Sparky – Omar Soriente

Il foglio bianco. In mano una penna dall’inchiostro nero. Vorrei sporcare questo immenso spazio candido e riempirlo di un sogno mai sognato. Ma il tremolio colpisce il mio corpo. Non è la tensione, non si tratta di un improvviso quanto passeggero spasmo muscolare. Il freddo non è la causa del mio continuo tremare. Dentro sento un calore, una fiammella capace di resistere alle folate di vento gelido, tiepido e caldo.
Ma non sono qui per raccontarti quello che di onirico svanisce. Con fatica, ma con gioia, io ti voglio narrare qualcosa di più alto, più potente, più intenso ed emozionante di un sogno spezzato da palpebre inondate dalla luce del giorno.
La scomparsa può avvenire in più modi e quello peggiore per me è rimanendo visibili, soprattutto a se stessi. Già, lo so cosa stai pensando. Sono un pazzo. Sto vaneggiando. Ma non è così. Sono vecchio abbastanza per dirti quanto il sogno sia un’illusione. Una mera linea di demarcazione al di là della quale pretendiamo di essere felici. Il traguardo non potrà mai essere un punto d’arrivo perché non si smette mai di sognare, di continuare a cercare la felicità sempre un passo più avanti.
No, io non mi lascio abbindolare. Sono stato ingannato troppe volte e per troppo tempo. Ho capito chiaramente qualcosa di ineluttabile: se esistono i sogni è perché devono essere raggiunti e goduti fino in fondo. Io, il traguardo me lo voglio godere. Basta con questa frenesia di spostare lo striscione del vincitore sempre più avanti. Correre non significa arrivare primi, ma semplicemente perdere ogni istante di quella corsa incapace di soffermarsi sui sogni esauditi. Quelli soltanto accarezzati, mai abbracciati né tenuti stretti per sentirne il profumo, lasciandosi inebriare dalla soddisfazione non più onirica, ma reale.
Ho perduto i sogni per strada. Non li ho riconosciuti. Li guardavo, senza vederli. Li sorpassavo con l’obiettivo di raggiungerne di nuovi. Quante carezze ho lasciato indietro. Quanti abbracci non dati. Quanti sorrisi non contemplati. Quanti volti di cui non ricordo nemmeno lo sguardo. La luce o le ombre di occhi che mi fissavano come a supplicarmi di accorgermi di loro, delle parole di speranza e amore mai ricambiato. E io correvo, correvo, correvo. Sfrecciavo sui binari della vita come un treno incapace di fermarsi. Travolgevo tutto e tutti, fino a investire anche me stesso.
Poi qualcuno ha pensato di arrestare la mia folle corsa. Non so chi sia stato. Sicuramente qualcosa di più grande di me. Il mio corpo non rispondeva più ai miei ordini. Io volevo continuare a correre, ma le gambe non ne volevano sapere. Sfinite. Inutilizzabili. La rabbia prese il sopravvento. La frustrazione mi logorava poco alla volta. Ma la cosa più brutta sai qual è stata? Non poter più correre. Non riuscire a sfogare l’ira in nessun modo. Stavo morendo. Avevo smesso di sognare, forse di vivere.
Poi, un nuovo inizio. Non riuscivo a gestire l’involucro di cui sono fatto. I muscoli sembravano appartenere a qualcun altro. Allora ho iniziato a usare qualcosa fino a quel momento quasi sconosciuto. I sentimenti. Il cuore. La vita. Esisteva soltanto un modo per cambiare la situazione in cui mi trovavo. Vederla con occhi diversi.
Ora lo chiamo per nome. Scherzosamente, quando mi riesce di parlare ed essere capito, presento ai miei interlocutori un amico con il quale convivo da anni “Lui è Parkinson, per gli amici Sparky”. Qualcuno ride, altri rimangono sbigottiti e non sanno come reagire. Mi diverto molto. Spesso cerco di tremare freneticamente apposta, ma il più delle volte è Sparky a decidere l’intensità dei miei movimenti. É un burlone perché si permette di colpirmi con il suo tremolio negli istanti più impensabili. Lascia stare il classico rovesciamento delle bevande oppure i rimasugli di cibo che lascio tutt’attorno al tavolo, quelli non sono nulla di eclatante per me. Chi conosce la mia condizione ha imparato a riempirmi il bicchiere per metà, così evito di formare quella pozza fastidiosa, invadente e spesso fraintesa. Ora immagina quando vado in bagno oppure quando stringo la mano a qualcuno e Sparky si diverte a far tremare anche il braccio del mio interlocutore. Io non riesco più a ridere con le labbra, ma ti garantisco che dentro di me esplodono risate inarrestabili. Ecco il mio segreto: accogliere Parkinson come uno di famiglia. Non è stato facile arrivare a questo stato d’animo. In passato pensavo alla maledizione di trovarmi in un corpo non più mio, ed esserne consapevole. Sarebbe stato più semplice non rendersi conto di nulla, ma poi penso a quanto sarebbe stato triste non gioire con Sparky dei momenti di felicità che ci regaliamo a vicenda.
