Il Mio Amico Muffino – Federico Berlioz

A Muffin Con amore

Ci si potrebbe chiedere per quale motivo avessi scelto “quel mestiere”.
Nel mio passato, avevo avuto una vita benestante e una buona educazione.
I miei genitori, ancora vivi, sono persone affettuose e mio fratello è medico a Roma.

Un giorno mi accorsi, che dove lavoravo, il mio dirigente, Carli Renato, possedeva una cassetta nel suo ufficio, piena di soldi, accumulati in nero e, imprudentemente custoditi.
Aveva trafficato molto, comprando oggetti di valore, e guadagnato somme ingenti di denaro, nel rivenderli.

Da quando iniziai a metterci le mani sopra, la cassetta si era alleggerita, nel tempo, in modo considerevole.
Quei furti per me rappresentavano una forma di risarcimento.
Non era per vendetta, ma per giustizia per riavere indietro quanto mi doveva, che prendevo quel denaro.
Da oltre nove mesi non venivo più retribuito, a causa di una crisi, secondo Carli, che stava logorando il nostro settore.

La sensazione di euforia che ricavavo da questa impresa ladresca mi stava esaltando.
Un furto ben eseguito era dotato di una sua bellezza, al pari di un’opera d’arte.
Spesso, però, a far naufragare le imprese migliori non è per un difetto nel piano, quanto piuttosto per un evento imprevisto.
Infatti, un venerdì pomeriggio, una volta sistemati i propri affari, Carli aveva deciso di passare un weekend a casa della sua amante, ma, dimenticate le chiavi di casa, era tornato indietro a prenderle, e mi aveva sorpreso con le mani nella marmellata.

In preda al panico, mi resi conto che il mio arresto sarebbe stato imminente.
Dovevo scappare prima che la polizia mi catturasse, pensai.
Ogni minuto era prezioso.
Corsi alla porta sul retro e l’aprii per uscire il più velocemente possibile.

Fui arpionato al volo dal compare di Carli.
No. Proprio adesso?
«Allora amico mio. Dimmi. Sono tutto orecchi».
Carli mi si piazzò davanti e disse: «Rivoglio tutti i miei soldi, altrimenti ti distruggo!»
«Non li ho qui, i tuoi soldi».
Lui, in un sussurro: «Stammi a sentire, merdina sei nei guai».
«Questo è poco ma sicuro».
Carli fece una risata amara: «Hai mai sentito l’espressione: “Ripagare qualcuno con la stessa moneta”?».

Cinque anni dopo…
Feci per stendere le braccia, e urtai contro il mobiletto con sopra una bottiglia piena d’acqua.
Non mi trovavo nelle condizioni di riflettere, a causa del disordine di cui era preda la mia mente.
Ero prigioniero.
Condannato ad una lenta agonia, come potei sedermi, mi sentii venir meno.
La sentenza, la paurosa sentenza a dieci anni di prigione, fu l’ultimo accenno distinto che mi arrivasse alla mente.
Poi le voci dell’accusa sembrarono perdersi in un sogno indefinito.
Il suono che sentivo, si associava al ritmo d’una macina che tritava tutto.
Mi alzai e presi a camminare dentro la cella per abitudine, dopo un ora ero riuscito a contare mille e seicento passi.
Mi sdraiai sulla branda per riposarmi un po’ e un’ora dopo ripresi a camminare.
Contai, altri mille e quattrocento passi.
Erano dunque tremila passi fra tutto, calcolando poco più di tre metri di lunghezza per ogni quattro passi, la mia cella poteva misurare, pensai, per un circuito di circa tredici metri quadrati.
Dovevo calcolare, però, nel mio cammino, alcuni angoli, la branda e gli stipetti, quindi, non potevo essere sicuro dei metri quadrati calpestabili dell’intero locale.
Decisi, quindi, di alimentare un rapido calcolo tanto per ingannare il tempo.
Mi addossai al muro e partii per attraversare la superficie da una parete all’altra della cella.
Avanzai con estrema precisione contando i passi se non addirittura i centimetri occupati da stipetti rientranze e nicchie, il pavimento, quantunque sembrasse costruito con cemento, era fradicio di una viscida mucillagine.
Quell’aggirarmi, però, non mi portava in alcun modo a capire quali realmente fossero le dimensioni della cella.
A questo punto. “Voi mi crederete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla, mentre avreste dovuto vedere me”.
Avreste dovuto vedere con quanta accortezza, cautela e con quanta dissimulazione mi misi all’opera.
Presi un’andatura veloce e lo sgabello mi fece inciampare, caddi a terra con faccia in avanti.
In quel frangente, osservai una circostanza alquanto bizzarra.
Allorché ero ancora disteso, un buco nella parete sotto la branda attrasse la mia attenzione, perché avevo notato qualcosa muoversi all’interno.

