alt: “Che succede?” Aveva esclamato lei stupita.
“Nada , hai semplicemente il bicchiere vuoto, ed io non posso permetterlo!” Aveva risposto lui con un tono di falsa cavalleria. Si era alzato velocemente dal divano per andare a prendere due tra le tante bottiglie e riempirle il bicchiere, dando vita ad un altro dei suoi mix innovativi.
Quella strana festa a due improvvisata era finita per durare più del previsto e aveva travolto gli unici due invitati. Luís si era rialzato dal divano più e più volte fino a quando, in uno dei suoi tanti balzi acrobatici di ritorno, non era atterrato più in la del previsto, con la faccia a pochi millimetri dal naso di Sylvia.
In tutti quegli anni passati insieme non si erano mai trovati così vicini, così intimi. Prima che lei avesse potuto rendersene contò lui, senza pensarci, l’aveva baciata. Sylvia aveva tenuto gli occhi aperti. Lo aveva osservato mentre chiudeva le palpebre e ne aveva sentito per la prima volta il sapore, lo strano gusto del proprio migliore amico. L’assurdità della situazione l’aveva spaventata e intrigata allo stesso tempo, non era riuscita ad allontanarsi. Poi aveva chiuso anche lei le palpebre e lo aveva abbracciato, spettinato.
Quello era stato l’inizio di una relazione che per circa un mese entrambi si sarebbero ostinati a tenere segreta.
“Che ingenui siamo stati!” Pensò Sylvia sorridendo e continuando a tenere gli occhi chiusi. “…Tutti i nostri amici non avevano aspettato altro!”.
Fece scorrere velocemente i fotogrammi mentali che immortalavano quei momenti fino al periodo più bello delle feste all’università e i balli di fine anno quando ormai per tutti erano ormai divenuti ‘la coppia perfetta’. In ogni angolo, specialmente nelle occasioni pubbliche, si parlava dello straordinario affiatamento con il quale i due giovani si mostravano, così intenso da mettere a disagio qualsiasi altra persona avesse tentato di carpire l’attenzione di uno solo dei due. Ma grazie alla madre di Luís anche quel momento era finito. In poco tempo la donna aveva cominciato a diffidare di colei che le era apparsa la ladra del proprio ‘bambino’, ciò che le dava ancora motivo per vivere. Da ciò ad odiare profondamente ed apertamente Sylvia il passo era stato breve.
E così, grazie all’influenza negativa di una madre fragile e sconsolata, l’atteggiamento di Luís aveva cominciato a peggiorare portando alla straziante fine del loro rapporto.
“Forse tutto questo ha avuto un senso, se oggi sono qui è anche grazie all’atteggiamento di quelle persone…” disse ad alta voce aprendo lentamente le palpebre per riabituarsi alla luce della stanza. Anche in quel caso si era fatta trasportare dal senso di fatalità o fede che la accompagnava dalla nascita. L’educazione che aveva ricevuto la portava a chiamare il significato che trovava in tutto ciò che le accadeva ‘Dio’. Non aveva però ancora ben chiaro quanto fosse ingerente questo Dio. “Interviene sempre o solo in momenti determinati e poi lascia fare agli uomini? Che cos’è in realtà il libero arbitrio?”.
Si trattava di domande alle quali non era mai riuscita a dare risposta e per le quali nessuno era mai riuscito a darle spiegazioni soddisfacenti.
“Lo chiamano ‘mistero’…” Pensò, e nello stesso istante si alzò dal letto senza più ostinarsi a cercare di risolvere un enigma che durava ormai insoluto da più di duemila anni.
Schiacciò il naso contro il vetro appannato della finestra per capire l’evoluzione del temporale. Diversamente da quanto succedeva sulla sua isola il cielo era ancora grigio e la pioggia continuava imperterrita a cadere, goccia dopo goccia, con un ritmo incredibilmente costante. Strofinando la mano sinistra sul cristallo opaco allargò un cerchio per scrutare meglio cosa stava accadendo tutto intorno e le parve di vedere solo acqua ovunque. Girò lo sguardo verso destra, verso sinistra, ancora verso destra. Notò infine un ragazzo che correva nella sua direzione cercando di proteggere la testa dalla pioggia con una giacca di jeans. Mano a mano che si avvicinava la sua immagine si faceva più nitida, lo riconobbe: era Ramón!
Arrivò nei pressi della stessa finestra da cui Sylvia lo stava osservando, si accostò sino a schiacciarvi anche lui il naso, sorridendo. Anche lei sorrise e in tutta fretta gli fece cenno di entrare.
Aperta la porta Sylvia si ritrovò in casa tutta l’acqua che fino a pochi minti prima aveva cercato di fermare con i suoi stratagemmi. Fece una smorfia davanti la faccia afflitta di lui e senza farlo neanche accomodare lo spedì direttamente in bagno ad asciugarsi.
“Perdón Sylvia, tu non sai che inferno d’acqua c’è il fuori….!?” Esclamò Ramón.
“Nada , non ti preoccupare…ora pensa ad asciugarti per bene mentre io prosciugo il fiume che hai creato sul mio pavimento!?”
La ragazza distese un braccio dentro il bagno per porgergli un asciugamano pulito mentre con il viso era ancora rivolta a controllare la pioggia che tentava a tutti i costi di entrare da più parti.
Dopo alcuni minuti il ragazzo uscì asciutto e sorridente.
“Hola…mi presento…sono il dottor Ramón!?”
Sylvia si volto verso di lui in silenzio, stupita. Pensò che non era affatto tipico del ragazzo che aveva di fronte un atteggiamento tanto simpatico e spavaldo. Aggiunse ai suoi pensieri che forse l’acqua era stata tanta, troppa, di tale portata da penetrargli i pori della pelle e poi scendere giù fino ad annacquargli il cervello!? Ramón normalmente era calmo, posato, riflessivo, caratterialmente chiuso ma soprattutto serio, per buono o cattivo che potesse sembrare.
“Oggi ho scoperto una cosa nuova che riguarda il carattere della persona che ho di fronte!” Pensò lei meravigliata come una bambina.
Nelle settimane successive alla sera della festa in cui si erano conosciuti avevano avuto molte occasioni per rivedersi. Era nata intimità, le loro labbra si erano sfiorate, i loro corpi avvicinati, ma sempre non oltre i limiti che Sylvia aveva scelto di imporsi. Non avrebbe mai fatto l’amore con un ragazzo che non fosse stato con tutta certezza l’uomo della sua vita.
La natura del loro rapporto era nota a tutte le ragazze di Mantolena così come la provvisorietà che lo caratterizzava.
“…pues…Hola !” esclamò in tutta risposta Sylvia fingendosi stupita di vederlo comparire nella stanza.
“Come mai eri da queste parti? Non ti aspettavo.”
Stranamente quando si incontravano nessuno dei due sentiva il bisogno di salutare l’altro con un bacio, era come se ogni volta il loro rapporto ripartisse da zero.
“Torno ora dalla lezione di Fisiologia, per un problema del docente siamo usciti prima e…ho pensato di approfittarne per passare a salutarti. Pensavo di chiamarti ma poi è scoppiato questo tremendo acquazzone e ho dovuto correre!” Ramón non le avrebbe mai detto quanto intensa fosse la voglia di vederla e quanto avrebbe voluto baciarla e abbracciarla. La sua natura e cultura lo obbligavano ad aggirare la questione, renderla meno lancinante. Forse per questo aveva scelto di diventare medico, per impedire o alleviare la sofferenza, anche quella provocata dall’amore. Ma la passione che stava crescendo per Sylvia non aveva a che fare con la scienza a cui era abituato. Lei si avvicinò in silenzio e lo baciò, profondamente. Dopo qualche secondo lei si allontanò e lo fissò, con le braccia ancora intorno al collo. Il ragazzo valenciano che aveva di fronte le parve somigliare a suo padre. Immaginò l’uomo che aveva conquistato il cuore di sua madre in quegli stessi luoghi molti anni prima. La cultura era sicuramente la stessa. L’amore per la buona cucina, l’ottimo vino, il calcio e tutte quelle cose che scarseggiavano sull’isola di Mantolena. Ma suo padre era stato anche colui che le aveva insegnato quanto fosse importante esprimere i propri sentimenti alle persone importanti, una capacità lontana dalla mente di Ramón. La solita pettinatura gli copriva uno degli occhi. Magnifico, chiaro come smeraldo, l’occhio visibile riusciva a trasmettere le emozioni che le sue parole non spiegavano. Sylvia percepiva l’affetto che lui provava per lei, il fatto stesso che fosse lì in quel momento ne era la prova.
“Cosa stavi facendo prima che arrivassi?” Disse lui interrompendo il silenzio che ancora li univa.
“Aspettavo la fine della pioggia distesa sul letto e pensavo ad occhi chiusi, sai che non amo le giornate grigie!”
“Dovresti impiegare il tempo diversamente, magari studiare..”
“Forse hai ragione ma a volte ho bisogno di fermare il gioco della vita per un momento. Riflettere, rivivere la strada che ho percorso…”
“Intendi il tuo passato…capisco, a volte succede anche a me di volermi fermare un attimo ma con la mole di libri che ho da studiare non posso proprio permettermelo, purtroppo.”
“Ma perché questo ragazzo rende tutto così scontato?” Pensò Sylvia ricordandosi di uno dei lati del carattere di Ramón che più stava imparando ad odiare: il pragmatismo acceso, tutto nel mondo doveva in qualche modo essere ricondotto alle fredde leggi della pratica e della scienza! Diventava così difficile anche solo immaginare di parlare d’amore.
La compagnia di una persona tanto simile a suo padre avrebbe forse potuto aiutarla a capire l’apparente leggera ‘schizofrenia’ di quest’ultimo, così romantico con le proprie figlie e altrettanto freddo con la propria moglie. O forse avrebbe solamente riempito i buchi di solitudine che ancora esistevano nella sua nuova vita spagnola.
Fino a quel momento i loro incontri erano avvenuti in modo sporadico, a volte quasi casuale. Non erano mancate uscite di gruppo con destinazione fiesta. Ciò che li aveva uniti dal primo momento era stato il confronto che derivava dall’apparente complementarietà dei rispettivi caratteri, estroversa ed idealista lei, più introverso e pragmatico lui.
Ramón si passò la mano destra tra i capelli per scoprire il proprio sguardo ceruleo e fissarla con maggiore attenzione. Notò che era ancora pensierosa ma non vi diede eccessiva importanza. Si avvicinò per baciarla ancora una volta.
Fu un bacio lungo, appassionato. Il naso di Sylvia era rivolto verso la finestra. Mentre le loro labbra si univano e le loro membra si adagiavano sul letto lei aprì improvvisamente gli occhi, per un attimo. A volte le accadeva di farlo. Per curiosità o per vedere e godere l’espressione del proprio amante, ma non era questo il caso. Le palpebre le si erano aperte in un gesto incontrollato, senza apparente motivo. Mise un po’ a fuoco lo sguardo e notò che il temporale era terminato e che dal lato opposto della strada in quel momento passava un altro ragazzo che conosceva. Mentre Ramón proseguiva nel suo bacio osservò con più attenzione la sagoma del ragazzo che nel frattempo si era avvicinato ed era finalmente riconoscibile. Sylvia si staccò immediatamente dalle labbra dell’uomo che aveva di fronte: “Scusami…ho aperto gli occhi per un attimo e mi è sembrato di vedere Melisa fuori dalla finestra e tu sai che non voglio metterla a disagio, in fondo questa è anche casa sua!”
“Non ti preoccupare…” rispose lui ancora visibilmente immerso nell’atmosfera romantica di solo qualche secondo prima.
Ramón non era un ragazzo geloso e soprattutto non lo era di Sylvia. Avevano infatti stabilito un tacito accordo basato su principi di maturità e realismo che chiariva ad entrambi che il loro rapporto non sarebbe stato nulla di più di un ‘amore a tempo determinato’. Non sarebbe stata una semplice avventura ma neanche niente di più di un affetto vissuto giorno dopo giorno con intensità e senza cura per la data di scadenza già scritta. Il fatto che nessuno dei due sembrasse innamorato dell’altro rendeva questa impostazione più che giustificabile alla coscienza di entrambi. Ramón aveva tutta una carriera di fronte a sé che negli anni successivi l’avrebbe coinvolto totalmente, e lei doveva comunque tornare a casa.
I due corpi si allontanarono ed i loro sguardi si mantennero fissi, speculari, entrambi i volti pensierosi. Lui diede un’occhiata rapida all’orologio: il tempo era scaduto, doveva tornare sui libri per continuare a prepararsi in vista della sua futura missione.
“Bueno, ha appena smesso di piovere e ne approfitto per andare, molti capitoli ancora mi aspettano!”
“Ya, lo sé. Gracias por pasar ! Spero di rivederti presto Ramoncito!” e alzandogli il ciuffo per scoprire lo sguardo bello lo accarezzò delicatamente sulla guancia.
Non appena fu di nuovo sola si avvicinò alla finestra con curiosità. Non scorgendo nessuno spalancò le due ante ed una folata di aria fresca e profumo di prato umido entrò nella stanza, un vento carico di energia che la fece sospirare. Era incuriosita da Gianni, il ragazzo italiano che aveva riconosciuto mentre baciava Ramón, ma di lì a pochi mesi sarebbe tornata a casa e aveva paura di affezionarsi a troppe persone.
