Notte Su Milano – Giacomo Colossi

Il meglio che possiamo attenderci dagli uomini è l’oblio.
François Mauriac

 

Ultimamente si sveglia molto presto, e va a letto al mattino. Dorme tre ore, più o meno. E’ come se una voce nella sua testa gli dicesse di non perdere tempo. Vuole vivere, vuole essere presente con la mente, sveglio.
Il sonno lo tiene lontano, perché gli ricorda la fine.

Sta in piedi con Nerefina Liquida ed EKstasi-3E, come la maggior parte degli umani, ormai. Ma ogni ora in più che passa la morte si avvicina. E’ ingannevole frenare il tempo con la chimica. D’altronde, il tempo non può essere fermato da nessuno.
Io spesso gli dico che è tutto così assurdo. Non riesco a capire molto di ciò che mi racconta. Certo non comprendo l’orrore che sta vivendo l’intera umanità, le sue paure, le sue ansie. Non capisco nemmeno la conversione di Mauro al buddismo.
Io penso semplicemente che agli umani è accaduto qualcosa di anomalo, di … erschreckend.

Io mi chiamo Sara. Sono una macchina tedesca. Oggi mi sono vestita di seta rossa, seta indiana che lui ha comprato lo scorso anno in uno slum di Nairobi, al mercato nero. Il vestito che indosso l’ha fatto cucire da un sarto Armani, perché Mauro mi adora.
Di solito vuole solo me, per il sesso. Ha speso una fortuna per avermi una settimana intera. Ma stasera vuole solo passeggiare, passare da un locale all’altro. Ed io lo accontenterò, perché lui ha bisogno di non pensare a niente. Domani mattina, invece, pregherà gli dei. Ma non lo ascolteranno.

Ghetto Numero Cinque
Milano-Centro

– Che bel tramonto – dico scostando il velo bianco che mi copre gli occhi cadendo da un enorme cappello azzurro dalla falda ampia. Occhi neri che luccicano di gioia.
– Sì, è un bellissimo tramonto – risponde Mauro. Sulle colline di rifiuti a ovest del Naviglio scendono greggi di pecore e vacche grigie, guidate da bambini già diventati vecchi prima del tempo.
Agli angoli delle strade ridotte a fogne, carcasse di uomini e donne imputridiscono sotto quel cielo rosso. La puzza di marcio è ovunque.
– E’ un bel tramonto – dice nuovamente l’uomo.
– Dell’umanità – sussurra alla fine.

Ci muoviamo tra fantasmi che camminano con occhi straniti dalla pesante stanchezza fisica e psicologica accumulata in questi ultimi mesi di kollektiver Wahnsinn.
Stare svegli venti ore al giorno è inumano, ma quando sai di essere giunto alla fine del tuo tempo devi soltanto volerlo. Afferri con tutta la forza di volontà il tuo destino residuo e lo pieghi alle tue voglie più estreme e bizzarre, grazie alla neochimica.
Così, oggi, ci sono ristoranti in Piazza San Babila in cui si consumano pranzi e cene che durano settimane, pub alla Stazione Centrale dove scorrono fiumi di birra ed ogni altro genere di bevande alcoliche in feste che inseguono il ciclo lunare, biblioteche sempre aperte, locali di ogni tipo che non chiudono mai. L’immensa fabbrica mondiale del divertimento collettivo e di massa è l’unica rimasta in piedi, nonostante il fatto che l’energia elettrica sia razionata e quasi del tutto sparita.
Si taglia ogni albero per avere legna da ardere. Si è ritornati al baratto, al brigantaggio, e al cannibalismo. L’anarchia regna sovrana sulla Terra, da quando il tutto è iniziato.
E l’uomo fa fatica a credere che è giunto al capolinea della storia.
– Io ho fame – dico gesticolando come una bambina di pochi anni.
– Va bene – risponde Mauro avvolgendomi la vita con un braccio esile.

