Le Foto Compagne Della Mia Solitudine – Nicolina Ros

La prua della “Santa Cruz” fende la calma delle onde. Spira un vento trattenuto, senza affanni. Lo aspiro a pieni polmoni per ricavarne energia, per familiarizzare con l’odore del mare, così estraneo per me! Odore che nulla ha da spartire con quello dell’acqua del mio Fiume che, come un profumo si effonde, impregnando le campagne, il paese.
Dopo una settimana mi sta ancora appiccicato addosso. Lo percepisco tra le trame degli abiti, nei pori della pelle, tra i capelli che quest’aria appena mi scompone, tentando di sfilarlo via.
Dietro la nave, sulla scia schiumosa, gioca l’argento che cade dalla luna, si confonde in essa, si dissolve piano, inghiottito in fondo al nero della notte. La terra s’indovina appena dai puntini luminosi sempre più piccoli, sempre più vaghi.
La nave, salpata dal porto di Genova, è scesa fino a Napoli. In questa tappa, la tentazione di abbandonare l’impegno assunto, scendere e tornarmene a casa è stata violenta. Ho lottato, ho resistito… mi prendesse un colpo! Mi sono sentito in trappola quando è ripartita.
Che ci vado a fare io, innamorato della terra mia, in America? Voglio tornare indietro, indietro tutta…
Trascino i piedi lungo la scala che dal finestrone del secondo ponte porta giù al terzo. Mi resta disegnata dentro agli occhi la volta del cielo. Ha la stessa luce, le stesse ombre misteriose.
Nello spazio angusto della cuccetta non riesco a rilassarmi. Il sonno non arriva a dar tregua al mio spirito che fino ad ora nessuno è riuscito a imbrigliare, né a sciogliere gli interrogativi che lo agitano.
Mi concedo due abbondanti sorsi di grappa, che l’amico Mignelli mi ha fornito prima di partire.

«Perché non parti anche tu con mio fratello? Avresti lavoro assicurato, pagato in dollari!» aveva detto Remigio alla partenza di fra’ Feliciano, per il collegio dei francescani di Padova, aperto da due anni a Florida in Uruguay.
«Hanno bisogno di un giovane volonteroso e sano, che prepari blocchi per ampliarlo e accudisca alle mucche», aveva aggiunto.
A ventisette anni, che posso dire della mia situazione occupazionale ed economica: catastrofica? Non posso vantare un mestiere vero e proprio. Mi sono arrangiato a fare un po’ di tutto contentandomi di sbarcare il lunario.
Fra’ Feliciano è convincente e la sua proposta mi stuzzica. Poi la allontano, ma non ho un lavoro fisso, dignitoso. Questa la nuda e cruda verità.
“Parto! Al diavolo i ripensamenti!” concludo e mi coglie il panico…
“No, non parto! Non ce la farò mai a stare senza Anna!”
Mi sveglio in un bagno di sudore.
Invano tento di riemergere dal vortice nauseante nel quale mi dibatto.
A fatica butto lo sguardo intorno. Non sono il solo in tale guaio. Qualcuno vomita anche l’anima. Qualcun altro prega. C’è chi si tiene la testa stretta tra le mani a limitare il movimento che i flutti impazziti imprimono alla nave. Chi ha le dita ficcate nelle orecchie nel tentativo di allontanare lo sconquasso al quale le sottopongono. Un conato violento mi assale, rivoltando lo stomaco tra fitte più maligne di un’ulcera perforante. Con un lamento impotente ricado all’indietro.
Che mi venga un colpo a me e a chi mi ha convinto a partire!
L’alcool morde la gola, calma l’ansia. Scivolo nel sonno.
In quel marasma ricerco in fondo agli occhi serrati il volto di Anna, davanti alla corriera. Lo sguardo umido di lacrime, cancellate dalla piccola mano prima che il loro rotolare per le guance, le palesasse.
Ricerco le facce degli amici di tante avventure. Di Stic che non mi ha detto parole per salutarmi, solo ha alzato la mano in un cenno di saluto.
Mi convinco che ce la posso fare anche se momentaneamente senza di lei, senza di loro, senza la mia terra.
Finalmente il mare si placa, con esso anche l’infame malessere e seppur spossato, il cielo tornato limpido un po’ di fiducia, devo dire che me la ridona. Quando è così, ci è concesso di uscire fuori coperta, stando separati dai signori del primo ponte, si capisce!