“Però la vita va vissuta ogni attimo, ora! Anche se tra non molto andrò via desidero scoprire quanto c’è da scoprire in questi luoghi, in questa esperienza!” Pensò tra sé appoggiando i pugni chiusi sul corto davanzale della finestra.
“Non ne conosco la ragione profonda ma sento che devo frequentare quel ragazzo, scoprire chi è!”.
Decisa più che mai rimise la testa nella stanza. Non sapeva cosa significasse esattamente la frase ‘frequentare quel ragazzo’. Sarebbe potuta nascere una grande amicizia o un’incontro della durata di un paio di chiacchierate. Si distese ancora una volta sul letto ma questa volta ad occhi aperti. Guardò il soffitto spoglio, bianco, e pensò che era giunto forse il momento di fare qualcosa per rimediare al senso di angoscia che le prendeva tutte le volte che di notte apriva gli occhi spaventata. Aveva paura del buio.
Aprì il cassetto accanto al proprio letto e tirò fuori i fogli di carta giallo fosforescente che con Melisa avevano pensato bene di portare da casa per decorare la stanza in caso di festa.
“Ecco la soluzione per vivere notti più tranquille!” disse a voce alta.
La paura del buio le dava vergogna, non ne aveva mai parlato con nessuno, nemmeno con Melisa. Non aveva mai osato chiederle di tenere anche solo una piccola luce accesa durante la notte. Lei e l’amica non avevano mai vissuto insieme prima di allora e Sylvia non voleva ancora svelarle tutte le debolezze che la caratterizzavano. Armeggiò con righello, forbici e colla per circa due ore fino a che non fu completamente soddisfatta. Erano ormai le ventuno, il sole aveva lentamente asciugato il profumo d’erba bagnata e si ritirava dietro gli edifici e via via in lontananza dietro le montagne più basse. Lasciava dietro di sé l’aura rossastra che si rifletteva ovunque qua e là. Improvviso ci fu lo squillo del cellulare:
“Hola Meli! Donde Estas ?” rispose Sylvia.
“Sono a casa di un amico, mi ha invitato a stare da lei. Ne abbiamo approfittato per finire un paio di lavori che dobbiamo consegnare domani, sai, uno di quei saggi sui metodi educativi…mi fermo a cena qui ma se vuoi fare un salto ci farebbe molto piacere!”
“Vale! Cerco di mettere un po’ a posto qua da noi e ti faccio sapere, ok?”
“Ok, besos.”
“Besos.”
Nonostante l’ora tarda Sylvia non era affatto preoccupata per Melisa che considerava una delle persone più affidabili e responsabili che avesse mai conosciuto. “Diventerà certamente una magnifica maestra!” Pensava. “E tutti i nostri amici faranno a gara per iscrivere i propri figli nella sua classe!”
Proprio mentre con fatica raccoglieva dal pavimento i resti del suo bricolage sentì ancora una volta dei rumori provenire dalla finestra. Si voltò.
Il vetro era limpido e rappresentava fedelmente il viso di Gianni, i suoi capelli neri perfettamente scolpiti e lucidi, la barba curata. Non fece alcun gesto per chiedere di entrare, agitava semplicemente la mano in segno di saluto e sorrideva contento. In realtà era stato ancora una volta dieci, quindici minuti nascosto dietro la parete per riuscire a vincere le proprie emozioni e tornare da lei. Aveva respirato profondamente come nell’ultima occasione e sbirciando da lontano si era accertato che non fosse un momento inopportuno. Stupita e contenta dell’ennesima sorpresa della giornata Sylvia gli fece cenno di girare l’angolo ed entrare dalla porta già aperta. Presa in contropiede lei non si preoccupò né di sistemare velocemente la stanza né sé stessa, nonostante tenesse a valorizzare entrambe le cose. Non era da lei tanta disattenzione.
“Ciao Gianni!, Entra pure!”
“Hola Sylvia!…sai, la strada più corta tra il mio appartamento e la Facoltà passa proprio per il sentiero a pochi passi da qui e così mi capita spesso di incrociare la tua finestra….ti disturbo?”
“Ma che dici! Stavo sistemando alcune cose, mi fa piacere vederti! Hai già cenato?”
“Veramente ancora no, pensavo di mangiare qualcosa al volo e poi sentire se c’era qualcosa di bello in giro, e tu?”
“Che fai lì in piedi? Non abbiamo un comodo divano ma puoi sederti su uno dei due letti!. Dicevamo?…ah…si. Per la cena potremmo preparare qualcosa di rapido qui…per il resto della serata ancora non so.” Sylvia si ricordava dell’invito di Melisa ma non voleva che quel impegno non fondamentale la vincolasse. Era il loro primo incontro completamente soli, non c’erano amici intorno, non c’era festa.
Mentre lei tirava fuori alcune cose dal frigorifero lui cominciò a dondolare sul letto come un bambino su un’altalena.
“Che stai facendo?” disse lei stupita.
“…faccio un piccolo test al materasso!?”
In realtà cercava di nascondere l’emozione e il disagio che gli provocava il non sapere esattamente come comportarsi. “L’amore rende così insicuri!” Pensò bloccandosi improvvisamente.
La giovane imbandì spartanamente la tavola con alcune tartine rimaste dal pranzo e fresche uova sode ripiene di una attraente crema rosa. Prese poi due birre in lattina per accompagnare il semplice buffet.
Gianni fu il primo a provare una delle tartine, non aveva molta fame ma pensò che forse iniziare a mangiare l’avrebbe messo più a suo agio. Scelse quella al salmone e burro, un po’ per i colori e un po’ perché adorava il salmone.
Sylvia lo guardò soddisfatta ed iniziò da subito a fargli qualche domanda.
“Come mai hai deciso di venire qui a Valencia?”
Il quesito colse Gianni mentalmente impreparato e con la bocca piena. Non immaginava un inizio così diretto ma masticò ed inghiotti velocemente per cercare di rispondere.
“…in realtà non penso di essere stato l’unico a decidere, direi piuttosto che è accaduto. È il frutto di una serie di eventi. Diciamo che anni fa non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la mia città per così tanto tempo ma poi….”
“Poi?”
“Poi la ragazza con cui stavo prese una strada differente dalla mia, l’evento mi cambiò profondamente.”
“Vuoi dire che sei qui per dimenticarla?”
“No, non credo. È passato già qualche anno da allora. Ma se sono qui è anche grazie a lei. Era una persona aperta a mille esperienze mentre io facevo difficoltà a lasciarmi andare. Amava viaggiare e poteva permettersi di farlo spesso, la ammiravo per questo. Credo di aver provato anche invidia in qualche momento.”
“Quindi….”
“Quindi una volta rimasto solo ho dovuto reagire e cercare di imparare le cose belle che mi piacevano di lei. Prima tra tutte la capacità di aprirsi al mondo e lasciarvisi cullare, con tutto il rischio che comporta! Non è stato facile ma sono sicuro che oggi lei sarebbe orgogliosa di me. La scelta di Valencia poi è stata un po’ casuale, era la meta più interessante tra tutte quelle a cui avevo accesso…e cosa mi dici di te?” Concluse per poter finalmente riprendere fiato e dedicarsi alla degustazione.
“forse anch’io sono qui per cercare una parte di me stessa, credo che ciascuno dei ragazzi che si trova qui lo sia. Sono convinta che il viaggiare abbia sempre questo scopo nonostante ciascuno di noi lo spieghi ad altri e a sé stesso in termini di divertimento, apprendimento, esperienza…credo che ad ogni viaggio fisico corrisponda un viaggio mentale ben più importante…ciascuno di questi studenti venuti da lontano sta cercando qualcosa.”
Gianni rimase sbalordito dalla profondità di quelle parole che arrivarono dritte allo stomaco non ancora sazio e poi su fino al cuore. Riusciva finalmente a mettere a fuoco il perché del suo presente in quei luoghi: la ricerca.
“…ma esattamente la ricerca di cosa?” Esclamò d’istinto ad alta voce.
“Non lo so…anch’io come te tento di capirlo giorno dopo giorno…”
Terminata la cena la conversazione continuò incessante. Lei gli raccontò di Luís, di quanto aveva sofferto a causa sua, della sua famiglia, di suo padre, dei suoi amici, dell’associazione di contabilità, della sua carriera, dei suoi sogni e così fece lui parlando del suo passato.
Il piacere che provava in compagnia di quel ragazzo confermò la sensazione che fosse speciale: si decise ad andare oltre. Afferrò il telefono cellulare appoggiato sul tavolo e compose il numero per avvertire Melisa che non l’avrebbe raggiunta..
I due rimasero seduti sul pavimento fresco che alleviava da una notte inaspettatamente torrida, l’estate valenciana cominciava a farsi sentire. Dalla finestra socchiusa si sentiva il canto dei grilli e gli schiamazzi in lontananza di una delle ultime feste non ancora terminate. Contemporaneamente scorrevano veloci i racconti delle loro rispettive vite. Ogni tanto il silenzio. Il silenzio che con il passare dei minuti faceva sempre meno paura. Sylvia lo guardava mentre lui parlava ad occhi bassi e cercava di ricordare avvenimenti passati ed emozioni presenti. Per qualche ragione inspiegabile Gianni aveva assolutamente bisogno, piacere profondo di condividere la propria vita con la ragazza accanto a sé. La osservò pensando di aver già vissuto quel momento, da qualche parte nel mondo. Inebriato dalla stanchezza cominciò poi a pensare di conoscerla da sempre.
Mentre gli occhi si facevano gradualmente più pigri e l’alba sempre più vicina Sylvia lo guardò dritta negli occhi e disse sicura: “Gianni…tu sei diverso dagli altri, hai qualcosa di speciale, qualcosa che non vedo nelle altre persone che ho conosciuto qui sinora…vorrei sapere altro di te…”
Al suono di quelle parole lui sentì stringersi la gola. Pensò che forse la stanchezza lo stava traendo in inganno. Non si trovava forse davanti alla ragazza che tanto l’aveva colpito in quella ormai lontana assurda notte? Non stava forse lei cercando di capirlo, amarlo in qualche modo, come lui non avrebbe mai potuto sperare? Immaginò per un attimo che tutto ciò fosse soltanto un sogno. Tentò di convincere sé stesso che a quel ora della notte si sarebbe potuto trovare soltanto nel suo letto, in Italia, in attesa dell’inizio di un altro giorno.
Lei lo scosse leggermente per svegliarlo dall’improvviso colpo di sonno. La notte eterna stava per finire, il mattino era vicino e i due erano ormai stremati ma felici. Nel corso delle ore si erano avvicinati, erano diventati intimi e i vari Luís, Corinna, Ramón erano lontani ormai anni luce dal loro pianeta incontaminato, non avrebbero mai potuto raggiungerli.
Si alzarono insieme dal pavimento già freddo e si guardarono emozionati negli occhi: come un duo di artisti di talento erano consci di aver creato una notte d’intesa profonda unica che aveva del miracoloso, del soprannaturale. Si salutarono con un casto bacio sulla guancia certi che di lì a poco si sarebbero rivisti.

Gianni non si era ancora ripreso dalla stanchezza. Camminava verso la mensa universitaria ciondolando, quella mattina solo una sedia l’avrebbe salvato. Vide ciò che sembrava una comoda panchina in lontananza e attingendo alle sue ultime forze la raggiunse velocemente. In quei momenti si ricordò di tutte le volte che si era detto di non farlo, di non perdere una notte intera di sonno soprattutto in vista di una giornata di intenso lavoro. Ma come era stato impossibile sottrarsi all’importante lezione di spagnolo di quella mattina, altrettanto era accaduto la notte precedente alla scoperta di un mondo sconosciuto chiamato Sylvia, Sylvia dell’isola di Mantolena.
Si tolse lo zaino per adagiarlo accanto a sé e appoggiò delicatamente le spalle allo schienale. Alzò il mento verso il cielo in cerca di una qualche fonte di energia in grado di aiutarlo a recuperare le forze, il sole, il blu del cielo o la brezza tiepida della tarda mattinata. Non ricordava molto della lezione di spagnolo ma avrebbe potuto scrivere un glossario di tutte le singole parole che aveva sentito pronunciare la notte passata. Rivolse lo sguardo in direzione dell’entrata della biblioteca di Scienze Sociali e riconobbe Marco, mano sinistra in tasca e sigaretta ciondolante tra l’indice ed il medio della mano destra, impegnato a parlottare con una studentessa orientale.
Nel via vai di ragazzi più o meno di fretta che si vedeva passare davanti Gianni sperava di non incontrare nessuno di sua conoscenza, non voleva spiegare il perché della sua stanchezza, sarebbe certamente stato incompreso.
Chinò la testa su di sé quasi ad appoggiarla sulle ginocchia. Gli parve allora di sentire dei rumori provenire da dietro la testa. Non fece in tempo a voltarsi che si ritrovò al buio con il palmo di due mani profumate che gli premevano sugli occhi.
“Chi sei?” La persona non rispose.
