Spettro della Foresta – Davide Stocovaz

L’aria fredda del crepuscolo spirava dal buco che fungeva da finestra, avvolgendo la capanna costruita da foglie, canne e fango. Amadou rabbrividì.
Girandosi sul fianco, si trovò premuto contro la sagoma di Dira; affondò il naso tra i suoi lunghi capelli scuri. Lei gli posò una mano sul petto muscoloso, come a rasserenarlo. Ma Amadou era ormai lontano da ogni tipo di serenità. Da quando aveva subìto l’aggressione, ogni traccia dell’uomo forte e coraggioso che era, sembrava essere svanita in una nebulosa indefinita. Le ferite, cinque strisce rossastre lungo il dorso e un buco non profondo alla mano destra, si stavano rimarginando. Era capitato una settimana prima, e i sette giorni successivi erano stati un inferno: febbre alta, emicranie intense, tanto forti da farlo gemere a ogni ora del giorno e brividi, brividi freddi che si rincorrevano lungo le ossa, usando la spina dorsale come autostrada. Due o tre volte, si era ritrovano accucciato poco fuori dalla capanna, a vomitare bile e saliva perché aveva perduto l’appetito.
Persino quella sera, Amadou, con la febbre che lo stava finalmente lasciando, cercò di mettere a fuoco l’accaduto. Ricordava pochi frammenti dell’attacco. Ricordava la luce tenue del crepuscolo che filtrava a bagliori tra le chiome della foresta. Ricordava le ombre che iniziavano ad addensarsi lungo i tronchi, divorando il minuscolo sentiero che stava seguendo per tornare a casa. Teneva un cestino di frecce a tracolla, un piccolo arco nella mano destra. La silvicapra penzolava senza vita dalla sua spalla sinistra, rintoccando la sua schiena con la piccola testa a ogni passo compiuto. Ricordava di essere soddisfatto per la battuta di caccia. Poi aveva aggirato il tronco di un grosso albero e fu in quel preciso istante che accadde. Fu frazione di secondi. Aveva sentito un ruggito acuto tagliare l’aria alle sue spalle. Poi qualcosa lo aveva travolto dall’alto, facendolo crollare a terra. Aveva sentito un dolore lancinante al dorso. Cercò di alzarsi, ma l’aggressore lo teneva premuto al suolo; terreno e fogliame in bocca. Un odore acre, ferino, gli invase le narici nauseandolo. Aveva allungato una mano verso l’arco a terra e subito l’aggressore gli sollevò il braccio, dietro la schiena. Gli venne da vomitare. Solo quando avvertì un dolore acuto, comprese di aver ricevuto un morso e temette di perdere l’arto. Poi l’aggressore aveva spostato il peso sul suo corpo, aveva allentato ogni presa ed era svanito nelle tenebre della foresta. Amadou era rimasto immobile per diversi minuti. Il braccio destro sembrava cosparso di tizzoni ardenti. La schiena gli bruciava e pulsava a ogni respiro. Poi si era alzato lentamente, si era guardato attorno nel timore di venire aggredito di nuovo. Quando comprese di essere solo, abbassò il capo e tossì; un colpo di tosse che si tramutò subito in conato di vomito. La silvicapra era sparita. L’uomo non poté far altro che raccogliere arco e frecce e riprendere la marcia verso casa. Qui venne accolto da una Dira allucinata dalla sorpresa. Amadou si reggeva a stento in piedi, quasi le crollò addosso. Dira lo fece stendere a terra, gli cosparse un intruglio di piante della foresta lungo le ferite. Entrambi sapevano l’identità dell’aggressore. Nella foresta, c’è un solo animale che si posta sugli alberi durante la notte e assale le sue prede balzando loro addosso. Amadou comprese fin da subito la fortuna di essere ancora vivo dopo l’attacco.
