Il Dono Nascosto – Yuleisy Cruz Lezcano

Ci sono i giorni delle trasformazioni, e sono quei giorni in cui un’anonima e sinistra visione del futuro si trasforma in pagine di fiducia che si evolve in poco tempo. Allora si capisce che esiste un disegno sopra ognuno di noi, che sottostà a una sorta di allineamento astronomico composto di antichi segni incomprensibili.

Il vissuto non può essere predetto prima che accada, ci vuole il racconto a caldo dei protagonisti per dare una connotazione agli elementi cruciali di una storia. Adesso la storia è la sua, una donna dal nome Giulia, che racconta l’accaduto come se parlasse di un’altra persona e intanto sorride; estraniandosi come se fosse un’altra la protagonista del suo racconto. Che aggiungere? In questo giorno indimenticabile si trasforma la sua vita, perché tutto cambia nel pensiero e nei comportamenti umani quando s’inizia ad avere fiducia. Sì, certi fatti sanano i dubbi: è ovvio! Certe circostanze dimostrano che esiste la bontà umana.

Per caso la solita passeggiata: i bimbi, lei e il cane. Per caso sembra succedere tutto o succedere nulla in un attimo. Sono le 9,15 del mattino, o no, sono forse le 9,20 del mattino.

-“Mamma che ora è?”

-“Dai Lorenzo! Sbrigati a vestirti, è ora di andare a fare colazione al bar. Poi, facciamo una bella passeggiata”

-“Ma dove andiamo, mamma?”

-“Andiamo verso il fiume. Dai Simone vieni anche tu!”

-“No, preferisco stare a casa”. Risponde.

-“Dai, stai sempre attaccato a quel televisore, vieni fuori con noi; è una bellissima giornata”.

-“No, non mi va.”

Da qualche giorno tutti e tre vanno a pulire dai rifiuti e dall’erba una delle rive sul fiume Reno nel Comune di Marzabotto Provincia di Bologna, con il progetto di fare una piccola spiaggia, dove eventualmente radunarsi a prendere il sole assaporando il profumo di una grigliata. Quella parte del fiume è particolarmente bella, contornata dagli alberi, con una cascata e con la cornice di un vecchio ponte romano e, soprattutto, è il loro posto di ritrovo con la natura, così vicino a casa; è incredibile!

Oggi 20 luglio del 2012, in una data che rimarrà per sempre nella memoria, sono usciti da casa, dopo le solite prediche.

-“Lorenzo dai, sei ancora lì a metterti le scarpe? Su che il cane deve ancora uscire”

-“Mettimele tu, mamma”

-“Sei già grande, non sei mica un neonato, chissà se quando ti sposerai, mi chiederai ancora di metterti le scarpe”.

Mentre stavano uscendo.

“Aspettatemi vengo anch’io”. Dice Simone.

-“Simone hai già fatto la colazione?”

-“No, non c’era niente a casa che mi piacesse”

-“Va, bene intanto pensavamo di andare al bar”

-“Ma non ho fame!”

-“Devi mangiare qualcosa, sembri un insetto a stecco!”

Senza volere Giulia fa due giri di chiave nella porta di uscita; lascia il suo marito che sta dormendo chiuso dentro casa, ma non dà importanza al fatto, perchè pensa: “E’ stanco, ha lavorato fino a tardi, quando si sveglia, saremmo già di ritorno”. Senza riflettere oltre sono usciti; la solita tappa al bar.

-“Buongiorno Concetta!”. Saluta la barista.

-“Cosa prendete?”

-“Il solito per me, caffè macchiato con amore”. Concetta fa un caffè macchiato favoloso. “Per i bimbi fai due paste salate, per favore”

-“Bimbi come siete cresciuti, è un pezzo che non vi vedo, volete una caramella?”. Chiede Concetta.

Lorenzo dice: “Sì, grazie”. Simone nemmeno risponde.

-“Sei ancora di poco parlare tu”. Concetta si rivolge a Simone.