“Vale, vuoi giocare?…e giochiamo dunque!” Esclamò Gianni e cominciò così ad accarezzare il dorso delle mani misteriose, la mano destra prima, poi la sinistra, infine le unghie lunghe ben curate e i polsi. Su uno di questi incontrò un bracciale di pietre molto piccole e leggere. Il profumo di quei polsi era inebriante ma a lui sconosciuto. Sperava ardentemente che si trattasse di Sylvia, l’unica persona che avrebbe voluto incontrare in quel momento.
La persona dietro di sé continuava a tenere le mani sulle sue palpebre chiuse e quante più domande faceva tanto più era intenso il rumore di risate in sottofondo. “Sicuramente si tratta di una ragazza!” Il viso dietro di lui si avvicinò. Gianni poteva sentire il respiro delle parole che pronunciava soffiargli nelle orecchie: “Hola querido! Que tal te fue anoche ?”.
Gianni si alzò di scatto spostandole le mani, aveva riconosciuto la voce di quella pazza di Mariela! E dietro di lei, seminascosta….la graziosa figura di Sylvia!
“Ciao ragazze!! Che ci fate da queste parti?”
“Cercavamo un ragazzo stanco e assonnato, direi che lo abbiamo trovato!” Rispose la bionda delle due.
“…in realtà ti abbiamo visto da lontano.”
Aggiunse Sylvia scrutandolo seminascosta dal corpo dell’amica.
“Vogliamo invitarti ad una bella gita, partiamo domani! Andremo a visitare Monsant, uno splendido paesino tra le montagne che in questi giorni è in festa. Pare inoltre che in questo paese vi sia un enorme grotta sacra piena di candele accese lasciate dalle migliaia di pellegrini che ogni anno vanno a visitarla. Dovremo svegliarci presto ma vedrai che sarà divertente! Verranno anche Melisa e Rebeca: allora, che ne dici?”
Gianni aveva ascoltato in religioso silenzio le sue labbra muoversi. Lei era ancora una volta vicina, davanti a lui, e lo stava invitando a passare altro tempo insieme. Senza pensarci sfoderò uno stanco sorriso di felicità e annui muovendo la testa.
“Allora siamo d’accordo? Ti aspettiamo davanti al nostro piso alle sette di domani mattina, non farci aspettare!” gli dissero quasi in coro.
“Hasta mañana !”
Le ragazze lo salutarono con l’usuale bacio sulla guancia e Gianni le osservò allontanarsi lentamente.
“Come diavolo fa ad essere così pimpante dopo la notte che abbiamo passato in bianco? Io sono distrutto e lei si presenta brillante più che mai…tutto ciò non è possibile!” Esclamò ad alta voce con lo stupore che avrebbe avuto un uomo di scienza di fronte ad una creatura soprannaturale.
Finalmente si alzò per raggiungere Marco che alla terza sigaretta era ormai rimasto da solo a bighellonare davanti la sala studio.
“Ciao bello! Allora? Che si dice?” Le classiche tre frasi con qui amava esordire Marco ad ogni loro incontro.
“Tutto bene. Ma sapessi che nottata ho passato ieri, roba da non crederci…”
“Eh beh! Questa Corinna non ti molla un attimo!…Ti sta veramente togliendo tutte le energie!?”
Solo in quel momento Gianni si ricordò che da qualche settimana una donna era già entrata nella sua vita. Una bella ragazza che in alcuni momenti aveva anche detto di amarlo e che gli aveva dato attenzioni come poche donne avevano fatto.
“…non è come credi!…questa volta Corinna non centra, si tratta di Sylvia!”
“Sylvia?????” Esclamò Marco spegnendo immediatamente con un forte soffio la sigaretta non ancora finita. “Ma quindi vi state vedendo? Vi frequentate? Ma allora sei riuscito finalmente nel tuo intento???”
“No fratello…niente di tutto questo. Ieri passando come sempre vicino alla sua finestra l’ho vista, abbiamo iniziato a parlare e…”
“…e????”
“E abbiamo passato tutta la notte a….”
“…a????”
“a parlare!”
“A parlare???? Ma sei sicuro?? Qualcosa mi dice che eri ubriaco e non ti ricordi bene come sono andate le cose!?!?”
“No, è andata così ed è stato bellissimo!”
“Caro Gianni, sai cosa ti dico?…che stai entrando nel tunnel: il tunnel dell’amore!” e scoppiò a ridere.
L’ironia di Marco in quelle situazioni aveva per Gianni un sapore piacevole ma allo stesso tempo fastidioso. Era infastidito dall’apparente superficialità con cui l’amico sembrava affrontare questioni tanto profonde come l’amore ma lusingato dell’interesse che lo stesso mostrava nei riguardi della sua vita. Gianni rimase tuttavia serio e gli spiegò nei minimi dettagli quanto era accaduto. Mano a mano che il racconto proseguì l’amico si rese conto che le cose si stavano complicando e parecchio. Lo ammonì che da un momento all’altro la stupenda Corinna si sarebbe fatta viva. Forse era già lì ad osservarli da lontano, entusiasta di raggiungerli, di vedere l’uomo che ormai venerava come un essere meraviglioso. Negli stessi luoghi una ragazza apparentemente più comune di nome Sylvia passeggiava ignara.
Marco ascoltava Gianni mentre felicemente ossessionato ripeteva che ancora non sapeva cosa fare, ancora.
La mattina successiva la sveglia di uno solo dei due suonò alle sei e mezza in punto. Il piccolo zaino era già pronto sulla sedia in cucina, pieno di una grossa bottiglia d’acqua, un paio di mele e una spessa maglia beige di cotone lavorato.
Uscì dalla stanza da letto senza fare troppo rumore ed entrò velocemente nel bagno. Ogni qualvolta lo studio o l’inizio di un viaggio più o meno breve lo costringevano ad alzarsi in ore del genere non faceva colazione. Sentiva lo stomaco ancora assopito. Con grande fatica manteneva gli occhi aperti, occhi che a quel ora assumevano sempre una forma inusuale.
Dopo essere uscito dal bagno ripiombò nella stanza da letto dove si vesti con cura, cercando di emettere meno rumore possibile. Rientrò ancora una volta nel bagno per mettere mano alla pettinatura e finalmente pronto aggrappò lo zaino per lasciarsi la porta d’ingresso dietro le spalle. Era nervoso come un bambino al primo giorno di scuola. Perfettamente in orario affrontò al galoppo le rampe di scale in direzione del piano terra. Più si avvicinava e maggiore era la frenesia dei suoi passi. Il cuore non smise di rallentare fino a quando non si trovò di fronte al piso A201 e agli occhi delle ragazze che da pochi secondi lo stavano aspettando.
“Buenos días Gianni!” Esclamarono una dopo l’altra, ognuna a proprio modo ma tutte sorridenti.
Lo sguardo dell’italiano fu subito rapito dagli occhi di Sylvia e dal suo aspetto diverso da quello dell’ultima volta che si erano incontrati. Questa volta non indossava pantaloni e maglietta che ne facevano risaltare le curve, ne trucco che ne evidenziavano le forme e i colori del viso. Aveva per così dire una ‘tenuta da gita’, fatta di un paio di pantaloni sottili di colore chiaro, morbide scarpe da ginnastica ed una larga e corta piccola maglia arancione. Il cervello di Gianni non riusciva tuttavia a smettere di rispondere a queste immagini con forti impulsi del battito cardiaco. Si diressero immediatamente verso l’autobus che li avrebbe portati in città da cui poi sarebbero ripartiti in treno in direzione di Monsant.
Lungo il tragitto le ragazze chiacchieravano animatamente, Sylvia era seduta di fronte a Gianni, impegnato a guardare fuori dal finestrino le case e i corpi che sfumavano velocemente lasciando il posto a nuove case e nuovi corpi come in un muto lungometraggio. Con il passare dei minuti il cielo diventò color azzurro acceso e tutto faceva presagire l’inizio di una stupenda giornata di sole. Finalmente Gianni si voltò per prendere parte alla conversazione.
La discussione in quel momento verteva sugli stereotipi che caratterizzano ogni cultura. Forse influenzata dalle lezioni del carismatico professor Elejabarrieta Sylvia aveva involontariamente introdotto l’argomento con una battuta: “..Se un gruppo di quattro donne organizza una gita con un uomo, questi non può essere che un italiano!” Gianni aveva sorriso, lo strano calore che sentiva era l’orgoglio di essere nato in una nazione universalmente riconosciuta come ‘fucina di amanti appassionati’. Ma desiderava che Sylvia andasse oltre tutto ciò. Pensò che ogni cosa sarebbe forse successa semplicemente al momento giusto.
I posti a sedere erano confortevoli e di una stoffa variopinta che con i raggi del sole non faceva che riflettere energia positiva. Gli argomenti successivi erano stati in sequenza: ‘cosa pensano i caraibici degli italiani’, ‘cosa pensano gli italiani dei caraibici’, ‘cosa pensano gli spagnoli dei caraibici e degli italiani’. Tra uno e l’altro di questi argomenti si erano insediati profondi disquisizioni su quale fosse il tipo di fondotinta più adatto nei mesi estivi ed il metodo di depilazione con il miglior rapporto qualità-prezzo.
Gianni era sistemato tra Rebeca e Melisa in un posto tecnicamente progettato per due persone. Amava partecipare attivamente ai discorsi delle donne, soprattutto quando, come in quei frangenti, la maggioranza schiacciante le rendeva disinibite e spontanee. Era allora che scopriva i segreti della loro bellezza e ne rimaneva ogni volta stupito. Nei minuti successivi cercò di contribuire alla conversazione con un punto di vista maschile ma inevitabilmente il vortice femminile lo travolse sino a farlo diventare spettatore, seppure attivo, per tutto il resto del viaggio.
Dopo circa due ore Mariela per prima cominciò ad agitare la mano sinistra indicando la grande montagna che si intravedeva da lontano: “Chicas mirad!!! Ya estamos, ese es Monsant !!!”.
Gianni osservò a bocca aperta la confusione mista a positivo allarmismo che la visione di quella che lui definì una enorme pietra aveva creato in tutte loro. Sylvia e soprattutto Mariela facevano fatica a non urlare di gioia. Avvicinarono lo sguardo al finestrino mentre al di là di una stretta curva tutte le parti dell’enorme montagna verde lentamente si scoprivano. Maggiore era la vicinanza dell’autobus allo splendido panorama tanto più le emozioni delle ragazze diventavano contagiose. Gianni cominciò a sentire la felicità trasmessa da Sylvia attraversargli la pelle e salirgli alla testa. A quel punto gli occhi che prima vedevano soltanto un’enorme pietra si misero a contemplare una meraviglia della natura e se ne lasciarono affascinare.
Arrivarono in una enorme piazza piena di persone ciascuna in atteggiamento differente. Mentre l’autista manovrava il pachiderma di metallo che li aveva portati a destinazione Gianni si divertiva ad osservare le coppie strette mano nella mano impegnate a percorrevano la ripida scalinata che portava in cima alla grotta, i bambini stanchi e capricciosi che non volevano fare un passo e gli anziani malati che a fatica riuscivano a mettere a fuoco la cima in lontananza.
“Venga , scendiamo!” esclamò Sylvia non appena l’autobus fu fermo.
Raccolsero ogni cosa, percorsero lo stretto e lungo corridoio che portava in direzione della postazione dell’autista e salutandolo cortesemente misero finalmente piede a terra.
“Cosa c’è esattamente in cima alla montagna?” chiese Gianni alle ragazze.
“Nella grotta che vedremo alcuni crociati spagnoli trovarono intatta la piccola statua di una madonna e poco tempo dopo, proprio da qui, cominciò la fase di riconquista dei territori occupati dagli arabi”
“…in questo luogo è avvenuto un miracolo dunque?!”
“Proprio così” Rispose Rebeca.
Il concetto di miracolo così come quello della stessa fede erano per Gianni solo dei ricordi sepolti insieme alle mille avventure vissute da ragazzo all’Oratorio: “Allora pregavo molto e mi divertivo poco!?” Pensò apparentemente senza nostalgia. In quel momento di attesa Melisa ebbe un impeto dei suoi e invitò tutti a camminare seguendo la scia di quelli che come loro si avvicinavano alla scalinata. Gli scalini erano ripidi e affilati, il vento portava alle narici l’intenso profumo dei fiori rampicanti che costeggiavano il percorso.
Terminata la salita si trovarono di fronte ad un enorme cavità naturale rivolta verso le decine di lunghe panche in legno che accoglievano pellegrini inginocchiati in preghiera. I volti bassi si alzavano di quando in quando alla ricerca degli occhi della piccola statua della madonna al centro della grotta. Alcune donne piangevano. Gianni notò un padre che con in braccio il suo bambino si stava avvicinando alla statua. L’uomo prese tra la sua la piccola mano profumata del bambino per accompagnarla e fargli così toccare il marmo freddo del volto mariano. Gli occhi e la bocca del piccolo si spalancarono. Il bambino ritrasse la mano.
La sacralità del luogo aveva portato un irreale silenzio tra i ragazzi, la stessa Mariela aveva stranamente smesso di parlare da ormai diversi minuti.
