La Visione – Gianluigi Redaelli

Che sia di capodanno, lo so di certo, per moltissimi motivi. A causa di varie allusioni o di cenni, nel periodo che precedette la costruzione dell’atmosfera irreale vera e propria. A causa della sensazione di festa e di luce e di colori e di gente allegra, intorno a me. E anche per la parola cenone che mi frulla continuamente nelle orecchie del ricordo.

Ora sono al tavolino, altissimo e curioso, in mezzo al mare, insieme agli altri. Altri che sono amici, coi quali scherzo, rido, ma dai quali sono certo vengo tollerato. Sì, mi trattano un po’ come il fesso, il debole della compagnia, quello che deve stare sempre zitto o zittire nel momento che loro ti fanno segno.

Lui sta giocando con dei dadi di verdure, o piccole cose vegetali, e le sta mettendo in pigna, una sull’altra, a formare una specie di piramide. Io lo guardo e aspetto, intorno a noi voci, parole, allusioni ad un dopo importante che verrà. Ad un tratto la voce di uno:- Tu, dopo verrai con noi

Nient’altro, senza spiegazioni, mentre uno sta dicendo rivolto a tutti in generale, che presto sarebbero andati giù, a un locale mi sembra di capire, a sentire lei, una francese, e che sarebbero andati senza biglietto, così per far casino. E aggiunge che è molto dispiaciuto ma non si può andare tutti, che qualcuno deve rimanere lì per controllare.

Ecco, è a questo punto che io preparo il mio dispetto. Con il pollice e l’indice chiusi a corona, e l’indice pronto a schizzare per colpire, mi avvicino alla piramide di cubetti e provo a buttarla giù. Ma resiste e lui mi dà uno spintone per farmi cadere in acqua, e ride, non è arrabbiato.

Fra l’ilarità generale compio mezzo giro su me stesso, roteando intorno al tavolo, appoggiandomi e afferrandomi agli altri occupanti riesco ad evitare la caduta all’indietro. Cado in acqua ma di piedi, e da lì atteggio le braccia, una contro l’altra, al classico gesto di beffa, poi comincio a scappare, perché lui mi si getta all’inseguimento.

E scappo, scappo correndo sul pelo dell’acqua, o nell’acqua appena alta

fino al polpaccio, e fuggo trafelato sapendo che è solo uno scherzo, ma ho paura. E lui mi sta raggiungendo già pregustando il bagno che mi costringerà a fare, allora io inverto la corsa e lo colgo di sorpresa, uno spintone e paf è lui a cadere in acqua. Le risa prima lontane e ora vicine acuiscono il mio terrore, non più solo di scherzo ora si tratta, e riprendo a fuggire, più veloce che posso verso la spiaggia.

Non mi volto mai a guardare ma lui è dietro, ne avverto la presenza con tutti i sensi allarmati, nello sforzo di sfuggire a quello che ormai sta diventando un incubo. Sbuco, trafelato sulla spiaggia, e corro volando, sulla sabbia. Di fronte a me una folla di donne, ragazze, femmine, tutte in abito lungo, da gran sera, sorrisi stereotipati sulle labbra troppo rosse, trucchi pesanti e aggressivi.

Mi guardano scappare, terrorizzato, urlando fra il riso acuto di uno scherzo, tutt’altro che tale, e si aprono ilari, a ventaglio. Mi tuffo in mezzo a 1oro, come fossero la salvezza, e continuo a fuggire, piangendo a dirotto ora, mentre i loro volti beffardi e assenti mi sfuggono di lato. Poi d’un tratto, la visione!

E’ bellissima e avvolta da un alone di luce fioca evanescente. Vedo il suo viso fantastico, che mi ricorda tutte 1e donne che amo, ho amato o desidero. Attrici, amiche, donne affascinanti si fondono nel suo viso, che sta di fronte a me. Mi sorride, un sorriso che offre mille sprazzi di tenerezza, di soavità, di dolcezza, mai viste, sempre sognate. E mi parla, avvolgendomi nella sua voce bassa, roca e sensuale:

Perché scappi? Fermati e affronta chi stai sfuggendo.

Allora il mio terrore si placa, come d’incanto, riesco a sorridere, ho la sensazione di afferrami a lei, e al suo seno delicato che intravvedo tra le pieghe dello strano bellissimo abito che indossa. Non é lungo, come quello delle altre donne, ma corto, molto corto, sembra un mantello, o una tunica, leggera, soffice, le lascia scoperte 1e gambe, diritte, affusolate.

