La Zattera di Piume – Nicolina Ros

Ebbene sì, sono ancora qui e gioisco della bellezza che il buon Dio anche oggi elargisce al mondo e mi dona il tempo di incantarmi davanti allo spettacolo sempre uguale eppure diverso, messo in scena dalla natura che mi circonda. Il susseguirsi delle stagioni, il loro generoso adornarla, spogliarla e rivestirla nuovamente, come in un gioco straordinario e magico che contraddistingue ogni sua manifestazione.
La mia età è grande ma le gambe ancora mi permettono di camminare, anche se coadiuvate da un bastone.
E, mentre vado lento tra i filari delle viti che si allungano di lato alla casa dove vivo con mia moglie Teresa e la famiglia di nostro figlio Silvano, mi accompagnano le mie cinque oche: bianche e chiacchierine.
La faccio tutti i giorni questa passeggiata, per guardare il cielo, le sue molteplici variazioni e la corona delle montagne con il monte Cavallo che la sovrasta.
Le oche come avessero un orologio incorporato, non aspettano altro e mi precedono senza tuttavia arrogarsi la licenza di lanciarsi in velocità impossibili da sostenere per me. Si sfogano quando torniamo, starnazzando e sfinendosi nel classico movimento delle teste: dall’alto verso il basso, e il frullare delle ali sbattute in aria come in un improvviso desiderio di spiccare il volo.
Mi piacciono le oche, soprattutto quelle bianche, per via delle piume. Il motivo c’è ovviamente: mi riconducono a quelle degli angeli…
Con le mie oche io ci parlo e non perché sragioni, tutt’altro! È che mi viene spontaneo nella calma mattutina esternare pensieri che riportano ai ricordi e, i ricordi, al senso dell’esistenza, al suo scorrere con i tanti inciampi, ma anche con le gioie, un po’ più rade si sa, e credo che su questo siamo convinti tutti.
Un’esistenza comunque lunga per me. Un’esistenza che pareva invece spacciata già nel fiore degli anni. Sono nato il 17 gennaio 1921 e, se ci rifletto ora, mi viene spontaneo valutare che non sia stata una semplice coincidenza: che cosa? Ma che la mia venuta al mondo fosse capitata proprio nel giorno di Sant’Antonio Abate! La ritengo una significazione precisa che mi ha accompagnato e mi accompagna lungo lo scorrere dei miei giorni e delle mie notti.
Io crescevo forte, robusto, un po’ monello e assolutamente spericolato. Nulla mi metteva in soggezione o m’impauriva e questo comportava che mi cacciassi sovente nei guai.
Mamma allora si era premurata di pormi sotto la protezione del Santo affinché lui mi affiancasse un Angelo custode con l’A maiuscola! Un angelo sollecito, attento, con le ali fitte di piume super, per essere sempre pronto a venirmi in aiuto.
Improvvisamente la guerra fece smarrire l’incedere semplice ma laborioso del vivere in quel tempo. Era il 31 gennaio del 1941 quando, arrivò anche per me, la tanto temuta cartolina di precetto. Fui mandato alla caserma di Gemona e fornito di zaino con il corredo più una coperta e la mantella, assegnato al Battaglione Gemona 8° Reggimento alpini Divisione Julia 69° Compagnia dislocata a Plezzo in Iugoslavia a fare presidio. Con la mia compagnia il 10 agosto fummo trasferiti in treno a Brindisi, al fine di imbarcarci per la Grecia.
Qualche giorno dopo imbarcati su una motonave, superando l’incognita degli aerei inglesi, sbarcammo a Corinto. La missione per noi era di presidiare quel territorio e il relativo canale.
D’improvviso, assalito da una febbre alta e persistente, ero stato ricoverato in ospedale da campo. Avevo contratto la malaria. Ero stato curato e a guarigione avvenuta, avevo ricevuto l’ordine di rientrare in Italia, con la divisione alpina Julia, destinato alla campagna di Russia.
Salutai l’amico Santarossa. Lui mi raccomandò di far sapere a sua madre che stava bene e che stesse tranquilla, sarebbe tornato presto a casa.