Ora, disteso accanto a lei, ripensando a quel momento, Amadou provò una strana incertezza. Se fosse stato veramente l’animale che aveva in mente, era stato davvero un miracolato a passarla liscia, con ferite piuttosto lievi. Quel ruggito acuto, però, consolidava ogni sua ipotesi e la trasformava in semplice e tremenda verità.
Posò una mano su quella di Dira. Respirò a fondo, cercando di dormire.
Sorse la luna. Fece capolino da un ammasso di nubi e affacciò il suo sguardo luminoso fin dentro la capanna, scivolando sul corpo disteso di Amadou. Questi sgranò gli occhi, staccò la mano da quella di Dira e si girò dalla parte opposta. La ragazza mormorò qualcosa che lui non ascoltò. Avvertiva una strana sensazione salirgli dallo stomaco, fluendogli nelle vene, e prendendo posizione al centro del petto. Di colpo, i suoi respiri si fecero pesanti. Un attacco violento di emicrania gli attraversò la testa, strozzandogli ogni gemito. Si prese il capo tra le mani. Denti stretti, schiacciati l’uno sull’altro. Si alzò, barcollò verso l’ingresso. Dira alzò il busto e lo guardò preoccupata. Amadou posò una mano contro il muro, si piegò su se stesso. Lo sentiva chiaramente; qualcosa si stava muovendo dentro di lui. Qualcosa che non era una sensazione; era come se ci fosse un’altra entità che stava premendo contro le pareti del suo corpo, del suo stesso spirito, e stava cercando di venire fuori per prendere il sopravvento sull’uomo ch’era sempre stato. Amadou non riusciva a decifrarlo, non riusciva a dare un nome a ciò che sentiva. Ma lo sentiva e questo già bastava.
Si girò a guardare la sagoma di Dira. Lei si stava alzando, pronta a farglisi vicino, a sostenerlo come aveva sempre fatto. Ma lui la fermò con un cenno della mano. Dira si fermò. I barbaglii lunari ne svelavano metà corpo, metà volto. Si guardarono. Gli occhi preoccupati di lei sembravano voler parlare a quelli di lui: “Ti prego, fammi capire cosa ti sta succedendo”.
Amadou, però, aveva compreso che quanto stava provando non avrebbe portato a nulla di buono; lo sapeva con certezza, sapeva che l’entità che gli stava montando dentro non era benevola, lo sapeva con ogni fibra del suo essere. I suoi occhi sgranati si addolcirono per qualche secondo, restarono incollati a quelli della ragazza. Anche i suoi parlarono, in un sussurro strozzato: “Cara e preziosa Dira. Non posso. Non so nulla. Vado via un attimo. Tornerò presto.”
Spalancò la porta di canne e fango, superò la soglia e la richiuse. Dira lo lasciò andare. Rimase immobile, abbassò il capo. Non sapeva cosa stesse capitando ad Amadou. Sapeva solo che il suo era stato uno sguardo eloquente, “Tornerò presto”, e lei sarebbe rimasta lì ad attenderlo, pronta a prendersi cura di lui.

Compiuti pochi passi all’esterno, Amadou si sentì invadere completamente da un formicolio bruciante. L’emicrania si era affievolita, ma restava presente, come un peso sul cervello, e faceva sentire la sua presenza a intermittenza, dardeggiando di tanto in tanto. Amadou inspirò una boccata d’aria. La sentì fluire lungo le vie respiratorie. Alzò la testa. La luna piena sembrava sul punto di voler uscire dalla volta scura, la sentiva gravare su di sé. Si sentì minuscolo al suo cospetto. Il suo sguardo luminoso gli penetrava nella pelle, superava vene e ossa; avvolgeva la sua anima in una stretta gelida, da pitone, e iniziava a ingerirla lentamente.
Arrancò verso la prima linea di alberi. I piedi si trascinavano sul terreno. Tutto attorno a lui pareva ingigantirsi: la luna, la capanna stessa, la foresta piantata lì, a pochi passi da lui, che lo chiamava per nome, come un’amante seducente, pronta ad accoglierlo nel suo ventre.