La statua della madonna era rappresentata con il viso avvolto in uno scialle blu, così come blu erano i suoi occhi. Le altre vesti erano rosse e bianche, e le avvolgevano il corpo creando un’infinità di pieghe e drappeggi armoniosi. Come in tutte le statue sacre era impossibile capire quali fossero le reali forme del busto, del bacino, delle gambe, persino i piedi erano nascosti dentro sandali di una fitta maglia color pagliericcio.
Gianni si fermò a riflettere. Trovò una roccia liscia su cui sedersi e cominciò a pensare a ciò che gli stava accadendo: si era certamente innamorato ma desiderava ardentemente capirne le ragioni.
“Le ragioni dell’amore….eh già!”
La contraddizione in termini lo fece sorridere.
“Forse la differenza tra Dio e l’uomo è proprio questa, il primo capisce e sente l’amore in eterno, il secondo riesce solamente a sfiorarlo. Solo per pochi momenti di una breve esistenza” pensò ancora ad occhi chiusi.
Nessuna delle ragazze aveva notato che Gianni si era fermato. Melisa era già dall’altro lato della montagna e percorreva la scalinata di ritorno insieme a Mariela. Sylvia chiacchierava a voce bassa con Rebeca, poco lontano dalla statua della Madonna dagli occhi blu.
Il ragazzo italiano riaprì gli occhi d’improvviso e per un attimo rimase accecato dalla luce del sole. Il buio lentamente si fece meno fitto e riprese a distinguere i colori delle cose e i contorni degli esseri umani che lo circondavano. Fece un lento segno di croce con la mano destra e si portò le dita al cuore, come a volersi legare per sempre al senso di pace spirituale che quel luogo gli aveva donato. Riprese velocemente la strada per raggiungere le ragazze che nel frattempo si erano fermate ad aspettarlo.
“Que te pasa chico ?” gli chiese Sylvia.
“Nada , avevo bisogno di fermarmi a riflettere davanti a quella statua bellissima…”
“A cosa pensavi?” aggiunse lei.
Le altre ragazze ebbero il presentimento che si trattasse di un momento delicato e che qualcosa di speciale stava accadendo tra i due. Cominciarono lentamente ad allontanarsi.
“Pensavo all’amore!” rispose Gianni senza prendere fiato. Mentre articolava le parole una leggera folata di vento portò il profumo di lei alle sue narici, gli parve di sentirlo, il profumo dell’amore.
Sylvia lo guardò fisso negli occhi. Avrebbe voluto chiedergli di più, sapere quale fosse la ragione del suo sentimento ma sentì ancora una volta stringersi il cuore al pensiero che di lì a qualche mese tutto ciò le sarebbe sembrato soltanto un intenso ricordo. Si voltò per nascondere il velo di lacrime che le aveva coperto gli occhi e senza dire nulla velocemente si allontanò.
“Che le succede? Perché fa così?” Gianni rimase senza parole, non capiva quel silenzio e quella fuga improvvisa.
“…ora basta!” Si decise che alla prima occasione avrebbe provato a dichiararsi, doveva e voleva capire se anche a lei batteva il cuore ogni volta che stavano insieme.
Appoggiandosi con forza alla staccionata in legno che seguiva in parallelo la scalinata in discesa ritornò alla piazza di partenza. Un paio d’ore erano passate ed il sole batteva ancora alto nel cielo blu sgombro di nuvole. Il mare era lontano ma l’odore di insalata di polpo proveniente dal piccolo ristorante giusto al lato del negozio di souvenir avrebbe catapultato lo stomaco di chiunque sullo scenario suggestivo di una spiaggia da favola.
I succulenti panini che tutte si erano preparate al mattino allontanarono ogni tentazione. Finalmente uniti si allontanarono dalla folla per sedersi ad uno dei tanti tavoli in legno delle aree attrezzate per il pic-nic. Una volta seduti a tavola lo spirito esplosivo di Mariela rese l’atmosfera ancora una volta goliardica. Si inventò uno strano gioco secondo il quale la personalità di ognuno traspariva dal modo di incartare i panini. Rebecca che aveva scelto la carta stagnola e la aveva avvolta con forza era dunque una ragazza chiusa e misteriosa, Melisa che aveva usato il cellophane e leggeri sacchetti di plastica semitrasparenti dimostrava invece una personalità aperta e sincera.
Gianni raccolse la sfida e si lanciò in una fantasiosa lettura delle linee del pollice, una improbabile moderna versione della tradizionale lettura della mano.
“Que buen chico simpatico …” pensò Sylvia.
Ai suoi occhi pareva concentrare tutte le qualità degli uomini che aveva già incontrato, senza averne però i difetti. Era questo il motivo che l’aveva spinta a cercare la sua compagnia e approfondire la sua conoscenza. Le attenzioni che dedicava ad ogni persona le ricordavano ancora una volta suo padre e le attenzioni che lui aveva avuto per le figlie.
Subito dopo pranzo si spostarono sul lato più lontano della piazza nel quale stava per avere inizio un folkloristico ballo di gruppo.
“Ogni gruppo ha la propria divisa colorata che lo distingue dagli altri. Inizialmente i quattro gruppi ballano in maniera indipendente ma con il passare dei minuti cominciano ad interagire culminando in un unico grande gruppo che danzando celebra la vita!” Disse Sylvia ripercorrendo un vago racconto sull’argomento che il padre le aveva narrato da bambina.
Ciascun gruppo era composto in numero eguale da uomini e donne, i primi indossavano pantaloni e camicia bianca sui quali prendevano vita lunghi calzettoni e gilet di colore acceso.
Le donne facevano ruotare enormi gonne bianche sulle quali poggiava un prezioso grembiule ricamato dello stesso colore degli accessori dell’uomo. Il busto semirigido ancora una volta bianco scopriva la parte alta dei seni. I capelli lunghi raccolti in complicate pettinature davano l’impressione di potersi sciogliere da un momento all’altro per manifestarsi in tutta la loro bellezza.
Gli occhi delle ragazze e di Gianni erano attentissimi allo spettacolo e al ritmo incalzante della musica di due chitarre classiche, un flauto e tre uomini alle percussioni.
La gente intorno partecipava con il muovere del corpo ed il battito delle mani, esaltata dalle grida di incitamento dei ballerini. L’atmosfera crescente agitava i bambini e li rendeva incontenibili tra le braccia delle mamme, avrebbero certamente voluto scendere, correre, ballare, rotolarsi per terra, infilarsi tra le gambe saltellanti dei danzatori e seguire il roteare delle enormi gonne variopinte.
La danza si concluse con un magistrale inchino di tutti i protagonisti mano nella mano tra i roboanti applausi delle centinaia di persone radunate intorno. A seguire calcò la scena impugnando un microfono quello che dava tutta l’idea di essere un uomo politico. Ringraziò immediatamente musicisti e ballerini e iniziò quindi un lungo e retorico discorso volto a richiamare l’attenzione sulla importanza storica e sacra di Monsant e di tutto quanto vi accadeva. Fu allora che le quattro ragazze caraibiche ed il moro ragazzo italiano decisero di mettersi in marcia sulla strada del ritorno.
Uno dei periodici autobus era già lì dove l’avevano lasciato ore prima, pronto a partire.
“Venga, vamos rapido , l’autobus sta per partire!” gridò Melisa preoccupata, agitando le grandi mani.
Gianni strinse lo zaino intorno al corpo e cominciò a correre così come le ragazze. Mariela agitava le braccia in modo scoordinato per richiamare l’attenzione dell’autista. Questi non si scompose e rimase appoggiato all’enorme volante di plastica nera intento a leggere una stropicciata copia di El País.
Sulla via del ritorno in pochi minuti il gruppo cadde in un sonno profondo. Melisa con la testa appoggiata sulla spalla di Rebecca, Sylvia su quella di Gianni e Mariela sdraiata su due sedili giusto dietro tutti.
Nei lenti minuti che portarono a casa il tramonto colorò ancora una volta di rosso il bordo di tutte le cose e incorniciò una giornata memorabile alla quale ciascuno di quei ragazzi avrebbe certamente ripensato, magari a distanza di anni ricevendo una lettera inaspettata o guardando per caso un documentario sulle bellezze della Spagna valenciana.

Un brusio di grida fece vibrare il vetro caldo della finestra. Il sole del tardo pomeriggio attraversava la stanza illuminando i milioni di minuscoli granelli di polvere sospesa nell’aria e si rifletteva su un piatto di ceramica color panna. Corinna seduta sfogliava silenziosa uno spesso libro dalle scritte fitte e tra il leggere e lo scrivere non trascurava di rivolgere il suo sguardo in direzione del letto.
L’appartamento era piccolo ma accogliente soprattutto per chi come lei lo manteneva ordinato con cura e attenzione. Non era stato difficile ottenere che il padre notaio ne pagasse l’affitto. Egli conosceva bene il senso di indipendenza della figlia, lo stesso che l’aveva portata lontano da casa per studiare all’estero e che la obbligava a lottare per tutto ciò che le sembrasse giusto ottenere. In quello stesso modo le era sembrato di aver conquistato Gianni. Lo desiderava e usando ogni sua arma lo aveva attratto nella sua ‘tana’ certa che una volta lì non avrebbe saputo resistere alle numerose tentazioni. Non si sbagliava, Gianni era ancora una volta avvolto tra le lenzuola del suo letto in un tranquillo giovedì pomeriggio di inizio primavera. Avevano pranzato, fatto l’amore, si erano addormentati, lui come spesso accadeva, era rimasto a letto qualche minuto in più.
Immerso nel sonno Gianni sognava di essere ancora sull’autobus che qualche giorno prima lo aveva riportato a casa da Monsant. Si vedeva ad occhi chiusi con le spalle occupate dalla testa di due ragazze addormentate di cui però non riconosceva il viso, entrambe bellissime. Era agitato, avrebbe voluto liberarsi di una delle due per potersi finalmente piegare su un lato e stare più comodo ma erano entrambe così belle da rendere ogni suo gesto impossibile. Corinna lo vide dimenarsi nel sonno e avvicinandosi al guanciale lo strinse per un braccio cercando di svegliarlo dolcemente con un bacio. Lo osservò mentre a fatica apriva gli occhi e riprendeva coscienza del tempo e dello spazio.
“Hola cariño, buenos días !”
“Che ore sono??”
“Le cinque, hai dormito come un ghiro per due ore!”
“Caspita!…stavo facendo un sogno…e forse nel sogno c’eri anche tu ma…ora non ricordo bene…” e sprofondò nuovamente la testa nel cuscino chiudendo gli occhi.
Ma proprio in quel momento si ricordò di quanto gli aveva detto Marco la sera prima: “Ricordati che domani ci sarà la festa di Henry!”.
Doveva tornare alla Villa Universitaria da solo. Non poteva perdersi l’evento per nulla al mondo e non poteva certo rischiare che Corinna e Sylvia si incontrassero. Decise di inventare una scusa, in fondo non era la prima volta che raccontava una bugia per tornare a casa dopo una notte di passione, stava ormai diventando un esperto.
“…Corinna…scusami, mi sono appena ricordato che Marco deve darmi degli appunti che mi servono assolutamente per domani, devo correre a recuperarli!”
“ah…va bene…” Esclamò lei con un velo di tristezza sul volto. “Immaginavo qualcosa del genere ma speravo comunque che ti fermassi per cena…ma se devi andare, vai.”
Nonostante le numerose ‘fughe’ e bugie mal dette la bella donna greca non aveva mai neppure insinuato che il comportamento di Gianni fosse strano, seppure lo pensasse. La stessa indipendenza che desiderava per sé stessa sembrava concederla agli altri e così ancora una volta lo lasciò andare senza opporsi.
Lo guardò seduta mentre saltellando si infilava a fatica i pantaloni, si allacciava le scarpe per poi indossare la maglia che lei stessa si era preoccupata di piegare e riporre ai piedi del letto. Si alzò, si avvicinò al suo volto per aggiustargli il colletto non perfettamente allineato e continuando a fissarlo gli diede un fugace bacio sulle labbra.
“Vuoi portarti qualcosa da mangiare? Forse nella fretta non avrai neanche il tempo di cenare… “
Lui negò con un movimento della testa. Si fece serio e cercò di non pensare che forse lei lo amava veramente, che forse tutto quello che stava facendo era sbagliato e ricambiando il bacio si lasciò la porta dietro di sé.
Una volta per strada si fermò a respirare. Aveva notato che ogni qualvolta usciva dalla casa di Corinna un certo senso di sollievo lo pervadeva, si sentiva libero, ma da che cosa? Il perché di quella sensazione gli era ancora oscuro, in fondo lei era sempre stata profondamente accondiscendente. Si avvicinò alle strisce pedonali e attraversò la strada con passo veloce. Si frugò nella tasca destra e trovò ancora il biglietto da dieci corse che lei gli aveva regalato. Lo infilò nella obliteratrice con decisione e varcò di nuovo la soglia della stazione.
Durante il viaggio immaginava come sarebbe stato assistere alla partenza di Henry, il suo amico Inglese. Era riuscito a fare in modo che trovasse la donna che tanto desiderava ma ora non poteva far nulla per tenerlo accanto a sé.
