La Morsa – Patrizia Birtolo

Il tappo produce per un istante una resistenza da niente.
Lo saggio con l’estremità del pollice e cede alla prima insistenza. La piccola esplosione plastica di un plop, proprio lo stesso suono di quando si simula con la manovra dito-guancia la stura dello spumante, mi dice che la perfezione blu della chiusura ellittica si è spalancata come il becco di un papero. Nel palato del papero è impresso un bordo circolare in rilievo. Sembra il marchio che ti lasciano certe caramelle di liquerizia minuscole e tonde quando le schiacci contro l’arcata molle.
Richiudo, riapro. PLOP.
Mi gingillerei ancora, ma non ho tempo per questo.
Quello che cerco si intravvede appena. Le dita accarezzano la lingua del papero, frugano impazienti l’umido tesoro segreto della vulva dentata e turchina. Dalla fenditura crociata occhieggia un orlo bianco, invitante. È quello che voglio. La punta delle dita lo afferra e tira. Sembra seguirmi docilmente tra i polpastrelli e poi sguscia via. Tra le mani non me ne resta che un misero brandello e una serica scivolosità dall’odore pungente di disinfettante. Riprovo. L’illusione della riuscita si trasforma nuovamente, nel nulla di un istante che mi sfugge tra le dita, in un’irritante e inconcludente disfatta.
Potrei ma non voglio svitare il coperchio rotondo e acciuffare il primo strappo della catena di fazzolettini pre-tagliati. Questa è diventata una questione di principio. Io contro una confezione di salviettine. E a me non piace vincere facile.
L’indice si tuffa a carpire il biancore della salviettina inzuppata. Finché il dito scivola dentro, agitandosi cieco sotto la superficie della fessura a croce, mi sembra ancora che tutto funzioni. Poi, dopo aver inchiodato l’estremità della coda del viscido serpente bianco, arrotolato e dormiente dentro al contenitore, la tengo premuta contro la parete del barattolo, uncinandola col dito, a risalire.
È lì che la vulva blu m’azzanna.
I denti, scattanti e acuminati nella loro affilatezza plastica e dura, non già resi morbidi e un po’ più cedevoli dall’uso (la confezione è quasi nuova, maledetta) in un moto di riflusso si sono ripiegati su se stessi, cercando di riguadagnare la posizione originale. Solo che adesso in mezzo c’è il mio dito. È bastata un’impercettibile inversione di rotta per cominciare a vedere tutte le stelle del firmamento.
Non riesco a dare lo strappo per cavarmi d’impaccio, le quattro zanne prima di lasciare la presa mi spolperebbero.
La mia carne è insopportabilmente più tenera della plastica blu di questo mostro famelico, che ne fa scempio.
Tento di sottrarmi al martirio, guadagno millimetri con cauta circospezione, ma ogni movimento è una pena. La pelle vicina alla morsa diventa in fretta gonfia e dolente, intorno al dito si è tatuata una specie di versione da masochisti della vera nuziale: un anello di sangue invelenito che sottocute trascolora dal rosaceo al purpureo.
È una ventosa carnivora, nel suo acuminato possesso mi infligge un arresto dei fluidi del corpo. Comincia a contagiare il mio dito, gli inietta i suoi umori. Anche la falange in trappola starà iniziando a diventare cianotica, quasi la stessa sfumatura del tappo.
“Mauuuurooo ?!!?!”
Volevo dimenticarmi di te, ma è impossibile.
“Allora queste salviette che ti ho chiesto, SI’ o NO?”
“Se tu ti ricordassi dove metti le cose!” Sbraito di rimando a mia moglie. Scimmiotto un andirivieni di passi che fingono di cercare qualcosa in giro per le stanze senza trovarlo, smanetto sul ripiano della cucina sembrando il ladro dei telefilm durante il più febbrile rovistare possibile.
Ho sempre la mia trappola attaccata, la mia penitente appendice, il barracuda dal muso blu che mi penzola dal dito.
In qualche maniera è il correlativo oggettivo di quello che ti aspetta col matrimonio. Invece di infilarsi la fede, i due sposi durante la cerimonia dovrebbero incastrarsi un dito a scelta in uno di questi crudeli marchingegni. Nella gioia e nel dolore, giusto? Di sicuro il segno resterebbe. E se qualcuno mentre sei lì a mani in tasca anni dopo quel giorno ti chiedesse: ma tu sei sposato? Potresti estrarre la mano e levare trionfante il dito a mostrare al mondo le tue nascoste sofferenze. Io personalmente suggerirei il medio. Mi sembra dia la giusta enfasi a tutto il contesto.
“Mauuuroooo…!!”
“NON LE TROVO!” Replico stizzito, sovrastando la sua voce stridula di un’ottava. Ma che ghiotta occasione, per lei, aspettarmi di là in bagno con l’unica incombenza di stare a squittire immobile al mio indirizzo con petulante cadenza, mentre io mi dibatto come una bestia con la zampa in una tagliola.
“Ma il bambino prende freddo…”
Il bambino, il bambino.
“Se non le trovo ?!!?” ribatto con ostinata, esasperata disperazione.
“Tu non riesci a trovarti nemmeno il buco del sedere con l’aiuto di due mani e una pila” bofonchia la grandissima stronza.
