La Fortezza del Diavolo – Federico Berlioz

Tanto tempo fa… L’isola d’Elba, situata nell’arcipelago toscano, fino alla vittoria di Pisa sulla flotta saracena nell’874, subì innumerevoli attacchi dei pirati. Nel 1003 e nel 1016 fu ripetutamente assalita dal pirata Mujahid al-Amiri. Dopo la sconfitta di Pisa nella battaglia della Meloria, avvenuta nel 1284, Genova tento più volte di impossessarsi dell’isola, molti isolani furono fatti prigionieri e tenuti nelle carceri genovesi. In seguito, l’isola subì un declino economico, aggravato da carestie ed epidemie di peste nel 1384, e l’isola si spopolò. Alla fine del XIV secolo, un colpo di Stato, portò al potere a Pisa, Pietro Gambacorti, rovesciato pochi anni dopo da Jacopo Appiano. Il figlio, Gherardo, vendette Pisa al duca di Milano, Galeazzo Visconti. L’isola d’Elba, Pianosa e Montecristo, divennero il principato di Piombino. Genova, approfittando della debolezza degli Appiani, nel 1401 tentò di occupare nuovamente l’isola d’Elba cingendola d’assedio, ma gli isolani uniti agli aiuti provenienti da Piombino, fecero fallire l’invasione. Nella metà del XV secolo, ripresero le incursioni dei corsari tunisini e un nuovo tentativo di Genova, alleatasi con gli Aragonesi, di occupare l’isola, fallì grazie alla inespugnabilità del forte di Volterraio. Nel 1544, l’isola fu attaccata da Khvr al-Din Barbarossa, uno dei comandanti musulmani più temuti a quei tempi e molti isolani furono fatti prigionieri. Cosimo dè Medici, ottenne in seguito, l’affidamento dell’isola, dall’imperatore CarloV, per garantirne il rafforzamento delle fortificazioni. L’isola, fu ancora attaccata da Francesco I Re di Francia e nemico dell’imperatore CarloV, alleatosi con i pirati musulmani di Dragut. I paesi elbani furono nuovamente saccheggiati nel 1553 e nel 1555. Jacopo VI Appiano si rivolse all’imperatore, che riassegnò il principato di Piombino agli Appiani, ma lasciò l’isola d’Elba ai Medici. Un secondo affidamento dell’isola ai Medici, fu interrotto dal nuovo Re di Spagna, Filippo II. Con la scusa di difendere il principato di Piombino dalle mire espansionistiche dei Medici, Filippo II, mandò la sua flotta all’Elba e fece costruire una piazzaforte spagnola al Longone di “Porto Azzurro”. All’inizio del seicento l’isola si trovò divisa in tre parti. I francesi assediarono e conquistarono la piazzaforte di Longone, ma quattro anni dopo gli spagnoli se ne impossessarono. Le lotte per conquistare l’isola continuarono per tutto il secolo e gli isolani subirono devastazioni, arresti e demolizioni delle loro difese. Nel 1734, il presidio spagnolo del Longone passò al Regno di Napoli. Nel 1796, Napoleone si impadronì del porto di Livorno, mentre gli inglesi che erano sbarcati sull’Elba, gli impedirono di occupare anche Portoferraio, occupando tutta l’isola, fortificando e ristrutturando il bastione di San Giovanni Battista, installando batterie di cannoni. Nel 1799, Napoleone proclamò l’annessione della Toscana alla Francia e inviò le sue truppe per occupare Portoferraio. I francesi tiranneggiarono gli isolani, a loro ostili e saccheggiarono Capoliveri. In seguito alla pace di Luneville, furono ceduti ai francesi tutti i possedimenti dei Lorena e il Re di Napoli cedette il Longone. Nel 1802, l’isola passò interamente alla Francia. Si dette impulso all’economia agricola ed estrattiva, creando nuove infrastrutture. L’inverno del 1805 fu molto difficile per l’isola d’Elba, a causa di grandi temporali che causarono gravi danni ai raccolti e per l’esplosione della santabarbara di forte Longone. A seguito della sconfitta di Lipsia nel 1814, Napoleone fu costretto ad abdicare e venne esiliato sull’isola d’Elba che, con il trattato di Fontainebleau, lui, sua moglie Maria Luisa e i loro eredi, avrebbero, in base all’articolo 3 del menzionato accordo, goduto della piena sovranità dell’isola. Napoleone, prima di fare ritorno in territorio francese, rimase alla guida della piccola isola per dieci mesi, dal 14 aprile 1814 al 1° marzo del 1815. Nel 1860, fu votata l’annessione del granducato di Toscana al Regno di Sardegna. In seguito all’annessione, l’isola subì una gravissima depressione economica. All’inizio del Novecento, Ubaldo Tonietti (concessionario delle Miniere) e Pilade del Buono, fondarono la Società Elba con lo scopo di creare un impianto siderurgico per lavorare il ferro sull’isola. Nel 1907, esplose un altoforno provocò la morte di tre operai e il ferimento di altri. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, lo stabilimento siderurgico di Portoferraio assunse un’importanza strategica. La mattina del 23 maggio 1916, un sottomarino tedesco emerse nella baia di Portoferraio e cannoneggiò gli altiforni e le ciminiere, causando gravi danni alla struttura. Dopo la fine della guerra, la crisi economica e la disoccupazione colpirono in modo drammatico l’isola. Nel giugno del 1921, la società chiuse temporaneamente e licenziò tutti gli operai. In quello stesso periodo incominciarono i primi scontri tra gli anarchici, i socialisti e il crescente movimento fascista. L’isola divenne luogo di confino per alcuni. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile, il 16 settembre del 1943, i tedeschi bombardarono Portoferraio, distruggendo lo stabilimento siderurgico e occuparono l’isola. Dopo nove mesi di occupazione, l’Alto comando alleato, liberò l’isola con l’Operazione Brassard. Il 16 giugno del 1944, i francesi si impadronirono della parte occidentale dell’isola. Le truppe francesi, composte soprattutto da militari senegalesi, impiegarono tre giorni per completare l’occupazione e compirono violenze e razzie anche contro la popolazione civile. Lo stabilimento siderurgico non venne più ricostruito. Le miniere furono sfruttate ancora fino agli anni ottanta. Dal 1996, l’isola fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