Non mi aspettavo di vedere cose orribili, ma mi avvicinai cautamente e sentii un cattivo odore, caratteristico del cibo in putrefazione.
Tesi la mano in avanti, e all’affaccio di un topolino trasalii.
Ma guarda cosa vedo!
Restai qualche secondo fermo indeciso su cosa fare, il topolino rientrò nella tana e con le orecchie tese udii un tonfo sordo seguito da squittii.

Sin dall’infanzia ho amato gli animali, e i miei genitori mi hanno concesso di possedere più di un cagnolino.
Passavo con questi “amici” la maggior parte del mio tempo, e la mia soddisfazione consisteva nel nutrirli e nell’accarezzarli.
Questo tratto caratteristico della mia indole crebbe con il passare degli anni.
A tutte le persone che provano affetto verso un cane o un altro animale, non occorre che spieghi l’intensità di tale piacere.
C’è qualcosa nell’amore privo di egoismo e ricco di sacrifici di un animale, che tocca direttamente il cuore di colui che ha l’occasione di saggiare la sua amicizia e la sua fedeltà.

Tornai ad avvicinarmi al muro e notai, così, che seppur i contorni di quelle pareti erano sufficientemente definiti, i colori erano, invece, alterati e sbiaditi dall’atmosfera umida del luogo.
Alzai gli occhi per esaminare il soffitto.
Esso era ad un’altezza di poco più di trenta piedi da me.
Era costruito in maniera somigliante a quella delle mura laterali.
Qualcosa mi costrinse ad esaminarlo più attentamente.
Mentre lo stavo osservando, con il capo all’insù, notai delle scritte sbiadite, salii in piedi sullo sgabello per cercare di leggerle.
Ma, a un certo punto mi parve che la stanza si muovesse.
La sua oscillazione fu breve e, molto lenta.
Nello scendere dallo sgabello vidi il topolino che mi fissava con la testolina all’insù.
Forse si stava chiedendo cosa stessi facendo, diffidente e stupito!
«Tranquillo amico mio è solo un giramento di testa, lo rassicurai».
Decisi così, vista la muffa che padroneggiava sulle pareti, di chiamare il mio nuovo compagno di cella, Muffino.
Più i giorni passavano e più io studiavo il suo musetto austero e meditativo, i suoi occhietti rossi mi scrutavano e sembravano scandagliare le profondità del mio spirito.
Di solito verso le 3.00 di notte scivolava fuori dalla sua tana e si fermava a guardarsi intorno in cerca di cibo o di pericoli.
Se non ne vedeva avanza piano.