Al porto di Corinto ci attendevano la nave Viminale e la Galilea. Il Battaglione Gemona divisione Julia del quale io facevo parte, con una compagnia di carabinieri, una di bersaglieri e circa una quarantina di prigionieri politici greci, imbarcati sulla Galilea.

Salpammo il pomeriggio inoltrato del 27 marzo 1942, diretti a Patrasso là dove si aggiunsero i Piroscafi Piemonte, Ardenza e Italia. Lasciammo Patrasso il giorno dopo, 28 marzo alle ore 13:00. Ci scortavano cinque Torpediniere e alcuni aerei da caccia che ci seguirono fino al sopraggiungere del crepuscolo. Il cielo a quel punto greve di nubi minacciose, non presagiva nulla di buono.
La navigazione proseguiva regolarmente nonostante le frequenti esplosioni di bombe di profondità sganciate dal convoglio per prevenire attacchi da parte di sommergibili inglesi.
Alle ore 18:30, appena superato Capo Ducati, cominciò a piovere. Ben presto la precipitazione aumentò e comparvero banchi di foschia marina portati da vento a raffiche.
Alle 19:00 il convoglio, lasciato la formazione in linea, si divise in due file con la Viminale di testa a destra e la Galilea a sinistra, distanziate l’una dall’altra di circa seicento metri. Pur procedendo nella più completa oscurità, non passò inosservato al sommergibile inglese HMS Proteus, comandato dal Lt. Cmd. Phillip Steward Francis.
Il Piroscafo Piemonte evitò per un soffio un siluro lanciato dal sommergibile, riuscendo a salvarsi. Il Caporal Maggiore Luigi allora aveva ordinato a quelli che come me stavano sul ponte di seguirlo sottocoperta. Saremmo stati al riparo dalla violenza della pioggia che aumentava e dal vento che come a volerci rapire ci scuoteva come fossimo fuscelli e, pure da altri possibili pericoli.
Il mare pareva un drago con le fauci spalancate, pronto a ghermirci. Eppure non lo ascoltai e come me, così avevano fatto tanti altri. Mi ero accucciato invece, stringendomi allo zaino, accanto alla postazione della mitraglia.
Qualcosa di imprescindibile mi suggeriva di non scendere con lui, che non mollava e alla fine esasperato aveva rinunciato ma preteso, come prescritto dal regolamento, che ci togliessimo scarpe e pantaloni: questo perché, se fossimo caduti in acqua, le scarpe e i pantaloni si sarebbero riempiti d’acqua trascinandoci subito a fondo. Ci ordinò altresì di indossare il giubbotto di salvataggio.
Io eseguii l’ordine e infilandolo mi venne l’idea di legare la cinghia del giubbotto con la cintura dei pantaloni, stringendola in vita.
Avevo valutato possibile infatti che: se nel caso malaugurato di bisogno mi fossi buttato in acqua o fossi caduto, si potesse sfilare dal corpo e perderlo avrebbe significato essere spacciato. Alle 22:45 il sibilo malvagio di un secondo siluro incrociò il fianco sinistro della nostra nave. L’impatto produsse uno squarcio di circa 6 metri per 6, subito sotto il ponte di comando, nel secondo compartimento.
L’urto seguito da un boato terribile la fece vacillare, poi sbandare. Anche il mio cuore vacillò sospendendo più di un battito. Colpita nel punto più delicato, la Galilea iniziò a imbarcare acqua inclinandosi repentinamente sulla fiancata.
Il Maggiore tentando di contenere il panico subito generatosi e che come quell’acqua, dilagava: «Calma ragazzi, calma ragazzi, il Comandante non ha dato l’ordine di abbandonare la nave. Calma! Risolveremo…», gridava. Da un’altra dimensione giungeva la voce del Sergente che a sua volta urlava: «Si salvi chi può…».
I primi che caddero in mare subito dopo l’esplosione, fecero una fine atroce: maciullati dalle eliche, in parte emerse a livello delle onde. Io? Beh, io che stavo ancora sul ponte, percepivo sotto i piedi la rapidità con cui la nave si piegava. Poi ero scivolato d’improvviso, fermandomi sconvolto al parapetto di ferro al quale mi tenni ancorato con tutte le mie forze, guardando con orrore le onde nere che frangevano spruzzi alti davanti a me.