Amadou non poté resistere. Le andò incontro.
Superata la prima linea di alberi, si trovò avvolto da un’oscurità quasi totale. Nonostante questo, la luna faceva sentire la sua vicinanza. La foresta stessa non avrebbe mai potuto celare la sua presenza.
Amadou crollò al suolo. Il corpo scosso da profondi singulti. L’aria sempre più manchevole dai suoi polmoni. Stava per capitare qualcosa. Lui lo sapeva. Lo sentiva. La presenza dentro di lui ruggiva e si dibatteva per uscire fuori, per soffocare l’ombra dell’uomo che la ospitava.
Il mondo stesso gli gravava sulle spalle, nella testa. Esalò un gemito. Crollò di fianco. Le mani sbatterono sul terreno, lo tempestarono di colpi. L’entità dentro di lui si dibatteva ruggendo. E lui, Amadou – uomo, si contorceva, lottava, per ricacciarla in fondo ai recessi del suo essere.
Sentì la pelle di mani e piedi gonfiarsi, preda di un bruciore insostenibile. Emise un grido strozzato. Un filo di bava gli colò da un angolo della bocca. Chiuse le mani a pugno. In quel momento, la pelle delle nocche si spezzò. Artigli ricurvi fecero capolino e si allungarono piantandosi nel terreno. Amadou non riuscì a credere ai suoi occhi. Strinse i denti, in uno sforzo sovrumano.
No, non sarebbe mai riuscito a resisterle. Le forze di Amadou – uomo lo stavano abbandonando. L’entità era potente, inarrestabile. In quel momento, mentre tempestava il terreno di artigliate, Amadou comprese che resisterle era impossibile; l’entità voleva emergere a tutti i costi, e lui non sarebbe mai riuscito ad aver la meglio su di lei.
Rotolò a terra. Esalò un gemito, e si arrese.
Sentì i tendini, i nervi, i muscoli, muoversi dentro di lui. Li sentì assumere una robustezza sovrumana. Mani invisibili gli afferrarono il collo e tirarono in direzioni opposte. La mente vorticava in uno spazio indefinito, nel quale i pensieri si annullarono di colpo. La testa ebbe degli spasmi violenti. Durarono pochi secondi, finché la testa non si fermò definendo i suoi lineamenti predatori.
Amadou – uomo venne messo da parte, venne rinchiuso in una cella senza finestre e insonorizzata. Per un istante, si accucciò sui suoi nuovi fianchi coperti di pelliccia.
Il peso sul petto svanì. Le vie respiratorie si aprirono e l’aria della notte, la sinfonia di odori della foresta fluirono dentro di lui, inebriandolo. Era la prima volta che sentiva la foresta in quel modo. Era come se stesse varcando una soglia finora sconosciuta. E lei, la foresta, gli si concedeva svelandogli le sue fragranze più nascoste. Sgranò gli occhi. Un formicolio percorse i suoi bulbi oculari, come una scarica di elettricità. Per un attimo, gli sembrò che gli alberi, le felci e i cespugli, avessero preso dei contorni ben definiti nonostante l’oscurità. Sbatté le palpebre. E si rese conto che non era suggestione. Vedeva nel buio. Distingueva ogni solco dei rami, ogni vena delle felci. L’oscurità stessa gli divenne amica, compagna di viaggio. Lui l’accolse, proprio come aveva fatto con la luna e con la foresta.
Un immane silenzio calò su di lui. Un gorgoglio scaturì dalla sua gola. Un solo pensiero si affacciò alla sua mente. Carne.
E, nella sua nuova forma, Amadou scivolò nel buio, spettro nelle tenebre.

Il fogliame scorreva sotto di lui. Le felci scivolavano via. Cespugli e arbusti si aprivano al suo passaggio, lo accoglievano tra le fronde senza opporre resistenza. Un uccello gridò da qualche parte. Un verso acuto, di allarme, che si spense subito per non rivelare la sua posizione.