Giorno dopo giorno scoprivo nei suoi movimenti, una malinconica somiglianza con i miei.
Quando mi sedevo per mangiare lui arrivava subito e si metteva accanto a me.
Gli avevo fatto una piccola ciotola che lui aveva subito gradito.
Quando camminavo per la stanza, lui restava seduto sulla branda a guardarmi.
La sua compagnia era gradevole.
Aspettavo sempre con grande piacere le sue visite.
Un pomeriggio, verso il finire della terza settimana di luglio, il mio stato d’animo era oppresso dai cattivi pensieri.
Quel giorno non avevo camminato neanche un’ora.
Non avevo toccato cibo, né bevuto acqua.
Il mio intimo amico, si avvicinò trepidante salendo sul cuscino per portarmi sollievo con la sua presenza.
Benché fossimo intimi, in realtà io sapevo assai poco del mio amico.
La sua riservatezza abituale mi faceva pensare ad un’anima particolarmente sensibile.
Sapevo solo che la sua presenza si era manifestata in un momento in cui ero profondamente abbattuto.

Riandai col pensiero al momento del nostro tacito accordo.
Nato tra il carattere del luogo e l’assurda legge dei sentimenti aventi come base la paura della solitudine.
La nostra amicizia si protrasse così per diversi mesi, durante i quali il mio carattere, grazie a lui, subì un radicale cambiamento in meglio.
Un giorno, presi ad osservare l’aspetto reale della cella.
Il suo tratto più caratteristico sembrava consistere in una estrema vecchiezza.
Le pareti scolorite e ammuffite, erano un decadimento vero e proprio.
Lo stato di rovina rammentava l’aspetto tipico di un rudere fatiscente.
Dopo aver notato tutti questi particolari, mi voltai verso Muffino, sembrava osservare pensieroso anche lui questa vecchia opera.
Forse, desiderava pure lui trovarsi un’abitazione migliore. Pensai.
Mi bastò tuttavia uno sguardo al suo musetto, per convincermi con la sua presenza della sua perfetta sincerità.
Ci mettemmo a sedere sulla branda e rimanemmo in silenzio per alcuni minuti, mentre io l’osservavo con un sentimento di affetto e immensa gratitudine.
Stentavo ad ammettere con me stesso, che quell’esserino, comparso dal nulla, mi stava confortando e allietando le mie lunghe giornate.
Una sera, a un tratto, senza un motivo particolare, scivolo giù dalla branda, e mentre i miei occhi lo vedevano allontanarsi, mi sentii scioccamente invadere da una sensazione di paura.
Scomparve all’interno della sua tana.
Quella stessa notte caddi in preda a un’agitazione indescrivibile.
Sentivo, che era accaduto qualcosa di grave.
Mi alzai di scatto dalla branda e, avvicinandomi alla sua tana, chiamai forte: Muffino!!
Lo scongiurai di farsi vedere, gli parlai della mia paura, di come mi sentivo agitato, ma sul finire di quella tremenda notte, Muffino non si vide.

Dopo aver aspettato a lungo, con infinita pazienza, senza averlo udito ritornare, ero divenuto di giorno in giorno più scontroso, mi irritavo per un nonnulla.
Soffrivo per la mancanza di Muffino.
Il mio umore peggiorava, mi abbandonai alla disperazione.
Le mie orecchie, durante il giorno, percepivano rumori sommessi, soffocati, veloci, simile a quelli che fa un topolino avvolto nella carta.
Mi trattenevo rimanendo immobile.
Respiravo appena.
Restavo immobile per ore, ma sentivo solo il battito del mio cuore che cresceva!
Mi pareva che il petto dovesse scoppiarmi.