La fascia tutta e la offre agli sguardi avidi. E poi luccica, abbaglia,

come una colata d’oro, o una cascata di luce. Sono soggiogato, rapito da tanto splendore, mi getto in ginocchio ai suoi piedi, la imploro di ascoltarmi.

L’ho già affrontato due volte capisci? E l’ho battuto, ora non posso più, é impossibile. Mi vorrà uccidere, uccidere, capisci? Devi capirmi

E scoppio in un pianto convulso, violento, che mi squassa senza ritegno. La sua mano mi costringe ad alzarmi, a guardarla in viso. Sorride, calma, comprensiva.

Ma chi ti vuol uccidere, non c’é nessuno, lo vedi? Nessuno, guarda.

Mi volto, sorpreso, contratto, mentre intorno a me, le donne ridono. Mi prendono in giro. E’ vero, non c’é nessuno, lui non c’é più. Si é fermato? E’ tornato a1 tavolo? Avrà pensato di prendermi dopo, intanto non posso

scappare, c’é tempo. Lei sembra leggere nei miei pensieri:

No, non è come pensi tu. Non ti aspetta più, è morto.Tu hai vinto.

Non so che cosa pensare, se é vero, o se è tutto falso, tutto assurdo, ma non m‘importa. Vedo solo i suoi occhi luminosi, affascinanti e sorrido anch’io.

Ascolta,-le dico– tu devi ascoltare tutta la storia. Devi sapere che cosa ho fatto. Com’è successo.

Sì, raccontami, ti ascolto-. E sorride ancora, ma piu seria, ora, più attenta.

Le racconto, del dispetto, dello spintone, e della mia resistenza, della prima vittoria e dello sberleffo. Le racconto dell’inseguimento, dell’mprovviso attacco e della mia seconda vittoria, della sua caduta, e poi della fuga, affannosa, pazza fino all’incontro con lei.

Rimane un poco in silenzio, ha gli occhi chini, guarda altrove, poi mi guarda, mi sorride:

-dice-ma tu hai iniziato, tu l’hai sfidato, quindi dovresti accettare la risposta di chi hai provocato, non fuggire.- Mi guarda, negli occhi dolcissimi vedo un lampo d’affetto.- Ecco, per esempio, fra te e lui c’è amicizia, fra noi due non c‘é niente, o forse una certa dose di attrazione, e

poi io sono una donna. Se io ti faccio un dispetto affettuoso, provocante,
così…o così– E dopo avermi pizzicato leggermente sulla guancia, mi passa un dito velocissimo sulle labbra aperte.- Tu, penseresti subito a reagire e incominceresti a pensare che cosa fare. E se, io ti precedo, e ti tocco un’altra volta, ancora in modo più provocante, per esempio lì, tu penseresti subito che ti voglia provocare maggiormente, che desidero farmi prendere da te. Non è così?-

Rimango interdetto a guardarla, turbato. Mi ha toccato veramente lì, nel mio intimo, con dolcezza eppure con intensità. Sì, é vero la mia foga aumenta, ancora ancora, smisuratamente. Si, vorrei prenderla. E mi chiedo se il suo é stato un gesto fatto solo per spiegare, come esempio, o se ha voluto proprio sfidarmi, o se magari, chissà, mi desidera veramente.

Naturalmente, la seconda ipotesi è una mia fantasia, ma lei che pare abbia intuito le mie farneticazioni, con infinita tenerezza, mi chiede che cosa stia pensando, e poiché io non rispondo e rimango muto a fissarla, allora così mi parla:

Tu ti stai chiedendo perché io ti ho toccato, se era solo per l‘esempio, o perché contemporanemente ti volevo provocare. Se tu fossi normale, logicamente avresti pensato alla seconda ipotesi. E’naturale. Ma tu non puoi. Tu sei molto timido, e hai qualche grave problema e allora hai rifiutato quel pensiero pazzo, e te ne stai lì silenzioso, inebetito, e turbato a guardarmi. Non hai nemmeno tentato di sfiorarmi.-

Così, semplicemente, ella ha svelato il mio essere, la mia essenza, il segreto più riposto.

Come fai ad essere così bella, intelligente e affettuosa, nello stesso tempo? Le domando con un filo di voce e gli occhi lucidi.

Il suo sorriso è sempre più bello, più luminoso, I suoi occhi, ne son certo, parlano d’amore. Intorno a me non esiste più nessuno, la folla è svanita, la spiaggia non la vedo più. Poi lei mi chiede che cosa voglio fare, dove devo andare.

