Magi – Roberto Corridori

Dormono. Dormono d’un sonno profondo, con la sabbia che li avvolge come una coperta leggera. Dormono ignari del loro dormire, come solo può capitare a chi è morto da tempo. Le orbite vuote dei teschi non guardano nulla e nulla loro importa guardare. Sono in tre sepolti lì sotto da quando la tempesta di sabbia li ha colti. Tre amici che in carovana andavano a vendere i loro prodotti al di là di deserti e montagne.
“Scavate”. “Ancora più in fondo” . “Scavate”. Destarsi da un sonno così non è cosa da niente e i tre si ritrovano assieme a guardare la fossa che badili e picconi hanno formato.
Qualcuno dal fondo mostra un osso: “Imperatrice li abbiamo trovati!”. “I Magi! Abbiamo trovato i Re Magi!” urla l’ossessa. I tre si guardano in faccia: “Ma che Magi?”. ”La leggenda era già vecchia quando eravamo ragazzi. Ma cosa ha in testa sta’ gente che viene a disturbar proprio noi?”.
Il sonno, “quel sonno”, ha volte ha effetti come di droga e i nostri tre neanche si accorgono del sole alto nel cielo, del vento e del profumo di terra che persino la sabbia trattiene. Non è che si riconoscono nelle ossa che vengono ammonticchiate su teli: non sentono nessun legame, è solo che vorrebbero tornare a giacere e continuare quel sogno che non c’è stato ma che avrebbe anche potuto esserci ancora.
Quando i carri però al mattino seguente ripartono, loro si sentono avvinti da un filo sottile che li trascina come schiavi legati alla fune.
Sabbia. Sabbia e sabbia ancora. Ma ai nostri amici camminare non pesa: scivolano sulla sabbia e più avanti anche sul mare. Tra loro parlano poco perché, dopo tanto giacere, le parole hanno un sapore strano e loro quasi hanno paura di poterle sprecare. Ma quando ci vuole ci vuole e ogni tanto uno sbotta “Ma dove …. diamine …. ci stanno portando? “.”E perché ? Quella vecchia megera neppure si è accorta di noi, continua a blaterare rivolta alle nostre ossa e di nient’altro le importa”. “Chi mai può averci risvegliato ? chi può avere un così grande potere?…..” E a questo punto negli occhi di ciascuno di loro si riflette un sospetto.
A Costantinopoli le mura dorate li accolgono con la folla che acclama. E’ già pronto un sepolcro splendente in Santa Sofia, ma loro preferiscon rimanersene fuori, sin dove il legame invisibile gli concede di stare. La domanda rimane la stessa: “perché ?”. Si interrogano a lungo tra loro, ma non vengono a capo di niente. E’ pur vero che i loro nomi sono proprio come quelli dei Magi e si chiamano infatti Melekh, Balthasar e Gathaspar, ma altro in comune non hanno con i veri Re Magi, se mai siano esistiti dei Re Magi sul serio. A suo tempo (prima della disgraziata bufera) ci avevano anche scherzato, ma adesso non si sentono proprio più in vena. Le loro vite sono state quelle di gente comune, con famiglia e portando merci in mercati lontani. Un errore di persona soltanto per un nome che suona lo stesso? Come può essere possibile un tale sbaglio? Senza pensare che ad averlo commesso dovrebbe proprio essere chi è omnisciente.
Passa il tempo e ancora passa. E poi si parte. Si va a Milano. “Ma dov’è Milano? Ai miei tempi mica c’era”. Oltre al mare, poi su e giù dai monti e si arriva in Lombardia, dove la terra non è proprio quella del deserto, anzi è umida, per non dire che il fango è sovrano.
E proprio quel fango, proprio sotto le mura, avvinghia le ruote del carro che più non si muove. Le verghe dei carrettieri sibilano come vespe impazzite sui dorsi dei grandi buoi, ma questi già si son dati per vinti e muggiscono per le sferzate senza più far forza sui basti di legno.