Navighiamo nell’Atlantico.
È l’ultima settimana di un viaggio che mi pare eterno.
Non vedo l’ora di sentire la terra salda sotto i piedi. Non avrei mai potuto campare facendo il marinaio io! Sono agitato, senza far niente tutto il giorno, la mente si lascia ingarbugliare dai pensieri, pur che cerco di nutrirli di speranza.
Penso a cosa troverò al collegio, mi adatterò?
Come farò a vivere sradicato dalle mie abitudini, dalla mia terra, dai miei amici, da Anna?…
Ecco che già mi serpeggia uno strano malessere che seppure mi pare presto definire nostalgia, gli assomiglia molto e sporca la speranza. Per credere nelle mie potenzialità e, per tutte le intenzioni che ho nel cuore…, in fondo non è che starò via per sempre!
Già me lo sono prefissato prima di partire, che cioè se non va, tornerò indietro.

Com’è nero l’oceano di notte… è nero anche quando il cielo è un luccicar di stelle, che sembra ricamato come gli abiti da sera delle signore. Mi spaventa.

È lo spuntar del giorno, davanti al finestrone del secondo piano della Santa Cruz, aspetto…
Aspetto che proprio laddove l’acqua si mistura al cielo rendendo l’orizzonte incerto, il sole venga su a indorarlo. Quale sorpresa mi coglie al focalizzare corpi enormi, flessuosi. Corpi lucidi e potenti che saltano a fianco della nave, come ad accompagnarla nell’andare: un branco di delfini!
Il movimento? Danza. Il canto? Musica. Si rincorrono, si alternano in balzi poderosi e agili che sfiniscono nel riflesso del sole provocando spruzzi alti, iridescenti. Riemergono e, in una serie ininterrotta di sequenze danno vita ad un gioco suggestivo.
Agito le mani a salutarli:
«Siete belli!» urlo estasiato. E… ho la convinzione che lo apprezzino, che mi odano, che mi capiscano poiché mi concedono il bis. Poi s’inabissano. Ogni mattina corro su per incontrarli. Pare che seguano la nave, che aspettino quell’ora incantata per esibirsi. Ed ecco che addirittura li riconosco: qualcuno per il suono che esprime nel canto, qualcun altro per il salto nel quale si produce.
Siamo in prossimità del porto di Montevideo, l’alba sbiadisce le stelle.
Salgo, a salutarli. Voglio ringraziarli per avermi donato attimi di pace con le loro danze, le loro grida che paiono canti…
«Basta poesie! È ora di affrontare la realtà!» mi ammonisco.
Ci sono due fraticelli ad attendermi, avvolti in sai neri. Sono venuti a prendermi con un camioncino sgangherato. Caricano il mio baule e le due valigie.

Prendiamo posto, partiamo alla volta di Florida che già è l’imbrunire. Loro zitti, io zitto.
Arriviamo al collegio, che è buio pesto.
Il Superiore mi assegna una cameretta provvisoria, mi mette in mano un crocifisso:
«Che il Signore ti benedica, ne avrai bisogno. Da domani comincerai il tuo lavoro» dice.
Eppure non so perché, nella sua voce c’è una vena come dire? Sibillina!
“Che ti aspettavi?” mi chiedo d’istinto: “Che ti ricevessero con una tavola imbandita?
Sarai l’uomo di fatica per il collegio è giusto che da subito tu ti metta in riga, che capisca bene quale sarà il tuo ruolo. Nel silenzio tiro fuori dalla tasca, la foto della nave comprata a memoria della traversata oceanica e scrivo:
“27 Agosto 1950. La ‘Santa Cruz’, questa nave vecchia mi ha portato in Uruguay.”