Niente-le rispondo- dovevo andare via con gli amici, ma ora non mi va
più, desidero restare qui con te. Se tu lo vuoi.

Sì lo voglio, ma forse ti divertiresti di più con loro.

No, no credimi– mi affretto a rispondere

Allora perchè avevi pensato di andarci se sapevi già che non ti saresti divertito?

Le spiego che là avremmo trovato delle ragazze, che gli altri si sarebbero divertiti, mentre io avrei sofferto molto. Mi avrebbero preso in giro, avrei pianto dentro di me, e forse questo mi avrebbe fatto piacere, perchè io volevo soffrire, perchè sono masochista e vittimista.

Ecco, lei mi prende per mano, mi sorride piena di comprensione –Devi raccontarmi tutto– e mi porta via con sé.

E così attraversiamo la spiaggia, sento la sabbia fredda sotto i piedi e ci avviciniamo a uno spiazzo di cemento, denso di risa, colori e luci di ogni genere. Passiamo in mezzo a una folla variopinta, pazza, assurda, e entriamo nella sala. E’ grandissima, illuminata a giorno, grandi lampadari pendono dall’alto. Ovunque strisce di carta colorata, ovunque visi opachi, occhi sguaiati.

Per la prima volta qualcuno si accorge di noi, vede lei. Allora gli uomini impazziscono. Le vengono vicino, la guardano, si gettano ai suoi piedi, piangono, implorano, ammutoliscono di sorpresa, parlano sommessamente, cercano di mettersi in mostra. Ma 1ei continua, imperterrita, leggera e fluttuante a passare in mezzo alla gente, la sfiora, la supera d’un balzo, sembra volare, e mi tiene sempre per mano. Ogni tanto si volta a guardarmi e mi sorride.

Poi d’un tratto fra l’ammirazione grande smisurata, per la sua bellezza irresistibile, un uomo le si para dinnanzi. La prende per un braccio, 1a obbliga a femarsi, sfrontato, sicuro, arrogante. E nel silenzio, improvvisamente generale, si sentono le sue parole.

Dove vai, bella fata? Non vedi che lui, dietro é morto di paura? Non ti

accorgi di quanto é debole, vano, inutile? Io ti posso far felice. Io ti saprò
far impazzire dal piacere. Lascialo dunque e vieni con me.

E’ molto bello, forte e virile, il suo sguardo è sicuro, beffardo, il suo vestito elegante, I capelli biondi ben pettinati, gli occhi fermi, chiari. Ma lei non cede, non vacilla, calma e indifferente, lo scosta con una mano, lo guarda dritto negli occhi sardonici, e la sua voce limpida, soave risuona come una frustata nella grande stupida sala, sui visi ceruli, attoniti, stolidi.

Tu mi fai solo pena.

Ancora prosegue decisa e sicura, affascinante, circondata dal suo alone
invincibile. Ancora mi stringe la mano e mi trascina via. Nessuno più si avvicina, nessuno parla, e così giungiamo alla fine della grande sala. Si gira ancora una volta a sorridermi, e incominciamo a salire una lunga scala, ora siamo davanti a una porta, l’apre, entriamo. Una camera fantastica, ed intravvedo in una soffusa leggera nebbia, un grande letto bianco, mentre una musica dolcissima si spande nell’aria. Sento lei che chiude la porta, e poi il contatto della sua mano leggera sulla mia. Mi sento venir meno.

Ecco, ora mi racconti tutto!– E sorride, sorride sempre, con amore.

A questo punto, una cortina di nebbia vivida mi avvolge, e precipito, precipito, senza corpo, senza spazio in un baratro senza fine.

Quando mi sveglio, sono sdraiato sul letto, lei mi é vicino, mi sta guardando senza parlare. Sono io che inizio a parlare, e racconto di me e del mio enorme assurdo complesso. Della mia sofferenza, della mia impotenza, della mia pazzia. Lei ascolta, muta, assorta. E anch’io mi sento parlare:

– ….e poi il dolore dell‘incomprensione degli amici, é diventato dolore di ogni giorno, e quando le ragazze, il sesso, hanno fatto capolino nella mia vita io l’ho visto arrivare con terrore, e da spettatore, perchè erano sempre accompagnati da elementi che temevo di non avere, capacità e corggio. Due qualità che gli altri mi dicevano che non possedevo.

In effetti, io sapevo che mi era impossibile avvicinarmi ad una ragazza, parlarle, perchè ero diverso, ero più stupido, più incapace, più brutto. E quando l’urlo di una disperazione impossibile mi lacerava per un attimo la mia stupida timidezza ed osavo, davanti a me solo rifiuti, risa di scherno, incomprensione.

