Il Gioco Del Silenzio – Francesca Santi

Il gioco che conosceva Tania – quello che le piaceva tanto da piccola – era semplice: un bambino andava alla lavagna, metteva le mani dietro la schiena per nascondere un gessetto colorato, poi chiamava il compagno più silenzioso a indovinare in quale pugno si trovasse. In caso d’errore il prescelto tornava a posto e veniva indicato qualcun altro a tentare la sorte; se invece sceglieva la mano giusta, il gessetto passava e lui e si ripartiva dall’inizio.
Nella versione tradizionale vinceva chi aveva tenuto più volte il gessetto ma Tania aveva introdotto qualche piccola variazione per renderlo più interessante: il primo giocatore doveva scegliere una parola nel dizionario e disegnare sulla lavagna tanti trattini quante erano lettere del vocabolo e il vincitore di ogni manche aveva il diritto di chiedere una vocale o una consonante per provare a indovinare il termine misterioso. Chi parlava prima della fine del gioco doveva pagare pegno, ma il vincitore riceveva un premio, stratagemma che era riuscito a placare la furia di quei diavoletti, rendendoli competitivi.
Tania aveva acquistato una confezione di gessi variopinti e aveva svaligiato i mercatini delle pulci in cerca di giocattoli che i suoi viziatissimi allievi non possedessero; aveva spiegato con perizia le regole e dal silenzio immediato che calò sulla classe, dedusse che i bambini avevano abbracciato con entusiasmo quella novità.
Da piccola, Tania era bravissima a giocare: pur non sapendo cosa significasse, aveva una faccia da poker che fuorviava la scelta del suo sfidante e, allo stesso tempo, riusciva a cogliere i segnali di nervosismo negli altri: le nocche impiastricciate di gesso, gli occhi che indugiavano troppo a lungo in una direzione, un movimento maldestro del polso o un tremito del labbro quando posava lo sguardo sulla mano giusta. Si era sempre divertita un mondo, più per la consapevolezza di essere la migliore che per altro, ma tra i suoi alunni non c’era quasi nessuno simile a lei… quella scintilla che la spingeva a primeggiare a ogni costo era assente dai loro occhi sempre assonnati: per la maggior parte di quei bambini un gioco era solo un modo di passare il tempo, tranne che per Moira e Mirko. Alla lavagna c’era proprio lei; aveva scelto una parola, chiamato cinque compagni e ancora non aveva perso il gessetto… Tania la reputava la più intelligente della classe, tuttavia la sua indolenza la infastidiva: aveva la sensazione che non dovesse impegnarsi per eccellere e che tutto le venisse naturale. Per una come Tania, che aveva passato la vita a perfezionarsi, era davvero seccante: una dieta calcolata al milligrammo e ore di esercizi estenuanti per conservare il suo vitino di vespa, nessun week-end al mare per preservare il suo incarnato di pesca, giornate sui libri per conseguire la laurea in psicologia e altrettante per quella in scienze dell’educazione quando aveva capito che quella era la sua vocazione.
La vocazione passò in quel momento, incorniciata dall’ampia finestra che si affacciava sul corridoio e lei l’ammirò: Pietro era alto, bruno e meraviglioso ma sposato con Gioia, una sua vecchia compagna di corso, quella che le passava gli appunti quando saltava le lezioni per un corso di yoga o una sessione di manicure.
Si erano sposati giovanissimi Gioia e Pietro – galeotto un test di gravidanza che poi si era rivelato fallace – e quando l’amica le aveva presentato il marito, Tania aveva pensato che il mondo fosse ingiusto: come poteva Gioia, così bruttina, grassottella e scialba stare col prototipo dell’uomo perfetto?
Tania aveva cambiato i suoi piani per ristabilire l’equilibrio universale ed era certa che presto il successo le avrebbe arriso, come sempre: si era laureata in fretta e furia in Psicologia, rovinandosi la media, e si era iscritta a Scienze dell’educazione perché lui era un maestro elementare e lei era certa che prima o poi avrebbe condiviso il suo destino.
Tania rivolse al collega un sorriso civettuolo, agitando le dita smaltate mentre sbatteva le lunghe ciglia, ma lui le rispose con un gesto impacciato, distogliendo subito lo sguardo. Tania sbuffò: la reticenza di Pietro la contrariava, così tornò a concentrarsi sul gioco; era il turno di Camillo, un Cicciobello extra-large, che le ricordava quel Giovanni che alle elementari prendeva sempre in giro, pizzicandogli i rotoli che spuntavano dalla maglietta troppo stretta: non aveva chance con una come Moira e, infatti, perse.