L’imponente complesso fortificato del Longone, situato in posizione dominante sulla sommità del promontorio di Porto Azzurro, è stato realizzato in soli due anni, tra il 1603 e il 1605. Quando gradualmente la struttura militare fu dismessa, venne convertita in carcere. Funzione che svolge tutt’ora.

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“Quando tieni la testa alta, mentre tutti gli altri l’abbassano… considerati una persona libera.”

Forse non ero stato abbastanza scaltro da evitare questa punizione, sentivo di non avere raggiunto nessun risultato nella vita, se non di aver fatto le esperienze peggiori. Fra un mese compirò cinquantatre anni, vecchio troppo presto e furbo troppo tardi. La vita mi aveva fatto molte prediche circa la virtù della pazienza, cercando di spiegarmi che era un disagio necessario da sopportare, anche dopo averla conquistata. E credetemi anche voi, perché ho avuto una vita veramente difficile. Dopo il processo e la condanna per omicidio volontario, fui spedito al carcere del Friuli-Venezia Giulia. Era un carcere di media sicurezza, progettato negli anni Ottanta per giovani delinquenti al loro primo reato. Nel 2004 le prigioni italiane erano così affollate che cominciarono a spedirvi, anche criminali più incalliti. Insomma, quelli più deboli, i più giovani mandati lì per evitare di affrontare le condizioni di vita dei carceri più duri, si ritrovarono a condividere la carcerazione con criminali veri, colpevoli soprattutto di reati violenti, Rapinatori, assassini e trafficanti di droga. Quando vi arrivai, c’erano trecentocinquanta detenuti, a fronte di una capienza effettiva di 180 posti letto. Per il settanta per cento erano stranieri extra-comunitari, zingari e polacchi. Mi assegnarono alla sezione di media sicurezza, una delle più vecchie. Ogni cella ospitava tre detenuti e misurava tre metri e mezzo per due e mezzo. Come entrai nella cella, mi presentai con educazione e cortesia, ma ero incazzato come una belva. Sapevo che ci sarei rimasto almeno vent’anni. Durante i primi tempi, alcune persone si erano avvicinate, più per curiosità che per fare amicizia. Non mi ritenevo un soggetto litigioso o aggressivo, ma sapevo come difendermi. Un mese dopo, mi avvicinò un detenuto. Gli piaceva il mio giubbotto. Mi chiese se potevo regalarglielo. In effetti, non me lo chiese, me l’ordinò. Dammi il giubbotto! Che altro potevo fare, di fronte a una simile richiesta. Mi sfilai il giubbotto e glielo consegnai, insieme alla mia reazione, che fu talmente rapida e violenta, che rimase sconcertato, forse perché abituato a quella prassi dove gli era andata bene altre volte. Gli sferrai un cazzotto alla trachea, non riusciva più respirare, annaspava e boccheggiava cercando l’ossigeno. Dopo un’ora, ero in viaggio, su un furgone blindato, con destinazione Porto Azzurro.

Oggi… Dell’empatia si parla solo in positivo, come un’attitudine pro-sociale, che favorisce le relazioni umane, la cura e la condivisione della sofferenza altrui. In realtà, non si tratta di una capacità garantita, che possiamo dare per scontata, al contrario è molto fragile, vulnerabile e soggetta a cadute. Subisce delle variazioni individuali notevolissime.

Per Valerio Ferri, il Direttore del carcere di Porto Azzurro, la capacità empatica era pressochè assente. E questa assenza, finiva per giustificare sia le scorrettezze quotidiane sia la sua crudeltà.

Venerdì 16 maggio, mattina Il dottor Ferri mi odiava. Il suo odio era talmente sconfinato, da far intravedere un sentimento opposto. Era la seconda volta, in due anni, che mi convocava nel suo ufficio. Quando mi vedeva, gli scattava un qualcosa che lo sconcertava e lo gettava in affanno, gli consumava l’aria e lo spingeva a volgarità.