La fame, dentro di lui, era assordante. Urlava e si agitava nelle sue membra, come una scimmia in una gabbia troppo piccola. Uccidi. Divora.
Imperativi che esigevano una risposta immediata.
Le narici si dilatarono, pronte a captare la prima usta di preda. E non gli ci volle molto. L’aria notturna ne fu subito satura e lo inebriò. I muscoli si tesero, i nervi vibrarono.
Amadou aumentò il passo, seguì il richiamo dell’odore individuato nella giungla di odori che gli riempiva i sensi. Superò l’ultima linea di alberi.
Appena fuori dalla foresta, la luna lo dipinse dal naso alla punta della lunga coda, accarezzandolo con un tocco che sapeva di infinito. Lei, la luna, come la foresta, lo avvolgeva in un sentore di piena accettazione, lasciandolo libero di essere ciò che era.
Vide chiaramente i contorti della capanna. Si avvicinò alla porta e allungò una zampa. Bastò un tocco lieve, un movimento rapido, e la porta si dischiuse davanti al suo naso. Si infilò nel pertugio, scivolò furtivo all’interno. I suoi occhi individuarono subito una sagoma distesa in un angolo. Le si avvicinò piano, passo dopo passo, mentre le orecchie gli si piegarono indietro.
Dira si girò sul fianco sinistro. Doveva aver avvertito la presenza dietro di sé. Appena lo notò, si drizzò a sedere esalando un gemito sorpreso. Non gridò. Quel gemito le si strozzò in gola.
Amadou emise un ringhio. Balzò sul letto.
Dira cercò di lanciarsi giù dal letto, ma lui le afferrò una caviglia e la tirò a sé. La sentì mugolare dal dolore, dal terrore. Scalciò col piede libero, ma non riuscì a colpirlo, perché Amadou si era spostato di lato, rapido come un soffio di vento.
La ragazza lo guardò sgomenta. I suoi occhi sgranati gridavano: “No! Non uccidermi!”
La fame era troppo forte. La sentiva gonfiarsi dentro le sue viscere, attraversargli i muscoli, annebbiargli il cervello. Solo per un attimo, i suoi occhi si fissarono in quelli di Dira. E non persero ferocia; riconobbero il terrore nel suo sguardo, e lo divorarono con indifferenza.
La carne della sua coscia si squarciò con uno spruzzo di sangue caldo. Dira non gridò. Non emise un solo suono.
Amadou la travolse di slancio, serrandola in una presa di ferro. Gli artigli delle zampe anteriori affondarono nei fianchi e iniziarono a straziare la carne. Quelli delle zampe posteriori si dibattevano a ritmo, furiose, sul ventre della ragazza, martoriandolo. Lei colpiva i suoi fianchi pelosi con dei pugni che si facevano via via più deboli. Gli occhi sgranati fissi, uniti, in quelli della bestia che la stava uccidendo. La bocca spalancata, con urla e parole che non riuscivano a trovare forma e a tempestare l’aria, colma degli sbuffi e dei ringhi di Amadou.
Lui la prese a pezzi, a brandelli. Colpo dopo colpo, morso dopo morso, la sentiva spegnersi sempre più. Percepiva la sua energia vitale che, col trascorrere dei secondi, le scivolava via come un fiume in piena senza argini. Ad un tratto, i suoi pugni diventarono tocchi carezzevoli, poi le mani le crollarono ai lati. Dira si arrese. Sbatté le palpebre, una sola volta, con languore. I suoi occhi dissero: “Sto andando. Così, è finita.”
Amadou racchiuse la sua gola tra le zanne e strinse forte. Un sospiro sibilò fuori dalle labbra contratte della ragazza. Un suono che venne sovrastato da quello delle ossa del collo che si spezzavano.
Dira chiuse gli occhi per sempre.