La mia corsa si è arrestata. Non corro più per mezzo di un involucro, ma con le emozioni. Le lascio libere di portarmi ovunque e non le disprezzo come facevo una volta. Ora stando fermo corro più veloce di prima e in questo viaggio vedo sorrisi, occhi, colori, sento profumi, percepisco gli abbracci di persone capaci di amarmi incondizionatamente. E loro lo sanno. Io non li posso abbracciare, ma sono sicuro che il calore della mia stretta li avvolge senza la necessità di un vero contatto.
Ora ti svelo un segreto. Non ho scritto di mio pugno questa lettera e puoi immaginare per quale motivo io non lo abbia potuto fare. Se tentassi di scrivere tu vedresti sul foglio bianco soltanto una serie di ghirigori dall’inesistente significato. Anzi forse qualche forma avrebbe potuto ricordarti qualcosa. A volte Sparky si diverte a dipingere forme astratte intrise di oggetti più o meno reali. Certo l’immaginazione deve essere allenata per cogliere qualche concetto significativo, a volte nemmeno io comprendo l’arte del signor Parkinson, ma apprezzo la sua vena artistica. Spesso lo prendo in giro per questo talento incompreso. Mi sto dilungando in scemenze, lo so e forse questo è il rapporto speciale con cui mi sono legato al mio inscindibile amico.
La mano dell’autore è quella di mio figlio. Ho ritrovato il suo affetto da quando ho smesso di correre. Credo di averlo capito soltanto con la vecchiaia e per merito di Sparky. Non me ne rammarico. Lui, mio figlio, mi ha sempre aspettato al traguardo, guardandomi avanzare con il mio passo sbilenco, incitandomi mentre io scorgevo nei suoi occhi la fiducia riposta in suo padre. Faceva il tifo per me anche quando io correvo solo per me stesso. Non penso al passato, alle delusioni, alle incomprensioni di un tempo. La lezione è stata fin troppo chiara: la pazienza è una virtù preziosa, l’attesa è l’anticamera del raggiungimento di un sogno, ed è proprio lì la vera felicità, dove io voglio restare in eterno. Quante volte ho sentito questa frase. Ma la rinnego. Non è la pazienza ad avere il privilegio di essere considerata preziosa. L’ironia è in assoluto la virtù per eccellenza perché non aspetta, corre veloce tra parole e risate. Sfonda resistenze dichiarate immutabili. Guarisce anche chi non sa di essere ammalato.
Beh, non amo la parola fine semplicemente perché una fine non esiste. Ti lascio con l’immaginarti sorridente mentre scorri le righe impresse su questo candido spazio. I tuoi occhi fissi sull’inchiostro intriso di concetti veri, scrutatori dei perché di un’esistenza dai risvolti diversi. Rabbia e amore possono far parte di un’unica medaglia, ma resta sempre una nostra scelta quale lato osservare per gioire.
I sogni non sono un’entità onirica. Non sono gli svolazzi d’inchiostro di Sparky sul foglio bianco. No, io non mi sbaglio. Lo so per certo.
I sogni abitano la realtà.
Io, li sto vivendo.

 


Bio – Omar Soriente:

Omar Soriente è nato il 31/07/1978 a Maniago (PN) dove ha vissuto i primi anni d’infanzia. A Vajont (PN) ha trascorso gran parte del suo arco vitale. Dal 2009 al 2012 ha vissuto a Vancouver BC Canada dove, oltre ad appassionarsi alla scrittura, si è cimentato nel ruolo di cuoco. Dal 2018 vive con la compagna a Lignano Sabbiadoro (UD). Ha pubblicato “La Vita Allo Specchio” (Kimerik 2011), “Il Viaggio Rotondo (Youcanprint 2014) e “Io, è un Altro” (Edizioni Ensemble 2018).


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Un commento

  1. gaetano gaziano

    Trattare un arogomento delicato e doloroso con ironia e delicatezza, come fai tu, non è facile. Bravo!

     

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