Immediatamente capisco l’errore fatto e ogni giorno, mi sento peggio.
Fra’ Valeriano e l’unico che sembra comprendere veramente il mio disagio, tenta di farmi sentire la sua fraterna amicizia. Per invitarmi a dare un senso alla mia vita usando la volontà per ricercarlo. Mettendo da parte i cattivi pensieri. Accettando di mescolarmi al mondo nel quale vivo per non sentirmi abbandonato. Fino ad ora purtroppo, nonostante i proponimenti e la strenua lotta per portarli avanti, non ci sono riuscito.
Le sue parole erano solo di circostanza?
Il dubbio scava:
“Bella questa… figuriamoci se erano rivolte a te! Siamo seri! Chi vuoi che dispensi attenzione e affetto a disgraziati fin dalla nascita come me!”.
L’incapacità di concedermi indulgenza mi fa salire dentro la rabbia a livelli pericolosi.
Appena entro nella baracca, dove ormai vivo come un eremita, in mezzo agli animali che accudisco, prendo la bottiglia mi ci attacco con furia.
Quando è finita ne prendo un’altra. Ho bisogno di stordirmi e tacitare la mia incoerenza, la mia paura a ritornare in Italia da fallito.

Guardo la scatola che contiene le foto della mia giovinezza spensierata, cerco la loro voce compiacente.
Mi ghiaccia la disapprovazione del loro silenzio che fa aumentare il mio furore.
Le tolgo.
Le strizzo tra le mani:
«Parlatemi!» ordino gridando.
«Perché mi avete lasciato partire dall’Italia?» singhiozzo lanciandole via da me.
«Prova tu… Prova tu… e tu e tu…», urlo a quei volti fermi, occhi immobili, bocche silenziose, a quelle mani alle quali vorrei implorare carezze sincere.

Mi lascio cadere all’indietro sulla branda, davanti al loro sparpagliarsi.
Sembra un tuono il tonfo del mio corpo che si dilata dentro e fuori, nell’esiguo spazio che sta intorno. Il suo rimbalzo vaga sulle pareti e nel mio cervello annebbiato che ha perduto ormai ogni controllo.

D’improvviso topi grossi come gatti mi salgono sulle gambe, mostrano i denti aguzzi, ridono beffardi. Mi attraversano il corpo, si avvicinano al mio volto, sento l’odore fetido del loro fiato.
Confondo le mie grida con le loro.
In quella situazione grottesca, mi sorprende la consapevolezza che sto soccombendo.
Apro gli occhi alla luce che illumina la stanzetta. La testa mi scoppia.
D’improvviso mi tornano in mente i topi grandi come gatti.
Un brivido mi percorre ogni fibra, alzo di scatto le gambe che sporgono penzoloni dal letto, come a sottrarle ancora dalle immonde presenze. Poi uno scatto sono in piedi.
Per un attimo le gambe mi sorreggono poi tremando cedono e mi ritrovo in ginocchio sul pavimento.
Non ci sono le bestiacce, ma le foto che nella follia dell’ubriachezza avevo buttato via da me. Raccolgo quella a me più vicina.
C’è immortalato un bambino di pochi mesi. Quel piccolino è il bimbo che sono stato.
Me lo stringo al petto, lo cullo.
Dirmi bestia è un complimento!
Ricordo la sfida resa coraggiosa e disinvolta dall’alcool.
Il groviglio di pensieri, l’amarezza, lo sconforto, che mi attanagliavano più forte che mai.

Nel delirante rammarico del ricordo di tanti anni trascorsi da solo, seduto a terra, avevo sparso le foto a formare un ventaglio intorno a me.
Con gesti impacciati e lenti, le avevo disposte in ordine cronologico, come ad assemblare i fotogrammi del film della mia vita.
Prendendo coraggio e sostegno dalla bottiglia, avevo provato ad ipotizzare varianti strabilianti senza contare che, per cambiare il mio destino avrei avuto bisogno di: fortuna, sostegno, benevolenza, benedizioni e miracoli, ma io, santi in Paradiso, non ne ho mai avuti!
Un nuovo lungo sorso per incoraggiare la soluzione per una ipotesi percorribile ancora. Così, con il coraggio alimentato dal vino, la notte era cresciuta… era divenuta infernale.
Quando ero “pieno”, ecco che tutto aveva preso la piega voluta, tutto era andato in ordine!
Le foto erano divenute le carte con le quali giocavo una partita le cui regole dettavo io…, che mi permettevano di vincere sempre tutto ciò che chiedevo alla vita.

Ho ancora bisogno delle mie foto.
Ho necessità di parlare con qualcuno, di sentire la presenza di qualcuno anche se impressa su un rettangolo di cartone.