“In fondo questa è la vita…” Pensò.
“Nulla è per sempre, soprattutto per noi studenti stranieri che arrivati da ogni parte del mondo prima o poi continueremo la nostra strada lontano da qui. Dobbiamo goderci il presente ed essere felici di aver vissuto una parte della vita in modo così stupefacente!”.
Erano le stesse parole che si era preparato a pensare prima di partire dall’Italia, se lo ricordava bene. Ma si avvicinava il momento in cui avrebbe dovuto farle proprie, crederci veramente, e il primo vero ritorno a casa di uno dei suoi più cari amici di allora arrivava troppo presto.
Guardò di sfuggita l’orologio e subito dopo la voce registrata annunciò la stazione della Villa Universitaria. All’aprirsi delle porte scorrevoli sentì arrivare su di sé un vento freddo, fece i primi passi e alzò gli occhi per guardare il cielo. Come immaginava, era in arrivo un forte temporale.
“Porco cane!” Esclamò e cominciò a correre dritto verso la biblioteca di Scienze Sociali che vedeva in lontananza.
Davanti alla porta non vide nessuno dei suoi amici e così invece di entrare prese una scala laterale per andare direttamente nella sala di informatica e leggere con calma l’e-mail inviatagli da Marco con i dettagli della festa: finalmente era al riparo dalla pioggia.
Percorse il corridoio ed entrò nella sala semivuota. Si guardò in giro per riconoscere le facce delle poche persone davanti ai monitor e tra queste, in un angolo lontano, la riconobbe. Avvicinandosi notò che era molto concentrata su ciò che stava leggendo e che per la prima volta la vedeva indossare gli occhiali. Le davano un’aria più matura e sensuale. Si avvicinò ancora senza farsi notare e si accorse di un riflesso che le scendeva lungo una delle guance: “…sta piangendo!!”.
Preoccupato cominciò a ipotizzare impazzito la ragione di tutto ciò…la nostalgia, la malattia, la morte, tutto gli sembrava plausibile.
Rimase intenerito dal gesto della sua mano che delicatamente si avvicinava alla guancia e dandole il dorso cercava di limitare il pianto. Sylvia gli era sempre sembrata una ragazza felice e forte, non avrebbe mai pensato di assistere ad una tale scena. Evidentemente esisteva un lato triste che lei teneva ben nascosto. Gianni decise di avvicinarsi e farsi riconoscere.
Fece un giro largo e silenziosamente si sedette alla postazione libera accanto a lei. Il rumore di oggetti in movimento finalmente attrasse l’attenzione della ragazza che si voltò. “Gianni!”
Era così stupita che non pensò minimamente alle lacrime che ancora scendevano dai suoi occhi.
“Cosa fai qua??! Non mi ero accorta che eri entrato!”
“Sono appena arrivato ma…tu, che cos’hai?” le chiese stringendole la mano con affetto.
“..che?…cosa…?” Si affrettò ad asciugarsi il viso.
“Niente, niente…”
Gianni insistette per sapere. Ciò che provava per lei gli impediva di accontentarsi di una risposta tanto vaga.
“Come niente? E tu tutte queste lacrime le chiami ‘niente’? Guardami, sono il ragazzo che dicevi di voler conoscere meglio, a me puoi raccontare cosa ti fa soffrire!”
“…pues…Luís…”. Conosci la nostra storia.
“Si, cosa è successo??”
“…ora che sono qua spesso mi scrive, gli manco, so che tra i suoi mille problemi io rappresentavo un’ancora di salvataggio che ora non c’è più e tutto questo…me da pena !”
Sylvia abbassò la fronte sulla tastiera per nascondere in qualche modo la commozione. Il bisogno di sfogarsi l’aveva messa a nudo e un po’ se ne vergognava.
“Chica! No es tu culpa ! Pensa che tu comunque per lui ci sarai sempre, quindi anche se non potrai essere la sua ragazza potrai comunque essere un punto di riferimento, faglielo sapere.”
Lei rialzò la testa stupefatta da tanta saggezza. Sapeva essere molto forte, era sempre stata d’aiuto per tutti i suoi amici ma per la prima volta anche lei aveva trovato un animo forte al quale appoggiarsi, un uomo in grado di farle vedere nell’oscurità.
Si asciugò definitivamente le lacrime con una manica della maglietta e sfoderò il sorriso di sempre. Gianni sentì di nuovo l’energia positiva che lei era capace di emanare e si avvicinò.
La ragazza caraibica chiuse definitivamente l’e-mail che stava leggendo e ritornò al testo a cui stava lavorando. Ma Gianni le prese la tastiera e cominciò a scrivere.
Lei non capiva quali fossero le sue intenzioni ma lui avvicinò l’indice teso alla bocca chiedendole di aspettare in silenzio.
– NON POSSIAMO FARE TROPPO RUMORE, QUA’ C’E’ GENTE CHE STUDIA SODO!
Scrisse Gianni invitandola a leggere e a rispondere allo stesso modo.
Sylvia era restia. In quei momenti emergeva la parte più seriosa della sua personalità ma lo sguardo insistente del ragazzo la convinse. Si riprese la tastiera per rispondere:
– …A CHE GIOCO STIAMO GIOCANDO?
– NON LO SO, PER IL MOMENTO NON È UN GIOCO, È SOLO UN MODO PER COMUNICARE!
– HO CAPITO!
– MI DISPIACE VEDERTI PIANGERE…
– GRAZIE GIAN, LE TUE PAROLE MI HANNO MOLTO AIUTATO, SONO CONTENTA DI AVERTI CONOSCIUTO E SPERO CHE LA NOSTRA AMICIZIA DIVENTI SEMPRE PIU’ IMPORTANTE.
Al sentir definire il fortissimo sentimento che provava dentro ‘solamente’ AMICIZIA Gianni si rattristò. Come a volte gli succedeva reagì immediatamente con una battuta:
– SI, MA NON TROPPO, ALTRIMENTI POI DOVREMO SPOSARCI!?
Lei rise, imbarazzata. Gianni provò ad andare oltre, istintivamente.
– STO MOLTO BENE QUANDO TI VEDO, ANCHE IO SONO FELICE DI AVERTI CONOSCIUTO E A VOLTE MI CHIEDO SE LA DONNA DELLA MIA VITA TI ASSOMIGLIERA’ UN POCO.
Il volto di Sylvia divenne serio, si rese conto che qualcosa stava accadendo, lei stessa a volte si era posta la stessa domanda ma si chiese se avesse mai un senso parlarne quando di lì a poco ognuno sarebbe tornato alla propria vita, molto lontano da tutto ciò che ora li univa. Per una volta provò a vivere le proprie emozioni fino in fondo. Non poteva negare a sé stessa e all’uomo seduto al suo fianco il diritto di sapere che cosa sarebbe mai successe se…
– …GIANNI…A VOLTE PENSO CHE TU SIA UN UOMO PERFETTO, SENSIBILE, ATTENTO, CARINO, INTELIGENTE…
Si fermò improvvisamente.
Gianni rimase esterrefatto. Cominciava finalmente a sentirsi ricambiato. Testardo insistette con ironia.
– MA IO SONO L’UOMO PERFETTO!?…L’UOMO PERFETTO PER TE!
Entrambi risero.
– …È VERAMENTE DIFFICILE PER ME PENSARE A QUESTE COSE…FORSE NON SONO BRAVA A DESCRIVERE I MIEI SENTIMENTI…MA SO CHE AL RITORNO A MANTOLENA LA MIA VITA SARA’ MOLTO DURA. PER I PRIMI ANNI DOVRO’ PENSARE SOLO AL LAVORO, LE AZIENDE DEL MIO CAMPO ‘SPREMONO’ I GIOVANI TANTO CHE MOLTI NON CE LA FANNO, ABBANDONANO.
– …CAPISCO, MA PENSA SE IO FOSSI VERAMENTE L’UOMO DELLA TUA VITA!? RIMARRESTI CON IL DUBBIO PER TUTTA LA VITA!?
L’ironia di Gianni non riuscì più a nascondere ciò che pensava. Non poteva accettare che la concretezza della vita, la razionalità straordinaria che lei dimostrava in quei frangenti, potessero frenare un amore, forse l’Amore, che stava nascendo. Desiderava convincerla che avrebbero dovuti provarci e scoprire di che cosa si trattava realmente. La fissò con dolcezza, in attesa di leggere la risposta che le sue dita veloci stavano digitando.
– NON SO COSA DIRE, MA SO CHE FORSE; PROBABILMENTE HAI RAGIONE, FORSE NON SONO ABBASTANZA CORAGGIOSA…TI ASSICURO PERO’ CHE QUELLO CHE SENTO PER TE ESISTERA’ PER SEMPRE, COMUNQUE VADANO LE COSE.
Decisero a quel punto di fermarsi. Entrambi erano provati dallo sforzo che il loro cuore aveva dovuto fare per aprirsi, lasciarsi andare. Sapevano che da quel momento il loro rapporto sarebbe potuto cambiare, ciascuno aveva compreso che forse da quel momento per descriversi non avrebbero più potuto usare la parola ‘amici’.
Sylvia propose di stampare le righe che si erano scritti. Si sarebbero ricordati di quel momento importante a lungo e in un futuro non meglio definito avrebbe riletto quei pensieri con tenera nostalgia.
“Mira Sylvia que ahora vamos a poner nuestras firmas, tú en mi copia y yo en la tuya !”
Firmarono e datarono quindi le pagine calde di stampante.
Solo allora Gianni si ricordò il motivo per il quale era corso nella sala di informatica: leggere l’e-mail di Marco!
“Ci sarai questa sera alla festa di Henry?” chiese a Sylvia intenta a piegare e conservare il foglio appena firmato.
“Si, certamente, me ne hanno già parlato. Sono felice, allora ci vedremo anche stasera!”
Gianni approfittò del fatto che lei sapesse della festa per chiederle del luogo, dell’orario e dei probabili invitati. Avrebbe evitato di passare altro tempo davanti a un monitor e approfittato per parlarle qualche minuto in più. In tutti i casi si trattava di una questione molto relativa. Le feste della Villa Universitaria terminavano di fatto sempre per essere un allegro porto di mare nel quale chiunque avesse voglia di divertirsi era il benvenuto, era questo che le rendeva imprevedibili ed entusiasmanti.
Gianni si alzò dalla sedia, diede alla ragazza un profondo bacio sulla guancia destra e lasciò la stanza in direzione del proprio appartamento. Aveva molte cose da sistemare e nello stato d’animo in cui si trovava organizzare le idee non sarebbe stato affatto facile.
Sulla strada del ritorno vide il tradizionale andirivieni degli studenti intenti a fare acquisti per la cena. Era incredibile notare come la maggior parte dei giovani che aveva conosciuto in quei luoghi sembrasse vivere realmente di giorno in giorno, senza pesanti fardelli nell’anima e ingombranti scorte nel frigorifero a parte un po’ di pane per toast e un barattolo di marmellata. Gianni non era differente, era così che voleva vivere. Ci sarebbe stato tempo per pianificare, risparmiare, ottimizzare le risorse che forse un buon lavoro gli avrebbe dato da gestire. Forse a quel punto non avrebbe però più avuto tempo per l’amore. Si augurò di essere già sazio per quando quei giorni sarebbero arrivati.
Tirò fuori dal portafogli la carta di plastica che apriva il sofisticato sistema di entrata e varcò la soglia del proprio appartamento. Nessuno dei suoi coinquilini era arrivato, ancora. Passando per il corridoio notò alcuni fogli sul tavolo della sala de estar:
HOLA GIANNI, POR LA NOCHE VAMOS DE FIESTA A VALENCIA, SI TE PASAS POR ALLA LLAMANOS !
“A quanto pare tutti si sono organizzati la serata per bene”. Pensò felice dell’invito.
Si diresse nuovamente verso la camera da letto e si lanciò sul letto con ancora lo zaino a tracolla, era esausto. Chiuse gli occhi per un momento. Avrebbe voluto registrare il senso di libertà e di amore che sentiva in quel momento per poi poterlo rivivere in Italia tutte le volte che avrebbe voluto. L’esperienza dei più adulti gli aveva già insegnato che la vita non sarebbe stata facile dalla fine dell’Università in poi ma al contrario piena di difficoltà. Si era sentito ripetere di godere fino in fondo ogni singolo momento che precedeva quello che chiamavano ‘il grande saltò, perché poi non ce ne sarebbe stato più il tempo né la possibilità. Ed ora era lì disteso, a fare quanto gli avevano prescritto.
Si voltò alzando leggermente la testa per scrutare l’orologio sempre tiranno. Il corpo e la fame lo riportarono bruscamente sulla terra. Andò quindi in cucina a scaldare un po’ della pasta rimasta il giorno prima di cui si era appena ricordato. Marco gli aveva insegnato che con un una buona padella, dell’olio saporito e un pizzico di formaggio si poteva far resuscitare qualsiasi pietanza.
Stava masticando l’ultimo boccone di spaghetti quando sentì suonare alla porta. Continuando a masticare si alzò dal divano e andò ad aprire.
“Hola fratello!?” Si trovò di fronte Marco.
“Pasa, pasa ”
“Che fai? Allora, hai saputo della festa??”