«Cos’è sta roba?» Mi agitò, irritato, davanti al viso, un reclamo che avevo inviato al Magistrato di Sorveglianza di Livorno. Ci studiammo per qualche secondo. Notai nei suoi occhi una luce di disprezzo. Cercai di essere cortese e gentile, anche se mi costava fatica. «Dottor Ferri, ho scritto al Magistrato di Sorveglianza, perchè lei non ha mai risposto alle numerose domandine che le ho rivolto, per chiederle un colloquio». «Quali domandine?» «Che Domandine?» «Io non ho mai ricevuto tue richieste di colloquio». «Dimmi cosa vuoi, una volta per tutte, ma per favore si breve e smettila di importunare il Magistrato». «Sono io che comando su quest’isola».

«Signor Direttore, i motivi li conosce già». «La vita che mi offrite in questo carcere, mi sta portando allo sconforto». «Non mi fate lavorare, non mi fate studiare, non posso entrare nemmeno in biblioteca per consultare testi o leggere libri». «Il cibo è scadente e manca addirittura la guardia medica». Ci fissammo l’un l’altro, per diversi minuti in modo innaturale. Sembrava che stesse cambiando colore in volto, o forse era solo una mia impressione? Rispose: «Al momento non ci sono posti di lavoro liberi, sono tutti occupati dagli sconsegnati, per quanto riguarda lo studio e la biblioteca, vedremo in seguito». Lo guardai per alcuni istanti prima di rispondere, quindi, ripresi il discorso, con un pò di faccia tosta, come se mi avesse detto lui di proseguire. «Signor direttore, le vorrei far notare che, in questo istituto, lavorano sempre le stesse persone da anni».

Per chi non lo sapesse, gli “Sconsegnati”, sono detenuti che, in carcere, godono della fiducia dei direttori e dei secondini. Possono andare dove vogliono, hanno una notevole libertà di movimento, senza mai essere accompagnati o controllati dai secondini. In realtà, fanno la spia e si arruffianano in tutti i modi, le autorità carcerarie per ottenere privilegi e benefici penitenziari. Insomma i loro leccaculo personali. Nella fortezza del Diavolo, questi, erano favoriti sia nelle liste di lavoro che, nelle migliori condizioni detentive, addirittura, venivano usati, anche per picchiare i detenuti invisi alla direzione. Spacciavano droga e distillavano Grappa, assolutamente indisturbati, per non parlare poi di chi lavorava in cucina, che aveva in pratica “licenza” di rubare. Si appropriavano dei beni alimentari quali, l’olio, il caffè, lo zucchero, i formaggi, la carne e i prodotti inscatolati che, poi si dividevano tra i pochi privilegiati, affamando i loro stessi compagni di prigionia. Il carrello del vitto, quando arrivava ai piani delle sezioni, era così misero di cibo che il più delle volte, il solo vederlo arrivare, scatenava litigi violentissimi tra i detenuti, per accaparrarsi le poche razioni. Questa cornice, conteneva una tela fatta di annichilimento verso la solidarietà e il rispetto tra le persone detenute, e ispirato un quadro di concorrenza sleale per l’accaparramento delle poche risorse , incoraggiando una condotta deviante e delinquenziale che condizionava la vita di molti.

Quel giorno, notai che, il Direttore era più sgradevole del solito. Era pieno di tic nervosi, ogni tre parole si toccava l’orecchio destro , strizzava continuamente gli occhi. La sua scrivania, era così ordinata che gli oggetti che stavano sopra, sembravano incollati. Forse li ripassava nell’ordine da schema , ogni momento , come un vero maniaco dell’ordine.

Fissandomi, disse: «Tu hai un sacco di energie positive e molto da dare, ma è necessario che abbia più cura di te stesso». Pensai, scioccamente, che forse quell’affermazione nascondesse una minaccia. Se così fosse stato, non ne capivo il motivo. Forse ero stato prolisso? Risposi: «Grazie signor Direttore. In effetti sto esplorando diverse opzioni».

Era patetico, pensai dentro di me, esercitava la sua autorità, all’interno del carcere, ma non ci capiva un cazzo di gestione carceraria. Era stato messo lì da un amico di un suo amico. Non era a conoscenza neanche che, il “modello 393” era una domandina semplice, che si usava per fare richieste di acquisto esterne all’istituto, o per richiedere dei colloqui o sollecitare istanze inevase. Sosteneva la necessità che, infliggere il tormento corporale, fosse una misura necessaria per rieducare chi, non si piegava alle sue “regole”. Si vantava, addirittura, che nel suo istituto godessero di buona salute tutti: dagli internati più anziani agli invalidi civili, tossicodipendenti e malati psichiatrici compresi, al punto da non ritenere necessario il servizio di guardia medica. Non consentiva, di nominare una rappresentanza di detenuti o internati, designata mensilmente, in base all’articolo 9 dell’Ordinamento Penitenziario, al controllo dell’applicazione delle tabelle e della preparazione del vitto nella cucina del penale. Presumevo, allora, come adesso, che non sapesse dell’esistenza di tale Ordinamento. Secondo i suoi calcoli, da “esperto nutrizionista”, le calorie erano distribuite equamente fra tutti. Il colloquio per lui era terminato.

