Aladino e il genio pasticcione – Pablo Cerini

1

C’era una volta un lontano paese d’Arabia, dove viveva una madre, rimasta vedova in giovane età, che aveva un figlio di nome Aladino.
Aladino aveva quasi trent’anni ma, invece di trovarsi un lavoro, trascorreva le sue giornate bi-ghellonando in piazza, importunando le danzatrici di corte che passeggiavano tra i bazar e spendendo i miseri spiccioli rubacchiati qua e là in aperitivi con altri debosciati.
Sua madre lo difendeva dicendo a tutti che era puro di cuore, perciò non riusciva a trovare un posto al sole in un mondo sempre più spietato; in realtà, sapeva che suo figlio non era molto sveglio: tra le mura domestiche, infatti, spesso si rivolgeva a lui soprannominandolo “tontoli-no”.
Per tirare a campare, sua madre riparava i display rotti dei cellulari, ma, poiché vivevano nel deserto, gli smartphone cadevano sempre nella sabbia e non si rompevano mai, e gli affari an-davano male.
Aladino e sua madre vivevano in una misera catapecchia, dotata però di tutti i comfort: acqua corrente, quando pioveva dentro il tetto, e riscaldamento, se fuori c’era il sole. Fortunatamente, vivevano in Arabia, per cui almeno la benzina non era cara; in ogni caso, per loro andava ancora meglio, perché erano così poveri che non possedevano neppure l’automobile.
Una sera, poco prima dell’ora di cena, Aladino si presentò a casa.
«Benedetti gli occhi che ti vedono» esclamò sua madre «devi proprio essere affamato per arri-vare a casa a quest’ora; però, mi dispiace, sei sfortunato: la dispensa è vuota perché non ab-biamo più un soldo!»
«Oh no!» esclamò Aladino «non riesci neppure a farmi la ricarica dell’iPhone?» domandò sconsolato «ho finito il credito!»
«Figlio mio» rispose pazientemente la madre, che ormai aveva deposto ogni speranza nei suoi confronti «io non ho neppure una monetina per comprare il pane ma, aspetta, vieni un momen-to di là in salone: c’è una persona che ti voglio presentare e che può fare molto per aiutarti.»
Imbronciato, Aladino seguì la madre nell’altra stanza. Seduto sull’ottomana, c’era un anziano vegliardo, vestito in vesti lussuose, che lo salutò calorosamente: «tu devi essere Aladino!» esclamò, abbracciandolo «ho sentito parlare molto di te».
Poteva anche essere vero, perché effettivamente non specificò il come ne avesse sentito parlare. La madre offrì il tè e fece le presentazioni: «Aladino, questo è un tuo vecchio zio ed è venuto qua per te apposta dall’Africa per offrirti l’opportunità di fare fortuna nel mondo dello spet-tacolo».

2

«Davvero?» esclamò Aladino, felice che finalmente la sorte avesse deciso di girare dalla sua parte.
«Certo, caro ragazzo» rispose lo zio, «ho sempre pensato che i pir … ehm, volevo dire, i puri di cuore come te, debbano essere aiutati a raggiungere tutto il successo che meritano.»
«Fantastico, zio!» esclamò Aladino «il mio sogno è sempre partecipare a un’edizione del Grande Cammello, tu puoi aiutarmi?» Il Grande Cammello era il reality show più popolare in Arabia, dove dei giovani trascorrevano le giornate sul dorso di alcuni cammelli a oziare, di-scorrendo delle loro vicissitudini esistenziali.
«Certo, caro nipote!» esclamò lo zio «devi sapere che io conosco tutti nell’ambiente, avendo fatto per anni lo spacciat … cioè, il procacciatore di talenti da presentare agli show televisivi di maggior successo!»
«Incredibile!» esultò Aladino, che era al settimo cielo e non stava più nella pelle dalla gioia «allora sei una specie di talent scout?»
«Io sono il migliore talent scout di sempre, Aladino, per questo sono venuto a cercarti, perché conosco le qualità eccezionali del mio carissimo nipote.»
La madre di Aladino, a dire la verità, non riusciva affatto a ricordarsi chi fosse esattamente quella persona, che aveva bussato questa mattina alla loro porta presentandosi come un vecchio zio d’Africa. Però, quando le aveva esposto le intenzioni che aveva sul conto di Aladino, sua madre fu subito felice di dargli corda, non vedendo l’ora che quello sfaccendato di un figlio le-vasse le tende. Sarebbe stata felicissima di poter avere finalmente la casa tutta per sé: avrebbe potuto fare yoga e curare il suo profilo Instagram senza più scocciature.
«Hai sentito, Aladino?» si affrettò a spronarlo sua madre «che cosa aspetti, dunque?» Preparata una sacca con i pochi vestiti del figliolo, la lanciò fuori dalla porta: «forza, abbi fiducia nel buon vecchio zio e il destino ti arriderà». Poi, senza tante cerimonie, spinse fuori dalla casa figlio e presunto zio e chiuse l’uscio con tripla mandata.