Gianni annuì col capo mentre l’ultimo boccone gli scendeva per la gola.
“Ok, ora che hai finito di cenare prepara tutto, è già tardi e stasera ci aspetta qualcosa di straordinario. Dobbiamo fare in modo che Henry si ricordi di questa festa e di noi per tutta la vita!”
Gianni sorrise senza dire nulla pensando che grazie a Sylvia il suo personale evento straordinario era già iniziato.
“…ah…dimenticavo…oggi ho incontrato Corinna nella biblioteca di Scienza Sociali, mi ha detto che vi siete visti ma mi ha anche detto che sei dovuto andare via…”
“…si…”
“Stai tranquillo Gian, ti ho ‘coperto’ anche ‘sta volta! Ma chico, non puoi continuare in questo modo! Io non posso riempire di ‘balle’ le persone perché tu ancora non sai bene cosa vuoi!”
Il tono di Marco si era fatto severo come quello di un fratello maggiore. Gianni sapeva che aveva ragione ma come drogato dalla situazione ancora non riusciva a uscirne. Non era ancora pronto, forse. Rispose con un semplice “Hai ragione”, credendoci e osservandolo con lo sguardo di chi ce l’avrebbe messa tutta per fare chiarezza.
Marco prese il posto di Gianni sul divano mentre questi sistemò i resti della cena. Andò poi a prepararsi per la grande serata.
Intorno alle ventitré si diressero verso il piso 253, messo gentilmente a disposizione da un amico australiano di Henry. L’appartamento era piuttosto grande, un classico cinque posti che a differenza degli altri aveva una sala de estar enorme. Questa era stata sgombrata di tutta la mobilia tranne un ripiano sul quale troneggiava lo stereo ad alta fedeltà e un lungo bancone sul quale un improvvisato barista preparava cocktail vari e sangria.
I due italiani si guardarono intorno in cerca di Henry mentre la festa era ancora semideserta. Fecero un giro per l’appartamento. Chiesero informazioni ad uno degli inquilini che aspettava di finire una ricerca per potersi buttare nella mischia. Sam, così si chiamava, indicò con un dito la stanza di fronte la cui porta era ben chiusa. Il ragazzo fece capire ai due che Henry stava bene e che probabilmente in quel momento non voleva essere disturbato. Fece il nome di Imma per chiarire ogni dubbio sugli avvenimenti in corso al di là della porta.
Marco e Gianni si guardarono divertiti, Henry stava ‘sparando’ le ultime cartucce prima della partenza perchè sapeva del ‘grande salto’.
“Il suo visto per il soggiorno in Paradiso è scaduto” disse Gianni pensando ad alta voce.
Non osarono entrare e tornarono nella sala principale cercando di mettersi a proprio agio. Alla consolle c’era un bruno giovane di origine Venezuelana, un dottorando in biologia che abitava in Spagna da circa due anni. Seduto accanto allo stereo sceglieva canzoni tra le decine di CD più o meno originali che conservava in due valigette piuttosto professionali. Marco si avvicinò porgendoli un bicchiere di sangria che questi non nascose di gradire. I due non si erano mai visti prima ma questo non sembrava essere un problema quanto piuttosto un’opportunità, accadeva spesso nelle feste della Villa. Cominciarono così a chiacchierare di musica e di come alcune canzoni fossero più adatte di altre all’atmosfera che Henry desiderava creare per la festa.
Nello stesso momento Gianni guardava il panorama dal balcone. Aveva chiesto al ragazzo dei cocktail di preparargli qualcosa a base di cocco, un frutto che adorava. Osservava le finestre illuminate nell’oscurità sorseggiando dal bicchiere di plastica e chiedendosi che diavolo di bevanda gli avesse mai preparato il benedetto ragazzo: era eccezionale!
Con il passare dei minuti molte persone cominciarono ad arrivare, Sam alzò sapientemente il volume della musica e alcune luci si abbassarono poco a poco per creare la giusta atmosfera.
Finalmente comparve Henry, dietro di lui la piccola Imma. Senza farsi pregare cominciò a salutare tutti, uno a uno mentre Gianni rientrava per cominciare a sintonizzarsi con le emozioni dell’ambiente. Diede con difficoltà un abbraccio all’enorme stazza di Henry, poi ad Imma, cercando di non ironizzare sulla loro improvvisa ‘scomparsa’. La stanza era illuminata soltanto da alcune lampade su cui erano state posizionate a giusta distanza dei fazzoletti colorati che ne filtravano la luce e proiettavano macchie variopinte sulle pareti e sul soffitto. Arrivò il gruppo di Italiani, poi Neus, Carlotta, Oscar, Gabi, e via via tutti i ragazzi che sapevano di Henry. Era la prima volta che si trovavano tutti insieme alla stessa festa. Ma era anche la prima volta che uno di loro tornava a casa in maniera pressoché definitiva. Forse per esorcizzare la caducità dell’esperienza a Valencia e di tutte le cose della vita, l’atmosfera divenne particolarmente delirante. Dopo essersi allontanato qualche minuto Henry ricomparve con una cassa enorme di bottiglie di Cava della migliore qualità. Nell’aria risuonava la musica ammaliante dei Manu Chau e dei Buena Vista Social Club.
Dopo circa mezz’ora la festa raggiunse il proprio culmine, con persone di almeno dieci nazionalità diverse a danzare allegre in piccoli spazi. Alcuni parlavano, altri si abbracciavano, altri ancora si inventavano insensati motivi per un altro brindisi. Ma nessuno voleva parlare della fine di quel periodo e di un compagno che se ne andava.
Anche se immerso in quella bolgia Gianni continuava a pensare a Sylvia. Quando finalmente ne udì la voce fu obbligato a volgere lo sguardo alla porta. Arrivò in compagnia del suo gruppo di amiche, belle e solari come sempre. Un vento tropicale e profumato sembrò a quel punto attraversare la stanza. Dopo alcune presentazioni Gianni la prese per mano e la invitò a ballare. La stessa forte emozione che la prima volta lo aveva impaurito ed allontanato gli diede la forza di cercarla e di lottare per averla.
Ballarono un merengue, abbastanza semplice per l’inesperto Gianni, ma in ogni caso molto, molto sensuale. Prima di allora i loro corpi non erano mai stati così vicini. Si osservavano nei lineamenti, nelle piccole curve del viso impercettibili a maggiore distanza, nel più definito colore degli occhi. L’intesa fisica perfetta confermava un’attrazione che fino a quel momento era stata soltanto un’ipotesi. Marco, Henry e tutti gli altri si chiesero chi fosse la ragazza mora che riusciva ad attrarre con tanta intensità il ragazzo italiano. Non l’avevano mai visto così concentrato su una sola ragazza. Dov’era finita la proverbiale ‘indipendenza sentimentale’ così come Gianni usava chiamarla. Si chiesero a quel punto come lo stesso avrebbe definito la scena alla quale tutti stavano assistendo. Ma nessuno aveva intenzione di turbare chi sembrava esser diventato finalmente sé stesso. Stupite allo stesso modo Rebeca, Melisa e le altre ragazze non capivano le intenzioni dell’amica. Sapevano infatti che aveva già iniziato a frequentare un ragazzo valenciano e non era certo da lei mancargli di rispetto.
Dopo il ballo Gianni le prese da bere e proseguirono la serata parlottando di molte cose, mentre in un altro angolo della stanza una nuova inaspettata coppia stava nascendo: il timido ed impacciato Gibert baciava appassionatamente una ragazza greca sconosciuta a molti.
“Devono essere ubriachi!” pensò Marco sorridendo e alzando il bicchiere al cielo per festeggiare l’avvenimento.
Finalmente anche Gibi aveva avuto la propria storia d’amore e compreso così il significato della parola ‘bacio’.
Iniziarono coinvolgenti balli di gruppo. Le decine di corpi coordinati ondeggiavano come indiani intorno ad un fuoco. La musica era esaltante e le luci si riflettevano sulle guance ed il lucido delle fronti. Contemporaneamente molti rubavano immagini con una mano sulla spalla del compagno accanto e l’altra a stringere la macchina fotografica per poter scattare, il tutto ondeggiando ritmicamente. Era quello che molti degli italiani avrebbero definito un ‘delirio’.
Sylvia avvicinò le labbra all’orecchio di Gianni per parlargli nella confusione.
“Tengo que ir un momento a mi piso !”
“Ahora ???” rispose stupito Gianni.
“Si, espérame aquí !”
Il bruno giovane non la avrebbe lasciata andare via per nulla al mondo. La prese per mano senza dire una parola e la accompagnò alla porta verso la destinazione. Uscire dalla confusione di quelle feste era ogni volta un’esperienza che aveva del trascendente. La pace ed il silenzio improvviso che si respiravano all’esterno sembravano appartenere ad un altro mondo. Era delizioso tornare ad apprezzare le sfumature di ogni rumore, il genuino suono dei passi sul pavimento. La notte era frizzante e Sylvia si coprì le spalle nude con uno sottile scialle di cotone scuro che la avvolgeva di fascino. Gianni non le chiese il motivo di tanta fretta, non gli interessava. Scesero le scale e attraversarono la grande piazza desolata posta tra le diverse strutture del gruppo di appartamenti. Tra l’erba bagnata percorsero poi una scorciatoia che portava dritta all’appartamento di Sylvia. Aspettarono ad entrare. Lungo il tragitto avevano scherzato su quanto era successo alla festa e si erano presi in giro a proposito del rispettivo personale modo di ballare. Soli nel buio e di fronte l’appartamento nel quale la prima volta avevano parlato per una notte intera inaspettatamente non sapevano che dire. Gianni si fece coraggio e ruppe il ghiaccio giusto un attimo prima che lei infilasse la mano nella borsetta per cercare la chiave: “Sylvia, aspetta un attimo…non possiamo andare avanti così!”
Lei rimase ad ascoltare, in silenzio. Con voce tremante il ragazzo continuò: “Penso di aver sentito qualcosa per te sin dalla prima volta che ti ho visto, ti ricordi? Eravamo ad una festa come quella di stasera, in mezzo a tanta gente. Io non facevo che guardarti…”
“…si…lo ricordo bene.”
“Io non so dare un nome a quello che sento. Ho capito però che potrebbe essere qualcosa di grande. So che è una pazzia, tra qualche mese entrambi torneremo a casa…ma io credo che dovremmo darci il tempo per capire. E se è vero amore dobbiamo trovare il coraggio di rivoluzionare i nostri piani! Ecco ce l’ho fatta!” Pensò finalmente libero del peso che aveva tenuto sullo stomaco.
Si avvicinò e proseguì ulteriormente.
“Che cosa accadrebbe se io ora ti baciassi?”
Era a pochi centimetri dalle sue labbra e la guardava come non aveva mai guardato nessuna donna prima. Le labbra di Sylvia era carnose e bellissime, il sorriso disarmante, il profumo ora più forte, delizioso.
Lei alzò lo sguardo che prima aveva abbassato colta dall’imbarazzo e lo guardò seria:
“Gian, pensavo che nessun uomo mi avrebbe mai fatto sentire come mi hai fatto sentire tu e a volte ho la sensazione di conoscerti da sempre. Ho paura ma…lo sai…non sono brava a descrivere i miei sentimenti…”
“Non hai risposto alla domanda!?” Replicò Gianni e con sfacciataggine si avvicinò fino a sfiorarle le labbra.
Lei rimase immobile. A quel punto lui si scostò leggermente per accarezzarle il viso con tenerezza e sussurrarle parole d’amore in un orecchio. Cominciò a baciarla lentamente prima sul labbro inferiore, poi su quello superiore. Con il naso ne seguiva i lineamenti e godeva dell’aroma delicato della pelle, ne sentì il sapore. Improvvisamente Sylvia si lasciò andare e lo abbracciò forte. Si baciarono lungamente e con passione, nel cuore della notte, davanti alla porta chiusa dell’appartamento A 201.
Dopo il primo bacio ce ne fu un altro e un altro ancora, abbracci forti. Avrebbero voluto fondere un corpo nell’altro per essere materialmente una cosa sola, così come sentivano di esserlo nell’anima. Si fermarono. Lei prese la chiave, aprì la porta, accese la luce e lo invitò ad entrare. L’appartamento era così come Gianni l’aveva visto la prima volta, semplice e ordinato. Si liberarono di ogni oggetto superfluo che avevano tra le mani e si distesero sul letto. In quel momento ogni luogo e persona erano lontani, non esisteva l’Italia, non esisteva Mantolena. La festa a cui erano appena stati, forse, non c’era mai stata. Si baciarono e accarezzarono con i vestiti indosso, esplorando con pazienza le parti più superficiali del corpo dell’altro. Il ragazzo era disteso supino e sentiva su di sé le forme della ragazza. Aprendo gli occhi vide poco lontano un interruttore e usando un dito spostò la leva verso il basso: la lampadina si spense ma con sua grande sorpresa la luce nella stanza non svanì del tutto.
I due ragazzi si fermarono ad osservare la luce che proveniva dal soffitto. Decine di stelle di diverse dimensioni costellavano la parte alta della stanza e creavano un effetto strabiliante, del tutto simile a quello che si sarebbe provato di fronte alla reale volta celeste.