Qualcuno tentava di calare le scialuppe. Mentre il Comandante faceva il possibile per portare la nave verso le isole di Passo e Antipaxo a circa nove miglia dal punto dove eravamo, ma la burrasca scatenatasi ormai in tutta la sua violenza e l’inclinazione sempre più irrimediabile, non permetteva alla manovra di sortire frutti.
Devo amaramente aggiungere che non sapevo nuotare, come purtroppo la maggior parte degli alpini. A ciò bisogna aggiungere che come molte navi adibite al trasporto truppe, la Galilea non era dotata di un numero di scialuppe che contenessero tutti.
Il resto del convoglio si allontanava. Al nefasto ma possibile accadimento in cui eravamo incappati, era stato previsto l’aiuto di una delle cinque torpediniere di scorta per il soccorso in mare: secondo gli ordini superiori diramati prima della partenza, ma anche questa se ne stava andando.
Avremmo saputo più in là che il Comandante aveva valutato che fosse inutile rischiare, rimanendo: con un mare forza otto e la minaccia di nuovi siluri, nessuno della Galilea si sarebbe salvato!
La torpediniera Antonio Mosto invece si impegnò nel lancio di bombe di profondità per dissuadere il sommergibile e traendo in salvo chi stava sulle scialuppe, chi sulle zattere di fortuna e chi si buttava in mare. Le acque tumultuose dello Ionio tuttavia e la presenza del sommergibile nemico la forzavano al moto continuo, vanificando di molto gli sforzi.
Rimase comunque sul posto tutta la notte e pure il giorno successivo prodigandosi in modo encomiabile. Sulla Galilea al buio, avvolti dal fumo asfissiante dell’esplosione e dell’incendio subito propagatosi, eravamo allo sbando. Gli ordini confusi, subito cambiati da altri contrari. In quel caos riempite le scialuppe, chi si buttava in mare per raggiungerle e aggrapparsi, veniva subito dissuaso da chi ci stava sopra, con decisi colpi sulle mani che si protendevano.
Era di vitale importanza pure capire da che punto della nave buttarsi, per riuscire ad allontanarsi ed evitare il suo risucchio che, sprofondando, avrebbe generato trascinando con sé tutti e tutto ciò che la circondava. Pur spaventato a morte, io pensavo vanamente a una soluzione percorribile.
La nave si piegava sempre più.
Dovevo decidermi. Dovevo buttarmi. Dovevo farlo subito per avere il tempo di allontanarmi e non lasciarmi attrarre, come già spiegato nell’inevitabile risucchio.
Lo feci, decidendo d’improvviso e buttandomi da solo, davanti al parapetto della nave che stava scomparendo. Ecco il primo errore! L’avevo rifatto per altre due volte e ogni volta le onde come in un gioco beffardo mi avevano ributtato indietro.
Mi fu chiaro allora che quello non era il punto adeguato: dovevo cambiare posizione!
Con enorme fatica allora, ancorandomi ad ogni appiglio possibile, raggiunsi l’altro lato della nave. Rammento con assoluta chiarezza che in quel punto decisamente più alto, un brivido improvviso mi aveva percorso e non era il freddo: provai la stranissima sensazione che… qualcuno mi stesse afferrando per i capelli. Io, per non cedere alla disperazione continuavo a supplicare l’aiuto sia di Sant’Antonio Abate, sia quello da Padova, affidandomi al più prossimo e, con questi nomi in bocca, chiudendo gli occhi mi ero buttato dentro il nero ruggito delle onde.
Il giubbotto di salvataggio così come l’avevo legato resistette all’urto, ma l’acqua gelida ed il terrore mi portò ben presto ad annaspare. Pensai che dovevo mantenere la calma, poi che stavo per soccombere. Ripresi fiducia quando percepii una corrente rapirmi e assecondandola con la forza delle braccia capii che mi stavo allontanando dalla nave.