«Di questo passo nessuno indovinerà la parola!» commentò, rimirandosi le unghie.
«Ssshhh!» dissero i bambini in coro poggiandosi l’indice sul naso.
E Tania incrociò le mani sulla bocca, soddisfatta per il successo del gioco: era euforica, non solo perché riusciva a primeggiare in una professione che non avrebbe mai scelto se non per prendersi l’uomo che meritava, ma perché aveva la certezza che quella sera avrebbe raggiunto il suo scopo; aveva convinto la sua ex compagna di studi – ormai psicologa disoccupata – a iscriversi a un seminario di due giorni su Piaget; dopo le lezioni, si sarebbe presentata a casa sua col pretesto di farsi prestare un libro di cui aveva assolutamente bisogno e poi sarebbe stato tutto in discesa.
Tania stava sorridendo al suo futuro radioso quando incontrò lo sguardo di Moira, che la fissava inespressiva, con quei suoi occhi quasi gialli che la mettevano a disagio; Mirko aveva scelto la mano giusta e le stava mostrando il gessetto con uno sguardo identico a quello della bambina. Non per nulla i compagni li chiamavano “i gemelli”: non c’era nessuna parentela tra loro, eppure, erano l’una la versione femminile dell’altro e si equivalevano anche in intelligenza.
Tania aprì bocca per complimentarsi con l’alunno, ma la chiuse subito, ricordandosi che uno sgarro era concesso, ma chi parlava due volte doveva pagare pegno, così invitò Mirko a tracciare una lettera sotto la parola misteriosa con un semplice cenno del capo. Il bambino scelse la “I” e, prima di tornare a posto, Moira ne piazzò una a inizio parola e una nell’ottavo spazio.
Il gioco proseguì per tutto il resto della mattinata: Mirko batté tutti finché non toccò di nuovo a Moira e quando lei riprese il comando fu sconfitta solo dal suo gemello elettivo, che scelse la “O”.
La campanella suonò in quell’istante e Tania si alzò di scatto, con la testa ormai già a casa del suo futuro amore.
«Per lunedì voglio che leggiate almeno un capitolo delle Avventure di Pinocchio.» disse.
«Devi pagare pegno.»
I gemelli lo dissero in coro e le sembrò che avessero fuso le loro voci.
«L’ora è finita» disse Tania, abbozzando un sorriso che somigliava più a una smorfia «Scegliete un premio dalla cesta: siete stati entrambi bravissimi.»
«L’ora è finita, ma il gioco no: non mi hai fatto indovinare la parola, quindi devi pagare pegno.» insistette Marco
Tania fu tentata di contraddirlo, ma il coro di «È vero!» che si levò dalla classe la convinse ad assecondarlo. Si accucciò alla sua altezza e si abbracciò le ginocchia, sfoderando la sua espressione più amichevole: «Dimmi che cosa vuoi che faccia e la farò.»
«Restare in silenzio tutto il fine-settimana, visto che non ci sei riuscita durante il gioco.»
Tania aprì bocca per protestare, ma poi si ricordò che stava discutendo con un ottenne e si rasserenò: «Va bene, Mirko: lo farò.»
«Devi giurarlo.» precisò Moira
«Lo giuro.» disse Tania.
«Senza incrociare le dita.» precisò Moira «E se rompi la promessa…»
Mirko si unì a lei, intonando una macabra filastrocca.
«Prima i denti, poi la lingua poi la testa perderai!»
«E se rompo la promessa, prima i denti poi la lingua poi la testa perderò!» canticchiò, mostrando le mani «Ma prima di zittirmi per due giorni, ho una domanda: qual era la parola che hai scelto, Moira? Dillo alla classe.»
Senza rispondere, Moira tracciò sulla lavagna le lettere mancanti con rapidi e precisi colpi di gesso e Tania restò a bocca aperta nel leggere: “Imbrogliona”.
Stava ancora fissando la lavagna, quando i bambini uscirono dalla classe come uno sciame, ma l’occhiataccia dei gemelli non le sfuggì.
Tania cancellò la parola con un colpo rabbioso di cimosa e non appena la lavagna fu di nuovo sgombra, si sentì rinata e corse a casa per mettere in atto il suo piano: avviò la sua playlist preferita mentre si faceva il bagno; ballò arricciandosi i capelli; indossò un paio di sandali e un vestito sobriamente elegante ma facile da togliere e completò il tutto con un velo di trucco. Guardandosi allo specchio non resistette all’impulso di lanciarsi un bacio: la natura era stata generosa con lei, ma il destino va aiutato, così sciolse due capsule di Blue Extreme nel buon vino che avrebbe portato come presente a Pietro e si affrettò a raggiungere la sua destinazione.
