L’istinto – Alessandro Marinaro

Gliele aveva promesse Giusto Rapisarda, col nome beffardo, che quasi giustificava l’atto, sebbene di violenza si trattasse.
Se si concede una digressione, potremmo dire che alle volte capita di giudicare il nome proprio di persona come la perfetta sintesi del carattere di chi lo possiede, e mai sintesi al mondo può aspirare a tale perfezione quanto nel caso qui esposto. Certo, non si verifica spesso, ma quando avviene si rimane sbalorditi, come per Giusto Rapisarda, uomo probo, di sani principi, 34 anni ad aprile, medico ortopedico del Santa Marta e Santa Venera di Acireale. Uno dei pochi che in quell’ospedale svolgeva il suo mestiere per vocazione, che mai si sarebbe affievolita negli anni.
Dicevamo che Giusto Rapisarda gliele aveva promesse. Proprio a lui, Giuseppe Alecci. L’aveva avvisato decine di volte, ma Giuseppe Alecci l’aveva sempre ignorato, fino a quando, con tracotanza, aveva contraccambiato la minaccia, sebbene Rapisarda di redarguirlo ne avesse tutte le ragioni.
Il Rapisarda era di fronte lo specchio del bagno per radersi. Il pennello con la schiuma si muoveva nervosamente sulla faccia. La lametta scivolava incerta, facendo attrito sulla pelle crespa. Mormorava parole volgari, crudeli, le labbra tremanti, un nodo alla gola lo faceva boccheggiare, causandogli fame d’aria. Era nervosissimo, Giusto Rapisarda. Mai come in vita sua. Gli era capitato in passato di avercela con qualcuno, ma una reazione simile gli era sconosciuta. Lui conosceva il suo straordinario livello di tolleranza, la capacità di ascolto,
l’abilità non comune di empatizzare, tanto è vero che aveva tantissimi amici e godeva di stima profonda. Ma questo non poteva accettarlo più. Giusto Rapisarda, mentre si radeva, arrivava persino a riconsiderare la sua morale, provando, in silenzio, a interpellare qualche filosofo che potesse farlo rinsavire, ma niente, la sua pazienza era giunta al limite. Doveva scatenare quella terribile rabbia, che gli faceva sbattere forte la lametta contro il lavello, per rimuovere la schiuma. Non poteva più sopportare la prepotenza di Giuseppe Alecci, la sua odiosa irritabilità, il suo detestabile narcisismo, il suo essere ipocrita e affabulatore. Tutti i difetti parevano convogliare in lui – almeno dal punto di vista di Giusto Rapisarda. Voleva fargli molto male, malmenarlo, ecco cosa voleva fare il giovane ortopedico. Il suo mestiere, paradossalmente, l’avrebbe aiutato nel proposito contrario, perché essendo gran conoscitore della struttura ossea, sapeva rompere come aggiustare.
Giusto non era vigliacco – e cogliere alla sprovvista Giuseppe sarebbe stato vile – per questo l’aveva avvisato per l’ultima volta. Gli aveva telefonato per dargli appuntamento. Alecci non se l’era fatto ripetere, manco una domanda chiarificatrice, nemmeno un granello di riprovazione, aveva accettato così, su due piedi. Anzi, era pure stato sbruffone, mutando la voce nel verso stridulo di un uccello, come sempre faceva quando doveva canzonare qualcuno, e aveva detto “è da sempre che voglio fare a botte con te”. Aveva detto proprio così: “Voglio fare a botte con te, da sempre.” A quel punto, la collera di Giusto era montata fino alla nausea, tant’è vero che, disarmato, si vide
costretto a sorriderne, imitando colui che lo fa per dissimulare e fregare la vittima, allo scopo di assestargli una pappina improvvisa.
Si stava vestendo, Giusto Rapisarda. Infilava i calzini in filo di Scozia e diceva una parolaccia. Infilava i pantaloni di lino e ne diceva un’altra. Infilava la camicia smanicata e un’altra ancora. Era un fiume in piena, volgarissimo. Non si preoccupava più delle conseguenze, l’aveva sopportato troppo quel provocatore da strapazzo. S’era ormai convinto che con alcuni individui si potesse discutere solo a legnate. Era arrivato a questa ferma conclusione. Non sono molti, pensava Giusto Rapisarda. “Sono pochi quelli che raggiungono un livello così infimo”, borbottava fra sé.
Era già in macchina quando perseverava negli stessi pensieri di violenza vendicativa. Guidava piano, sforzandosi si gestire la collera, perché era conscio del fatto che bisognasse agire con freddezza durante la colluttazione. Non voleva soltanto acciaccare Giuseppe Alecci, voleva proprio storpiarlo. Solo un momento pensò a quanto fosse stato idiota aver organizzato quella spedizione, ma il momento dopo si autoassolse.