Il mio uomo ferma un risciò. Saliamo. Il conducente mi ferisce con lo sguardo e comincia a tirare arrancando nelle pozzanghere scure. Urla frasi sconce alla folla che stenta a muoversi al suo passaggio e ogni tanto punta la sua faccia ostile su di me. Bestemmia in slavo quando deve spostarsi di lato per far passare altri risciò che vanno nella direzione opposta alla nostra. Quell’uomo dimostra di avere settant’anni, e di odiarmi, ma ne avrà si e no diciotto. Lo capisco dagli occhi giovani che ho incrociato prima di salire su quel triciclo a due ruote, e dal vigore che ancora le sue braccia possiedono. Ma ciò che era un tempo quel giovane è stato scaraventato lontano, nel suo futuro, cinquant’anni più avanti.
Invecchiamento precoce. I tessuti umani, animali e vegetali sono invecchiati in pochi mesi, e la morte ha cominciato a raccogliere i suoi frutti, maturati anzitempo. Tutto il resto del mondo diventa pulviscolo, sottile ed impercettibile. Il mondo dell’uomo si sta sfaldando, va in frantumi, svanisce. Tutti gli oggetti che ha creato appassiscono e muoiono, scompaiono, si sgretolano sotto i suoi occhi attoniti e stanchi, in tempi diversi. Quando toccherà ai maschinenmensch? Quando morirò io? Bella domanda.

– Che cosa vuoi mangiare stasera ? – mi chiede il mio uomo con affetto.
– Tu che cosa vorresti ? – gli rispondo io. La festa è tutta per lui. – Potremmo andare all’Osteria di Giada, caro. Il filetto alla brace è ottimo! Se non è finito.
– Va bene – dice allora Mauro. Poi si rivolge al conducente del risciò e gli impartisce un ordine secco. Lui esegue, ma i suoi occhi cattivi mi trafiggono di nuovo.
Il ghetto pullula di morti che camminano. Vorrei capire chi ha deciso di far finire tutto. Vorrei capire il perché, ma non ci sono risposte. Solo domande. Trenta milioni di dannati sono ammassati lungo cento chilometri di un fiume putrido che sfocia nel Po, e che divora cadaveri ogni giorno ed ogni notte.
Ci sono falò accesi ovunque, lungo le sue spiagge melmose e puzzolenti. Pire di legna bruciano carne umana, ed un odore acre non ti lascia mai la gola un solo momento. Il destino di questa città è già stato scritto. La sua fine è vicina, come la fine dell’uomo.

– Perché non fate niente? – sussurro io nella direzione del mio amante. Lui mi guarda e sorride, ma dentro sta urlando dalla disperazione, dalla paura.
– Perché non provate a lottare? Tutti insieme.
Mauro si accende una sigaretta spagnola e scruta il cielo, fattosi viola. Il suo sguardo sembra perso all’interno delle nuvole che ci sovrastano, ma i suoi occhi tristi lo tradiscono. Gli umani dicono che sono lo specchio della loro anima.
Forse hanno ragione.
– Qualcuno lassù ha deciso che noi ce ne dobbiamo andare – dice il mio uomo.
– Non possiamo lottare, Sara. Non abbiamo la forza per farlo. E’ tutto perduto, ormai.
Io gli prendo una mano e gliela stringo forte, appoggiandola al seno. Lui si avvicina un po’ e mi abbraccia, poi mi bacia. Sta invecchiando a vista d’occhio, ma io gli voglio bene. Ogni organismo biologico terrestre ha accelerato il suo processo di invecchiamento, ma segue un tracciato tutto suo. I vegetali sono quasi tutti morti, insieme ai rettili. Gli uccelli scompaiono piano, poco a poco. Si riuniscono in stormi sui tetti dei palazzi e stanno lì, finché non giunge la morte a prenderseli tutti. Anche i pesci se ne vanno velocemente, galleggiando come navi alla deriva in un mare mosso. I mammiferi sono quelli che resistono di più, ma anche per loro la speranza si è comunque spenta da un pezzo. E gli umani sono quelli che più mi fanno pena, forse perché con loro ci parlo, ci vivo. Però non capisco perché non hanno quasi reagito.
Non capisco …
– Di solito voi umani scatenate guerre per imporre la vostra volontà – dico di nuovo accarezzando il viso rugoso di Mauro.
– Oppure per difendervi. Ma questa volta …
– Questa volta non c’era niente da fare – risponde l’umano guardandomi con occhi tristi.
– Non potevamo fare nulla, cara. La prima onda ha messo fuori gioco tutto il nostro impianto tecnologico, disattivandolo alla base, togliendo l’energia. Tutte le centrali energetiche hanno smesso di funzionare, in ogni punto del sistema solare. Tutti i circuiti si sono sciolti, liquefatti. La nostra tecnologia è stata spazzata via in una frazione di secondo, da qualcosa di incomprensibile, ma geniale. Poi, con la seconda onda, la vita ha cominciato a spegnersi. Tutta la vita.
– Ma noi … siamo vivi! – rispondo io.
E’ la domanda che mi pongo ogni minuto.
– Già – mi dice Mauro accigliato.
– E’ paradossale, vero? Però senza di voi tutte le arti, le scienze e le tecnologie prodotte dall’uomo non potevano essere salvate. Grazie al vostro aiuto stiamo archiviando tutto il sapere umano. Per quale fine non te lo so dire. E per chi! Questa domanda è la più oscura di tutte …

