La Soluzione A Tutti I Problemi – Francesca Santi

Prima c’erano Marco e sua madre. Ora c’è solo Marco.
Lei non buttava via niente e ha trasformato la casa in un deposito; Marco si muove fra torri pendenti di scatole, zigzaga tra sacchi di plastica panciuti, scavalca a fatica cestini di vimini ricolmi di ninnoli e bizzarrie, ma non ha il coraggio di toccare niente perché in fondo quel caos è tutto ciò che gli resta della mamma, l’unica donna che non l’ha mai abbandonato.
A una settimana dalla sepoltura gli sembra di impazzire: non è abituato al silenzio. Sua madre armeggiava ai fornelli fin dalle prime luci del mattino, facendo tintinnare le stoviglie e sovrapponendo il suo canto alle melodie che passavano alla radio; spesso sbagliava le parole e usava un cucchiaio come microfono per farlo ridere.
L’allegria non era mai mancata da quando suo padre se n’era andato: dovevano tirare la cinghia, campando solo con la pensione della mamma, è vero, ma i litigi e i drammi erano finiti, erano caduti giù dalla finestra insieme a lui, spiaccicandosi su un’Audi color ruggine dopo un volo di sei piani. Né sua moglie, né suo figlio lo dissero mai, ma fu un sollievo per entrambi non averlo più tra i piedi: lui elargiva parole di biasimo a entrambi da quando usciva dal letto fino all’ora di coricarsi e vagava con un panno in una mano e uno spray nell’altra per detergere ogni angolo dell’appartamento; non c’erano scatole, né sacchi, né cestini finché lui era in vita… gettava nell’immondizia ogni tesoro scovato dalla mamma ai mercatini dell’usato, sordo alle sue proteste e toglieva il piatto a Marco mentre stava ancora mangiando, svuotandolo nella spazzatura.
«Hai già abbastanza problemi: non aggiungere l’obesità.» diceva.
Non gli andava giù neppure che Marco dormisse per metà pomeriggio per scacciare l’ansia che gli serrava il petto con le sue mani invisibili: la mamma gli rimboccava le coperte e gli stampava un bacio in fronte, dicendogli che un sonnellino era la soluzione a tutti i problemi, non uno psichiatra, come sosteneva suo padre.
Marco si solleva il risvolto dei calzoni: la scarpa correttiva nasconde bene il dislivello tra le due gambe e quella deforme è mimetizzata dall’ottima fattura dei pantaloni che indossa; la mamma non risparmiava in vestiario.
«Sei il mio principe» gli diceva «E meriti di vestire come tale.»
«Ti coccola perché sa che è colpa sua: di tutto.»
La voce spezza il silenzio e interrompe il flusso dei suoi ricordi: la avverte nitida, come se gli parlasse in un orecchio ed è quella roca, graffiante di suo padre, la riconoscerebbe tra mille.
«Non è vero.» dice Marco, aspettandosi una risposta, ma nessuno parla e lui si accende l’ennesima sigaretta.
«Questa è colpa tua: l’ho ereditato da te questo vizio!» esclama, battendo il dito sull’accendino «Tutto quel salutismo e la mania di tirare a lucido la casa e poi ti buttavi catrame a palate nei polmoni.»
Ancora silenzio.
Marco chiude gli occhi e pensa a sua madre che danzava come una bambina mentre spruzzava l’Ost in tutta casa, coinvolgendolo in un ballo semplice, che lo faceva sentire normale.
«Il deodorante non basta a coprire la puzza di tutta questa sporcizia.» gridava suo padre dall’altra parte dell’appartamento per sovrastare il ronzio del Folletto, ma loro non si facevano rovinare la festa; continuavano ad attaccare profumatori in tutte le prese vuote e ogni volta che Marco ne piazzava uno, lei gli infilava in tasca una manciata di Rossana, qualche biscotto al burro o una barretta al cioccolato, per poi posarsi l’indice sul naso. Quello era il loro segreto.
«Era il modo per tenerti qui. Con lei. Ti ricordi da quando ha cominciato a profumare la casa?»
Marco quasi cade dalla sedia: di nuovo lui. Quella voce lisa dal fumo è inconfondibile.
«Dove sei?» chiede, alzandosi con cautela, reggendosi al bracciolo della poltrona.
Marco fa qualche passo, urtando una torre di scatole e facendola crollare: un fiume di quaderni dalle pagine sbiadite, gusci di ovini Kinder ripieni di insulse sorprese e gomme colorate inondano la stanza; ricordi della sua infanzia che la mamma non aveva avuto il cuore di buttare, ma in mezzo a tutto quel ciarpame c’è qualcosa… un’unghia, lunghissima, smaltata di viola con una rosa bianca dipinta al centro.