Intuivo, dal suo sguardo, i diversi modi in cui mi avrebbe punito di lì a breve. Quindi, lo incalzai: «Signor Direttore, con questo suo comportamento, sta sottoponendo i detenuti ad una umiliazione continua e, a una disumanizzazione costante, li sta riducendo ad automi inadatti alla vita sociale».

Mi rispose: «Attento a quello che dici, potresti pentirtene». «Quando si comincia qualcosa è bene sapere anche come finirla».

Si alzò, e scostandosi un lembo della giacca, infilò una mano nel taschino del panciotto e mi disse: «Ti prendi una di queste, e ti fumi uno di questi». «Il consiglio migliore che abbia mai dato». Mi diede una piccola pasticca bianca e un sigaro. «Si fa così, ti prendi una di queste e ti fumi uno di questi». Ripeté. «Ma non dirlo a nessuno!» Uscii dalla stanza con questa frase nelle orecchie “ma non dirlo a nessuno”. Mi sentivo come se mi avesse introdotto in una società segreta. Al secondino che mi riaccompagnò in sezione, gli dissi con un gran sorriso: «il direttore mi ha fatto dei regali, ma non lo dica a nessuno. Mi raccomando».

La pasticca la buttai nel cesso e il sigaro lo regalai a un tunisino che stava di fronte la mia cella, Talbi Lofti. Nel pomeriggio, stavo pisciando tranquillamente, quando udii la porta aprirsi alle mie spalle. «Va bene, voltati lentamente», ansimò una voce. «Subito, intendo», rantolò di nuovo la voce. Scrollando le ultime gocce, mi girai. Un secondino tozzo e pesante, con un manganello massiccio stretto nel pugno enorme, mi fissava con aria minacciosa. Mentre guardavo quel manganello, calò il buio.

Mi risvegliai nudo, nella cella d’isolamento, che era priva di finestre, c’era solo un vecchio materasso di gommapiuma buttato per terra. Puzzava ed era pieno di scarafaggi. Una buca sul pavimento all’angolo destro della cella, fungeva da gabinetto e sprigionava un fetore insopportabile. Dopo poche ore passate lì dentro, i miei capelli puzzavano di urina.

Verso mezzanotte, entrò in cella, il medico che viveva sull’isola. Aveva un aspetto cadaverico, faceva cattivo odore, era pallido con delle grosse occhiaie nere che gli contornavano gli occhi. Aveva le due dita della mano destra, ingiallite dalla nicotina. Mi domandò, se avessi contratto malattie infettive e, quali fossero le mie preferenze sessuali.

Ci sono due modi in cui le autorità carcerarie possono affrontare ciò che percepiscono come una minaccia. Possono assorbirla, o annientarla.

Nella fortezza del Diavolo, le due cose andavano di pari passo.

(…) Una mattina, mentre scendevo le scale per andare ai passeggi, uno stronzetto dai capelli neri mi sputò addosso. Uno sconsegnato. Io mi scansai, ma quello stronzo mi seguì e mi sputò ancora addosso, centrandomi sulla maglietta. Allora rimasi fermo davanti a lui, ricevendo l’ennesimo sputo. Rimasto sul terzo scalino, riuscì a colpire la sua faccia, avendola, a poca distanza dalla scarpa, come un pallone pronto per il calcio di rigore , con la grazia di Francesco Totti. Da quel momento, non ha più camminato allo stesso modo.

In quella fortezza, c’eravamo resi conto che, ribellarsi sarebbe servito a ben poco, in ogni caso, nessuno lo avrebbe mai fatto. Si trattava sostanzialmente di paura. Eri senza difese, più cercavi di farti gli affari tuoi, più la paura si espandeva. In quelle condizioni si provava un senso di fragilità, come un criceto in procinto di essere sottoposto a tortura. Tutta l’isola era controllata dai secondini e dagli sconsegnati. Un cenno qui, un occhiolino là. E tutti sapevano tutto.

Vedevi pozze di sangue che spuntavano dalle celle, e d’un tratto ti rendevi conto che era in corso un pestaggio. L’orrore più grande era assistere ai blitz dei secondini durante la notte. Udivo dei rumori sordi e delle urla soffocate e il giorno dopo, spuntavano detenuti ammaccati e con gli occhi neri. La squadretta dei picchiatori, poteva fare irruzione nelle celle o nelle docce a qualsiasi ora. Erano efficienti e scaltri come figli di puttana. E avevano carta bianca.

Un’altra pratica molto diffusa nella fortezza, era nascondere un paio di canne, addosso a qualcuno, per poi punirlo o chiuderlo dal lavoro. Era una prassi talmente ordinaria che dopo un po’, te l’aspettavi.