Mauro mi sorride e getta il mozzicone della sigaretta in una pozzanghera scura dove marciscono topi e gatti. Il risciò si è fermato e l’uomo che lo ha trascinato fin lì sta urlando che vuole del pane e della carne, per sé e sua moglie. Il mio uomo discute per pochi secondi e poi scende, dicendomi di aspettare un po’. Scompare in un vicolo chiuso non più largo di un metro e gremito di gente, in fondo al quale spicca un cartello molto alto che indica la presenza di un negozio dove si scambiano indumenti con viveri di prima necessità. La città comincia ad illuminarsi di una cupa luce arancione e l’odore delle fiaccole a petrolio e dei roghi che bruciano plastica e mobili riempie ogni via. La nuvola grigia che grava sulla Pianura Padana si arricchisce ogni notte di nuove tossine, ma di questo dettaglio nessuno si cura più.
Il medioevo è riemerso dal passato e sta ricoprendo l’intero pianeta.

Mauro torna dopo dieci minuti con una sacca, che passa al conducente del risciò. Il mio uomo non ha più la giacca ora, e sorride, mentre mi fa scendere dal mezzo di trasporto imbrattato di fango. Mi prende in braccio ma dopo un passo si ferma.
– Non ci riesco – dice stancamente.
– Due giorni fa potevo ancora farlo.
Il sorriso di un attimo prima si trasforma in una smorfia di dolore e di rabbia. Il vecchio si tocca la schiena con una mano, poi si aggrappa a me e attraversiamo la strada. Non parla più. Possibile che sia invecchiato di altri dieci anni in quest’ultima ora? Non so, ma forse è così.