«Aisha le aveva così: cosa ci fa qui?»
Nessuno gli risponde e lui si lascia ricadere sulla poltrona: ha fatto pochi passi, ma ha il fiatone; si massaggia la pancia ballonzolante, ripromettendosi che inizierà una dieta, ma il suo proposito sfuma non appena il suo sguardo si posa sul cartone della pizza appoggiato sul lavandino. Si porta il cellulare all’orecchio come un sonnambulo, fissando la confezione vuota.
«Una quattro formaggi gigante con doppia mozzarella.»
Alzarsi dalla poltrona è una sfacchinata, ma è meglio prepararsi per tempo: il corridoio dell’ingresso è lungo, la porta è lontana e raggiungerla è un’impresa. Marco conta gli spiccioli per dare al corriere la cifra giusta: nessuna mancia per lui, non gli piace come lo guarda, anzi, non gli piace e basta; ha sempre quel sorrisetto spavaldo stampato su quella faccia da schiaffi, come se si sentisse speciale perché è smilzo è ha un lavoro. Anche Marco avrebbe lavorato, se avesse potuto.
«Incolpa lei: lei ti ha reso invalido.»
Il tintinnio degli spiccioli a terra; il cuore di Marco batte così forte da infrangere il silenzio. La stessa voce soffocata, il suo tono tagliente: «Papà?»
«Papà?» gli risponde l’eco dal fondo dell’interminabile corridoio, l’unico spazio sgombro della casa.
Marco ha l’impulso di percorrerlo fino alla fine per scoprire se lui è davvero lì, redivivo: tornato per tormentarlo nei suoi anni di solitudine, ma lo squillo deciso del campanello lo distoglie dal suo proposito; pochi minuti e l’ascensore si apre sul pianerottolo, sputando fuori il biondino delle pizze. Ha gli occhi azzurri che ridono sempre – che avrà mai da ridere? – e un viso che piace alle ragazze, anche a sua madre piaceva: una volta aveva fatto un selfie con lui e Marco si era ingelosito. Fa palestra, di sicuro, ed è sicuro anche che non mangia le squisitezze del ristorante per cui lavora: davvero poco professionale.
Il ragazzo si ferma sulla soglia e storce il naso.
«Che puzza, amico! Quest’appartamento ha bisogno di una bella strigliata.»
Ha la stessa voce di suo padre.
«Che hai detto?»
Il ragazzo solleva la testa dallo scontrino.
«Che mancano due euro.»
Marco abbassa lo sguardo: la moneta è lì, accanto alla punta della scarpa correttiva e lui prova a chinarsi; le giunture suonano una sinfonia di scricchiolii, il sudore gli scende a fiotti dalle tempie; prova ad allungare una mano, ma le dita sono ancora lontane – troppo lontane – dal pavimento.
Il ragazzo si abbassa con uno scatto fulmineo, afferra i due euro e gli posa la pizza sulle braccia aperte prima di sparire nell’ascensore che si sta chiudendo.
«Sei stato tu a dire che c’è puzza?»
Ma lui non risponde: è così veloce che Marco pensa di esserselo sognato; ha ancora le ginocchia piegate e lo sguardo fisso sulla moquette… c’è qualcosa in mezzo ai flutti di pelo bianco: un orecchino di corallo, ma con un lobo annerito ancora attaccato.
«Olga?» chiede all’appartamento vuoto.
«Il tritarifiuti intasato, io che lo smonto nonostante le proteste di tua madre e qualche giorno dopo la cera sul bordo della finestra… un caso?»
Marco gira su stesso, in cerca di quella voce nota, ma non riesce a individuarne la provenienza: procede a piccoli passi verso la camera della mamma perché la sua è troppo lontana e gli piace mangiare sul letto di lei. C’è ancora il suo odore.
Marco trangugia una fetta di pizza, facendo filare il formaggio e ungendosi il mento e le dita: questo è godere, l’altro modo – quello che piace ai tipi come il ragazzo delle consegne – è sopravvalutato. La mamma gli ha portato a casa un sacco di ragazze quando era ancora viva: erano tutte belle, tutte innamorate di lui, tutte straniere.
Aisha ha letto il tuo commento su quel forum di fumetti e vorrebbe conoscerti; Olga è una disegnatrice e le piacerebbe realizzare quella tua sceneggiatura; Crystal lavora per una casa editrice e vorrebbe visionare i tuoi progetti. Le introduceva sempre così, la mamma, ma nessuna di loro sembrava davvero interessata alle sue doti artistiche: lo lasciavano chiacchierare un po’, annuivano, sorridevano, e poi, quando Marco chiedeva un parere, gli sbottonavano i pantaloni e di arte non parlavano più, nemmeno quando si rivestivano.