Tutt’intorno, nonostante il fragore degli elementi, si alzavano al cielo alte implorazioni che convergevano in un’unica eco.
Pianti strazianti di compagni in preda al panico che si erano buttati in acqua sapendo che quella era l’unica via da tentare e una volta dentro, null’altro da fare c’era se non, come facevo io, invocare la vita: spronarla con tutte le forze a non darla vinta alla morte che pareva sghignazzare in quel liquido inferno.
Io cercavo di afferrare qualcosa, qualsiasi cosa che nell’oscurità apparisse.
Quando finalmente ero riuscito ad attaccarmi ad un relitto mi ero lasciato portare per riprendere le forze e, per ragionare… Ragionare?
Quello era il vero problema! Quello di non ragionare più, quello di perderla la ragione, voglio dire.
“Io sono forte, non devo rassegnarmi a morire nel buio d’un mare straniero, lontano da casa. Io voglio! Io devo tornare a casa!” Cercavo così di farmi violenza, di auto convincermi a non lasciarmi sopraffare dall’angoscia e perdermi. A non farmi divorare dall’orrore che m’incutevano le onde altissime che, a tratti mi schizzavano in alto. Le saette che sfregiavano i nembi grifagni, schiarivano a tratti il cielo. Non vedevo più la Galilea mentre la torpediniera Antonio Mosto spariva quando l’onda scendeva ed io precipitavo come dentro ad un abisso e, quando ero in fondo, mi appariva su in alto nell’atto di capovolgersi.
Tutta la notte pregai Sant’Antonio convinto che l’Angelo custode da lui designatomi mi fosse accanto. Che con le sue grandi ali mi proteggesse in quell’angolo di mondo attraversato dall’angoscia, dalla morte, facendomi sentire così forte il richiamo alla vita e, imponendomi di resistere. I rottami che mi sfioravano allora erano piume delle sue ali che lui spargeva d’intorno affinché sperassi anzi, fossi sicuro di farcela.
A brevi tratti credo di essermi anche perduto, ma quando l’alba aveva mostrato brevi spazi chiari nel cielo e mi era apparsa, ero assolutamente lucido.
Mi era apparsa come se il mio Angelo l’avesse spinta verso di me: una zattera, piccola, ma vera! Sopra c’erano due naufraghi e aggrappati intorno altri. Fra questi il Caporal Maggiore Luigi. Con uno sforzo sovrumano ero riuscito a raggiungerla e lui allungando la sua mano aveva afferrato la mia, tirandomi verso il bordo:
“Forza Pietrobon, aggrappati qui… dobbiamo resistere, verranno a prenderci, torneremo a casa…”. Queste parole erano state un’iniezione di fiducia, la mia salvezza direi. Ricordo che seppure al limite, stirai le labbra sui denti che battevano impazziti, in un sorriso, perché? Ma perché io sotto al giubbotto di salvataggio non avevo che la camicia, lui… ancora i pantaloni.
Il vento era calato, a momenti appariva il sole. La zattera come fatta di piume, galleggiava leggera, portandoci in salvo? Chi poteva dirlo? Insieme comunque era più facile pensarlo possibile.
La compagnia rincuorava, ci esortava a sperare, a credere di potercela fare. Percepivo quell’essere insieme come un miracolo vero, tanto da sentirmi invadere da nuova vitalità.
Era uno strappo al cuore poi quando qualcuno, preso dai crampi alle braccia, senza più nemmeno la forza per imprecare, si consegnava alle onde ormai calme che con sciabordio lieve lo inghiottivano. Pur che ormai il freddo mi tagliasse la carne penetrando nel midollo delle ossa, io ero forte, m’imponevo di esserlo! E continuavo ad ingiungermi di resistere.
Il mio fisico abituato fin da bambino al duro lavoro dei campi, era possente e i crampi non mi avevano sopraffatto. Sorretto dalla fiducia nel mio Santo protettore e la certezza della presenza del mio Angelo, riuscivo a fare corpo unico con la zattera e, avevo tenuto duro fino all’arrivo bramato dei soccorsi. Eravamo rimasti in tre quando, alle 14:15 del 29 marzo, toccai con mano la salvezza.