Appena smise di muoversi, Amadou aprì le fauci e si fermò a riprendere fiato. Poi, iniziò a mangiare con foga crescente, come se volesse lasciarsi quell’orrore alle spalle il prima possibile. Lacerò, strappò, divorò, finché non si sentì satollo. Alla fine, quando ormai di Dira restavano solo ossa e qualche brandello di carne, le si distese accanto. Emise uno sbuffo, chiuse gli occhi e sprofondò in un sonno senza sogni.

Quando Amadou – uomo si svegliò, si trovò davanti il volto pietrificato di Dira. Occhi chiusi. Labbra socchiuse. Balzò indietro, sussultando. Il suo sguardo calò sui resti della ragazza. Sgomento, oltre ogni limite, si guardò le mani intrise di sangue. Poi sbatté le palpebre, come per sincerarsi di non trovarsi in un incubo. No, non stava sognando. Barlumi di ricordi fluttuavano nella sua mente. Ricordava l’attacco a Dira. Ricordava il sapore del suo sangue, la delicatezza della sua pelle sul palato. Crollò al suolo. Si strinse la testa tra le mani, come se volesse stritolarla. E pianse. Pianse a dirotto, con le spalle che sobbalzavano a ogni singulto, le unghie umane incastrate nel cranio. Il sole stava entrando dal buco nella parete che fungeva da finestra e riversava il suo sguardo dorato sulla carcassa di Dira. Nugoli di mosche appestavano l’aria, ronzando senza sosta.
Amadou esalò un lungo gemito. Poi si mosse lentamente, a quattro. Risalì sul letto e passò la mano destra sul volto della ragazza. Le sue dita si rappresero nei suoi capelli intrisi di sangue. Con un gesto lento, se ne liberò.
Si sentì pervadere da una stanchezza totalizzante; avvertiva un peso, come di roccia, nello stomaco e al centro del torace, tanto forte da fargli mancare l’aria. Esalò un gemito. Si guardò attorno respirando a fatica. Prese una boccata d’aria, mentre con mano stanca cercava di allontanare le mosche dai resti della ragazza. Rimase immobile per svariati minuti. Poi, una sensazione di vuoto assoluto si impadronì di lui. Meccanicamente, si alzò dal letto. Raccolse, con gesta delicate, quanto restava della sua compagna ed uscì.
Compiuti pochi passi, adagiò il cadavere a terra. Prese un respiro profondo. Affondò le mani nel terreno e iniziò a scavare, con foga sempre crescente. Il sole gli gravava sulla testa e sulle spalle. Rivoli di sudore gli imperlarono presto la schiena e le braccia. Aumentò la velocità. Le dita iniziarono a bruciare e a pulsare; fitte di dolore che risalivano le braccia. Alcune unghie gli si ruppero. Amadou scavò e scavò. Appena la buca gli risultò sufficiente, si fermò, sollevò il capo ed esplose un urlo colmo di dolore, di rabbia, di odio verso se stesso. Quando tutta l’aria gli uscì dai polmoni, si alzò grondando sudore e sangue. Prese il corpo di Dira tra le braccia e lo adagiò piano nel terreno. Le guardò il volto per l’ultima volta. Infine, deglutendo a fondo, cominciò a ricoprire la buca con le mani. Lavorò di buona lena. Lanciata l’ultima manata di terra, con la buca coperta per bene, crollò al suolo. Esausto, fissò uno sguardo vuoto verso la prima linea di alberi della foresta. Con la sepoltura di Dira, le mosche se n’erano andate e ora restava solamente un silenzio abissale, rotto solamente dal suo ansimare.
La consapevolezza di quanto accaduto gli piombò nella mente come un avvoltoio su una carcassa. Si piegò in due, vittima di un conato di vomito. Riuscì a resistere. La testa prese a ronzargli. Le spalle si incurvarono. Le mani tremanti, fisse a terra, reggevano a stento il suo corpo schiacciato dalla cruda e triste realtà vissuta.
Gemette a lungo. Poi, un brivido lo scosse tutto, da capo a piedi. Si guardò attorno, avvolto dal silenzio e dagli spazi estesi. Si sentì solo, perdutamente solo. E braccato da forze oscure, infinitamente più grandi e potenti di lui.