3

Lo zio salì sulla sua asina riccamente bardata e Aladino lo seguì a piedi.
Passarono tra i bazar e i palazzi della città e uscirono dalla porta delle mura che conduceva al deserto.
«Dove andiamo, caro zio?» chiese Aladino, che era già stanco per quel camminare: la distanza più lunga che era abituato a percorrere a piedi, di solito, era quella tra casa di sua madre e il bar.
«Come ti ho detto, figliolo» spiegò lo zio «io conosco tutte le persone che contano nel mondo dello spettacolo: stiamo giustappunto andando da una famosa star che ti farà un provino.»
Aladino sentì il cuore che gli scoppiava dalla felicità: «non so come ringraziarti, zio!» esclamò, con le lacrime agli occhi «magari mi farà partecipare al Grande Cammello!».
«Figliolo, ma questo è proprio il tuo giorno fortunato!» esclamò lo zio «ti sto appunto portando da Alessia Cammelluzzi, che desidera farti un provino per il suo talk show!»
Aladino non riusciva più a contenere l’emozione e, rinvigorito da quella notizia, seguì lo zio con l’umore al settimo cielo. Dopo aver camminato alcune ore nel deserto, lo zio fermò l’asina davanti a una caverna: «eccoci arrivati, caro nipote» disse ad Aladino «in fondo a questa caverna c’è il camerino di Alessia Cammelluzzi».
«Davvero?» esclamò Aladino, che non stava più in sé dall’eccitazione.
«Sì, figliolo» rispose lo zio «devi sapere che Alessia non ama la popolarità e conduce una vita piuttosto riservata; ora, forza, va e, mi raccomando, cerca di fare bella figura».
Aladino baciò lo zio sulla guancia, poi entrò nella caverna. Vedendo che, però, lo zio non lo seguiva, si voltò indietro e gli chiese: «tu non vieni, zio?».
Lo zio, inizialmente imbarazzato dalla domanda, rispose: «no, Aladino, vedi, quella è una ca-verna speciale in cui solo i tonti possono entrare; adesso, su, vai e non indugiare oltre!».
Aladino proseguì nella caverna, pensando alle parole dello zio: «chissà che cosa intendeva dire?» si chiese, poi arrivò in fondo al cunicolo ed entrò in una sala piena di rubini, diamanti e collane d’oro. Al centro della stanza c’era un tavolo con una vecchia lampada.
Aladino ammirò il tesoro a bocca aperta: «guadagnano proprio tanto, le star» pensò. Mentre stava contemplando quelle ricchezze, gli squillò il cellulare.
«Caro figliolo» disse lo zio, che gli aveva telefonato «Alessia mi ha avvisato che si è dovuta assentare improvvisamente per un servizio fotografico: si scusa e dice che ci riceverà un altro giorno.»
Aladino fece una faccia delusa, ma era comunque contento di avere un’altra occasione per fare il provino.
«Già che sei lì, dovresti farmi un piccolo favore» aggiunse lo zio.
«Qualsiasi cosa» rispose pronto Aladino.
«Qualche giorno fa, ho prestato ad Alessia una mia vecchia lampada; dovresti riportarmela su, per favore, perché è un caro ricordo e le sono affezionato.»
Aladino prese la lampada dal tavolo e salì verso l’uscita della caverna.
Lo zio gli balzò incontro: «su, dammela, presto» gli disse; poi, però, si accorse che una pattuglia della Guardia di Finanza si stava avvicinando a loro. «Dannazione!» esclamò e, salito sull’asina, fuggì via.
I finanzieri si lanciarono al suo inseguimento e Aladino rimase fuori dalla caverna con la lampada in mano. Non sapendo che cosa fare, tornò a casa, stanco e affamato.