Gianni pensò che dormire sotto le stelle con la donna della propria vita era ciò che aveva sempre sognato. Forse quella non erano vere stelle ma la donna si, quella c’era. La strinse a sé sussurrandole di baciarlo ancora.
Nel mentre la festa era andata avanti. Nella confusione pochi si erano accorti dell’assenza della coppia e quei pochi, importanti amici, ne avevano gioito. Marco ed Henry avevano aspettato impazienti di conoscere gli sviluppi della storia ma si stupirono quando finalmente videro Gianni tornare da solo. Subito gli si avvicinarono per sapere che cosa fosse successo:
“Chico, que pasa? ¿Dónde has estado hasta ahora? y la chica morena ?” Esclamò Henry con il suo forte accento inglese.
“Todo bien, la acompañe al piso porque tenía que tomar una medicina por el resfriado y al final…nos besamos !”
“Muy bien chico !!!” Esultarono simultaneamente a gran voce i due mentre intorno qualcuno intuiva il motivo di tanta esaltazione.
“E adesso dov’è?” Aggiunse Marco.
“Era un po’ stanca e ci siamo salutati, voleva riposare.”
Gli diedero ancora qualche pacca sulla spalla e si allontanarono, felici come se quei baci li avessero ricevuti loro.
La notte proseguì intensa per tutti. Per Henry e Imma i cui destini si dividevano, per Gibert e la ragazza greca le cui vite si incrociavano e per tutti coloro che in ogni secondo si sentivano sprofondare nella gioia di vivere il mondo.
Gianni era felice, felice dopo tanto tempo e forse felice veramente per la prima volta. Il senso della vita, il perché delle cose, tutto gli appariva più chiaro, perfetto.
Nel suo letto Sylvia era ancora sveglia. Serena si godeva il panorama artificiale di stelle che era riuscita a ricreare ritagliando pochi fogli di carta fosforescente. Non era stato facile incollare i ritagli ad uno ad uno sul soffitto, sistemandoli in modo da ricreare l’effetto provocato dalle notti passate ad osservare il cielo limpido sulle spiagge di Mantolena. Continuava a combattere la propria adolescenziale paura del buio ma qualcosa in lei stava cambiando. Per la prima volta provava a rischiare abbandonandosi ad un sentimento forte del quale non conosceva né l’origine né la fine. Si addormentò leggera immaginando con curiosità il giorno dopo. Era la notte del 6 maggio.

Sylvia rivide Gianni qualche giorno dopo tra gli scaffali del supermercato della Villa. Il giorno stesso aveva trovato sotto la porta un suo romantico biglietto che non faceva però alcun riferimento alla data del loro nuovo incontro. Lo vide intento nella lettura meticolosa di un’etichetta, cercava un pacco di pasta italiana. Nella mano destra lui teneva un cestello rosso ricolmo di scatole di legumi e barattoli con salsa di pomodoro. Senza farsi notare Sylvia cercò di avvicinarsi. Il ragazzo era così assorto da non accorgersi di averla al lato mentre fingeva di leggere anche lei l’etichetta di un identico confezione di pasta.
Finalmente si sentì osservato e voltandosi esclamò sorpreso:
“Que haces aquí ?!?”
“Je je, te miro !”
Entrambi scoppiarono a ridere.
Riposero i pacchi al loro posto e dopo una breve fila alla cassa continuarono la conversazione all’esterno del negozio.
Una volta fuori Gianni appoggiò sul pavimento i sacchetti di plastica che aveva tra le mani per poterla abbracciare. La riempì di baci come un bambino di fronte alla propria mamma. Poi si fermò e le chiese come mai fosse passato tanto tempo dall’ultima volta che si erano visti, non sapeva spiegarselo. Sylvia lo invitò per un cafè nel suo appartamento. Lo aiutò a portare uno dei due sacchetti e si avviarono.
“A 201, questa sigla non me la dimenticherò mai!” le disse mentre varcavano la soglia. Lei sorrise lusingata.
“E Melisa? Dov’è, non vedo le sue cose!”
“Melisa è partita, piuttosto all’improvviso. Una amica spagnola l’ha invitata nella sua casa di Granada e lei ha accettato immediatamente, voleva vedere l’Alhambra, l’immensa costruzione di cui in Spagna tutti parlano. Starà via per un mese, forse due, era entusiasta!”
A quel punto Gianni sentì il dovere di parlarle di Corinna. Si sedette su una comoda sedia e facendosi coraggio cominciò:
“Sylvia io devo parlarti…qualche tempo fa ho conosciuto una ragazza, ma…”
Sylvia smise di sistemare i sacchetti della spesa.
“Lascia stare, non ti giustificare, ho già capito” Lo fermò e avvicinandosi lentamente proseguì il discorso come se avesse sempre saputo.
“Credo di intuire quello che senti e ciò che vuoi dirmi, sto uscendo con un ragazzo. Lui è una brava persona ma con te è diverso. Ho ormai capito che dobbiamo smettere di vederci ma non voglio che soffra e non gli parlerò di questa storia.”
Gianni tirò un sospiro di sollievo. Non era certo contento di sapere che lei fosse in qualche modo già impegnata ma la comune condizione rendeva tutto più facile. Anche lui avrebbe dovuto lasciare Corinna.
Improvvisamente ripensò al soffitto di stelle. Alzò la testa e vide i ritagli a 5 punte ‘spenti’, gli stessi che non aveva notato la prima volta: erano stati sempre lì, ad osservarlo.
“Non appena avremmo risolto le nostre storie in corso saremo liberi di decidere se frequentarci più intensamente, credo che questa sia il comportamento migliore da tenere.” Aggiunse Sylvia.
Amava quella donna, così bella e piena di rispetto.
Gianni aveva capito che ciò che più di ogni altra cosa gli piaceva di lei erano i valori forti che trasparivano da tutte le sue scelte. Era contento di non essere andato oltre qualche bacio la notte della festa. Il contrario avrebbe significato una semplice ‘sbronza’ di sesso “…mentre…” pensò utilizzando una metafora “…i buoni vini, i più pregiati, vanno gustati lentamente.”
Il discorso aveva messo alla luce la precarietà della loro situazione e ciò aveva creato un certo comune imbarazzo. Si salutarono senza dirsi altro, entrambi consci del fatto che interrompere le rispettive relazioni sarebbe stato un compito molto delicato. Sylvia lo invitò a ripassare dal suo appartamento non appena fosse stato un uomo ‘libero’. Lei avrebbe parlato a Ramón il giorno stesso. Gianni raccolse le proprie cose piegandosi sulle ginocchia e tornò a casa, pensando intensamente al da farsi.
Avrebbe voluto chiedere consiglio a Marco ma sapeva come la pensava. Non poteva neanche parlarne a Henry, ormai lontano. Avrebbe dovuto farcela da solo.
Una volta sistemate le scatole di cibo appena acquistate chiuse tutte le porte e rimase solo nel piccolo salotto. Si mise comodo sul divano, prese la cornetta bianca e senza pensare troppo compose il numero. Sentiva il telefono dall’altro lato libero e non sapeva se sperare che lei fosse in casa oppure no.
“Hola…”
“Ciao Corinna, soy Gianni…”
“Hola cariño, como estas ? È da tanto che non ci sentiamo, che succede, non ti sarai per caso dimenticato di me?” Disse con una punta di sarcasmo.
A quel punto Gianni si fece forza e continuò.
“Devo parlarti! Si tratta di una cosa importante, quando possiamo vederci?”.
Gianni era attratto da Corinna come un’ape da un fiore intensamente profumato. Ma la sensazione disarmante provata tutte le volte che lei lo invitava a casa gli aveva ormai fatto capire che si trattava del fiore di una pianta carnivora. Doveva incontrarla in un ambiente nel quale le sue grazie non avrebbero dato adito ad eventuali ripensamenti.
Dopo la breve pausa di riflessione lui aggiunse: “facciamo così, se hai intenzione di passare per l’Università questo pomeriggio ci vediamo davanti la biblioteca, che te ne pare?”
Corinna non disse a Gianni che i suoi piani per quel pomeriggio erano in realtà altri e accettò la proposta. Era una ragazza molto intelligente e aveva fiutato la fine di una storia con un uomo che d’altronde non avrebbe mai saputo amarla. Con molta filosofia aveva semplicemente aspettato che gli eventi facessero il loro corso.
Dopo circa due ore si incontrarono nel punto prestabilito. Gianni era uscito di casa senza sistemarsi troppo. I capelli erano insolitamente spettinati e la maglia era rimasta fuori dai pantaloni. Lei invece appariva come sempre impeccabile e bellissima. Gli sorrise nonostante tutto e lo salutò con un bacio sulle labbra. Gianni rimase immobile senza accettare né rifiutare il gesto. Rispose al suo sorriso e le chiese se avesse voglia di prendere qualcosa da bere al bar universitario a pochi passi da là.
“È successa una cosa, una cosa che non mi aspettavo…” Lei lo guardava attenta sforzandosi di capire.
“…ho capito che forse è meglio che…per qualche tempo…non ci vediamo!”
Al sentire quella frase Corinna chiuse gli occhi con un’espressione a metà tra il divertito e l’afflitto. Come aveva immaginato.
“…lo immaginavo.”
Fu l’unica frase che lei fu in grado di pronunciare. Sapeva che mancava meno di un mese alla data del suo ritorno a casa e disse a sé stessa che in qualche modo, prima o poi, la fine sarebbe arrivata.”
Di fronte allo stupore di Gianni senza chiedergli ulteriori spiegazioni si alzò immediatamente dalla sedia. Si piegò verso di lui e lo abbracciò forte, sussurrandogli di farsi sentire ogni tanto, le avrebbe fatto piacere. L’italiano impietrito sentì una lacrima inumidirgli la guancia stretta al volto della ragazza che lo baciò un’ultima volta e voltandosi in silenzio se ne andò.
Rimase così solo seduto davanti ad un rotondo tavolo da bar chiedendosi se tutto quello che stava accadendo avesse un senso. Stava soffrendo più di quanto avesse immaginato e avrebbe voluto alzarsi di scatto rincorrere Corinna e gridarle che anche se non era stato in grado di amarla le aveva comunque voluto bene, urlarle che non l’avrebbe mai dimenticata. Ma le parole non avrebbero potuto spiegare il groviglio di sentimenti che lo affliggevano e che solo a quel punto iniziava a districarsi. Si ricordò di tutti gli attimi in cui non aveva pensato a lei, a volte durante l’amore. Si sentì uno stupido ignobile uomo che aveva votato la propria vita ad un unico scopo: accumulare quante più donne e rapporti sessuali possibile per poi vantarsene di fronte agli amici. Si ricordò della tenera notte passata in quella che ormai chiamava ‘la stanza delle stelle’. Non c’era stato sesso, perché il solo pensiero di poter baciare la creatura meravigliosa che aveva avuto di fronte gli avrebbe dato emozioni difficili da sopportare. “Questo deve essere quello che tutti chiamano Amore…” pensò, “Ben più intenso di quanto se lo immaginava”.
Guardò verso la porta da cui pochi minuti prima era uscita Corinna e le augurò di trovare un giorno un uomo che la guardasse come lui aveva guardato Sylvia.

La porta si chiuse dietro le spalle di Ramón. Nel suo camminare lento si passava nervosamente la mano tra i capelli, Sylvia lo aveva appena lasciato. Lei gli aveva parlato di passione, amore, attenzioni, lui di libri, studio e carriera. La donna della sua vita o una persona del genere, sarebbe poi arrivata a momento debito, solamente quando lui lo avesse deciso e pianificato nei dettagli. Ma più si allontanava dalla finestra illuminata oltre la quale era stato tante volte coccolato, più aveva la sensazione di non riuscire a cogliere una parte importante del proprio ragionamento. Non riusciva a spiegarsi il perché di tanto dolore per Sylvia, fino a quel momento niente più di un passatempo piacevole. Non voleva piangere. Accelerò il passo per attraversare una zona buia cercando di non pensare. Improvvisamente si sentì sfiorare nell’oscurità. Un ragazzo che non fece in tempo ad osservare in volto aveva incrociato in tutta fretta il suo stesso cammino. Non avrebbe mai potuto riconoscere Gianni, inconsapevole di un destino che lo stava portando in direzione opposta a quelle appena percorsa da Ramón.
Il ragazzo italiano si era reso finalmente ciò che Sylvia chiamava un ‘uomo libero’.
Una volta arrivato bussò alla finestra e con ampi gesti le chiese di entrare.
“Hola guapo!”
“Hola guapa!”
Entrambi vedevano gli occhi dell’altro ricolmi di felicità.
“Le ho parlato e mi ha capito, anche se non ha voluto sentire spiegazioni.”
“Io invece non sono sicura che lui mi abbia capito, ma avrà molto tempo per ripensare a quanto gli ho detto.”
Si abbracciarono sentendosi finalmente uniti.
“Ti andrebbe di fermarti a dormire qui per qualche notte fino a quando non tornerà Melisa?”
“De verdad ??”
“Claro que si ! Mi piacerebbe molto averti qui ogni sera, ogni volta come la prima volta”.
