La Colpa Del Silenzio – Arsenio Siani

“Stagli lontano, quelli hanno i pidocchi. Non sono cattivi, non è colpa loro, ma non ci puoi fare niente, sono dei disgraziati che fanno del male a chi gli sta vicino.”
Le parole di mia madre risuonavano ancora nitide, mentre tornavo con la mente agli eventi della mia infanzia, quando la mattina, prima di recarmi a scuola, venivo messo all’erta sui problemi che avrei avuto a frequentare i due bambini rom che erano nella mia stessa classe alle elementari.
“Sai cosa fanno i genitori di quei bambini? Rapinano le case, si ubriacano, fanno risse. Vivono nelle capanne” diceva mia madre, mentre mi sistemava il fiocco del grembiule. Non mi guardava mai negli occhi mentre pronunciava la sua sentenza di condanna nei confronti di quegli innocenti figli di nessuno, ancora troppo giovani per macchiarsi di qualche colpa, segnati dal destino col marchio dell’infamia e della vergogna, obbligati a portare sulle loro esili spalle il peso del loro nome, della loro origine, come un tanfo che non va mai via, una corda legata a doppio nodo intorno a polsi e caviglie che lascia inermi, impossibilitati a fuggire da quella discordia, dalla solitudine, dall’emarginazione sociale. Probabilmente mamma si sentiva obbligata a compiere quello scempio giudiziario, a rendersi compartecipe e complice di quell’ingiustizia per istinto di protezione materna. Meglio tenere il proprio figlioletto adorato dentro ad una campana di vetro, preservare la purezza e l’intangibilità del suo essere al costo di corromperlo, facendo sviluppare un senso di sfiducia e diffidenza nel prossimo.
“Kuka e Mersad sono sempre tanto tristi. Tutti i bambini li ignorano e li tengono alla larga, alcuni si tappano il naso quando li vedono entrare. Sicura che non posso essergli amico? Sembrano bravi” osai dire un giorno a mia madre.
“Sei ancora piccolo e ingenuo” mi rispose, “col tempo imparerai che l’apparenza inganna, quei due bimbi sembrano bravi, ma ricordati da quale ambiente provengono, sicuramente tra non molto diventeranno dei gran mascalzoni. Non lo dico con cattiveria, ma se non verranno tolti ai genitori stai certo che faranno una brutta fine”.
Ecco la condanna di mia madre pronta a gravare anche su di me.”Ancora piccolo e ingenuo”, disse con tono sprezzante, di chi la sua più lunga. Ma i bambini sanno, al di là delle stratificazioni di pensieri precostituiti, che alimentano i pregiudizi degli adulti. Sono in grado di guardare oltre. La loro mente pura, curiosa di osservare e imparare il mondo, sa giudicare la realtà oggettivamente, per ciò che è. E io sapevo. Potevo vedere. Gli sguardi di Kuka e Mersad che incrociavo, erano uguali ai miei. La stessa malinconia, la stessa paura della solitudine, potevo riconoscere una simbiosi di pensieri ed emozioni quando li guardavo negli occhi, come se potessi leggergli l’anima. “Sono diversi” mi diceva mia madre, “sono inferiori. Non meritano la tua amicizia”. Ma non poteva capire. Io ero come loro. Eravamo fatti della stessa essenza. I raggi del sole baciavano i volti di tutti i bambini mentre eravamo in cortile durante l’ora di ginnastica. Non c’era distinzione di razza, sesso, o religione. L’aria entrava nelle narici di tutti, l’acqua che usciva dalla fontanella della palestra non si rifiutava di saltare in bocca a Kuka e Mersad pensando che non meritassero quel ristoro. Se cadevano durante un esercizio e si sbucciavano le ginocchia piangevano come noi, le stesse lacrime, le stesse strilla di dolore. Erano uguali a noi. Cosa li rendeva diversi agli occhi degli adulti? Il viso diverso, più spigoloso, il naso aquilino, il mento pronunciato, gli zigomi scavati, tipico delle popolazioni dell’est? Già a quell’età avevo capito che non conta l’aspetto esteriore. I capelli che perdo ogni giorno, le unghie che taglio via quando diventano troppo lunghe, i denti da latte che ho perso durante l’infanzia e sostituiti da altri denti, le cellule del mio corpo che muoiono di continuo per essere sostituite da cellule nuove, tutto questo non sono io. E’ il mio corpo. Il mio involucro, dove risiede la mia anima. Ciò che mi accomuna al tutto, il mio microcosmo in continua relazione e interazione col macrocosmo. Che mi rende uguale agli altri. E gli altri uguali a me.
Me ne stavo nella sala d’aspetto della questura e la scena agghiacciante che si stava manifestando dinanzi ai miei occhi aveva spinto nella mia testa quei pensieri, quei ricordi, che mi facevano riflettere e inorridire per l’assurdità dell’evento a cui stavo assistendo. Mi ero recato lì per denunciare lo smarrimento della mia carta di credito, il poliziotto di turno in guardiola mi invitò ad attendere il mio turno nella stanzetta di fronte che trovai affollata, in quel mattino di un giorno di ordinaria follia, da un gran numero di extracomunitari. Presumo che fossero lì per questioni inerenti al permesso di soggiorno. Non c’era posto per sedermi così rimasi in piedi ad osservare i volti di quelle persone riverse sulle sedie, notai la tensione negli sguardi, lo spaesamento, la paura. D’un