Al chiarore della candela, nel passarle e ripassarle colgo ciascun particolare, ogni espressione dei volti. Mi viene tra le mani quella fattami qui, da un frate: mi ritrae davanti alla baracca. Un vitellino per compagnia che con gli occhioni grandi, tenerissimi, che seguiva ogni mio passo, mi strusciava il muso sulle gambe, mi leccava le mani, neanche fosse stato un cagnolino.
L’avevo buttata tra le altre senza guardarla. Al vederla ora è ricevere in faccia un secchio d’acqua gelata.
Come può essere che sia io?
«Ecce homo!» mi sale alle labbra, proprio come diceva mio padre nei momenti neri.
Bestia! Come sono ridotto!
Dov’ è finito il Pepe, quel nome epico che mi avevano affibbiato addosso come una seconda pelle a ricordare che ero il mitico punto di riferimento di tutti i giovani del mio paese, sempre sbarbato, i capelli biondi e ondulati ben pettinati?
E nonostante la miseria gli abiti profumati di sapone?
La dignità insomma verso la propria persona.
Dove sono finiti i miei sogni di far fortuna?
I dollari a palate?
La stima dei frati?
La comprensione per uno straniero?

Vivo come una bestia insomma, peggio: sono il servo delle bestie.
La casa di mio padre è una reggia al confronto di questa baracca. Baracca che al mio paese non useremmo neanche per tenere i maiali.

Mi sento come il ‘Figliol prodigo’ della parabola.
Solo che io non ho sperperato le ricchezze di mio padre, ché ricchezze lui non ne aveva, neppure da mantenermi aveva!

Potrei dire quindi senza ripensamenti:
“Torno a casa da mio padre!”, invece urlo, impreco, ma contro chi?
Con chi se non con la bestia che io sono?
Perché non trovo il coraggio di tornare sui miei passi? L’avevo messo in conto.
Ma che dico? Io sono forte, ce la farò. La fatica non mi ha mai fatto paura. Non mi devo lasciar vincere dallo sconforto al quale la solitudine mi trascina.

La solitudine erode il cuore, come la piena erode gli argini del mio Fiume. Senza riguardo mi consegna alla nostalgia che è al pari di un brutto male, che mai vorresti ti aggredisse.
Le urli per spaventarla, per falsare la tua fragilità e lei, che ti conosce fino in fondo, ti si attacca più forte e ti frega.

Alla fine le consegni sangue e anima e le dici anche “Benvenuta” se mi porta il conforto del ricordo del mio Fiume che ad ogni stagione, complice la posizione del sole e della luna, cambia cromia, trasparenza, luce. Cambia il mormorio.
No! Il suo odore unico, quello no… non lo cambia mai: è dentro i pori della mia carne fin da quando ero ragazzino e niente e nessuno me lo potrà mai togliere! Il suo odore è rimasto la mia unica certezza a cui ogni notte mi aggrappo per superare l’infinito buio che mi sta intorno e dentro l’anima, aspettando con ansia l’arrivo di un nuovo giorno.

Dopo 57 anni di solitudine, confortato solo dalla mie foto, sono tornato finalmente in Italia.

 


Bio – Nicolina Ros:

In concorsi italiani ed esteri ha ottenuto 260 riconoscimenti, con 34 primi posti, 28 secondi e 19 terzi. Nel 2008 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e nel 2014 la Laurea H.C. in letteratura. Nel 2017 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Pubblicazioni: “All’ombra della meteora”- “Il coraggio di amare” – “Un quarantotto” – “Contenti con un po’ di niente” – L’aroma dello spino nero” – “Opzione italiani” – “I fiori del sole”- “Oltre la finestra” – “Il maestro di violino” – “Echi dell’anima” – “Una questione di cuore” – “Ai confini dell’infinito” – “Padre volevo darvi del tu”- “L’ultima stazione” – “Meta” – “Il camioncino blu” -“Frammenti emozionali” – “Gioia Luminosa”- “Senza ritorno” – “ Goodbye New York” – “Petali di una camelia”-

Titoli disponibili su Amazon: “Opzione italiani” – L’aroma dello spino nero” – “L’ultima stazione” – “Meta” – “Il camioncino blu” -“Frammenti emozionali” – “Senza ritorno” – “Goodbye New York” – “Petali di una camelia” – “Conta su di me” – “ L’Universo intorno”- “ i confini dell’infinito”.


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