4

Rientrato in casa, sua madre lo accolse, guardandolo delusa: «sei già di ritorno?» sbuffò «cioè, volevo dire, bentornato!» si corresse, a malincuore.
Aladino le raccontò tutta la storia e le mostrò la lampada.
«Che furfante!» esclamò la madre. Poi, guardò la lampada e disse: «è molto bella, ma è tutta sporca di sabbia». Preso un panno, iniziò a sfregarla: «la pulirò per bene, così almeno potremo rivenderla al mercato».
La madre sfregò forte la lampada e ne uscì una nuvola di fumo che riempì tutta la casa. Aladino e la madre si abbracciarono spaventati e, quando il fumo si diradò, si accorsero che dalla lampada era uscito un genio.
«Comanda, padrone» disse il genio ad Aladino «ed io esaudirò tutti i tuoi desideri.»
Aladino esultò! Dopo la gran camminata, il ragazzo non ci vedeva più dalla fame: «voglio una tavola imbandita di cibo e leccornie!» ordinò. Il genio schioccò le dita ed ecco che nella stanza apparve una tavola con sopra piatti, caraffe e vassoi pieni di roba da mangiare.
Aladino si gettò sulle vivande ma, deluso si ritrasse: si aspettava di addentare cosciotti rosolati, aragoste e succulenti spiedini di carne, ma nei vassoi c’erano solo broccoletti lessi, riso basmati, finocchi e insalate di quinoa.
«Genio!» esclamò Aladino, stizzito «si può sapere che cos’è questa roba?»
«Come!» rispose il genio «sono tutti cibi salutari, ricchi di vitamine e proteine, il meglio della dieta Vegan per rimanere in forma!»
Aladino assaggiò una carota bollita, poi la sputò. Scuotendo la testa, si sedette al narghilè per affogare i suoi dispiaceri con una fumatina ma il genio schioccò le dita e il narghilè sparì.
«Genio, dannazione!» protestò Aladino «che cosa hai combinato?»
«Fumare fa male!» spiegò il genio «perché invece non esci da casa a fare un po’ di footing?»
«Ma che razza di genio sei, tu?» esclamò Aladino, inviperito «voi geni non dovreste forse esaudire i desideri?»
«Per l’appunto, padrone» rispose il genio «e quale desiderio è più importante della salute?»
«Maledizione, genio!» si lamentò Aladino «gran bell’affare che ho fatto con te: non posso mangiare, non posso fumare; almeno, non potresti procurarmi una donna?»
Il genio sorrise, ruffiano: «certo Aladino, ogni tuo desiderio è un ordine». Poi, gli fece cenno di seguirlo fuori di casa. Aladino uscì dalla porta e vide che le strade erano deserte, le finestre chiuse e tutti i negozi avevano abbassato le serrande.
«Tra poco la figlia del sultano uscirà dal palazzo per scendere alla fontana a prendere il suo ba-gno mensile» spiegò il genio. La figlia del sultano! Aladino fremette per l’emozione. Quando passava per la città, la lettiga su cui la ragazza viaggiava, era sempre nascosta dai veli e tutti gli abitanti dovevano ritirarsi nelle loro case perché era vietato guardarla e nessuno l’aveva mai vista in volto.
«Quando si recherà alla fontana» gli disse il genio «ti farò diventare invisibile, così potrai avvi-cinarti a lei per vederla in viso.»