Sylvia aveva deciso di non pensare che quella storia aveva una fine già scritta, stampata a chiari caratteri sul suo biglietto aereo di ritorno. Aveva deciso di lasciare il battito cardiaco pulsare liberamente giorno dopo giorno fino a quando l’affetto di un bruno ragazzo italiano gliene avrebbe dato motivo.
La mattina dopo Gianni ebbe il suo primo risveglio nella ‘stanza delle stelle’. La poca luce che filtrava dalle persiane chiuse faceva ancora intravedere il magico luccichio sul soffitto. Nella penombra osservò per la prima volta l’angelo addormentato accanto a sé. Respirava tranquilla con il volto sereno e teneva le mani unite sotto il mento, con tutto il resto del corpo in posizione fetale. Era anche la prima volta che la vedeva indossare un pigiama di colore rosa decorato con disegni di allegri girasoli. Gli stessi fiori erano sulla fascia elastica che si era avvolta la notte precedente per raccogliere i capelli. La guardò con amorevole attenzione nei particolari delle sopracciglia, la forma delle guance, il colore della pelle, la punta del mento. Ogni sua parte gli appariva esistere perfetta da sempre e per sempre. Si immaginò sposato e degno di tale risveglio per ogni altro giorno della propria vita. Si chiese perché mai Dio avesse voluto fargli incontrare l’amore proprio lì e proprio allora, quando meno se lo sarebbe aspettato. Non seppe rispondersi né chiederlo in preghiera direttamente all’interessato.
Dio. Era da tempo che non andava a trovarlo. Da ancora più tempo lui, per quanto Gianni ne sapesse, non aveva dato segno della propria esistenza. Non si sarebbe certo aspettato di vederlo arrivare con barba grigia e tonaca, pronto a scagliare fulmini e saette a coloro che non intendevano ascoltarlo. Ma di averne una percezione di qualche tipo si, questo si.
Da piccolo all’Oratorio gli avevano insegnato che Dio sceglie il momento e il modo più opportuno per parlare agli uomini, ma nulla può fare per coloro che non vogliono fermarsi ad ascoltare. Ciò era probabilmente quanto gli era accaduto: non aveva saputo ascoltare. La sua bella addormentata era un segnale più che evidente dell’esistenza inequivocabile di una qualche forma di Dio che amava gli essere umani.
Continuò ad osservarla aspettandone il risveglio spontaneo. Non sapeva quali fossero i suoi impegni. Si rese conto di non conoscere in realtà molto del modo in cui trascorrevano le sue giornate. Immaginava che come tutti avesse delle lezioni da frequentare, appunti da studiare e faccende di casa alle quali egli era già pronto a dare un sostanziale contributo.
Si alzò dal letto senza disturbarla e si infilò in cucina per preparare ad entrambi qualcosa con cui fare colazione.
Nelle settimane successive la piccola stanza delle stelle li vide organizzare la spesa, rifare insieme i letti, lavare le stoviglie. Lei lo vide spettinato e con la barba incolta al mattino, stanco e pigro a volte la sera. Lui scoprì le increspature naturali dei capelli di lei, il suo viso bianco e senza trucco all’alba, le gambe non perfettamente lisce in alcune occasioni. Nessuno dei due aveva mai vissuto in coppia, tanto meno in spazi così ristretti, ma le difficoltà non erano riuscite a scalfire la passione che li aveva uniti. Trascorrevano lunghe serate seduti sul letto a chiacchierare sorseggiando vino rosso, di fronte ad una candela accesa. In quelle occasioni le piccole stelle sul soffitto si illuminavano leggermente riflettendo le sfumature rosse della fiamma. Si rendevano conto di essere simili e mettevano a dura prova questa certezza confrontando le proprie vite, i propri valori, le proprie aspirazioni. Durante una di quelle sere Sylvia aveva finalmente avuto il coraggio di parlargli della propria paura del buio. Di contro Gianni aveva confessato la sua paura della solitudine.
Uscivano spesso con Marco, Rebecca e la pazza Mariela. Gli amici si abituarono velocemente all’idea di vederli insieme, sembravano veramente fatti per stare insieme. Molti si chiedevano che ne sarebbe stato di loro.
Il momento del ritorno di Melisa arrivò più in fretta di quanto Sylvia e Gianni si sarebbero aspettati. Nei giorni trascorsi insieme Gianni aveva gradualmente trasferito buona parte delle proprie cose in quella stanza. Entrambi avevano vissuto immaginando di vivere in una casa tutta loro.
Alle quattro del pomeriggio Sylvia ricevette un messaggio sul telefono cellulare con il quale Melisa le comunicava che sarebbe arrivata per l’ora di cena. La contentezza di vederla tornare portava con sé il triste presagio della fine di un sogno.
Erano passati circa due mesi dalla notte della festa di Henry e di comune accordo i due innamorati non avevano mai parlato del futuro, “…per vivere”, si dissero, “…ogni giorno come se fosse l’ultimo”.
Gianni, intento in difficili esercizi di grammatica spagnola, non aveva notato il sibilo proveniente dal cellulare di Sylvia. Questa terminò di lavare le ultime stoviglie, si asciugò le mani con uno straccio appeso al lato del lavandino e si avvicinò alla scrivania di fronte a lui per leggere il messaggio: era Melisa.
Gettatasi a capofitto in una folle storia d’amore solo pochi giorni prima aveva sorpreso sé stessa pronunciando sicura la frase “Estoy enamorada de ti ”. Il messaggio invece la riportò immediatamente alle scadenze, al futuro professionale e a tutto quanto sull’isola di Mantolena si faceva ormai vicino.
“Dobbiamo parlare…” Esclamò con malinconia e fermezza.
Appoggiò la propria mano sul libro accanto al giovane per attirarne l’attenzione.
“Che ti succede? …di cosa dobbiamo parlare?”
“Di noi.”
Sylvia si sedette sul bordo del letto per tranquillizzarsi e guardarlo negli occhi.
“Penso spesso alla nostra storia e anche se ciò che provo per te è immenso, ho paura. Ho paura perché so di voler tornare a casa e di non voler vivere in nessun altro posto che non sia il mio paese.”
Gianni si stupì di tanta veemenza per un argomento al quale anch’egli aveva pensato molte volte. Sapeva che il momento per quel discorso sarebbe arrivato e si era preparato a lungo: aveva già deciso che se lei avesse mai voluto ritornare a Mantolena lui l’avrebbe seguita, non si sarebbe certo fatto sfuggire quella che considerava la donna della propria vita.
“…se le cose stanno così io ti seguirò! Come potrei altrimenti essere felice sapendo che la creatura che Dio ha pensato per me esiste ed è lontana?”
“No. Tu non sai quello che dici!” Ribatté Sylvia passandosi nervosamente la mano sinistra sulla fronte.
“Tu no sai cosa vuol dire lasciare la propria gente, la propria cultura, le proprie abitudini per un sentimento che potrebbe finire da un momento all’altro. Ci conosciamo da così poco in fondo. Non voglio ripetere gli sbagli dei miei genitori e ritrovarmi un giorno un marito afflitto ed infelice che muore lentamente di nostalgia!”.
La ragazza scoppiò in lacrime, disperata. Il ricordo vivo della rabbia malinconica di suo padre riaffiorava nel momento per lei più felice ed ora che avrebbe dovuto scegliere se cambiare la propria vita o tornare a casa e ricominciare daccapo non vedeva alternative. Era certa che l’unica felicità possibile le sarebbe venuta da un uomo nato sotto il cielo blu dei Caraibi e cresciuto ascoltando la musica di Silvio Rodríguez, del quale avrebbe compreso senza titubanza la poesia e le metafore.
Gianni si avvicinò per consolarla. Comprendeva il senso delle sue parole ma non poteva darsi per vinto. Le disse che desiderava stare insieme a lei fino a quando fosse stato possibile e che nessuno gli chiedeva di seguirla, ma era lui a volerlo fare, liberamente. Lei sollevò lo sguardo pieno di incertezza ma finì per alzarsi in piedi e stringerlo forte. Non c’erano parole per spiegargli la sofferenza della propria decisione. Lui le accarezzo il viso. Fu la prima ed ultima volta che parlarono di quel argomento.

Gianni raccolse tutte le sue cose in una scatola di cartone che appoggiò vicino all’uscita, nel frattempo Sylvia rimise in ordine la stanza per prepararla all’arrivo di Melisa. L’atmosfera si era fatta più calma e quasi nessuna traccia era rimasta della traumatica discussione avvenuta minuti prima.
L’arrivo di Melisa fu festoso. La videro dalla finestra aperta mentre con la valigia ondeggiava a passo spedito sfoggiando un grande sorriso. Aveva il volto di chi aveva appena realizzato un sogno e non vedeva l’ora di raccontarlo. Non appena scorse Sylvia e Gianni cominciò a salutarli agitando la mano libera. Una volta dentro casa si liberò definitivamente del bagaglio e abbracciò con passione prima una e poi l’altro. Iniziò immediatamente a raccontare delle decine di persone che aveva conosciuto e delle meraviglie che aveva visto. Mostrò le numerose foto che aveva fatto descrivendole fin nei minimi particolari e rivivendo con lo sguardo ogni singolo gesto o emozione che le aveva caratterizzate. Sylvia e Gianni si guardarono malinconici perché il tempo passato insieme risplendeva negli occhi di Melisa. La sua gioia era la stessa che loro avevano provato la sera in cui seduti l’uno accanto all’altro si erano addormentati abbracciati ascoltando musica. La stessa che avevano sentito tutte le volte che appena svegli si erano ritrovati lì a guardarsi, quasi stupiti di ritrovarsi ancora insieme. La gioia di quando il sole pomeridiano aveva bussato caldo alla finestra facendo luccicare le stoviglie gocciolanti appena lavate insieme. Decine, centinaia di momenti ognuno unico e diverso da tutti gli altri, così come le foto che Melisa portava con sé.
I due, pur consapevoli di provare le stesse sensazioni, rimasero in silenzio, certi che sarebbe stato difficile spiegare quanto era successo e ancora succedeva. Ma Melisa non poté non capire.
Interruppe di colpo il proprio raccontare: la scrivania non riusciva a nascondere la scatola con gli oggetti di Gianni.

Gianni raramente aveva visto un novembre così caldo a Torino. Camminava per le vie centrali della città accarezzato da un inusuale vento tiepido che come sempre gli accadeva lo portava ai pomeriggi passati in una lontana città spagnola. Il ricordo era ogni volta vivo, tanto intenso da renderlo ceco e sordo di fronte ai passanti che incrociavano la sua strada, le precoci poche luci accese per le feste natalizia, il rumore delle auto che frenavano e ripartivano ai semafori. Aveva imparato a non aver paura dei ricordi. Si fermò di fronte ad una panchina in legno dipinta di verde lucido. Si sedette.
Sylvia e Melisa erano partite qualche settimana più tardi e gli avevano lasciato il proprio appartamento già pagato per il mese successivo. Uno ad uno tutti gli amici erano tornati a casa, anche Marco. Ma lui era rimasto lì, in quella stanza. Le ore del giorno non erano state più le stesse ma la notte le stelle avevano continuato ad accendersi. A volte gli era sembrato abbastanza per sentirla accanto a sé. Aveva pianto, mai come in vita sua.
Si accorse di aver pianto per cinque lunghi anni. Non era bastato staccare una ad una le stelle fosforescenti che lo riportavano a lei e riattaccarle nella stanza italiana che chiamava casa. Le lettere di carta e le e-mail sempre più rare non erano bastate, così come vederla a Mantolena per qualche giorno, e rivederla poi in Italia. L’aveva immaginata, le aveva parlato al telefono, l’aveva rivista, ed ogni volta aveva pianto cercando di afferrare con forza un ricordo che lo emozionava e gli sfuggiva tanto più velocemente quanto più forte si faceva la sua volontà di afferrarlo. Era tornato più volte a calpestare il suolo che avevano calpestato insieme, a Valencia. Non ricordava con precisione come fosse trascorsa la propria vita dall’ultima volta che l’aveva vista. Aveva conosciuto persone nuove, aveva fatto esperienze diverse, era invecchiato, ma non ricordava altro che la fatica di una vita insensata, senza di lei.

Così come aveva imparato si rilassò per qualche secondo e aprì lentamente gli occhi per riconoscere il tempo e lo spazio, il presente. Ogni oggetto nella stanza era al proprio posto immobile. Non c’erano auto né rumori diversi dal ticchettio dell’orologio e dal dondolare del proprio respiro. Continuò a rilassarsi senza ostacolare ne giocare con i propri pensieri, la nostalgia, il passato, il futuro, i se ed i perché. Spense la piccola luce accesa accanto al letto e lentamente si addormentò felice.

 


Bio – Cosimo Clemente:

Scrive brevi racconti dai tempi del tema di maturità (Voto 8,5!) e pochi anni fa ha finalmente concluso il suo primo romanzo La Stanza delle Stelle edito ed acquistabile su Amazon (e-book). Appassionato di Cabaret e scrittura comica ha frequentato diversi corsi di comicità a Torino con più apparizioni sul palco in veste dei suoi personaggi. Sta lavorando al suo primo BLOG dedicato alla città di Torino.


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