-“Ciao Concetta, andiamo a fare una passeggiata, è una bella giornata”. Aggiunge Giulia.

Dopo pochi passi, erano su un sentiero fresco contornato da conifere; continuano a camminare, arrivano sul fiume.

-“Mamma, posso andare a fare il pediluvio?”. Chiede Lorenzo.

-“Va bene”. Risponde Giulia.

Lorenzo si siede su una delle rocce e dice: Guarda mamma faccio il pediluvio con l’idromassaggio”.

Qualche sera prima aveva visto due amici della madre fare la stessa cosa. Giulia, mentre sta sentendo le risate dei bambini, è vicino alla sponda del fiume chinata su un sasso e, con la fotocamera, sta rubando uno scatto a una farfalla in posa, per avere un ricordo di quella giornata. A un tratto tutto cambia, la felicità si trasforma in tragedia. Non si riesce mai a definire i limiti invalicabili dell’imprevisto. La corrente ha trascinato suo figlio nel fiume! Da questo momento si avvia la sovrapposizione del tempo alle angosce; nella sua mente scorrono mille pensieri in uno solo: “Salvare la vita a suo figlio”. Da lì scatta la corsa di una madre, che non sente la sua corsa abbastanza veloce perché dentro l’acqua scura del fiume vede sparire la testolina di suo figlio. Avverte nel suo petto la disperazione, sente il peso della sua impotenza, la sua sensazione di braccia vuote e il suo senso di colpa.

Tre volte urla il suo nome forte:

-“Lorenzo! Lorenzo! Lorenzo! Dove sei?”

La sua voce è implorante e i suoi occhi cercano di vedere oltre le scure acque che ribollono nella corrente e richiamano le paure più profonde. Poi, a breve, arriva il gesto disperato di sfidare la corrente del fiume nella sua ricerca. Si lancia e pensa: “Qui sotto l’acqua non si vede nulla, lui non c’è”. La corrente si rivela più forte dell’amore di una madre e la trascina incastrandola in mezzo a due rocce; si aggrappa a una roccia con un braccio e all’altra roccia con l’altro, per non andare sotto all’acqua ed essere risucchiata dalla corrente in mezzo alle rocce. “Ci vuole davvero tanta forza per non essere portata via dalla corrente”. Pensa. Il sole di luglio le scalda il viso, ma l’acqua è fredda e Giulia trema. Non capisce se i suoi brividi sono di freddo o di disperazione. Quando a un tratto, prima della grande decisione di lasciarsi risucchiare dalla corrente per tentare la ricerca di Lorenzo, sente la voce di Simone che è sopra una roccia e urla: “Mamma, Lorenzo è qui”.

-“C’è Lorenzo? Riesci a vederlo?”

-“Sì, è qui e sta bene. Qua è basso mamma!”

-“Ok, ora tiralo fuori!”

Però Giulia era intrappolata nel buco fra le rocce, da lì può dare solo direttive. Vede Lorenzo fuori dall’acqua. La corrente lo aveva trasportato. Lui era a occhi chiusi e non ricorda altro. In effetti, era passato attraverso un tunnel, aggrovigliato su se stesso come un gomitolo, negli spazi vuoti fra le rocce, era uscito dall’altra parte e non aveva bevuto acqua; non s’immagina come sia potuto avvenire tale miracolo, nemmeno adesso che me lo racconta; qualcosa aveva fatto sì, che lui trovasse la via della vita.

La realtà è che esiste un giorno per morire, e quel giorno non era il destino che Lorenzo lasciasse la sua vita. Dopo la buona notizia che Lorenzo è fuori pericolo, il tempo per gioire è stato breve. Mentre Giulia contempla suo figlio inzuppato, l’acqua che gli gocciola dai capelli, disegnando la pianura sulle dolci colline dei suoi ricci e, percorrendo la sua figura, riflette la luce del sole come un evento mistico, nello stesso momento deve mettercela tutta per uscire dall’acqua. Dopo cinque minuti si è resa conto che non ce l’avrebbe fatta a uscire con le sue forze. A quel punto, incomincia a chiedere aiuto.