Rallentò per far passare una vecchina sulle strisce pedonali, che alzò il braccio in segno di ringraziamento, cosa che avviene solo in Italia, essendo l’automobilista proprietario della strada e il pedone suo ospite. Ricambiò con un cenno affettuoso e un sorriso percettibile, per poi riassumere un’espressione torva appena rimessosi in marcia. Ancora a farfugliare, imperterrito, parole tristi contro Giuseppe Alecci, immaginato col volto sfigurato, grondante sangue, per via di una precisa raffica di pugni. E l’immaginazione si faceva più vivida quando si figurava un gruppetto di donne urlanti di fianco, che lo supplicavano di smetterla, per evitargli di accopparlo. Fino a diventare accesissima quand’è che vedeva accorrere commercianti delle botteghe limitrofe, alcuni coi camici da lavoro, tipo il beccaio macchiato di rosso, intenti a bloccargli le braccia, per impedire a quei pugni impazziti di finire il nemico, steso sull’asfalto, moribondo, mentre le macchine dietro suonavano, pensando a un incidente col morto, ignare che Giusto Rapisarda, medico ortopedico, 34 anni ad aprile, professionista integerrimo, filantropo come pochi, stava distruggendo di botte quello sbruffone di Giuseppe Alecci.
Giusto Rapisarda piantò una frenata improvvisa, cui seguì una sterzata istintiva, rapidissima, che lo buttò nella corsia opposta, rischiando un frontale con un autoimmondizie, schivato anch’esso in tempo. Il netturbino lo ingiuriò in dialetto stretto, agitando il braccio dal finestrino, rinunciando a fermarsi per non ingombrare la strada. Giusto aveva il cuore in gola, che nel frattempo batteva a velocità incontrollabile. S’era rinfilato nella sua corsia, rallentando e accostandosi al marciapiede. Durante il primo gesto istintivo, che gli aveva permesso di sterzare, Giusto aveva creduto di sentire alcuni voci accavallarsi, diverse di genere e tonalità. Alcune stridenti – e dunque di donna -, altre roche e graffiate, di sicuro maschili. Tutte denunciavano una buona carica di allarmismo. Giusto l’aveva visto attraversare, non c’era da preoccuparsi. Certo, era soprappensiero, immerso nelle sue visioni di sangue, ma l’avevo visto attraversare. L’aveva notato così bene che era certo di averlo evitato in
tempo. Ne era sicuro, sicurissimo, adesso che aveva il cuore in gola, quasi voglioso di esplodergli in petto per la paura, per le conseguenze mostruose di un omicidio stradale colposo. Ed era pure convinto d’averlo riconosciuto, in quell’attimo lì, mentre tagliava la strada sulle strisce pedonali, e dunque rispettoso del codice.
Giusto guardava nello specchio retrovisore, e le mani, strette al volante, diventate umide in un baleno, non riuscivano a scollarsi. Se ne rimaneva impietrito, con gli occhi sgranati a guardare dietro, incredulo di ciò ch’era avvenuto in un nanosecondo: un pedone attraversava la strada e adesso si trovava steso a terra.
Giusto l’aveva evitato, ne era certo. Così, d’istinto. Lui era conscio di avere dei grandi riflessi. L’istinto, quella abilità irrazionale che sfugge alla logica, che ci fa fare cose impossibili. Non c’è volontà o ragionamento, è solo un impulso, un impulso conservativo. Ed è pure ciò che permette di preservare la specie. Questo è. Appartiene agli umani e agli animali. I primi, a volte, non riescono a spiegarsi la sua efficacia, quando l’uso è così prezioso da salvarli; i secondi non si pongono il problema, perché appartiene loro così com’è, senza poter essere diversamente.
Spinto da un’energia imprevista, aprì lo sportello e corse verso l’uomo a terra, nel frattempo assistito da passanti e proprietari di botteghe. Provava a scusarsi con tutti, dicendo loro che era riuscito a non centrarlo. L’uomo pareva toccarsi il gluteo destro, che massaggiava, mentre al contempo si rimetteva in piedi, circondato dagli altri e dunque lontano dal campo visivo di Giusto Rapisarda che, mentre parlava con una grassa signora, facendo di tutto per discolparsi, era certo di aver focalizzato il pedone un attimo prima d’averlo sfiorato con l’auto. Appena fu finalmente dentro il suo campo, ottenne dallo stesso una serie di ingiurie, prima che i due si mettessero a fuoco. Giusto Rapisarda non si sbagliava: l’uomo che aveva schivato d’istinto era Giuseppe Alecci, quello che voleva riempire di botte. Giuseppe Alecci gli sarebbe saltato addosso, se non fosse stato per un nerboruto barbiere, sui trent’anni, che lo tratteneva a sé. Alecci urlò al Rapisarda che stava andando all’appuntamento, smanioso di raggiungere il luogo, e mai si sarebbe aspettato un comportamento così disonesto, come quello d’essere investito. Rapisarda si fece una risata, ironizzando sulle sue ridicole accuse, rassicurandolo che non voleva investirlo, perché s’era buttato nella corsia opposta proprio per evitarlo, rischiando un frontale con un autoimmondizie. “È stato l’istinto, l’istinto!”, gridava subito dopo, in uno stato d’improvvisa esaltazione. “T’ha salvato lui, Alecci! Capisci?”, continuava il Rapisarda, stupito da quanto accaduto, troppo recente per poterlo ancora elaborare.