tratto un auto di pattuglia arrivò sgommando dinanzi all’ingresso della questura, ne uscirono due poliziotti dal fare strafottente, capelli rasati, occhiali da sole, camminata marziale. Attraversarono la sala d’aspetto, entrarono nell’ufficio dell’ ispettore e, dopo qualche minuto, ne uscirono e cominciarono a urlare contro gli immigrati in attesa dinanzi alla porta. Li vidi impartire ordini, bistrattare, indirizzavano le persone verso gli uffici in cui dovevano svolgere le pratiche, accompagnando le indicazioni con minacce e insulti. Tra queste persone vi era una bella ragazza di colore, che doveva avere a malapena 20 anni, rimasta seduta al suo posto ad osservare terrorizzata quella scena. Uno dei due poliziotti gli si avvicinò. “Hai il passaporto?”chiese. La ragazza non rispose. Aveva le lacrime agli occhi. “Hai il passaporto?” chiese di nuovo il poliziotto, urlando con severità. La ragazza rimase in silenzio. “Ora ti tiro uno schiaffone se non mi rispondi”, urlò il poliziotto caricando un manrovescio.
A quel punto non riuscii più a trattenermi e intervenni. “Scusi, mi viene da pensare che la ragazza non parli italiano. Forse semplicemente non capisce quello che sta dicendo. Do you have a passport?” le chiesi. La ragazza accennò un sorriso e mi porse il suo documento che io rigirai al poliziotto. “Visto? Che ci voleva?” dissi, con tono di scherno. Gli occhi del poliziotto si infiammarono, ma non fece in tempo a dire o fare nulla perchè fui chiamato dall’ispettore per la denuncia. Era il mio turno.
Entrai nell’ufficio e fui accolto da una signora quarantenne sorridente e dai modi gentili. “Oh finalmente un bel giovanotto. E’ tutta la mattina che disbrigo pratiche con vecchini e extracomunitari, non ne potevo più. Posso darti del tu, caro?”
“Preferisco di no”risposi, guardandola con severità.
Il questore deglutì e sgranò gli occhi. Poi, nervosamente, cominciò a disbrigare la mia pratica. Le tremavano le mani, la vidi sudare freddo. Puzzava di senso di colpa. Avevo innescato la miccia del rimorso dentro di lei, aveva capito che la mia freddezza era dovuta al disprezzo che provavo nei suoi confronti per essere rimasta inerme dinanzi all’avvenimento di poco prima. La porta dell’ufficio era rimasta aperta, lei aveva potuto sentire e vedere tutta la scena ma non era intervenuta per fermare o richiamare i suoi colleghi. Aveva fatto finta di niente, continuando le sue mansioni con aria indifferente, per cui ai miei occhi era colpevole come gli autori di quel gesto sconsiderato. Il silenzio, in questi casi, è una colpa che fa più rumore del boato causato dalla frana in una montagna.
Dopo aver terminato la pratica uscii senza salutare e mi avviai verso l’uscita. Il poliziotto era ancora lì, dove avevamo discusso poco prima. Mi guardava in modo minaccioso. Durante tutto il tragitto fino all’uscita non staccò gli occhi da me neanche per un istante. Mi chiesi cosa avessi fatto di male per meritarmi un atteggiamento così ostile da parte sua. Avevo osato contestare l’autorità? Un funzionario delle forze dell’ordine non sbaglia mai? Mi ero intromesso in faccende che non mi riguardavano? Eppure la difesa dei più deboli dovrebbe essere il primo obbligo morale per ogni cittadino, anzi, per ogni essere umano. Mentre cercavo risposta a questi interrogativi non potei fare a meno di riflettere su quanto il mondo e la società fossero alla deriva, con la perdita del proprio senso di umanità e di giustizia. Creiamo barriere, vediamo differenze dove non ci sono, diffidiamo del prossimo. Per sentirci più sicuri. Migliori degli altri. Speciali. Il super-io che si fa legge, l’affermazione del proprio essere che diventa la priorità a discapito del prossimo.
Mi fermai ad un supermercato per fare la spesa. Riconobbi tra le persone in fila alle casse la ragazza che avevo difeso in questura. Si avvicinò a me, si sollevò sulle punte e mi baciò su una guancia. Poi mi mostrò nuovamente il radioso sorriso che aveva esibito poc’anzi. “Akh” disse, e poi corse via. La osservai mescolarsi tra la folla e sparire dalla mia vista, un folletto che corre felice nel flusso della vita e torna a unirsi alla corrente dell’universo. Tornai a casa e cercai su internet il significato della parola akh in arabo. Lessi la traduzione. Akh. Fratello.

 


Bio – Arsenio Siani:

Sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa.
Il mio percorso di vita ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Ho condiviso la mia esperienza con gli alunni, mostrandogli il metodo che ho utilizzato per scrivere, ho donato loro i segreti del mio mondo interiore ed è stato bellissimo constatare la risonanza tra le mie storie e le loro. I nostri cuori battevano all’unisono, le nostre anime si toccavano, i racconti pulsavano di vita vissuta.
Ho all’attivo otto pubblicazioni tra romanzi e raccolte di racconti.
Parallelamente all’attività come scrittore svolgo anche quella di counselor, tramite cui aiuto le persone in percorsi di crescita personale e professionale.


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