Cammina ingobbito dentro ad una camicia bianca e a dei pantaloni grigi troppo larghi e vistosamente lunghi. Pare si sia addirittura accorciato di cinque o sei centimetri. Le rughe sul collo sembrano solchi e la pelle della mano è arida come un suolo assetato. E’ invecchiato di nuovo, di molto, ed in pochissimo tempo. Tutto il suo corpo ha subito l’ennesimo decadimento che ha per fine soltanto la morte. Provo una grande compassione per Mauro. Gli accarezzo i capelli grigi ma una ciocca mi rimane impigliata tra le dita. Lui se ne accorge e allora una lacrima gli illumina l’occhio destro, una lacrima che egli si asciuga in fretta.
C’è qualcosa di nobile in quel suo gesto. Mi commuovo.
– Entriamo – dice Mauro poco dopo, con un filo di voce quasi irriconoscibile. Siamo già arrivati al ristorante ma non mi sono accorta della strada che abbiamo percorso. Mi sono lasciata guidare dal mio vecchio uomo e ho pianto per lui, in silenzio, senza lacrime. Non c’è molta gente, solo una decina di tavoli occupati. Una signora è seduta su un gradino, all’ingresso, e fuma la pipa. E’ anziana, e ci sta guardando con insistenza.
– Vorrei mangiare con qualcuno, questa sera – dice alzandosi a fatica, con voce rauca. E’ magra, e molto vecchia.
– Sarà la mia ultima cena. Il prossimo salto temporale mi porterà direttamente nella tomba. Volete ospitarmi al vostro tavolo?
Mauro mi guarda e capisce che io non ho problemi a cenare con quella povera donna. Allora le fa cenno di sì con la testa e tutti e tre entriamo nel ristorante.
Ci sediamo ad un tavolo libero ed aspettiamo che qualcuno venga a prendere le ordinazioni. Decine di occhi mi guardano con evidente ostilità. Una radio spenta è appoggiata su una mensola appesa ad un muro. Ci guardiamo negli occhi, io e Mauro, guardiamo anche la vecchia signora con un piede nella fossa e poi, quasi per magia, ci rendiamo conto che forse stiamo pensando tutti la stessa cosa: quella radio si accenderà tra pochi minuti.
Mi guardo intorno e scopro facce smunte, grinzose e cerulee che osservano incantate quell’oggetto d’altri tempi. Una vecchia radio a valvole, di legno, un pezzo da collezione che solo un anno fa nessuno avrebbe mai pensato di utilizzare e che oggi va a ruba, perché è l’unico strumento con cui loro comunicano con noi. Ogni due giorni, al tramonto, le radio a valvola di tutta la Terra cominciano a parlare. Sono poche, ma ogni due giorni loro ci parlano. Senza dire molto, però.

Tutti quegli umani mangiano la loro cena, e per molti sarà l’ultima. Qualcuno, inconsapevolmente, scruta l’orologio appeso vicino alla radio, ma poi si rende conto che è fermo, come tutti gli orologi del pianeta. Si sono fermati quando ha impattato la prima onda, e non sono più ripartiti. Come se il tempo fosse stato cancellato per sempre. Tutti quegli umani, però, guardano anche quella radio. Attendono il verbo, la parola: l’unica trasmissione radio esistente sulla Terra, che trasmette chissà come da chissà dove, e sempre le stesse parole.
Interferenz, le hanno chiamate alcuni fisici russi. Interferenze subatomiche modulate da manufatti alieni, che permettono alle vecchie valvole di accendersi, di connettersi. Di parlare. E tutta quella stanca umanità non aspetta altro. Milano non aspetta altro.

Mauro mi guarda con occhi liquidi e poi fissa la radio. Infine guarda la vecchia donna e dice:
– Come si chiama, signora? – La sua voce è lontana e vibrante.
– Mi chiamo Elena – risponde la donna sorridendogli stancamente. – Elena Mitroka. Ho lasciato Mosca sei mesi fa. Voglio morire qui, a Milano. La città della moda e della tecnologia!
Mauro le sorride e poi mi prende una mano. Me la accarezza senza guardarmi. Osserva con curiosità sempre e soltanto quella radio appesa al muro.

Un cameriere si avvicina al nostro tavolo e ci dice che la carne è finita. Mauro gli risponde che non fa niente e chiede che cosa c’è di altro da mangiare. Il cameriere ci propone una zuppa di fagioli e un po’ di pane secco, e noi accettiamo. Per bere ordiniamo del distillato di riso a bassa gradazione alcolica. Ma prima che il tavolo sia imbandito con le vivande da noi scelte, la vecchia scatola di legno comincia a gracchiare, a ronzare, infine a parlare. Il silenzio cala nella grande sala da pranzo.
Io mi faccio attenta. E’ la prima trasmissione che sento.