“Te lo faccio vedere io, l’istinto!”, replicò l’Alecci, divincolandosi dalla presa del barbiere e scagliandoglisi contro, salvo poi fare una smorfia di dolore per il deretano dolorante e dunque recedere. Ma il Rapisarda, col volto radioso di gioia, invece di picchiarlo a sangue come s’era ripromesso, seguitò a dire: “Fino a un minuto fa, razionalmente, volevo ucciderti, ma poi, d’istinto, t’ho salvato! Ah! Ah! Ah! T’ho salvato!”, e s’ammazzava dal ridere, incurante delle facce attonite degli altri e del cipiglio del nerboruto barbiere, che tornò ad avvolgere l’Alecci fra le braccia possenti. Poi, continuando ad urlare gasato, come di ha scoperto una formula magica:
“Avevo progettato tutto, nei minimi dettagli. T’avevo pure avvisato! E questo non lo chiami raziocinio? C’era premeditazione. Il mio piano era infallibile. Ti volevo rompere il muso. Adesso non posso, non posso più, ho capito, ho capito!”, tuonava il Rapisarda, in estasi, consapevole d’aver elaborato quanto successo grazie al suo istinto, in un attimo illuminante.
“Fatti sotto!”, disse l’impavido Alecci.
“Non posso, Peppino!”, replicò Giusto Rapisarda.
“Eri tu che sognavi questo momento, no? Tre ne sei pentito?”
“Non è pentimento, è chiarezza!”
“Che dici, pazzo!”
“Mi sono chiarito!”
E tornava a ridere senza posa, mentre le auto intronavano tutti coi loro clacson assordanti.
“Non posso più picchiarti, Peppe! Non posso, mi spiace”, diceva in modo autentico, senza voler beffare nessuno, ma venendo preso per scemo, ovviamente.
“T’ho evitato, capisci? T’ho evitato senza volontà. Anzi no, al di là della volontà. È molto più importante la faccenda!”, e corrugò la fronte, alla ricerca del mistero.
“Non potevo esser certo fossi tu, perché mi sei apparso all’improvviso. Poi un riflesso velocissimo m’ha fatto sterzare. Per conservarti, capito?”
“Ma che blateri?”
“Per conservarti, Peppino! Se in quella frazione t’avessi riconosciuto meglio, anche volendo nuocerti, mi sarei ribellato d’impulso alla stessa per schivarti in tempo. Al di là della volontà!”
Tutti erano increduli nell’ascoltare il suo discorso aggrovigliato, pronunciato senza respiro, ad alta voce, con convinzione e sorrisi cordiali. Al contempo, una frotta di autisti accorreva per sincerarsi delle condizioni di una vittima che non c’era.
“Non posso fare pace con te, perché mi fai schifo! Ma l’astio che provo non è più sufficiente per fare a botte. Il mio istinto m’ha fregato. Non posso più romperti il muso! Ah! Ah! Ah!”
Scoppiò in una risata fragorosa, correndo verso la macchina, nella quale rientrò per ripartire a razzo. Se li lasciò tutti dietro, sconcertati.
Adesso, entrando nella testa di Giusto Rapisarda, seguendo il filo del suo ragionamento, potremmo epilogare dicendo che quella sterzata lo portò a indagare sulla sua natura, senza preavviso. Prima di essa, i tanti anni di sala ortopedica, in cui s’era prodigato ad aiutare gli altri, non gli avevano suggerito mai niente, e invece quelle sterzata l’aveva spinto a ragionare moltissimo. Potremmo azzardare che l’istinto lo fece ragionare più della riflessione meditativa. Un paradosso da rompersi il capo, per il caro ortopedico.
Mentre continuava a guidare per tornare a casa, pareva molto più sereno, sebbene la fronte aggrondata dava l’idea di un uomo che stava riflettendo a fondo su un tema importante. Giusto Rapisarda, che mai prima d’ora aveva vissuto un conflitto interiore tanto profondo, quello che sappiamo essere cagione delle nostre nevrosi, in bilico se pensare all’uomo in forma duale buono/cattivo, oppure soltanto buono o soltanto cattivo, nell’intimità più profonda, laggiù nel suo abisso, Giusto Rapisarda era giunto alla conclusione che l’uomo non fosse cattivo, ma buono. O meglio, molto più buono che cattivo. E l’aveva capito da poco, in un attimo. “L’uomo sarebbe molto più buono”, sussurrò come in trance, con la voce del bambino che fa una scoperta, mentre apriva il cancello di casa e posteggiava. “E il condizionale non è d’obbligo!”, s’affrettò ad aggiungere. Chiuse la macchina, entrò nell’androne del palazzo, chiamò l’ascensore e pigiò il tasto del quarto piano, dove abitava. Mentre l’ascensore saliva, si fissò allo specchio, corrugando la fronte, certo del fatto che la conclusione alla quale giunse in modo così atipico fosse tanto affascinante quanto stranissima.