(…) Ricordo ancora, quando mi affacciai per la prima volta nel cortile dei passeggi. Provai un brivido di freddo, era agosto. L’intera struttura aveva lo scopo di intimidirti al massimo. Feci una panoramica mentale. Trecento metri di lunghezza e centocinquanta circa di larghezza, tutto recintato all’intorno con filo spinato e cocci di vetro. Alzando la testa, si ammiravano stagliarsi nel cielo, dei cavi d’acciaio intrecciati talmente fitti, che il sole faceva fatica a filtrare. La forma era quella di un rettangolo irregolare. In uno dei lati del muro di cinta era incastrato un robusto portone, chiuso, e sorvegliato da sentinelle armate di mitra. Per accedere al cortile, bisognava prima rispondere all’appello del mattino, poi, tirare giù le braghe e piegarsi per permettere a un secondino, munito di un bastone con applicato sulla punta uno specchietto, di guardarti il buco del culo. C’era anche l’appello del pomeriggio e della sera, o anche più volte durante il giorno, a secondo dell’umore dei secondini e della loro sapiente capacità di contare velocemente.

Alcuni detenuti, tra i più pericolosi o di carattere intrattabile, amavano camminare da soli nelle ore in cui non lavoravano. A volte, mi intrattenevo un po’ di più nel cortile. Osservavo in disparte, le facce indurite e marchiate di quelle persone disadattate, provando a indovinare a che cosa pensassero. Erano, quasi tutti soggetti pericolosi, violenti o psichiatrici. Alcuni di loro, arrivavano alle mani anche solo per uno sguardo troppo prolungato. C’era chi dava fuoco alla cella, perchè voleva più gocce per dormire. Altri, aggredivano i detenuti più giovani e li trascinavano nelle docce per violentarli. Oppure si infilavano nelle loro brande, minacciandoli con un coltello alla gola. I secondini si giravano dall’altra parte per non intervenire. Chi faceva queste indecenze, se ne fregava delle conseguenze. Erano criminali con pene da trent’anni all’ergastolo, cosa gli potevano fare di più? E poi, il direttore, aveva volutamente messo insieme, quel miscuglio di delinquenti, criminali e pervertiti. Lo scopo di mettere insieme diverse tipologie di detenuti che, non potevano coesistere, era proprio quello di farli litigare per poi, lui imperare. Così, in molti, per evitare di litigare con questi psicopatici, arrivavano a chiedere di essere isolati.

La verità era, che molte di quelle persone, non avrebbero dovuto stare in carcere, semmai in una struttura psichiatrica.

Come Efisio Piras, per esempio, un Sardo della provincia di Oristano. Soprannominato il pastorello. Era un uomo sulla cinquantina, sul metro e settanta, magro ma solido. Aveva un viso scavato e rugoso, capelli grigi cortissimi e uno sguardo tagliente. La sua occupazione preferita, mentre passeggiava nel cortile, era quella di osservare le sentinelle sopra gli spalti. Contava i loro passi e sapeva a memoria tutti gli orari dei turni che svolgevano nelle torrette anti-evasione. Ogni secondino che terminava il turno sulle mura, rappresentava per lui un giorno di galera espiato. Ogni giorno conteggiava un turno e in tal modo, dal numero dei turni si regolava quanto gli rimaneva da scontare. Un pomeriggio, notai, come si era rabbuiato in viso, dopo che aveva saputo di un detenuto, che aveva trascorso in galera più venti anni, che finalmente usciva in libertà. Provava invidia e irritazione, di non poter godere lui di quella opportunità. Piras, era stato condannato a trent’anni di carcere per aver ammazzato una coppia di turisti tedeschi. Li aveva avvicinati con la scusa di affittargli un monolocale vicino il mare. Una volta portati in casa, gli aveva offerto un bicchiere di Turriga, una Grappa locale. Li aveva drogati, poi sodomizzati per diversi giorni, sia la donna che l’uomo e infine uccisi. Per disfarsi dei cadaveri, li aveva fatti a pezzi e gettati in pasto ai suoi maiali. La polizia aveva ritrovato soltanto i capelli e le unghie, le uniche parti del corpo umano che i maiali non digeriscono. Gli restavano ancora sedici anni da scontare. Ed era una vera mina vagante. Poteva essere calmo e rilassato, oppure, di colpo, diventare cattivo e violento. Si muoveva al confine tra la malvagità e l’infamia.

Oppure, c’era Eddine Jabrane, alias testa bucata. Lo chiamavamo così perché pregava con tale frequenza, da essersi provocato un buco sulla fronte. Aveva un’inclinazione alquanto spirituale e, solitamente, nell’offrirti del tabacco ti raccontava qualche impresa del Profeta. Era un buon ambasciatore della propria fede, ed era il tipico imbroglione marocchino. Quando ti sorrideva, non la smetteva più e continuava a fissarti. Era stato condannato all’ergastolo ostativo. Si era macchiato di uno dei crimini più odiosi. Aveva rapito due bambine italiane di dodici e tredici anni. All’uscita della scuola media in Via Carlo Pascal a Milano. Dopo averle caricate in macchina a forza, e portate nello scantinato di suo cugino, vicino al quartiere San Siro. Le aveva stuprate e poi strangolate. Era stato preso da una ronda dei carabinieri, mentre stava cercando di disfarsi dei corpi, gettandoli nella Garbogera, un torrente che attraversa la provincia di Monza e della Brianza.