– Qu-i rad-io alfa.
La voce è incerta e metallica.
– S-tiamo tra-smett-endo da …
Silenzio, interrotto soltanto da scariche elettrostatiche.
– … aiut-o. Il pe-rico-lo viag-gia …
Altro silenzio, lungo, durante il quale Mauro si accende una sigaretta.
Si è fatto nervoso, e riesco a capirlo.
– P-rimo e sec-ondo i-mpat-to …
Scariche elettriche e fruscii vari si susseguono per alcuni secondi.
– … im-patto …

La trasmissione si inceppa definitivamente e la radio smette di stridere. Tutti noi, nella grande sala, ci guardiamo in faccia e mormoriamo frasi inutili. Mauro mi lascia la mano e, guardando la signora Elena, dice:
– Sono loro che ci hanno ridotti così?
– No – risponde la vecchia signora con un impeto insolito.
– Non credo.
– E allora chi sono loro, quelli che trasmettono ? – dico io rivolgendomi a lei.
– Non lo so. Io seguo la trasmissione da due mesi. Le parole che ho sentito fino ad ora sono sempre state le stesse – sospira Elena Mitroka. Poi prende una sigaretta e se la accende, con movimenti lenti e tremolanti delle due mani. Mi fa pena.
– A volte penso ad un radiofaro. Ad un SOS lanciato da qualcuno. Per avvertirci del pericolo …
Mauro scuote la testa e ci fa capire che lui non è d’accordo. Ma alla vecchia signora non importa granché dell’opinione del mio uomo. Fa spallucce e beve un sorso d’acqua. Subito dopo arriva la cena e, tutti e tre, senza guardarci nemmeno in faccia, cominciamo a mangiare, con in testa un sacco di domande, dubbi e rabbia.

La sala del ristorante adesso è piena. La luce delle candele diffonde calore ed un ottimo profumo di sandalo e cannella.
Forse questa sera tutti qui dentro si aspettavano di ascoltare qualcosa di diverso, da quella radio. Forse si aspettavano di sentire la voce di un alieno che diceva che il giorno dopo sarebbe sceso per prendere le vite del pianeta, tutte insieme. Magari qualcuno si aspettava musica, oppure l’opera, o il telegiornale.
Di certo le facce di questi umani ora sono più tristi e spente di qualche minuto fa. Sono tutti morti dentro un’altra volta. Mauro più di tutti, ma è solo una mia opinione, perché e l’uomo che conosco di più in assoluto.
I suoi capelli cadono con sempre più rapidità e la sua voglia di vivere annega piano nell’oceano dell’impotenza, dell’incertezza, minuto dopo minuto. Ho voglia di andarmene da qui. Mi verso del distillato di riso e mi accorgo che il bicchiere perde. La tovaglia di stoffa tarmata si bagna e allora chiamo il cameriere, che mi sostituisce il bicchiere. Tutto decade, penso.
– Polvere – sussurra invece Mauro.
– Tutto diventa polvere. Siamo nati dalla polvere e veniamo ricacciati lì. Mio Dio, che orrore! – esclama alla fine, portandosi le mani alla testa.
Sta piangendo. Come un bambino. Elena Mitroka lo guarda con affetto e gli posa una mano sul braccio. Poi anche lei si mette a piangere. Io mi alzo e me ne vado. Non riesco più a sopportare niente di tutto ciò. E’ così … unbesonnen.

Abbandono l’Osteria e mi dirigo verso il Naviglio. Mi accendo una sigaretta e mi lascio trasportare dalla folla di straccioni che riempie le strade. Prendo un vicolo semi deserto e maleodorante e lo percorro lentamente fino in fondo. Sbuco in un largo spiazzo dove attorno ad un grande falò donne e uomini ridotti a larve stanno mangiando carne umana. Non riesco più nemmeno ad inorridire. E’ tutto normale, adesso. Sono state aperte le porte dell’Inferno e i demoni si sono impossessati delle anime degli uomini.