La parola scelta da Moira continuava a ronzarle in testa: sì, per laurearsi prima del tempo aveva dovuto ungere qualche ingranaggio, copiare un paio di tesine, trattenersi nello studio del suo viscido professore ben oltre l’orario di ricevimento, ma chi non l’aveva fatto? Non la considerava disonestà ma spirito di sopravvivenza in una giungla in cui i più deboli soccombono.
Quando Pietro aprì la porta, le sembrò di cogliere un guizzo di panico nei suoi occhi, ma si convinse subito che si trattava di desiderio, smorzato dalla sua incrollabile correttezza: Tania gli scoccò un bacio scintillante di gloss all’angolo delle labbra e si preparò a illustrare la meravigliosa scusa che aveva imbastito, ma riuscì solo a emettere un fiacco gorgoglio. Si portò le mani alla gola, tossì, rantolò, ma quando riprovò a parlare il risultato fu il medesimo: era così sconvolta che Pietro la invitò a sedersi e corse a prenderle un bicchier d’acqua.
«Ma com’è possibile?» disse quando fu sola. E la sua voce risuonò forte e chiara alle sue orecchie ma celata a quelle di Pietro dallo scroscio del rubinetto.
Rincuorata dall’aver riacquistato la voce, Tania accavallò le gambe e indossò il suo miglior piglio da seduttrice, ripassando sottovoce il discorso che si era preparata, ma quando rifiutò il bicchier d’acqua per indicare a Pietro il vino pregiato che li attendeva sul tavolo non riuscì a emettere nessun suono; ogni volta che provava ad articolare una frase diventava paonazza e annaspava come se stesse nuotando in un mare invisibile.
Tania urtò la bottiglia, che si infranse sul parquet in una pioggia di schegge, e cadde in ginocchio, artigliandosi il collo. La donna restò con la fronte affondata nella pozza di vino finché Pietro non la tirò su di peso: non respirava, così premette le sue labbra contro quelle di Tania mentre le massaggiava energicamente il petto per rianimarla; si fermò solo quando sentì la lingua della donna sfiorare la punta della sua e scattò all’indietro, con lo sguardo di un animale braccato.
«Va tutto bene ora.» riuscì finalmente a dire Tania col suo solito tono accattivante.
Tania si intenerì davanti alla riluttanza di Pietro e si prodigò in uno dei suoi irresistibili sorrisi, mentre si apriva la camicetta, ma un ticchettare improvviso, come un breve scroscio di grandine, e l’espressione stravolta dell’uomo le suggerirono che non aveva ottenuto l’effetto sperato.
Tania abbassò gli occhi sul tavolino e non gridò solo perché non capì subito cosa fossero quei quadratini bianco latte che galleggiavano nel vino versato: soltanto quando si passò la lingua sulle gengive nude e si specchiò nel suo portacipria emise un verso che somigliava a un ululato.
Le venne in mente un episodio ormai sepolto nella memoria: all’ufficio del personale della scuola dove era stata assunta c’era una sua conoscente con una passione incontenibile per lo sherry… l’aveva vista per caso, prendere una curva a gomito su due ruote e investire un ragazzino in bicicletta Era scesa, l’aveva toccato con un piede ed era risalita in auto, schizzando via così rapidamente che se Tania non avesse filmato tutto, avrebbe scommesso di essersela sognata; aspettò che la donna fosse sola in ufficio per mostrarle il video e, pochi giorni dopo la sua laurea, Tania insegnava in quella scuola, nella classe adiacente a quella di Pietro. Trovare un’imprecisione nelle candidature per un lavoro statale è semplice e la signora dello sherry era stata bravissima a eliminare tutti quelli che separavano Tania dal posto a cui anelava attaccandosi a cavilli reali e inventati…. Questo però non significava imbrogliare, ma ingegnarsi!
Ormai dimentica dello scopo per cui si trovava lì, Tania barcollò verso la porta, farfugliando frasi incomprensibili, ma dopo un tonfo sordo si zittì del tutto: la sua lingua era adagiata sul tappeto all’ingresso dell’appartamento dei due sposini e non c’era nemmeno una goccia di sangue a incorniciarla; si stagliava netta sulla scritta di benvenuto come se fosse parte della decorazione.
«La filastrocca di quei due piccoli mostri» pensò Tania, spalancando la bocca ormai muta «Quella che finisce in un modo incomprensibile.»
E mentre cercava di decifrare l’ultima strofa, uscendo in strada con gli occhi stralunati di chi ha appena visto il più raccapricciante degli spettri, due occhi di luce si aprirono nel buio e diventarono più grandi, sempre di più, finché non la travolsero, ma lei non sentì nulla perché prima dell’impatto la sua testa era già rotolata fino al marciapiede.