Nella fortezza, avevamo la sensazione che i guai fossero sempre in arrivo. Si respirava tensione nell’aria. Era come lo squilibrio tra gli ioni negativi e quelli positivi prima di un temporale. Dall’affanno, percepivi che qualcosa stava per spezzarsi.

Una sera di settembre, era giovedì, un algerino iniziò a litigare con una guardia, perché non voleva farlo scendere in infermeria. Si mise a urlare che stava male, tutti gli arabi uscirono dalle celle e si buttarono nella mischia. Arrivarono di corsa, anche gli albanesi e i rumeni, perché temevano che fosse coinvolto qualcuno di loro. La guardia chiamò altri secondini e si scatenò una rissa gigantesca. Sembrava il finimondo. Nel corridoio volava di tutto, sgabelli, scope, secchi di plastica, rotoli di carta igienica e bombolette di gas. Urlavano tutti: «Ammazza lo sbirro!». Era ormai, una rivolta e i secondini dovettero intervenire in massa con caschi e scudi antisommossa. Il corridoio, finita la battaglia, aveva cambiato colore per tutto il sangue versato. Quando l’insurrezione era stata domata, i soggetti più pericolosi li sbatterono in una sezione distaccata dal carcere. Sapevamo tutti che, finire in quella sezione, era un’esperienza allucinante. Senza contare che, i secondini, a squadre di sei, ogni tre ore, entravano nelle celle e li massacravano di botte con i manganelli girati dalla parte del manico. Sentivamo le loro urla tutte le notti. Distesi per terra senza materasso e senza bagno, erano costretti a sdraiarsi sui loro escrementi. Alcuni di loro, rimasero in quella sezione per oltre un anno.

(…) Ricordo ancora, la sera del mio arrivo sull’isola di Porto Azzurro Insieme con gli altri novellini, i secondini ci spinsero per andare subito sotto la doccia, dove ci spararono addosso un getto vaporizzato antipidocchi. Poi, mentre cercavo di riprendermi e darmi una ripulita, qualcuno mi diede un colpetto sulla spalla, e girandomi lo vidi. L’uomo arrivato era vestito in modo elegante, ed era entrato nel locale con un’aria padronale. Con il suo ingresso l’atmosfera intorno cambiò, come se fosse arrivato il momento della verità. Come se la serata avesse acquistato un senso. Quello era il suo locale. L’uomo scambiò qualche saluto con i nuovi arrivati, distrattamente, e poi dopo aver parlato a bassa voce con un secondino, sparì dietro una porta. Quella fu la prima volta che vidi il Direttore del carcere. Dopodiché, ci scambiammo tutti un’occhiata, perché sapevamo che la cavalcata stava per iniziare.

C’è qualcosa di primordiale nel modo in cui reagiamo alle sensazioni. Ci sono forme di malvagità subliminale, che passano attraverso il non accorgersi e il non tener conto della loro presenza. Quella sera, provai qualcosa di simile. Allora, non ragionavo come adesso, ma quello che mi rimase impresso, fu un’indefinibile senso di sfiducia e rassegnazione.

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Certamente, pochi sanno che cosa può voler dire stare chiuso in un carcere. Sottostare agli eccessivi formalismi dei secondini e alle soffocanti regole imposte della prigione. Assistere alla sfilata quotidiana di criminali. Dei detenuti che sbraitano, aggressivi e bellicosi. In un crescendo di difficoltà che mettono a dura prova, anche il delinquente più incallito. Sentire tutti i giorni nell’aria, un odore acre di detergenti e puzza di sudore, tanto da essere costretti a serrare le labbra per trattenere il respiro. Di come le malattie infettive si diffondono e con quale velocità. La cella, che non supera i cinque metri quadrati, con le brande che occupano quasi tutto lo spazio calpestabile. Il pavimento di terra battuta e cemento, e le pareti chiazzate di muffa verdastra. Il buco della “turca”, che emana un fetore di urina stantia. Un piccolo lavandino, di colore bruno-rossiccio, aggredito dalla ruggine e dal calcare, dove lavarsi e farsi la barba. Il tavolino e lo sgabello, al lato della turca, imbullonati nel pavimento, per mangiare. La finestra, con sbarre orizzontali e verticali, così strette e vicine fra loro, che a malapena consente una mano di passarci. Le notti, che si trascorrono in cella a rimuginare, per poi attendere ancora, un nuovo maledetto giorno. La consapevolezza, dell’orrore di essere intrappolati in quell’esiguo spazio per l’eternità,vivendolo appieno nella sua monotonia, nella sua clausura e nella prevedibile e insignificante esistenza, che lentamente ti prosciuga l’energia vitale.