Una donna magra e dai lunghi capelli grigi e sporchi mi osserva con occhi cattivi. Io passo oltre ma dopo qualche secondo quella donna comincia a gridare:
– Loro non invecchiano. Loro vivono meglio adesso di prima. Bisognerebbe ucciderli tutti. E’ tutta colpa loro!
La folla di cannibali le da ragione. Urla, si muove verso di me, sbraita, con bastoni di legno e coltelli nelle mani. Io getto la sigaretta e comincio a correre, inseguita dalla follia umana.
Non capisco. Forse è solo invidia la loro. Ormai è diventato difficile per noi muoverci in città. Siamo visti come nemici. Ci hanno creati con una età apparente compresa tra i venti e i trent’anni e manterremo tale aspetto per secoli, forse, se non succederà qualcosa anche a noi. Io esisto da quindici anni, e ciò che sto provando in questi giorni non lo ho mai provato prima.
Credo sia paura.

Corro. Corro e non mi volto più indietro. Urto persone, le faccio cadere, calpesto una carogna di un cane, scavalco un risciò e poi mi infilo in una strada affollata. Continuo a correre, a sudare. Poi, quando quasi non riesco più a respirare, mi fermo, boccheggio, e vedo decine di persone accalcate davanti all’ingresso di un bar. Gridano, urlano, vogliono entrare.
– Warum? – mi chiedo.
Mi avvicino a loro ansimando. Mi avvicino a quella folla e cerco di capire che cosa stia accadendo. Non chiedo niente a nessuno perché ho paura di essere aggredita. Ho i nervi tesi. Sono in allerta e pronta a colpire.
Qualcuno grida che Radio Alpha ha trasmesso un messaggio diverso, qualcun altro vuole sapere di che messaggio si tratta, altri vogliono entrare nel pub e spingono, colpiscono con calci e spranghe di ferro chi gli sta davanti. Urla, fumo e disperazione si mescolano. Io allora penso al mio uomo seduto ad un tavolo dell’Osteria di Giada. Lui saprà certamente qualcosa. Lui avrà sentito questa nuova trasmissione radio.

Corro verso il ristorante ma vengo fermata dai cannibali che mi inseguivano poco prima.
– Uccidiamola – grida un uomo in preda al delirio. Ha gli occhi lucidi di un folle.
– Sì, uccidiamola – grida una donna che si trascina con un bastone, semi nuda.
– Bruciamola – gridano più di uno.
– Preparate la legna.
– Non ancora – sbraitano da un angolo di quell’ammasso di pazzi.
Io mi divincolo, cerco di scrollarmi di dosso quelle luride mani di assassini, sporche e unte, che mi stringono, premono sul mio seno e mi toccano ovunque, fino all’inguine.
Mi sento male, vomito, mi spogliano. Non capisco più nulla, urlo, scalcio, ma pesanti mani mi allargano le gambe ed altre mi tengono schiacciata per terra. Riesco solo a vedere la faccia sudata di un uomo magro e tremendamente vecchio e sudicio che si distende su di me. Poi cerco solo di resistere e invoco la morte, spero di perdere i sensi.
Ma non succede niente di tutto ciò. Mi violentano in sei, sette, otto. Forse passa un’ora, forse ne passano due. Perdo la cognizione del tempo. Dopo avere lottato fino allo sfinimento mi rassegno ed aspetto che tutto finisca. E quanto tutto finisce vedo ciò che mi aspetta.

In uno spiazzo vicino ad un distributore di idrogeno fuori uso, una catasta di legna si erge come una collina in una pianura desolata. In cima a quella collina hanno conficcato un palo di metallo. Tra sputi e botte mi portano in cima al patibolo e mi legano a quel palo gelido.
Sono nuda. Non capisco se sto tremando dal freddo o dalla paura.

La tribù di cannibali si è infoltita, ora. L’ennesimo rogo di una mechanik prostituta attira i passanti, i curiosi. I vili.
Mi guarderanno morire tra le urla e sorrideranno compiaciuti. Nessuno verserà lacrime per me.
Delle donne si avvicinano alla pira di legna con delle torce in mano. Il loro ghigno tribale mi inorridisce.
– Io ho vent’anni! – grida una verso di me.
E’ calva, gialla, sporca. E’ vecchia come questo mondo, e non le rimangono molti giorni da vivere. Soffrirà ancora per poco.
– Tu sei una strega maledetta – blatera un’altra.
– Visto che non muori, ti uccidiamo noi.