Una risata grassa invade la casa, fino a saturarne ogni spazio vuoto, poi un colpo di tosse.
«Ma davvero non hai ancora capito che erano puttane? Uno dei tanti risarcimenti di tua madre per quello che ti ha fatto.»
«E cosa mi avrebbe fatto a parte trattarmi come un re?»
Un accesso di tosse catarrosa spezza il suo piglio sicuro e stavolta la voce arrochita gli risponde.
«Lei lo sapeva di essere portatrice sana e quando eri un poppante ti baciava in bocca così spesso che di sicuro ti ha passato il viru.s»
Marco si massaggia la gamba difettata.
«Me l’ha detto.» mormora.
«Quando?»
«Poco prima di morire.»
Marco ripensa alla mamma che muoveva freneticamente le dita sulla tastiera del computer, solo due dita, i due indici; aveva l’abitudine di scrivere così, eppure era dannatamente veloce a condividere decine di articoli degli pseudo-medici che seguiva su Facebook.
«È un dovere morale: non posso permettere che madri sprovvedute, plagiate dai media, avvelenino i propri figli mosse da paure infondate.»
«E come le convinci?»
«Facendo vedere a queste ignoranti quanto è bello il mio bimbo, senza bisogno di iniezioni di nessun tipo.» gli aveva risposto, strizzandogli la pappagorgia.
Marco l’aveva stretta nel suo abbraccio più grato.
«E poi?»
La domanda dissolve il ricordo, che si volatilizza assieme agli anelli di fumo soffiati fuori dalla sua bocca. Marco non si è neppure accorto di aver già spolverato la pizza e aver finito un altro pacchetto: non è vero che le sigarette tolgono l’appetito. Sua madre avrebbe dovuto scrivere anche quello sui social. Si sistema sul cuscino, urtando coi gomiti un sacco alla sua destra e una torre di scatole alla sua sinistra: la pila crolla, urtando i contenitori impilati a terra e creando un effetto domino che coinvolge tutti gli oggetti accatastati nella stanza.
Marco non ci fa neppure caso: si guarda allo specchio, che gli rimanda l’immagine di un lumacone vestito… cuore di mamma! Non avrebbe mai convinto nessuno a fare qualcosa mostrandogli una sua foto, casomai l’avrebbe spinto ad abbracciare l’opinione contraria a quella che caldeggiava.
«Ma lei lo sapeva, giusto?»
Marco si pietrifica: la voce è quella di suo padre, ma è lui che ha parlato, ha letto il suo labiale nello specchio… non si era reso conto di avere il suo stesso timbro, plasmato da centinaia di Camel Black.
«Cos’hai visto su quello schermo che ti ha fatto tanto arrabbiare?» gli chiede la sua immagine nello specchio.
E lui ripensa a quell’abbraccio. L’aveva stretta forte, sua madre, a occhi chiusi, ma quando li aveva riaperti e aveva guardato lo schermo aveva visto la foto che aveva postato… Non era lui quello che sorrideva da quel post, a guancia a guancia con la sua bella mamma: era il biondo delle consegne, il baluardo di perfezione che lei sventolava per vincere le sue battaglie su Facebook.
Senza neppure accorgersene aveva serrato sua madre in un abbraccio più forte; lei aveva riso, all’inizio, poi aveva provato a divincolarsi e aveva gridato quando lui aveva aumentato la pressione, ma l’urlo era stato spezzato da un crack che l’aveva fatta tacere per sempre.
«Ora la senti la puzza?» gli domanda il suo riflesso.
E lui abbassa lo sguardo a terra, rovistando con gli occhi in quel marasma di cianfrusaglie. C’è un braccio verdastro tra il cofanetto coi suoi dentini da latte e gli album delle foto dei suoi primi anni di vita; un piede con le unghie smaltate tra le Barbie ancora inscatolate – acquistate da sua madre quando Marco era ancora nel suo grembo e dalla forma della pancia aveva dedotto che avrebbe avuto una bambina – e una testa tra i bollini di tutti i supermercati della città, biglietti per fantastici premi che non avrebbe ritirato mai più.
«Forse è l’ora di pulire.» dice con la voce di suo padre, sollevando la testa mozzata per guardare sua madre negli occhi.
Ma quando prova a rialzarsi ricade sul letto e scaglia il telecomando sullo specchio, che si sbriciola in un nugolo di frammenti scintillanti.
Marco drizza le orecchie: l’assenza di rumori è totale, il silenzio perfetto… avrebbe pensato a cosa fare dopo un pisolino, la soluzione a tutti i problemi.