In carcere, le bugie sono la moneta corrente, la menzogna e l’inganno sono la costante, perché si è costretti a vivere, sempre, in territorio nemico.

In questa storia, i luoghi e i nomi sono di pura fantasia, ma i personaggi sono autentici, come l’atmosfera minuziosamente descritta.


Federico Berlioz

55 anni, sono amante della lettura e degli animali, ho un cane di nome Muffin che ho preso in un canile, sono celiaco dalla nascita, e papà di una bellissima bambina di nome Vanessa, sono fidanzato con una dolcissima donna del cilento di nome Nicoletta.

Ho una mentalità aperta e socievole, un carattere determinato ed intraprendente, con ottima capacità di coordinamento e amministrazione di progetti, che occupano lavori in cui la comunicazione è importante.

Durante il percorso di formazione lavorativo ho collaborato presso diverse Associazioni di Volontariato: Pubblica Assistenza di Pisa, L’Uovo di Colombo di Viareggio, la Croce Verde di Viareggio e, (attualmente) con la Cooperativa Sociale Don Bosco di Pisa.

Ho partecipato, a diversi concorsi letterari intitolati “RADICAMENTI” E “FUORI DAL TEMPO” con i racconti, pubblicati nelle antologie, dal titolo: “QUEL CHE RESTA DI NOI” e “ME VADO A MAGNA’ UN TRAMEZZINO”, ho frequentato, corsi di scrittura creativa con il Giornale locale “La Torre e l’Alfiere”, nonché, partecipato a progetti con il carcere di Pisa e le Camere Penali di Pisa, in collaborazione con la Casa Editrice MDS (Mani di Strega) di Pisa, il primo progetto del 2015 intitolato “FAVOLARE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “FAVOLAMARA” e, il secondo progetto nel 2016 intitolato “LE GABBIE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “IL LABIRINTO DEI VIVI”.

Ho partecipato al concorso Letterario Multiverso 2017/2018, con il racconto inedito dal titolo “COME DELLE BESTIE FEROCI”, pubblicato nell’Antologia “ORZA LA BARRA”, reperibile presso il link allegato: https://www.globeon.it/2018/04/17/pubblicazione-antologia-dei-racconti-vincitori-del-concorso-letterario-multiverso-2017-2018/

Infine, ho partecipato al concorso un “Best Seller nel Cassetto 2018” con il Romanzo inedito dal titolo “IL CUORE SUL COMODINO”, pubblicato e in vendita sul sito di Amazon.


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19 commenti

  1. RACCONTO MOLTO ESPRESSIVO ED INQUETANTE, CHE RAPPRESENTA VERAMENTE LA VITA IN CARCERE DI CHI PUO’ AVER SBAGLIATO, MA SI E’ PENTITO E STA FACENDO I CONTI CON UNA REALTA’ SOCIALE MALATA, CHE NON CREDE FA CREDERE PIU’ NELLA PROPIA ESISTENZA E NEL RISPETTO DELLA PERSONA UMANA. BEN SCRITTO E GRANDISSIMO AUTORE

     
    • Federico Berlioz

      Caro Maurizio, ti ringrazio della tua valutazione sul Pianeta carcere. Hai afferrato in pieno la mancanza di finalità della riabilitazione del condannato. Federico

       
    • .. Ho conosciuto personalmente Federico.. Una persona stupenda e meravigliosa piena di valori,sensibilità e umiltà .. Dove si mette sempre a disposizione dei bisognosi. Infatti tutto questo traspare nei suoi profondi racconti.. I miei più sinceri complimenti per tutto il tuo operato..

       
      • Federico Berlioz

        Grazie infinitamente per le tue belle parole Luca, che mi lusingano fortemente, nella speranza di migliorare ancora. Con affetto e stima. Federico

         
  2. nicoletta botti

    La narrazione spinge il lettore ad aprire gli occhi su una realtà misconosciuta, di cui non si è mai avuta chiarezza e conoscenza.
    Forse è la paura, o semplicemente perchè tutto ciò che accade dentro le mura di un carcere, non sono problemi che ci riguardano, che nessuno di noi che vive al di fuori, potrebbe mai risolvere o in qualche modo modificare? Raccogliere il messaggio che trapela da questo racconto è forte e chiaro. Le immagini che ci vengono alla mente sono crude e dettagliate.Una testimonianza che andrebbe ascoltata anche per chiarire come e da chi, le istituzioni vengono rappresentate nel loro ruolo.
    “Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi.Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare.Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.” (B.Russel)

     
  3. Federico Berlioz

    L’ordinamento giuridico vuole evitare al comune cittadino di vivere l’esperienza carceraria per crimini di poco conto, questa scelta è riconducibile ad un duplice ordine di ragioni: Innanzitutto, le carceri italiane non riescono ad ospitare la gran mole di persone che sono ristrette, in secondo luogo, è dimostrato che il contatto con il carcere non ha effetti rieducativi (come dovrebbe essere per Costituzione) ma, al contrario, sortisce un effetto criminogeno.