Quando stanno per appiccare il fuoco alla catasta qualcuno si mette ad urlare. Io scruto in quell’ammasso di polvere, fumo ed oscurità e vedo, sopra le teste di quelle donne, mani che si alzano. Tante mani. Si alzano e si abbassano, spingono corpi macilenti che si scostano barcollando, che cadono e poi si rialzano a fatica.
Poi sento:
– Basta! E’ in arrivo la terza onda. Radio alfa ha parlato di nuovo. Andate via! Andate via tutti!
Le donne con le torce in mano si girano a guardare per un attimo le bocche dalle quali sono uscite quelle parole. Due lasciano cadere la torcia per terra e si allontanano. Altre, non so quante, si rigirano verso di me e, con rabbia, bestemmiando in dialetto padano, gettano le loro torce tra la legna. Infine se ne vanno.

La legna comincia ad ardere ma la folla si disperde, velocemente. Le parole che quegli umani ridotti ad animali hanno ascoltato poco prima possono significare solo poche cose: salti temporali, morte, atroce sofferenza e paura.
La legna arde ed il fumo acre comincia ad avvolgermi. Ormai è notte, mi dico, e i miei ultimi minuti li passerò pensando a Mauro, e alla mia vita. Ma non è così.
Una luce verde illumina di colpo il cielo della megalopoli padana, una luce elettrica, striata di lampi bianchi.
Le nubi all’orizzonte ribolliscono come schiuma di mare e la Terra è scossa dalla terza onda proveniente dalla profondità del cosmo.
Gli umani si nascondono nelle case, in ogni anfratto del terreno, nelle fogne trasformate in rifugi. Gli animali ancora in vita scappano. Un tuono prolungato e cupo si dilata nell’atmosfera, portando il terrore in ogni angolo di mondo.
Da ora in avanti i balzi temporali falceranno altri milioni di vite.

Io, invece, sento qualcosa. Non è un balzo temporale, non è un decadere verso il nulla, non è la morte fisica. Mi raddrizzo, la schiena incollata al palo, e sento che posso liberarmi. La paura fa commettere errori. Subito dopo le mani sono slegate.
Me le guardo. Sono sporche, ma non odio le persone che mi hanno ridotto così.

In cielo i colori del mutamento in atto si susseguono come le due volte precedenti. Le molecole di vapore acqueo in sospensione nell’aria si colorano di verde, l’azoto diventa arancio e l’ossigeno assume il colore del sangue umano. Tutti questi colori si mescolano ad una velocità impressionante, poi ritornano ad essere parzialmente separati tra loro, infine si mescolano ancora. E il rumore di sottofondo rimane quello dell’uragano planetario scatenato da chi ha voluto distruggere la razza umana. Andrà avanti così per giorni, e nel frattempo la Terra diventerà un deserto su cui nessuno potrà più vivere.
– Mauro! – esclamo a voce alta. Befremdlich, penso poi.

Mi metto a correre. Corro, corro verso l’Osteria di Giada.
Non so quanti cadaveri incontro. Non li conto, ma sono migliaia. Ricoprono le strade, i marciapiedi, le piazze. Molti moribondi mi chiedono aiuto, implorano che li uccida, che li allontani definitivamente dalla sofferenza, dal tormento, dal male.
Mi spavento quando qualcuno mi afferra una gamba, mi guarda, mi offre un coltello e mi dice di ucciderlo, di sgozzarlo. Quella voce la devo ignorare, quell’uomo ormai avvizzito morirà da solo. Io non sono fatta per uccidere.