-“Aiuto! Aiuto! C’è qualcuno?”

Due persone che avevano il terreno vicino al fiume sentono le sue urla. Chiedono subito soccorso col cellulare e si precipitano di corsa verso di lei. Giulia vedendo che arrivavano di corsa, percepisce l’attrito dei sassi sotto le loro calzature. Finalmente sente le loro mani che la sorreggono.

Lei sente le loro voci mentre i minuti passano.

-“Bambino, bambino da dove vieni?”. Chiede la donna a Giulia. E’ vero, Giulia con i capelli corti, e con il suo viso delicato non dimostra la sua età, sembra quasi un bambino. I suoi occhi sono smarriti nella propria angoscia, e man mano che passano i minuti la sua fronte si imperla di gocce di sudore freddo, che lei sente scorrere lungo il viso.

-“Non sono un bambino, mi chiamo Giulia e abito qui vicino”

I due coniugi parlano fra di loro.

-“Fulvio tu l’hai mai vista questa ragazza?”Sembra straniera, chissà da dove viene?

In effetti Giulia non è italiana, anche se sono diversi anni che è immigrata in Italia. La sua fisionomia è quella tipica di una donna dell’America Latina.

_ Sì, io sono cubana, ma vivo qui in Italia da diversi anni.

– “Vedi, ti avevo detto che non l’avevo mai vista” Confermò Maria

-“Nemmeno io, ma che importanza ha, Maria? Hai chiamato il 118?”

-“Sì, ma non so perché non arrivano”.

L’uomo come un eroe lotta con tutte le sue forze per strappare dal volere potente della corrente la disgrazia di Giulia. La soglia del rischio aumenta con il passare dei minuti. Il tempo si sa, può fare tanto male e, in questo momento il suo passare è in proporzione diretta alla paura. In questo momento il tempo sembra scorrere all’infinito, chissà perché Giulia immagina che il suo tempo trascini con sé i corpi dei vivi; immagina una clessidra sul fiume che segna il suo destino. Per lei il tempo prolunga l’incubo. Le sue braccia sostenute dall’esterno le fanno male e a ogni tentativo di farsi forza con le gambe per uscire, si sente trascinare più giù, finché l’acqua arriva a livello della sua bocca. Guardando i suoi figli però, ancora una volta schiarisce la sua voce e urla disperatamente: “Aiuto!”. Sente che le forze di quelle due persone stanno finendo. Quelle due persone sono lì, coinvolte nella sua avventura disperata.

La donna le fa tante domande

-“Chi sono quei bambini?”

Un attimo di fiato e arriva la risposta: “Sono i miei figli! Loro sono italiani, sono nati qua e i loro padre è italiano. Per favore non lasciatemi qui, fatelo per i miei figli, loro sono italiani. Chissà perché continuava a ripetere che i suoi figli sono italiani, forse è una reazione istintiva per la sopravvivenza. Ma non c’è dubbio che Giulia sopraffatta dalla paura, è spinta da un pregiudizio. La sua mente in quel momento insegue strani percorsi mentali. Non c’era nulla nella realtà che potesse far pensare che quelle persone non l’avrebbero aiutata solo per il fatto che lei non fosse italiana.

La tragedia a volte offusca la dimensione logica che permette di raccogliere gli stimoli esterni e focalizzare le intenzioni delle persone. Spesso, nelle situazioni disperate, si agisce facendo riferimento a vecchie esperienze, che derivano dagli antri più profondi dell’inconscio. Evidentemente Giulia era condizionata dei suoi pregiudizi.

La signora non dando peso a questi pensieri, sapeva che la priorità del momento era salvare Giulia. Pertanto le fa ancora altre e altre domande. Giulia a volte risponde, a volte invece urla, chiedendo disperatamente aiuto. E pensa: “Quanto vorrei che le sponde del fiume diventino una grande piazza pullulante di persone che in mille modi possano contribuire a porre rimedio alla mia sventura”.