Una mattina, un rumore come di una porta aperta con rapidità mi fece voltare.
Balzai in piedi, i miei nervi erano talmente tesi, che perfino il suono della mia stessa voce mi provocava agitazione.
Entrarono due secondini che si presentarono con perfetta gentilezza.
Un vicino della cella accanto aveva inteso un urlo durante la notte e li aveva avvisati.
Pregai i secondini di scusarmi con il vicino di cella per averlo disturbato.
L’urlo, spiegai, era stato lanciato da me nel sonno.
Avevo avuto un incubo.
I secondini parevano soddisfatti.
La mia spiegazione li aveva convinti.
Io ero abbastanza calmo.
Si erano seduti, uno sullo sgabello e l’altro, sulla branda, e mentre io rispondevo animatamente, essi discorrevano di argomenti familiari.
Ma in breve mi sentii impallidire e cominciai a desiderare in cuor mio che se ne andassero.
La testa mi doleva e mi sembrava che le orecchie mi fischiassero.
I secondini continuavano a restare seduti e a chiacchierare.
Il fischio nelle orecchie si fece più distinto…
Diveniva sempre più intenso, sempre più doloroso.
Presi a discorrere più animatamente per sbarazzarmi di quella sensazione sgradevole, ma essa continuava, e diventava, anzi, sempre più pressante, finché mi accorsi che il rumore non risuonava dentro le mie orecchie.
Senza dubbio dovevo essere diventato bianco come un cadavere, ma seguitavo a discorrere sempre più animatamente, alzando il tono della mia voce.
Ciò nondimeno il fischio aumentava, e non sapevo cosa fare.
Allora abbassai lo sguardo, e lo vidi.
Insieme a loro era entrato nella stanza un grosso gatto nero.
Era enorme, completamente nero, con due grandi occhi verdi.
Notai subito, che stringeva qualcosa tra i denti.
I miei occhi erano fissi sul gatto.
Il fischio nelle orecchie era insopportabile.

Muffino!!
Con la testolina ciondolante tra le fauci del gatto, compresi, era morto.
“Un secondino chiese se andava tutto bene.”

Mi sedetti per terra.
I miei occhi, gonfi di lacrime.
Avrei voluto tuffarmi in un buco nero e lasciare che mi trascinasse a fondo.
Avrei finalmente smesso di soffrire.
Avrei finalmente trovato pace.

L’alba di un nuovo giorno stava sorgendo, portandosi via con sé i resti del mio dolore.
Mi asciugai le lacrime che scorrevano sul mio viso.
Rimasto ormai solo nella mia cella, iniziai lentamente a spogliarmi.
Mi tolsi la camicia, i pantaloni e la giacca della stessa stoffa e colore.
Mi sdraiai sulla branda, e nonostante la stanchezza, avevo ancora la mente rivolta a Muffino.
Per diversi mesi non riuscii a liberarmi del fantasma di Muffino.
Rimpiangevo la sua perdita e a guardarmi attorno, nella sordida cella, cercai di ricordare la sua manifesta tenerezza verso la mia persona.

Da quella esperienza imparai che nella vita l’amore verso qualcuno è il bene più prezioso che l’essere umano possieda, senza, l’uomo è perduto e non ha ragione di esistere.

 


Federico Berlioz

55 anni, sono amante della lettura e degli animali, ho un cane di nome Muffin che ho preso in un canile, sono celiaco dalla nascita, e papà di una bellissima bambina di nome Vanessa, sono fidanzato con una dolcissima donna del cilento di nome Nicoletta.

Ho una mentalità aperta e socievole, un carattere determinato ed intraprendente, con ottima capacità di coordinamento e amministrazione di progetti, che occupano lavori in cui la comunicazione è importante.

Durante il percorso di formazione lavorativo ho collaborato presso diverse Associazioni di Volontariato: Pubblica Assistenza di Pisa, L’Uovo di Colombo di Viareggio, la Croce Verde di Viareggio e, (attualmente) con la Cooperativa Sociale Don Bosco di Pisa.

Ho partecipato, a diversi concorsi letterari intitolati “RADICAMENTI” E “FUORI DAL TEMPO” con i racconti, pubblicati nelle antologie, dal titolo: “QUEL CHE RESTA DI NOI” e “ME VADO A MAGNA’ UN TRAMEZZINO”, ho frequentato, corsi di scrittura creativa con il Giornale locale “La Torre e l’Alfiere”, nonché, partecipato a progetti con il carcere di Pisa e le Camere Penali di Pisa, in collaborazione con la Casa Editrice MDS (Mani di Strega) di Pisa, il primo progetto del 2015 intitolato “FAVOLARE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “FAVOLAMARA” e, il secondo progetto nel 2016 intitolato “LE GABBIE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “IL LABIRINTO DEI VIVI”.