 


Bio – Alessandro Marinaro:

Attività cinematografica
Alessandro Marinaro è regista e sceneggiatore, e dal 2004 lavora per 095mm,
società siciliana di produzione cinematografica. Realizza cortometraggi,
documentari e spot pubblicitari da molti anni, alcuni dei quali hanno ottenuto
ottimi successi nei circuiti festivalieri, fra i quali: “Motore!”, vincitore del Festival
del Corto 2010 de La 25ora, programma televisivo di cinema de La7; “La bici
sotto il vulcano”, selezionato in decine di festival nazionali ed internazionali;
“Buongiorno, sig. Bellavista”, col quale ha vinto diversi premi, fra cui il
prestigioso Italian Contemporary Film Festival 2013 di Toronto.
Lavora pure come sceneggiatore per altri registi. Insieme ad Alessandro di
Robilant ha scritto il film “Mauro c’ha da fare”, uscito nelle sale italiane nel 2015,
e in distribuzione all’estero con Adler & Associates Entertainment.
I suoi ultimi lavori da regista sono i cortometraggi “The Bath” – girato nel nuovo
formato verticale 9:16, selezionato al Vertical Movie Festival di Roma e al festival
Linea D’Ombra di Salerno – e il thriller surreale “Vita Fuori Campo”, con il quale
ha vinto quattro premi, fra cui miglior film al Moonwatchers Film Festival di
Taranto e il Premio della Critica al concorso Genova Calibro 9.


Attività letteraria
Nel 2013 è risultato fra i 25 vincitori del concorso letterario Racconti Nella Rete,
con la breve novella “La scoperta del piccolo Emmanuele”, cui è seguita la
pubblicazione, edita da Nottetempo.
Nel 2015, si è classificato al secondo posto alla 17° edizione del Concorso
Laghese di Narrativa e Poesia, col racconto “La mano di Gasparino Circosta”.
Nel settembre 2017 pubblica la sua prima raccolta di racconti, “Storie di presunti
imbecilli”, edito da A&A edizioni di Luigi Augelli.

 


Altri Racconti in Gara


 

 
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