L’ultimo sguardo che Dira gli regalò, nel quale ardeva la promessa che l’avrebbe atteso al suo ritorno, si fissò nella sua mente, intento a non lasciarlo stare nemmeno per un secondo. E
Amadou – uomo, in quel momento, comprese che quello sguardo non l’avrebbe mai più abbandonato, che sarebbe sempre rimasto lì, come monito per il Male, per la Bestia, dell’altro Amadou: quella parte di sé che ora, sazia, lontana dal buio e dalla luna, riposava.
Si alzò. Barcollò sul posto. Un volto prese a vorticargli nella mente, sovrapponendosi allo sguardo di Dira. Il volto dell’unica persona in grado di dissipare le tenebre nelle quali era precipitato senza colpa alcuna.
Esalò un respiro, strinse i pugni, e si incamminò verso la foresta.

La capanna, alla quale era diretto Amadou, si trovava in periferia di un piccolo villaggio, separata da un tratto di foresta. Costruita come tutte le altre, con foglie, canne e fango, stava al centro di un muro di cespugli spinosi, dai rovi acuminati; maschere dall’aspetto grottesco tappezzavano le pareti esterne: di colori diversi, con dominanti rosse e nere, raffiguravano volti umani immortalati in espressioni di dolore, e volti di guerrieri con le labbra aperte a forma di O, in mute grida di sfida e di battaglia.
Amadou scivolò sotto due tronchi che fungevano da ingresso nel muro di spine. Arrancò verso la porta ed entrò nella capanna abbassando il capo.
L’interno era in penombra. Le pareti erano invase da altre maschere, similari a quelle esterne. Un odore di fumo stantio permeava l’aria. Al centro, seduto con le gambe incrociate ed espressione solenne, se ne stava Musimbwa, che non si scompose nel vedere Amadou entrare e crollargli davanti.
Musimbwa aveva un aspetto scheletrico, lunghe braccia sottili che terminavano in mani nodose, dalle dita tozze; era talmente magro, che la gabbia toracica sporgeva dalla pelle e sembrava sul punto di schizzare fuori a ogni respiro. Le rughe sul suo volto sembravano appartenere alla corteccia dell’albero più antico della foresta, piuttosto che a un essere umano. Dalla lunga e folta barba bianca, spuntava fuori una pipa affusolata e stretta, sbuffante un fumo dolciastro.
Amadou, crollato al suo cospetto, dovette prendere un respiro profondo e trovare tutta la sua forza d’animo per sollevare il capo e guardarlo negli occhi, tanto era intenso il suo senso di vergogna.
Musimbwa calò uno sguardo bonario su di lui, inclinò lievemente la testa in segno di assenso.
Amadou poté parlare. Con voce roca, rotta da qualche singulto, raccontò all’uomo dell’attacco subìto nella foresta da quella creatura; gli raccontò della notte di luna piena, della sua trasformazione. Si fermò per qualche secondo, facendosi forza, poi affrontò l’assassinio di Dira per mano della Bestia che si era impadronita di lui.
Durante il resoconto dei fatti, Musimbwa si limitava a fumare piano, guardandolo negli occhi con fare bonario, assorbendo tutta l’energia emanata da Amadou – uomo e ascoltando paziente ogni sua singola parola.
Quando Amadou concluse il suo racconto, esponendogli le sue paure più vive: il timore della notte, il timore del prossimo plenilunio, il timore di ritornare Amadou – Bestia, la certezza della fame che avrebbe provato e della caccia nella quale si sarebbe nuovamente rituffato: Musimbwa inspirò una capiente boccata di fumo, espellendola poco dopo.
Amadou si trovò avvolto dalla nube dolciastra. Una certa leggerezza gli pervase la mente; si sentì come pulviscolo sollevato dalla brezza e volteggiante nella foresta, senza una meta precisa.
Gli occhi sornioni di Musimbwa apparvero come pozzi oscuri, insondabili.