5

Jasmine, la figlia del sultano, scese lungo il viale principale e, dopo aver attraversato la città deserta con le finestre chiuse, si fermò alla fontana. Aladino, invisibile, stava in piedi davanti a lei, attendendo di poterne ammirare il leggendario volto.
Jasmine lasciò cadere il velo ai suoi piedi. Aladino sussultò; poi, sentì un conato di nausea: Ja-smine non era proprio come se la fosse aspettata! Era grassa, con il doppio mento, aveva i baffi ed era strabica, con un occhio che andava alla Mecca e l’altro a Gerusalemme. Aladino si spa-ventò e urlò al genio: «portami via di qui!» ma il genio stava ascoltando della musica con gli auricolari e non capì bene quello che Aladino gli aveva ordinato. Pensò che, per la gioia di tro-varsi davanti alla figlia del sultano, il giovane gli avesse chiesto di farlo tornare visibile per po-tersi dichiarare; perciò, schioccate le dita, il genio sciolse l’incantesimo.
Aladino apparve davanti agli occhi di Jasmine, nuda, che sorrise per la felicità: «un uomo, fi-nalmente!» esclamò la figlia del sultano; abbracciò Aladino, piena di gioia, e gli disse: «mio amato!». Aladino la guardò perplesso e cercò timidamente di protestare: «non ti sembra di cor-rere troppo?». Jasmine rispose: «e quando mi ricapita?». Poi, minacciò Aladino: «d’altro canto, ora mi hai visto senza veli, perciò o mi sposi o per te c’è la pena di morte!».

6

Le nozze furono celebrate con grande sfarzo: il sultano fece preparare un banchetto cui furono invitati principi e notabili del regno, e si festeggiò fino a tarda notte. Quando i novelli sposi po-terono ritirarsi nelle loro stanze, Jasmine si sdraiò nuda nel letto ma Aladino appoggiò una scimitarra sul lenzuolo tra loro due e si addormentò dandole le spalle. La mattina dopo, Jasmine corse in lacrime dal padre, lamentandosi per quel trattamento subito, al che il sultano montò su tutte le furie e fece incarcerare Aladino.
Gettato nella segreta più profonda del palazzo, Aladino si lamentava sconsolato, al che il genio sbuffò: «sempre che ti lamenti!» disse «non ho forse esaudito ogni tuo desiderio?».
«No, maledizione!» rispose Aladino ed esclamò: «vorrei proprio non aver mai trovato quella lampada!».
Udite queste parole, il genio schioccò le dita e uno sbuffo di fumo si sprigionò dentro la cella, avvolgendo Aladino e facendo scomparire tutto.

7

Quando riaprì gli occhi, Aladino si ritrovò nella caverna in cui lo aveva portato lo zio, in mezzo ai rubini e ai diamanti, davanti al tavolo su cui stava appoggiata la lampada. Aveva un forte mal di testa e faticava a ricordare che cosa fosse successo in quelle ultime ore.
All’improvviso, gli squillò il cellulare.
«Caro figliolo» disse lo zio, che gli aveva telefonato «dovresti farmi un piccolo favore.»
«Qualsiasi cosa!» rispose pronto Aladino.
«Dovrebbe esserci da qualche parte una mia vecchia lampada: dovresti riportarmela su, per fa-vore, perché è un caro ricordo e le sono affezionato.»
Aladino vide la lampada e provò un leggero smarrimento.
«No zio, mi spiace, non posso!» rispose Aladino perché quella lampada lo metteva molto a di-sagio.
«Maledetto!» urlò lo zio, arrabbiato «allora non uscirai più da questa caverna!» Lo zio pronun-ciò una terribile formula magica e la caverna si sigillò per sempre.