Ad aiutarla ci sono soltanto quelle due persone e la tragedia sembra avvolta nel silenzio; la sua voce non arriva così lontano quanto desidera. Ma lei non si scoraggia e urla ancora una volta: “Aiuto!”. Man mano che la corrente la tira giù verso lo spazio vuoto delle due rocce, si stringe la sua visione e vede solo il suo corpo e la sua angoscia.

I suoi figli, seduti sulle rocce del fiume davanti a lei, la guardano con i loro occhi castani, che ora sembrano quasi neri. Sono seri come non li ha mai visti; il cane abbaia che sembra un pianto; ha la coda dritta, non la sventola nel vento come sua abitudine.

In tutta quella confusione dice a suo figlio: “Simone chiama papà con il cellulare, deve venire ad aiutarmi!”

-“No, ricordo il numero”. Risponde Simone.

Lei cerca di ricordare il numero del telefono di casa per avvisare suo marito, però mescola in continuazione i numeri, senza incontrare nella sua mente quelli giusti. Suo figlio più grande corre a chiamare i soccorsi e poi torna indietro; non vuole lasciarla in quella situazione e perde nel tempo la coordinazione e la lucidità. In fondo non è così grande, ha solo dieci anni e sta vivendo questi momenti da protagonista. Nonostante sia un bambino, grazie alla sua prontezza di riflessi è riuscito a cogliere l’attimo, facendosi forza, puntando le su ciabatte contro le rocce per tirare fuori dall’acqua il suo fratellino di sei anni.

Giulia muove le gambe cercando un appiglio, ogni tanto urla; ha nella testa una gran confusione e sente in tutto il suo essere l’odore del fiume. La signora continua a farle tante domande, nel tentativo di tenere la sua mente impegnata. Giulia, però, pensa: “Ho voglia di vivere; questa donna è così logorroica, devo tenermi le mie ultime forze, non posso demordere; non ora, davanti ai miei bambini”. Ai ritmi accelerati dell’impazienza che si annida nel suo cuore Giulia elabora: “In fondo non mi sento così vissuta, mi rimangono ancora tante cose da dire e tante cose da fare”.

Finalmente fra una domanda e l’altra riesce a organizzare nella sua mente un pugno di idee che le fanno ricordare il numero esatto di Luca, suo marito.

-Simone, ho ricordato il numero di papà! Così dà il numero a suo figlio, che racconta al padre quanto sta accadendo; il padre decide di correre verso il fiume. Arriverà in tempo? Chissà! E chissà se è la fine per Giulia?

No, non è l’ultima riga della sua storia, la stella errante della sua vita s’illuminerà ancora, chissà per quanto tempo. Il rumore dell’elicottero dei vigili del fuoco si percepisce come una melodia.

-“Sono arrivati!”. Si sentono le urla della signora.

Lei intanto pensa: “Devo fidarmi di loro”. Ha compreso che nella fiducia negli altri si nasconde il manoscritto della sua salvezza. Inizialmente, i due vigili cercano di tirarla fuori, ma il contrasto della corrente del fiume è davvero forte. Poi si impegnano in quattro, due la spingono dalle gambe e due la tirano in fuori dalle spalle ma nulla da fare. Allora uno dei vigili dice all’altro: “Posizionale la maschera di ossigeno per respirare sotto l’acqua: “Ascolta io la lego alla corda e salgo sull’elicottero”. Dice uno dei quattro vigili.

-“Ma potremmo romperle tutte le ossa”. Constata un’altro.

La legano sotto le braccia e poi si sente un gran vento e il rumore dell’elicottero è assordante. In tutto quel trambusto, Giulia fra la piccola folla, che si è via a via accumulata, riesce a cogliere il viso impallidito di suo marito, che ha un’espressione di stupore come di qualcuno che non riesce a comprendere a pieno quello che sta accadendo.

“Come ti chiami?” Uno dei soccorritori le chiede.

-“Sono Giulia!”