 


Bio – Francesca Santi:

Nasce a Livorno nel 1978. Dopo essersi diplomata alla Scuola di Comics di Firenze, si laurea a Pisa in Letteratura Francese. Nel 2008 vince Lanciano nel Fumetto con la sceneggiatura “Senza parole”; nel 2009 esordisce con la storia breve “The Zombie Age” inserita nel volume a fumetti Alex Fog, edito da Q-Z Arts; nel 2010 pubblica il fumetto “Loumyx” con Clair de Lune e vince il Lucca Project Contest con “Nelle lande dei giganti”, edito lo stesso anno da BD; nel 2011 pubblica la storia breve “Epistola” nel volume a fumetti “Dal Risorgimento alla Resistenza- Storie di Toscani che fecero l’Italia”, promosso dalla Regione Toscana, e la storia “R.I.P.” nel volume a fumetti “Dreams” edito da Double Shot; nel 2013 pubblica il secondo e ultimo volume di Loumyx; nel 2014 pubblica “Alo del Vento” con Sandawe e si cimenta col suo primo romanzo, “Nel Loft”, che ottiene una menzione speciale al premio La Giara; nel 2016 Clair de Lune ristampa i due volumi di Loumyx in un’edizione integrale e quattro dei suoi racconti vengono selezionati per la raccolta “Horror storytelling 2”, edita da Watson; nel 2017 pubblica il romanzo per bambini “Le fate in fondo al giardino”(Apollo Edizioni); nel 2018 pubblica, sotto lo pseudonimo Norman Evans, “Histoire Noire” con Genesis Publishing (disponibile su Amazon) e alcuni suoi racconti vengono inseriti in antologie (“Il Camaleonte” nella raccolta “The Dark Side of the Woman” edita da “Il Foglio Letterario” e “La Tata” in Racconti Horror volume II (Historica Edizioni).


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Un commento

  1. silentspirit18

    Racconto davvero originale ed insolito….

     

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