Ho partecipato al concorso Letterario Multiverso 2017/2018, con il racconto inedito dal titolo “COME DELLE BESTIE FEROCI”, pubblicato nell’Antologia “ORZA LA BARRA”, reperibile presso il link allegato: https://www.globeon.it/2018/04/17/pubblicazione-antologia-dei-racconti-vincitori-del-concorso-letterario-multiverso-2017-2018/

Infine, ho partecipato al concorso un “Best Seller nel Cassetto 2018” con il Romanzo inedito dal titolo “IL CUORE SUL COMODINO”, pubblicato e in vendita sul sito di Amazon.

Prezzo: EUR 14,25
Da: EUR 15,00

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10 commenti

  1. nicoletta botti

    Un uomo in un contesto di reclusione,che non si lascia prendere dal vortice della solitudine, ma riesce a ritrovare un briciolo di umanità anche nell’amicizia con un altro essere vivente. Nonostante le descrizioni siano angoscianti , molto tenere sono le occasioni di condivisione tra i due protagonisti.La forza della vita si ritrova in un’amicizia improbabile, ma che, assume un significato stupefacente nella vita di un recluso che è privato di ogni contatto affettivo.
    Lascia intristire il lettore il finale, molto commovente.

     
  2. Federico Berlioz

    Quelli che dicono di essere forti e di poter vivere da soli, non possono che mentire.
    Puoi, magari, volerlo per un periodo di tempo, più o meno breve, ma poi e proprio la tua mente, il tuo cuore con i tuoi sensi ad avvertire il bisogno di avere qualcuno vicino a te, di provare emozioni e sentirti vivo.

     
  3. Storia commovente un amicizia profonda tra un animaletto che offre la sua compagnia senza chiedere nulla in cambio un amicizia vera e prevale sempre la crudeltà e l ingiustizia poi dicono che c e la riabilitazione ma dopo questo come fai a rimanere impassibile e senza emozioni

     
  4. Federico Berlioz

    Il peso reale della prigionia consiste nel progressivo svanire della volontà.
    Le privazioni materiali che il carcere impone, sono impossibili e disabilitanti per la mente umana.

     
  5. storia bi una bellezza esemplare carica di tanta solitudine personale dove una persona per motivarsi si aggrappa a qualsiasi cosa, in questo caso ad un topolino, che può portagli benessere interiore e un po di felicità; come avviene ora nella vita attuale. Rivista la nostra esistenza sia che uno sia dentro che sia fuori, molto affascinante come brano. MAURIZIO

     
  6. Federico Berlioz

    E la storia della vita, dell’attesa, e della speranza.
    L’uomo stesso è desiderio allo stato solido e pulsante, energia in continuo divenire, instabile e volatile.
    La vita in solitudine, è l’equilibrio precario del sonnambulo, che non può mai avere un adesso, perché significherebbe cadere e sfracellarsi al suolo, senza rete, senza imbragatura né casco.

     
  7. gaetano gaziano

    Racconto poetico.Prende il lettore che rimane incantato per la delicatezza con cui tratti l’argomento. Complimenti, Gaetano

     
  8. Federico Berlioz

    Grazie Gaetano, apprezzo moltissimo il tuo complimento.
    Questo racconto mi è uscito dal cuore.

     
  9. Alessandro monaco

    In questo racconto breve si toccano molti argomenti…
    La cosa più sorprendente e’ riuscire a dare luce nel buio, parlare di amore e affetto dentro un posto lugubre e angusto.
    Trovo molto toccante e bello questo racconto, esprime molto bene la sua morale e dimostra una buona capacità narrativa…chi poi ha degli animali o comunque li ama sente ancora più “forte” e vicino questo scritto!

     
  10. Federico Berlioz

    Non potrai mai attraversare l’oceano se non hai il coraggio di perdere di vista la riva.

    Ciao Alessandro un abbraccione.

     

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