     
  4. Racconto emozionante e realistico. Leggerlo e’ stato affascinante ma allo stesso tempo duro e sincero.
    Certo questa realta’raccontata lascia l’ amaro e la rabbia ma e’ una denuncia vera e come tale va letta e fatta nostra.

     
  5. Federico Berlioz

    Nessuno sceglie un male capendo che è un male, ma ne resta intrappolato se, per sbaglio, lo considera un bene rispetto a un male maggiore.

    EPICURO

     
  6. Secondo Voltaire il grado di civiltà di una nazione si vede dalla co dizione delle sue carceri….Non aggiungo altro commenti…complimenti a chi riesce ad uscire sano di mente da questi luoghi e vuole ancora rifarsi una vita perché non deve essere facile.
    Questi racconti esprimono una sofferenza reale ed a volte…o meglio spesso…esasperata da chi dovrebbe aiutare a capire, a cambiare…ma dove ci sta portando questa società fatta per ricchi, piena di pregiudizi e di falsi idoli?Sarebbe bene che tanti ” bravi ragazzi” mettessero questi racconti! BRAVO FEDERICO…NON MOLLARE MAI…

     
    • Federico Berlioz

      Grazie Laura, apprezzo tantissimo i tuoi commenti.

      La prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali.
      Le probabilità che uno esca peggiore di quando c’è entrato sono altissime.

       
  7. BRAVO FADERICO…in una società pian di pregiudizi e perbenisti questi racconti fanno pensare. Voltaire avrebbe molto da dire sul grado di civiltà della nostra nazione…Uscire sani di mente ed ancora pieni di voglia di ricominciare da posti del genere credo sia molto difficile, mentre dovrebbe essere l’obiettivo dei centri di reclusione…lascio ogni altro commento….

     
  8. Molto bella e interessante la storia travagliata di questa isola contesa da sempre dai potenti dell’epoca che ci introduce ad uno spaccato di vita carceraria in cui l’inumanità della vita quotidiana sembra quasi essere pervasa e favorita dall’atmosfera del luogo, potente e magnifica da un lato, arcigna e brutale dall’altro.

     
  9. Federico Berlioz

    La variegata composizione della popolazione carceraria, è rappresentata, per la maggior parte, da poveri, anziani, anche ultra ottantenni, malati con gravi patologie, tossicomani, infermi di mente e stranieri.
    Sono individui che, in molti casi, avrebbero bisogno di cure immediate, fisioterapia, ricoveri ospedalieri o degenze in case di cura psichiatriche.
    Per quanto riguarda quello che accade all’interno delle carceri, c’è bisogno di dire molto.

     
  10. Descrizione storica dettagliatA e interessante lettura accattivante interessante dove emergono.le condizioni igienico sanitarie.precarie dei detenuti e dove prevale lo spirito di prevaricazione di prepotenza e di.profonda ingiustizia

     
    • Federico Berlioz

      Essere costantemente trattati come animali, può indurre a pensare di esserlo veramente, assemblati e stivati come merce avariata, picchiati e umiliati, non agevola certamente l’introiezione e l’elaborazione del senso di colpa per i reati commessi, ma anzi, aumenta esasperatamente la voglia di rivalsa contro uno Stato che ha offeso e umiliato.

       
  11. Federico nel suo racconto denuncia un male comune di molti istituti penitenziari, di come la detenzione presentata come una misura cautelare, rieducativa fallisca. Rispondere perché succede significa mettere in discussione i modi, i mezzi e le persone. Troppo difficile, costoso e impopolare, e così si fa la cosa più facile, stare in silenzio, voltarsi e non guardare carcerieri e carcerati. Nascosti tra quattro mura cosa succede non interessa…

     
  12. Federico nel suo racconto denuncia un male comune di molti istituti penitenziari, di come la detenzione presentata come una misura cautelare, rieducativa fallisca. Rispondere perché succede significa mettere in discussione i modi, i mezzi e le persone. Troppo difficile, costoso e impopolare, e così si fa la cosa più facile, stare in silenzio, voltarsi e non guardare carcerieri e carcerati. Nascosti tra quattro mura cosa succede non interessa…perché dovrebbe?

     
  13. Federico Berlioz

    Chiamai a voce alta il secondino di guardia alla sezione.
    Restai diversi minuti con le orecchie tese senza ottenere nessuna risposta.
    Niente.
    Un lieve fruscio attirò la mia attenzione e buttando un’occhiata sul pavimento della sezione, nella direzione da cui proveniva, vidi due topi enormi che lo attraversavano indisturbati.
    Erano usciti dallo scarico della fogna, al centro del corridoio, sprovvisto di grata.
    Avevano occhietti avidi, stimolati dall’odore proveniente dai bustoni neri dell’immondizia accumulati in fondo alla sezione.
    Avanzavano sicuri e decisi, padroni del luogo….

     
  14. Federico Berlioz

    Grazie infinitamente per le tue belle parole Luca, che mi lusingano fortemente, nella speranza di migliorare ancora. Con affetto e stima. Federico

     

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