Arriva anche il Vescovo Eustorgio e pensa di risolvere il tutto decretando che lì sarà eretta una cattedrale per custodirci i Re Magi. Così in effetti fu fatto e ai tre compagni fu fissata una eterna dimora.
“Dal deserto a Milano”.” Che idea”. E gli anni si assommano agli anni, finché se ne arriva il Barbarossa che, dopo aver bruciato e mozzato tutto quello che c’era da bruciare e mozzare, si porta via i Re Magi per ornare la cattedrale in Colonia.
Ed è a questo punto che la situazione si complica ancora: le ossa se ne vanno mentre loro restano dov’erano prima. “Ma che vorrà mai dire ?” E’ che lo dice è Melek che fra i tre è quello che si rassegna di meno. “Si sono scordati di noi ? E se non serviamo perché non ci lasciano andare ?”. Balthasar è più lento a pensare e mentre pensa con le dita si arriccia la barba (o quello che è). “ E se non ci fosse un disegno ? Se Dio agisse senza un perché ? E se non ci fosse ragione di averci tolti dal nostro sonno di morte ?”
Quello che si ha sotto il naso è sempre quello che meno si vede e così, dopo molto soltanto, Gathaspar fu colpito da una illuminazione improvvisa. Sulla cuspide della cupola della Basilica nuova non è stata eretta una croce, ma una stella dorata con ben cinque punte. “La stella cometa… E’ una stella cometa!”. Gathaspar è quello che la notte guardava le stelle e poi indicava la meta: se diceva che quella era una stella cometa si poteva ben credere che fosse proprio una stella cometa. “Per questo siam qui. Per qui deve passare la stella….”
Speranza. La speranza che un motivo ci sia. Che un Dio esista e qualcosa abbia in mente. Forse…. Ma è speranza. Chissà.
La tradizione nel tempo si afferma e adesso tutti vanno a seppellire i propri morti oltre le mura, dove la città viene a finire. E’ un anello intorno a Milano che viene chiamato il Comune dei Corpi Santi e che è davvero la terra dei Magi. Tra Magi, morti e residenti il Comune pian piano viene a cambiare e preme sulle mura spagnole. Prima casupole, poi veri e propri edifici. Se si è fuori porta non si pagano dazi e quindi conviene. Artigiani e piccole fabbriche che richiedono costruzioni basse e tetti: un mare di tetti e solari che ai nostri amici in breve ricorda le città dai tetti a terrazza che hanno conosciuto da vivi.
E poi, le sere d’estate, la luce che svanisce verso il Rosa sullo sfondo lontano e dona ai muretti e alle tegole quell’oro che sembrava avere il deserto soltanto. Così che non si sta proprio male.
Che il Comune dei Corpi Santi sia stato assorbito dal Comune di Milano loro manco se ne sono accorti e neppure che il Cardinal Ferrari abbia riportato in Sant’Eustorgio i loro resti: due fibule, una tibia e una vertebra. Anche al Cardinale è sembrato un po’ poco, ma è quello che gli hanno dato. Loro ogni notte salgono su un tetto e seduti sullo stesso muretto di sempre, se ne stanno muti a guardare il cielo che viene a scurire. “Sarà questa sera ?” “Vedremo la stella cometa?”. Le stelle sono così tante, così immenso il cielo stellato che persino Gathaspar si smarrisce. “E se non la vediamo?”. “Se passa di giorno col sole non ce ne accorgeremo neppure”. Solo Melek ha la sicurezza di sempre: “Se la cometa passerà ci sentiremo tirare dal nostro legame come un tempo e dovremo seguirla anche se non la vedremo” .
“E poi?” sospira Gathaspar.
“Poi si vedrà”.

 


Bio – Roberto Corridori:

Nato MILANO nel 1946, vi vive tuttora


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