L’uomo parlò con voce roca:
“Gli spiriti della foresta hanno scelto al tuo posto. Sei destinato alla lotta eterna, all’eterna fame, all’eterna caccia per saziarla. L’Amadou che conoscevi, è morto quella notte. L’Amadou risorto per volontà degli spiriti, è la tua nuova natura. E non si può contrastare questa tua nuova natura, né si può contrastare la volontà degli spiriti. Sei già un figlio della notte. Sei già uno spettro della foresta. Questo è il tuo destino. E nemmeno io, posso fare qualcosa per te.”
Amadou rimase pietrificato.
“Non si può fare… niente?”, mormorò in un sospiro.
Musimbwa mosse piano la testa, in segno di diniego.
“Dira…”, singhiozzò.
“È la volontà degli spiriti”, ripeté piano Musimbwa.
Con il deserto nella mente, con la morte nel cuore, Amadou abbassò il capo in segno di rispettoso saluto, si alzò da terra e arrancò fuori dalla capanna.
La luce del primo pomeriggio gli esplose negli occhi, accecandolo.
Varcò l’ingresso tra i rovi, s’immerse nella foresta.
Avanzava piano, aggirando i tronchi, inoltrandosi tra le felci e calpestando il fogliame. Si sentiva vuoto, privo di ogni energia. Alzò lo sguardo verso le chiome enormi degli alberi, con i raggi del sole che faticavano a penetrarle. Comprese che la foresta sarebbe, presto, diventata la sua dimora. Presto, Amadou – uomo sarebbe scomparso, letteralmente divorato dall’Amadou – Bestia che già sentiva muoversi da qualche parte dentro di sé: la sentiva destarsi, stirare gli artigli, emettere un brontolio sinistro. Presto, col sorgere di una nuova luna piena, quell’entità si sarebbe scatenata di nuovo, avrebbe ruggito con forza e sarebbe tornata alla luce per placare la sua fame.
Amadou si fermò.
La Bestia avrebbe sicuramente cercato le prede più semplici, più inermi. In quel momento, Amadou comprese che Dira era solamente l’inizio di una scia di cadaveri che non si sarebbe facilmente fermata, almeno fino alla sua stessa morte.
Rivide i suoi occhi, rivide la sua figura immobile al centro della capanna, mentre lo lasciava uscire. No, Amadou non l’avrebbe concesso. Amadou – uomo, ancora nel pieno delle proprie facoltà mentali, almeno finché la Bestia non avesse preso il sopravvento, piegò a destra, inoltrandosi in un groviglio di cespugli, lasciando la strada finora conosciuta.
Si diresse verso il cuore della foresta, lì dove nemmeno i raggi del sole più intensi riuscivano a filtrare dal fogliame, lì dove nemmeno i cacciatori più esperti e coraggiosi osavano avventurarsi. E mentre stava abbandonando la sua terra, la sua casa, il suo passato, Amadou – uomo si preparò ad abbandonare persino se stesso.
Era la volontà degli spiriti della foresta. E lui, si rassegnò a diventare uno di essi.


Bio – Davide Stocovaz:

Nato a Trieste nel 1985.
Terminati gli studi partecipa alla realizzazione di film e documentari.
Nel 2010 vince il Primo Premio per la Sceneggiatura Mattador, dedicato a Matteo Caenazzo, con lo script “Istinti”.
Nel 2014 il suo racconto “L’ultima Sinfonia” viene pubblicato nella raccolta Morte a 666 giri curata dalla Dunwich Edizioni.
Nel 2016 vengono pubblicati i suoi primi romanzi: “Zanne nelle Tenebre” (Editrice GDS) e “Ombra di Morte” (Montag Edizioni).
Nel 2017 viene pubblicato il suo terzo romanzo dal titolo “Abissi” (Elison Publishing).
Nello stesso anno esce la raccolta di racconti “La Voce e altri racconti” (Franco Puzzo Editore)

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