 


Bio – Francesca Santi:

Nasce a Livorno nel 1978. Dopo essersi diplomata alla Scuola di Comics di Firenze, si laurea a Pisa in Letteratura Francese. Nel 2008 vince Lanciano nel Fumetto con la sceneggiatura “Senza parole”; nel 2009 esordisce con la storia breve “The Zombie Age” inserita nel volume a fumetti Alex Fog, edito da Q-Z Arts; nel 2010 pubblica il fumetto “Loumyx” con Clair de Lune e vince il Lucca Project Contest con “Nelle lande dei giganti”, edito lo stesso anno da BD; nel 2011 pubblica la storia breve “Epistola” nel volume a fumetti “Dal Risorgimento alla Resistenza- Storie di Toscani che fecero l’Italia”, promosso dalla Regione Toscana, e la storia “R.I.P.” nel volume a fumetti “Dreams” edito da Double Shot; nel 2013 pubblica il secondo e ultimo volume di Loumyx; nel 2014 pubblica “Alo del Vento” con Sandawe e si cimenta col suo primo romanzo, “Nel Loft”, che ottiene una menzione speciale al premio La Giara; nel 2016 Clair de Lune ristampa i due volumi di Loumyx in un’edizione integrale e quattro dei suoi racconti vengono selezionati per la raccolta “Horror storytelling 2”, edita da Watson; nel 2017 pubblica il romanzo per bambini “Le fate in fondo al giardino”(Apollo Edizioni); nel 2018 pubblica, sotto lo pseudonimo Norman Evans, “Histoire Noire” con Genesis Publishing (disponibile su Amazon) e alcuni suoi racconti vengono inseriti in antologie (“Il Camaleonte” nella raccolta “The Dark Side of the Woman” edita da “Il Foglio Letterario” e “La Tata” in Racconti Horror volume II (Historica Edizioni).


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Un commento

  1. silentspirit18

    Ben scritto e agghiacciante….Le madri possono fare molto male….

     

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