La Mosto ci aveva individuato e tratto subito a bordo.
Ricordo che come un bimbo esausto mi ero abbandonato tra le braccia dei soccorritori.
Poi più nulla.
Mi ero svegliato in sala macchine steso su un lettino e avvolto in una coperta, per ripristinare la temperatura corporea. Anche qui fui fortunato: alcuni altri riscaldati in quella maniera, avevano esalato l’ultimo respiro.
Sbarcato a Prevesa tra Cefalonia e Corfù, fui trasferito all’ospedale da campo per rimettermi in sesto. Spostato a Missolungi e poi a Nauplia, mi avevano disinfestato dai parassiti.
Era passato un mese dal naufragio e in treno attraversato l’Albania e la Jugoslavia eravamo giunti a Pestrane prima del confine con l’Italia. La Galilea silurata alle 22:45 del 28 marzo 1942 si era inabissata alle 03:45 del 29 marzo, dopo una disperata agonia. La torpediniera Antonio Mosto, aveva portato in salvo 284 uomini, su 1.285 saliti a Corinto. Il battaglione Gemona, formato da alpini quasi tutti friulani, distrutto!

Ora superato i 98 anni, ho voluto far dipingere sulla facciata esterna della mia casa il naufragio della nave Galilea, perché pensavo di poter trasferire all’esterno il mio sentire, rimuoverlo, renderlo liquido, per lasciarlo scorrere via. Speravo fosse possibile. Davvero! I momenti di annichilimento sopra il ponte della nave in cui, mi era quasi impossibile rendermi conto se ciò che stavo sperimentando fosse realtà o un incubo feroce dal quale non riuscivo a svegliarmi. Le ore infinite poi, sospeso dentro ad una sorta di condanna che percepivo sempre più inappellabile. No, non sono trasferibili e neppure trasfigurabili. Oltre settant’anni sono andati via da allora e ancora tutto è assolutamente indelebile dentro la mia mente, dentro ai miei occhi, dentro alla mia anima. Ancora, l’ultima preghiera nel tramonto di ciascuna mia giornata, va a Sant’Antonio per avermi protetto. Mentre il pensiero desolato va ai compagni perduti in quella notte maledetta. Nel sonno ancora, mi ritornano alle orecchie le loro grida disperate e i loro volti che, uno a uno scorre nel chiaro delle mie pupille come un elenco infinito, proiettato in dissolvenza sulle onde gigantesche di un mare livido e burrascoso… Un mare infine calmo, attraversato da una zattera corredata di piume come quelle delle ali del mio Angelo e, non ho dubbi in proposito! Che sia stato lui, voglio dire, a fare il miracolo di liberarmi dalla condanna percepita sempre più inappellabile, infondendomi la forza per resistere e salvarmi.


Bio – Nicolina Ros:

In concorsi italiani ed esteri ha ottenuto 260 riconoscimenti, con 34 primi posti, 28 secondi e 19 terzi. Nel 2008 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e nel 2014 la Laurea H.C. in letteratura. Nel 2017 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Pubblicazioni: “All’ombra della meteora”- “Il coraggio di amare” – “Un quarantotto” – “Contenti con un po’ di niente” – L’aroma dello spino nero” – “Opzione italiani” – “I fiori del sole”- “Oltre la finestra” – “Il maestro di violino” – “Echi dell’anima” – “Una questione di cuore” – “Ai confini dell’infinito” – “Padre volevo darvi del tu”- “L’ultima stazione” – “Meta” – “Il camioncino blu” -“Frammenti emozionali” – “Gioia Luminosa”- “Senza ritorno” – “ Goodbye New York” – “Petali di una camelia”-

Titoli disponibili su Amazon: “Opzione italiani” – L’aroma dello spino nero” – “L’ultima stazione” – “Meta” – “Il camioncino blu” -“Frammenti emozionali” – “Senza ritorno” – “Goodbye New York” – “Petali di una camelia” – “Conta su di me” – “ L’Universo intorno”- “ i confini dell’infinito”.


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