-“Ascolta Giulia, se ora fai come ti dico non subirai dei traumi! Staccati da quelle rocce al mio via, così piegata a virgola ti si rompono tutte le ossa; devi fidarti. Tirati indietro, guarda che hai la maschera, se la testa ti va dentro l’acqua puoi comunque respirare. Dai ce la farai; te lo prometto”. Dice il vigile che sta più vicino a lei.

Subito dopo si sente nell’aria un grido: “Ora Giulia!”

E come per magia Giulia è saltata fuori dal fiume, è andata ad abbracciare quei due signori, e con la voce tremante e scossa, urla: “SONO VIVA!”. Dopo in ambulanza, le hanno rilevato i parametri vitali, rimosso i vestiti bagnati e poi fra un brivido e l’altro firma dei fogli per tornare a casa. Era ancora lì viva, insieme ai suoi figli e suo marito; c’e perfino il cane sull’ambulanza. Sono tornati a casa come sempre, dopo la passeggiata.

Il giorno dopo Giulia pensa: “Siamo fortunati a essere quel che siamo. La solidarietà umana ha strappato il mio corpo dalle acque potenti del fiume, che con tutte le sue forze mi tirava a sé. Io sono stata salvata dall’animo umano e mio figlio è stato salvato da un angelo custode. Possiamo raccontare ancora una volta la storia della volontà di vivere, e siamo anche i testimoni oculari che in qualsiasi giorno della nostra vita, nasce la storia degli eroi. Devo la mia vita a quelle due persone, marito e moglie, che mi hanno fatto rincontrare la mia vecchia amica: la fiducia negli altri”.

La storia di Giulia è un esempio di come, a volte, le cose che più amiamo giocano con noi come se fossimo dei burattini. La natura non si limita a confinare il piacere della bellezza, gioca con i nostri sensi lasciandoci la percezione di un’illimitata libertà, quando vuole, e fa sentire la sua grandezza quando ne ha l’occasione.

Giulia dalla sua stanza sente, in quella accanto, come giocano i suoi bambini; le sue braccia sono ancora piene di amore e di vita. Passati alcuni giorni, ricorda le imprudenze commesse quella giornata; che insieme si erano coordinate per aumentare il rischio della disgrazia. Percorrendo i suoi ricordi affiorano delle domande, si chiede se poteva essere evitabile quel vissuto, se fosse bastato solo un po’ di prudenza. I dubbi affiorano perfino dopo tanti giorni quando suo marito le racconta che, per essere sul luogo quanto prima possibile, dopo che aveva ricevuto la telefonata, aveva dovuto scavalcare la rete del cortile avendo trovato la porta di casa chiusa con due giri di chiave. A questa leggerezza se n’era aggiunta un’altra quella di non avere inserito nella borsa il telefonino. Si completa così nella sua mente il quadro di una sequenza di azioni che avrebbero potuto incidere negativamente sugli esiti della sua storia.


Bio – Yuleisy Cruz Lezcano:

Nata a Cuba, dottoressa in biologia, ha partecipato a diversi concorsi letterari, conseguendo ottimi risultati. Ha partecipato al Festival Internazionale della poesia di Tozeur in Tunisi nel 2016 e parteciperà anche nell’anno 2017; ha collaborato con artisti, presentandoli durante le loro mostre; è stata invitata nella trasmissione televisiva “Percorsi d’arte” di Telestudio Modena. Libri pubblicati “Pensieri trasognati per un sogno”, 2013. “Fra distruzione e rinascita: la vita”, 2014. “Diario di una ipocrita”, 2014. “Vita su un ponte di legno”, 2014. “Cuori Attorno a una favola”, 2014. “Tracce di semi sonori con i colori della vita”, 2014. “Sensi da sfogliare”, 2014. “Piccoli fermioni d’amore”, 2015; “ Due amanti noi”, 2015, “Credibili incertezze, 2016” “Frammenti di sole e nebbia sull’Appennino, 2016”; “Soffio di anime erranti”, 2016, “Fotogrammi di confine”, nel 2017. Prossima pubblicazione del libro “Inventario di cose perdute”

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