8

Dopo che Aladino rimase imprigionato nella caverna, sua madre trascorse alcuni giorni di spensierata felicità: si alzava presto per fare yoga e poi chattava su Instagram. Tuttavia, iniziò a sentire una crescente nostalgia per il figlio: seppur disgraziato, era sangue del suo sangue e lei l’aveva abbandonato nelle mani di uno sconosciuto.
Uscì perciò alla sua ricerca e, dopo aver chiesto a un po’ di persone, scoprì che quel truffatore aveva condotto Aladino alla caverna del Djinn. Il Djinn era un terribile spirito del deserto, biz-zarro e scontroso, con cui nessuno voleva avere a che fare. Arrivata davanti alla caverna, la madre di Aladino vide che era sigillata magicamente, allora telefonò al figlio.
Aladino pianse e si lamentò con la madre per la sua sfortuna, al che la madre gli consigliò: «figlio mio, la tua unica speranza di salvezza è trovare la lampada del genio e chiedergli di farti uscire da lì».
Aladino, seppure spaventato, sfregò la lampada, al che il genio riapparve in una nuvola di fumo.
«Ogni tuo desiderio è un ordine» disse il genio. «Fammi uscire da qui» gli ordinò Aladino.
Il genio schioccò le dita e, in un batter di ciglia, si ritrovarono tutti a casa: Aladino, sua madre e il genio. Aladino e sua madre non erano felici, però, perché il genio interpretava sempre male i loro comandi, facendo loro strani scherzi e causandogli un sacco di grattacapi.

9

Vedendo una foto che la madre di Aladino aveva messo su Instagram, il finto zio scoprì che Aladino era riuscito a portare la lampada fuori dalla caverna. Allora, si travestì da mercante e, preso un carretto che riempì di lampade nuove e bellissime, andò a casa di Aladino.
«Lampade!» si mise a fare voci fuori dalla porta «chi vuole cambiare la sua vecchia lampada con una nuova?» La madre di Aladino guardò dalla finestra e riconobbe il finto zio. Avendone piene le scatole di quel genio pasticcione, fu ben felice di scambiare la propria lampada con una nuova. Il finto zio, concluso il baratto, si sfregò le mani dalla gioia, credendo di aver fatto chissà che grosso colpo, e scappò lontano, senza sapere invece in quale guaio si fosse cacciato.
La madre di Aladino appoggiò la nuova lampada sul tavolo: era davvero bella, tutta d’oro e tempestata di zaffiri. Quell’orpello elegante, però, stonava con la povertà della loro casa perciò, avendo delle necessità ben più impellenti, la madre di Aladino andò al monte dei pegni e ven-dette la lampada.

10

Con i soldi guadagnati, lei e Aladino presero una nave per l’Italia e si trasferirono a Napoli, dove Aladino aprì un chiosco di kebap. Aladino preparava i panini e sua madre serviva i clienti. Presto, gli affari andarono bene; Aladino conobbe una brava ragazza italiana, con cui si sposò e misero al mondo un bambino e, qualche anno dopo, una sorellina. Comprarono un trilocale, la Mercedes a rate e il televisore a schermo piatto. Dopo qualche anno, Aladino ebbe un piccolo problema di tasse ma patteggiò una dilazione. Il figlio di Aladino si laureò in medicina e sua sorella in legge. La madre di Aladino invecchiò serenamente, confortata dall’affetto della nuora e dei nipoti, ma, più di tutto, felice che suo figlio avesse messo la testa a posto e fosse diventato un uomo tutto di un pezzo.
«Già!» usava ripetere spesso Aladino «perché non esistono geni magici, ma ognuno deve di-ventare il genio della propria vita.»

 


Bio – Pablo Cerini:

Classe 1976, lavora come sistemista gestionale, ma la sua passione è scrivere.
Ha pubblicato il romanzo young adult “Sette giorni”


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