Guarda, ti va proprio bene che non posso venire di là, e a me altrettanto che tu non mi raggiunga di qua. Eh sì, perché sposare una schifiltosa avrà pure i suoi vantaggi. Lei non uscirà dal bagno, di questo posso stare sicuro. Vorrebbe dire prender su il bambino dal fasciatoio, caricarselo in braccio col culetto sporco – e magari anche le gambe, spero per tranquillizzarmi – e venirmi a cercare per casa.
No, non corro nessun rischio in tal senso.
È tutta colpa sua, ad ogni modo.
Se si ricordasse di mettere un altro pacco di salviettine vicino a quello in uso corrente quando sta per finire, prima che stia per finire.
E se non ero in casa, come facevi? Mi chiedo.
Invece di quelle belle tovagliette morbide, porose, inumidite al punto giusto, confortanti nel loro generoso avvolgimento così delicatamente profumato, quelle che spuntano fuori sfacciate nella loro disinvolta profferta da uno sportellino grande come il traforo del Bianco, che con un semplice clac già ti trasmette facilità d’accesso. Ottenimento immediato. Invece di tutto questo mandi me alla ricerca di fazzolettini miseri e striminziti, uno strappo e non ci concludi un bel niente, pungenti nell’odore alcolico e vagamente antisettico, lucidi perché imbevuti all’eccesso, serici e infidi nella loro sprezzante sfuggevolezza, insufficienti nel loro risicato riquadro, apprezzabili solo nei mesti disagi di viaggi e trasferte…
Idea! Se anche a te come a me piace complicarti la vita, potremmo tenere in bagno un bel sacchetto di coriandoli e provare a pulirgli il culo con quelli, al bambino, eh?
Eh, Anna?
Perché non facciamo così?
“MAURO !!”
Ah, Madonna mia, che supplizio. La vulva non si accontenta di possedermi, nella sua presa mortale mi vuol davvero trascinare alla tomba. Morirò nel ridicolo.
Le fauci blu han già cominciato a sogghignare, ad esempio.
Io da ridere ho ben poco.
Mi siedo sconsolato sul divano.
Mi specchio nell’anta fumé del mobile stereo.
Mai avuta espressione più arresa. Questo profilo affilato, questi occhi vitrei…
Non starò mica morendo sul serio, vero?
Perché ormai sono di un grigio terreo e spettrale, ridotto a una sudorazione fredda continua.
Che faccio?
Non posso vivere con questa appendice, non posso nemmeno morire in maniera così stupida, figuriamoci Mauro, mi dico.
Guardo il dito. Sembra un membro flaccido e triste nel post coitum di reminiscenze latine. La fessura oscena prima se lo è ingoiato e ora cattura vorace anche lembi di pelle martoriata che pencolano dai bordi slabbrati del taglio.
Una pellicina triste si divincola dalla stretta del dente ceruleo di plastica. Provo a trascinarla via dalla presa. Potrebbe non fermarsi mai più questo tiro alla fune per liberare il mio povero dito. Nel delirio vedo che mi scorticherò all’infinito, e poi Anna a un bel momento per forza dovrà venire di qua e troverà l’uomo senza pelle che si vede sulle tavole anatomiche, disfatto e prostrato sul divano, una massa esangue di muscolatura striata e liscia. Come quella tuta da ciclista che mi piaceva così tanto da ragazzino, quella che indossava Cipollini al Giro d’Italia 2001. La tuta “muscolare” l’aveva chiamata la stampa. Che schifo, aveva detto lei… (Dio bono, ma ero così giovane e già stavamo insieme?!) Del resto, cosa ne sanno le donne di tute da ciclismo? Era così bella invece!
Ecco, lei entrerà e dirà: è uno scherzo? E io: sì certo. È il mio nuovo costume per il prossimo Carnevale. Mi travestirò da scuoiato, da vittima di Ramsay Bolton, quel bravo ragazzo de Il Trono di Spade.
E io lo so, perché già lo so, che tutto ciò che avrà da commentare lei a vedermi in quello stato sarà una frase tipo: “Ma quanto hai speso per ‘sta roba?” o giù di lì.
No, forse nemmeno così si accorgerà di me.
Neppure allora si accorgerà che ogni tanto mi succede qualcosa.
Lei pensa sempre e solo al bambino.
E mentre vaneggio la lucente Clitorea Ternatea dalla morsa ferrea e implacabile mi strozza, mi strazia, sta affondando decisa lungo tutto il cerchio bluetto della falange costretta. Guardo il dito prigioniero. Forse dovrei toccare il fondo per riemergere da quest’abisso di dolore. Forse, se mi agitassi un altro po’, una delle zanne acuminate perforerebbe la carne. Il sangue fluidificherebbe la presa dei denti? Agito impazzito per aria il barattolo ma quello ancora rimane attaccato. Me ne basterebbe un filo, un goccio rubino e taglierei il traguardo, ma nessun liquido salvifico arriva a sciogliermi da questa trappola immonda.
E se mi mettessi a piangerci sopra? Migliorerebbe le cose?
“MAAUUROOO…”
Mi adagio con la schiena al divano, riverso, battuto.
Alzo gli occhi al cielo, lo sguardo immagino sembrerà la caricatura grottesca di quello sofferente dei santi nelle immaginette. E invece io che sto bestemmiando in playback, muovendo solo il labiale! Indugio ancora un istante, nessun evento miracoloso però si palesa a salvarmi.
“E arrivo…” butto là tristemente, guardando con occhio velato l’ingorda, bastarda trappola cannibale e il suo meschino patetico trofeo.
Mi alzo. Mi sento e sono sconfitto. Muovo qualche passo incerto in direzione del bagno.
Arrivo, arrivo. Da qualche parte tra il ritardo e la fretta c’è ancora tempo per centellinare il momento perfetto che precede la più grandiosa figura di merda di tutta una vita.