E dopo la prima che non avevo saputo avere, vennero le altre. Fu sempre una sconfitta, tutta una sconfitta. E la vita, non voleva arrestarsi, il male continuava ed essere. Poi ci fu il lavoro, le altre attività, gli altri interessi, un poco di calma. L’amicizia vera, bella e con lei 1’indifferenza, l’oblio. Ma un giorno tutto finì, e il dolore ritornò, più acuto, violento e insaziabile, perché ora c’era anche l’amore, alto, infinito e irraggiungibile.

Lei sfuggiva, mi si avvicinava, mi provocava e poi fuggiva. Mi rideva in faccia. E quando provai a osare, osai molto, e soffrii. Mi calpestai, mi uccisi, con le mie mani. Ma non riuscii ad uccidere tutto di me, solo lo spirito. Così continuai a camminare, con niente di dentro e tanto falso di fuori. Ma stentai a dimenticare e ogni volta c’era qualcuna che s’incaricava di farmi ricordare. E non capivano, mai.

Poi arrivò il primo, timido, viscido bacio che mi colpì in fondo, tanto in fondo, che mi sembrò di annegare in una montagna di melma. Ribrezzo, ribrezzo. Questa parola divenne la compagna di tutti i miei giorni, delle mie ore. E anche il bacio mi fu nemico, mi ossessionò.

I miei occhi improvvisamente su di lei, mi portano l’immagine più fantastica che abbia mai visto. La sua bocca era schiusa, respirava fresca, i capelli sparsi intorno sul bianco del letto, e gli occhi profondi, indicibili mi stavano sorridendo. Ma non posso dire di quel sorriso se non che esso entra in me e mi porta un caldo e una sensazione mai provati.

Quel sorriso mi fa vedere con occhi nuovi, respirare per la prima volta. Poi mi prende la mano, delicatamente me la fa posare sul suo viso, sempre rivolto verso i1 mio, e me lo fa accarezzare. Piano, piano, con infinita cautela la mia mano percorre la sua pelle, l’assapora, se ne imbeve.

Lei non parla, mi guarda sempre e piange, si piange. Silenziose e piccole le lacrime scivolano lungo le guance, lambiscono la mia mano, la bagnano. Poi una nuova sensazione s’impossessa di me, quando le sue fragili, delicate dita, la stringono, l’avvolgono, la portano sulla sua bocca. E la morbidezza delle sue labbra non smettono più di baciarla, di sfiorarla.

La commozione è forte, riprendo a parlare.

E quell’ossessione ho sempre pensato che non mi avrebbe più lasciato. E l’amore, anche un surrogato, un pò, solo un poco di affetto, non trovarono mai la strada per giungere a me. Ma ora..é pazzesco…se anche ora la mia impotenza supera il desiderio più struggente, allora…non so.. non so…-

Zitto, ti prego, non parlare più..- Mentre 1e sue parole m’interrompono, la mia mano guidata e tremante si posa sul suo seno. La pelle sotto le dita scotta ma mi costringo ad accarezzarla, a stringerla.

E stringo, stringo, come impazzito, senza capire, senza vedere, mentre una voce lontana, dolcissima, mi risuona negli orecchi, e si mescola a quella prepotente, finalmente vera, viva del mio desiderio.

Prendimi caro, amami senza mai fermarti, ti desidero da impazzire…

ti desidero da impazzire… ti desidero da impazzire… amami… amami…amami

E’ un ritornello meraviglioso, ma assurdo, che mi frulla senza tregua nella testa, anche quando buttato sul divano, mi risveglio fra le ombre note della mia stanza, e torno in me dopo il coraggioso, rischioso esperimento del viaggio con l’acido. Il trip, di cui tutti parlano, e che ho voluto provare, per trovare, forse, la forza di affrontare domani la solita bieca realtà?


Bio – Gianluigi Redaelli:

Nato il 16 aprile 1943 a Varese. Mi piace scrivere, partecipo a concorsi, ne ho vinto qualcuno, spesso segnalato e presente in una trentina di antologie e vari siti web.
Mi sono auto prodotto con “ILMIOLIBRO” un libro di poesie e uno di racconti, ma preferirei trovare un editore classico.
Attualmente molto impegnato a scrivere libro di memorie.
Ho un mio blog che non riesco a gestire come vorrei.
www.gianrelli.blogspot.com

 
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