Arrivo da Giada. Entro nel ristorante e trovo solo un cimitero di scheletri e di oggetti frantumati. Il tavolo dove ero seduta qualche ora prima si è sbriciolato, insieme alle sedie, e sul pavimento, lì vicino, giacciono i corpi senza vita di Elena e del mio uomo.
Mi avvicino a Mauro e mi inginocchio. Gli prendo la testa tra le mani e la accarezzo. E’ ridotto ad un mucchio di ossa. Non ha più capelli e ciò che rimane del suo viso sembra una maschera di carta pergamena ingiallita dai secoli. Non riesco a piangere, però. Non ci riesco e mi chiedo il perché: perché mi hanno creata senza che potessi piangere? Ora ne avrei bisogno ma dai miei occhi non escono lacrime.
Abbraccio Mauro per l’ultima volta, e mi si sbriciola tra le mani.
Che orrore la morte.

Idroscalo

L’acqua è nera. Come la notte di Milano. Dal cielo scendono grandi stelle, luci che calano lente verso la terra morta. Fiamme che brillano nel silenzio più assoluto. Lanterne che illuminano un cimitero.
Dietro di me passi di cyborg, che scrutano l’orizzonte e non conoscono risposte a ciò che i loro occhi vitrei stanno osservando. Cercano di fuggire alla malinconia e alle paure che anche loro stano provando per la prima volta. Cercano compagnia, un rifugio. Non sanno cosa fare. Nemmeno io lo so.
Penso di essere in grado di comprendere la solitudine, ora.
Sono un oggetto inutile in un luogo alieno.
Perché la morte non ha preso anche me?

Fine

 


Bio – Giacomo Colossi:

Nato a Brescia il 5 gennaio 1963.
Laureato in Matematica. Insegno Matematica, Fisica ed Informatica in un Istituto di Istruzione Superiore Statale di Brescia. Scrivo fantascienza, horror, noir e altro. Realizzo video ed ho due canali Youtube: uno scolastico e uno personale. Sono cofondatore del Film Festival Internazionale “CortoConfine” (www.cortoconfine,com).

Concorsi letterari e opere pubblicate e che si trovano su Amazon

2001-02-03-04-05 – Finalista a cinque edizioni del “Premio Alien”.
Vincitore del “Tabula Fati 2005” con pubblicazione singola di: POLVERE (è su Amazon).
Finalista al concorso “Il racconto nel cassetto 2007” IV Edizione.
2008 – Finalista al concorso “Pescocostanzo 2008”.
2009 – Secondo classificato al “Tabula Fati 2009” con pubblicazione di: GOCCE DI CRISTALLO (libro che è alla sua seconda ristampa) (è su Amazon).
Finalista e tre volte pubblicato in antologia al concorso “Rassegna Strade Perdute”
Lost Higway Motel 1, Lost Higway Motel 2 (è su Amazon), Lost Higway Motel 3, Cut.Up Edizioni.
Finalista per due anni al “Premio Akery”.
Finalista alla prima edizione di “Apuliacon” (con pubblicazioni in internet).
Finalista al concorso “Tributo a Lovecraft” e pubblicato in antologia.
2009 – Finalista al Premio Letterario “IBISKOS 2009”.
2010 – Vincitore di “Neropremio 2010” ultima edizione (pubblicazione in internet).
Cinque racconti pubblicati dalla fanzine Futurshock.
Terzo classificato alla prima edizione del Fantascienza.com per romanzi inediti.
Romanzo pubblicato con Europa Edizioni: Marte Anno Zero (2013) (è su Amazon).
Raccolta di racconti pubblicata su ilmiolibro.it: Mondi nell’Ombra (2014) (è su Amazon).
2015/16/17/18 – Racconti pubblicati su letteraturefantastiche.com ed in altri siti di genere.
Romanzo pubblicato in formato e-book da Elison Publishing: Nelle Tenebre (segnalato al Premio Nobokov 2017) (è su Amazon).
Racconto lungo pubblicata su ilmiolibro.it: Sogno Lucido (2016) (è su Amazon).
Racconto lungo pubblicata su ilmiolibro.it: Revolution (2016) (è su Amazon).


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