(un ringraziamento speciale a Roberto Caravaggi, per aver elaborato l’idea cui questo racconto si ispira).

 


Bio – Patrizia Birtolo:

Classe ’68, laureata in lingue, insegno. Sono sposata con Roberto e mamma di Francesco e Gabriele. Nel 2006 il primo racconto in Lost Highway Motel 2 per Cut Up Edizioni (in vendita su Amazon).
Partecipo poi a Racconti dall’Oltrecosmo (antologia dei vincitori del Premio Oltrecosmo), Un Natale Diverso (P.O.E), Vaults 2009 (Ferrara Edizioni), Racconti del Buonumore (New Press Edizioni), Le Storie di io Racconto (AssoPiù Editore), 365 Storie Cattive (a cura di P. Franchini per AISEA Onlus), BraviAutori.it 2 (a cura di M. Baglione per Braviautori), Camera 213 (Onirica Edizioni, in vendita su Amazon), 365 Racconti Horror (Delos Books), Alchimie di Viaggio (Montag), Légàmi (My Secret Diary), all’antologia Favole della Mezzanotte (CIESSE Edizioni, in vendita su Amazon), in La Paura fa 90, a cura del sito Braviautori, nella raccolta sf Magazzino dei mondi (Delos Books), in E la storia continua… antologia del concorso nazionale D come Donna e infine nell’antologia del premio Nero di Puglia, edita da Gelsorosso.
Sono stata finalista al Contest Nero Angeli del portale Nero Café, nel concorso La Lettera Matta indetto dal sito Culture Sommerse e nella XIV edizione del concorso nazionale Orme Gialle, dedicato alla narrativa poliziesca.
Sono presenti miei racconti anche negli e-book Storie del West (Farwest.it), Speciale Halloween (Sognihorror.com) e nelle riviste Braviautori – Il Foglio letterario (n. 1 e 2) e Altrisogni (n. 3). Il racconto Clarisse McClellan non è morta è stato pubblicato in audiofile sul sito La Porta Segreta Podcast; Laweb Tv ha realizzato un videoracconto ispirato a Via Da Las Vegas, brano vincitore di Gara 16 sul portale Braviautori. Il racconto breve Carne è risultato vincitore del contest Tremo ancora… indetto su Danielepicciuti’s Weblog e poi pubblicato nell’ e-book Natale coi muscoli. Il racconto 168 ore ha ricevuto una menzione speciale nella sezione Racconti al Nella Tela 2010. Il racconto Incipit, risultato fra i vincitori del contest Duemila/12 Trecento/66 profezie, rappresenta il mese di settembre nell’antologia curata da “La Voce in Musica”, Associazione culturale promotrice del concorso. Ho pubblicato sulla rivista Short Stories (num. 11) per le Edizioni Scudo, e nell’inserto semestrale di GDS Edizioni dal titolo L’occhio del Crepuscolo (primo numero). Ho curato la traduzione francese dell’intervista rilasciata dall’autore Luigi Milani al portale Succo Acido; nel web sono stata presente sui siti di Scheletri, Sogni Horror, Terre di Confine, Anonima Scrittori, Braviautori. Per quest’ultimo portale ho recensito da settembre 2010 a maggio 2011 le opere di autori esordienti; l’attività dello Staff di Libri d’Autore è poi confluita nel Blog Strepi Testi. Ho collaborato con Onirica Edizioni, curando l’editing del romanzo Thomas Mac Greine – La notte oscura dell’anima di Roberto di Chio.
Nel 2011 le ultime pubblicazioni in antologie collettive: per Braviautori la raccolta 256 K, che contiene il racconto breve Frattali; l’antologia Caduti (Il Mondo Digitale Editore in collaborazione con Nero Café) con i racconti dei finalisti del Premio Nero Angeli – comprende Alice non abita più qui – e infine I Bastardi senza storia, schegge impazzite del pulp-horror italiano. Omaggio a Giovanni Buzi (ed. Il Foglio, in vendita su Amazon).
Nel gennaio 2012 esce la mia antologia Qualcosa di Rosso per le edizioni Montag.

 


Altri Racconti in Gara


 

 
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento