Rossetto sulla Guancia – Mattia Bagnato

   È difficile pensare con lucidità quando dentro di te ti senti invaso da un’oscurità così fitta, tanto densa che non riesci nemmeno a riconoscere le distanze tra un’idea ed un’altra. È come saltare da un palo all’altro trovandosi sospesi a decine di metri d’altezza, di notte per giunta, con aria di burrasca che rende precario ogni tuo passo, ogni tuo balzo che potrebbe farti precipitare irrimediabilmente nel vuoto sottostante.

   È così che si sente, e non gli piace, neanche un po’.

   Il telefono è rimasto lì, abbandonato sul tavolo di fronte a lui, non l’ha più neanche sfiorato da quando ha ricevuto quell’ultima telefonata. In controluce riesce a distinguere i segni delle ditate lasciate dai suoi polpastrelli sullo schermo, appena crepato nell’angolo in alto a sinistra, e sebbene di solito ripulisca subito ogni traccia di sporcizia, in questo momento una cosa del genere non gli passa neanche per la testa. Ogni cosa che vede, ogni rumore che sente, tutto è ovattato, distante. Insignificante.

   Sa di avere paura, probabilmente in questo momento è l’unica cosa di cui è pienamente consapevole, ma non è una novità. Non è mai stato un tipo coraggioso, non ha mai affrontato una nuova situazione od un evento imprevisto con il sangue freddo che ci si sarebbe aspettato da lui, per il fatto stesso che il futuro, con tutto il suo mistero e la sua inintelligibilità, gli ha sempre fatto venire i brividi. Si può avere paura di tante cose: di una persona, di un oggetto inanimato, di un contesto, di un’idea. Si può anche avere paura della paura stessa, il che è strano ma possibile. Quello che teme lui adesso, però, è ben altro paio di maniche.

   L’orologio a pendolo rintocca la mezzanotte con un’unica e profonda nota, ed il rumore improvviso lo fa sobbalzare sul divano. Si lascia sfuggire un’imprecazione, mentre con una mano si asciuga la patina di sudore che si è andata formandoglisi sulla fronte. Anche i palmi sono umidi, per non parlare delle ascelle dalle quali sale un odore acre non appena solleva il braccio, ma adesso non ha di certo il tempo di farsi una doccia. Sta già esitando troppo per la verità, quando avrebbe dovuto correre fuori da quella dannata porta e mettere in moto la sua auto diversi minuti fa. Sono già trascorsi dieci minuti dalla telefonata? Gli sembrava di meno, ma anche molto di più.

   Alla fine, in un modo o nell’altro, il coraggio per alzarsi dal divano lo trova, anche se è con una tremenda forza di volontà che riesce a raccogliere tra le mani tremanti il mazzo di chiavi e si avvia verso la porta di casa. Quasi teme anche di spegnere le luci dell’appartamento prima di varcare la soglia, immaginando chissà quali demoni nascosti nelle ombre, in ogni angolo, chissà quali fantasmi. E sa che quelli, prima o poi, arriveranno per davvero a tormentarlo, e se non sarà nella veglia lo troveranno nei suoi sogni.

   L’ascensore lo aspetta già al piano, ma per questa volta lui preferisce prendere le scale: non è claustrofobico, ma stasera l’idea di restare chiuso in quella scatola di acciaio traballante non lo entusiasma affatto. Scendendo a passo svelto i gradini, invece, gli sembra di riuscire ad allentare un poco la tensione che aveva attanagliato ogni fibra del suo corpo quando era nell’appartamento, il calore che si sprigiona dai suoi muscoli gli riscalda un poco anche il cuore.

   Fuori, dove l’aria della notte soffia fredda, il silenzio non gli è mai parso così opprimente. È un silenzio ricco di suoni, sinfonie dissonanti ed apertamente stonate, ma privo di colori. Tutto è nero, grigio, bianco laddove i lampioni illuminano i lati della strada, ma niente più di questo. La città non è mai stata così morta, da che lui ne ha memoria. La sua automobile non fa eccezione, completamente grigia su quello sfondo buio, e sedervisi dentro isolando fuori quel silenzio innaturale riesce a calmarlo almeno un po’. Si accorge di avere il fiato corto solo quando nota nuvole di vapore caldo fare capolino dalle sue labbra socchiuse.

   Un’ombra si muove davanti a lui, dietro a dei cassonetti dell’immondizia attorno ai quali sono sparsi disordinatamente sacchetti ricolmi di spazzatura. Lui si fa piccolo piccolo nell’abitacolo della macchina, stringendosi nella giacca e cercando di rendersi invisibile mentre scruta nell’oscurità con le pupille dilatate: un gatto randagio salta su uno dei cassonetti, smuovendo con le zampe pelose la spazzatura che affiora dal cumulo, probabilmente in cerca di cibo. Lascia andare un sospiro che non si era nemmeno accorto di aver trattenuto, poi, per tenere lontana da sé l’atmosfera lugubre che regna all’esterno, decide di accendere la radio. Certo, la tiene ad un volume sufficientemente basso da poter essere udita soltanto da lui, ma perlomeno adesso non gli sembra più di trovarsi all’interno di una cripta umida ed abbandonata, unico superstite di una società ormai estinta. È sulle note di Dancing With Tears In My Eyes degli Ultravox che avvia infine il motore della macchina, senza attivare il GPS perché ormai conosce bene la strada da qui fino alla sua destinazione.

   Di fianco a lui transita un’automobile che percorre la strada nel verso contrario, quando arriva al primo incrocio. Non riesce nemmeno a vedere chi sia alla guida del veicolo, se si tratti di un uomo o di una donna, di un giovane o di un vecchio, le ombre si accavallano le une sulle altre a rendere irriconoscibile qualsiasi volto, smussando gli angoli e rendendo tutto un’uniforme macchia nera. Non tutti i semafori sono in funzione, in realtà sulla maggior parte di essi lampeggia ritmicamente soltanto la luce gialla come a dire che, se vuoi evitare un incidente a quest’ora della notte, devi arrangiarti tu a guardare a destra e a sinistra per assicurarti che non compaia qualche altro autista insonne dall’angolo della strada.

   La canzone degli Ultravox viene sostituita da Wonderwall degli Oasis mentre, procedendo nel rispetto assoluto dei limiti di velocità, vede una prostituta che attende davanti ad un lampione. È quasi una ragazza, non avrà neanche trent’anni, con quella minigonna talmente corta che si scorgono le mutandine di pizzo rosa al di sotto, le calze a rete che arrivano a metà coscia, i tacchi alti da equilibrista. Ha l’aria svogliata, l’espressione di una qualunque persona che si è stufata del proprio lavoro ma che continua a farlo per inerzia e per necessità, solo che il suo non è un lavoro qualunque. Cazzo, lei sta svendendo la propria dignità, il proprio corpo, e lo fa con l’espressione imbronciata di un impiegato stufo di smazzare carte alle sette di sera?

   Lui tira dritto, premendo appena più a fondo sul pedale dell’acceleratore, senza concedere a se stesso di lanciare una seconda occhiata alla ragazza dallo specchietto retrovisore. Perché, e questo lo ammette dal momento che soltanto lui può sentire la voce della propria mente, dopotutto aveva delle belle gambe… Ma come è finito a naufragare tra questi pensieri viziosi? Ha qualcosa di più importante da fare che guardare sotto le gonne delle puttane sui marciapiedi, i suoi pensieri dovrebbero essere rivolti a ben altro in questo momento. Non appena l’immagine della ragazza rivestita della luce ambrata del lampione scompare dalla sua mente, infatti, essa viene rimpiazzata da quella di una porta, una porta chiusa che ha il terrore di varcare. Eppure, è inevitabile, dovrà farlo.

   Man mano che si avvicina alla sua destinazione sente la vescica premergli insistente contro il basso ventre, l’urgenza di orinare rende la guida un tormento, una tortura. Teme quasi di non riuscire a resistere, di farsela addosso come un poppante e di dover portare di conseguenza la macchina all’autolavaggio per ripulirla dall’odore fetido e pungente della sua urina inacidita dal panico. Poi, però, riconosce la rotonda poco più avanti, la strada che da lì procede appena in salita fino alla stazione ferroviaria e la panetteria all’angolo. Quella, non sa bene come sia possibile, pare che resti aperta ventiquattro ore su ventiquattro, dal lunedì alla domenica.

   Lascia l’auto nel primo posteggio che riesce a trovare, uno spazio angusto tra un furgoncino con il retro coperto da un telone grigio ed una piccola utilitaria bianca. Fa anche fatica ad aprire la portiera per uscire in strada, ma finalmente riesce a sgusciare fuori dalla macchina sentendo ancora una volta la brezza fredda di questa notte silenziosa accarezzargli le guance. Dentro la sua testa, però, lui non si concede mai la pace del silenzio, costantemente rotto da voci indistinte, ricordi, sensazioni, immagini dirompenti. Poi sente crescere un altro suono, un rombo di tuono paragonato al frusciare di qualche occasionale fazzoletto di carta trasportato dal vento, ma questo è reale e proviene dalle sue spalle: un ragazzo si trascina appresso una valigia, con il capo chino ed un paio di cuffiette nelle orecchie. Si sente la musica persino da qui.

   Aspetta che lui lo superi senza degnarlo di uno sguardo prima di avviarsi verso il portone al quale è diretto, battendo piano i denti e sentendo le ginocchia tremare sotto il peso del suo corpo. Arrivato al citofono si trova a domandarsi cosa debba fare: suono o no? Se lo facesse finirebbe con lo svegliare tutti quanti, a quest’ora sicuramente stanno dormendo profondamente. È meglio mandare un messaggio a mia sorella, pensa, ma quando si fruga nelle tasche alla ricerca del cellulare si rende conto di averlo dimenticato sul tavolino del soggiorno, nel suo appartamento. Impreca, sottovoce per paura che le sue parole echeggino per la lunga via deserta, ma ancora non trova il coraggio di suonare quel benedetto citofono. Vi posa sopra il polpastrello del dito indice, lo accarezza in una maniera quasi erotica che ha del ridicolo, poi smette di esitare e lo preme, con decisione ma solo per una frazione di secondo. Passano i secondi, interminabili, e pian piano si convince di averlo premuto troppo velocemente, nessuno l’avrà sentito dall’altra parte, quando una voce squillante gli perfora un timpano e lo fa sobbalzare. «Sì?»

   «Sono… Sono io.»

   Sente uno sfrigolio, allunga una mano verso la maniglia del portone e la tira verso di sé. È aperto. Una volta all’interno l’odore dell’umidità gli penetra nelle narici, ma l’ascensore è solo a pochi passi da lui. Stavolta non se la sente di fare le scale, essenzialmente per due motivi: il primo è che deve raggiungere il quarto piano, in salita; in secondo luogo, le gambe non sono salde come al solito, e rotolare giù per gli alti gradini di questo vecchio edificio non rientra nei suoi piani per la serata. Non che i suoi piani siano stati rispettati fin dal principio, comunque. L’ascensore sale lento ma silenzioso, con qualche debole scossone quando supera un piano, giusto per rendere più movimentata la salita. Infine, raggiunto il quarto piano, si ferma e le porte scorrono lateralmente. Stavolta non è costretto a suonare il campanello perché la porta è stata lasciata appena socchiusa, e lui se la richiude alle spalle una volta entrato.

   Le luci all’interno sono fioche, una più intensa filtra da sotto i battenti di una porta verde che dà sull’infermeria. Quando volge lo sguardo alla sua destra, un nuovo moto di terrore lo assale trovandosi di fronte un volto emaciato, scavato, che sembra sul punto di sgretolarsi in mille pezzi. In realtà non è altro che il viso rugoso di un vecchio, un uomo che indossa un paio di mutandoni bianchi e null’altro a coprire le sue ossa e quel poco di carne che le riveste.

   «Oh, mi scusi!» esclama una ragazza dall’accento spagnolo, o forse portoghese, quando fa capolino da un altro corridoio e si precipita a recuperare il suo anziano assistito. «Gli altri la stanno aspettando di là, sua sorella è già arrivata» dice poi, prima di accompagnare il vecchio uomo in direzione del bagno. Se non altro qui dentro c’è qualcuno che ha il passo più instabile del suo.

   Come gli aveva preannunciato la ragazza, in fondo al corridoio c’è un piccolo capannello di persone assiepate davanti ad una porta, in attesa. Una di loro si volta verso di lui, esibendosi in un timido sorriso che non ha nulla di felice in questo momento, con i capelli spettinati ad incorniciare quel suo volto stanco, gli occhi arrossati dal pianto ed il trucco sfatto. Sua sorella gli va incontro e lo abbraccia, stringendolo forte e affondando la faccia nella sua giacca a vento, ricominciando subito dopo a piangere a dirotto. Restano lì per un po’, fermi in quella posizione, fino a quando lei non alza uno sguardo addolorato verso di lui. «Dovresti entrare, adesso.» Esattamente quello che lui non ha voglia di fare, ma che sa essere necessario.

   Lei lo vede esitare e lo studia attraverso il velo sfocato del suo pianto. «Che succede?»

   «Io… Io ho paura.»

   «Paura? Di che cosa?»

   Lui non le risponde, si allontana da lei come fluttuando nell’aria, trasportato dal vento verso la porta chiusa che tanto lo spaventa. Ma in realtà non è la porta a terrorizzarlo, è quello che sta dietro che gli incute paura, per motivi che non saprebbe spiegare a sua sorella, forse neanche a se stesso. Un’infermiera di turno lo osserva dalle ombre, i lineamenti spigolosi che sembrano intagliati in un blocco di marmo, mentre lui finalmente si fa coraggio e posa il palmo sudato sulla maniglia. La abbassa, ed entra.

   Un tavolo, un semplice tavolo lucido. Un telo, i cui angoli ricadono in direzione del pavimento, assume la forma di qualcosa che vi sta al di sotto, celato alla vista. Con mano tremante afferra un lembo del lenzuolo nel gesto di sollevarlo, ma quello sembra essere più pesante del piombo, troppo per poterlo scostare. Sotto la pelle sente la massa nascosta dal telo, ne percepisce la rigidità, la immagina, e allora basta, è arrivato il momento di comportarsi dall’uomo che è. Stavolta agisce un po’ troppo bruscamente, con il rischio di far scivolare il lenzuolo per terra, ma se non altro si è deciso a compiere quell’ultimo passo decisivo.

   Il viso diafano di suo padre è lì, i lati affilati degli zigomi che risaltano attraverso la pelle sottile, il suo corpo ha ancora indosso i vestiti con i quali era andato a dormire. Vorrebbe poter dire che la sua espressione è serena, come se nella morte avesse trovato finalmente la pace, ma si racconterebbe soltanto una bugia: non c’è espressione su quel volto, solo il più assoluto e disarmante nulla. Prova a ricordarlo in una situazione differente, a ricostruire almeno nella propria memoria un’immagine diversa di lui, più viva e, perché no, più romantica. Eppure ogni tentativo è vano, quello che resta è il marchio lasciato impresso dalla visione di suo padre disteso su un freddo tavolo d’acciaio nella camera ardente della casa di riposo in cui è morto, quasi come se prima di questo momento non fosse mai esistito. Era di questo che aveva paura? Di veder svanire per sempre il ricordo di suo padre, quello vero, che gli insegnava a giocare a basket, che lo spronava a mettersi in gioco e ad affrontare le proprie paure anche quando queste parevano insormontabili, che gli dava consigli su come comportarsi con le ragazze che gli piacevano a scuola? Ha paura di non ricordare più il sorriso sul suo viso, ed al suo posto di ritrovare sempre e soltanto questa espressione vuota, ogniqualvolta chiuda gli occhi e pensi a lui?

   Sì, è di questo che ho paura. Non voglio perdere mio padre, non voglio.

   Poi, eccola, è lontana e appena riconoscibile, quasi un miraggio. Deve fare uno sforzo di concentrazione notevole per riuscire ad avvicinarla, a trattenerla, ma alla fine ci riesce. È un’immagine di suo padre, seduto sul divano in pelle rossa nel loro soggiorno, che legge un libro rilegato alla luce fioca di una lampada da tavolo. Si volta mentre lui entra in casa di soppiatto come un ladro, di ritorno da una lunga serata di baldoria, e lo squadra trafiggendolo con lo sguardo. Quando il silenzio comincia a farsi imbarazzante, le labbra di suo padre si arricciano in un sorriso a stento trattenuto, ha notato qualcosa sulla guancia di suo figlio. «Hai del rossetto sulla guancia, dongiovanni.»

   Aveva diciannove anni allora, e adesso, nella solitudine di questa stanza, lui si aggrappa con ogni fibra del proprio essere a quel ricordo, a quell’immagine sbiadita ma che assume nitidezza ogni volta che la riporta alla mente, cercando avidamente di scovarne subito un’altra, un’altra ancora, non se ne sazia mai. Quando sua sorella entra nella camera ardente, preoccupata per il lungo tempo che il fratello sta trascorrendo in silenzio lì dentro, è riuscito a rievocare almeno altri tre o quattro ricordi di suo padre, ognuno di essi all’inizio vago, distorto, ma poi via via più saldo, più facile da custodire. A volte i lineamenti sono troppo simili a quelli del corpo che adesso è disteso davanti a lui, ma basta poco per renderli di nuovo giovani, pieni di vita e carichi di emozione.

 Sta piangendo, ma le lacrime non hanno peso, anzi ne portano via con sé uno dalle sue spalle. Suo padre non scomparirà stanotte. Lui non lo permetterà.


Bio – Mattia Bagnato:

Nasce a Genova il 12/07/1992. Laureato in Fisioterapia, decide di pubblicare il suo romanzo d’esordio, “Alfa privativo”, con Erga Edizioni, una piccola casa editrice della sua città con distribuzione nazionale. Il romanzo viene pubblicato nell’ottobre 2016, ed è attualmente reperibile nelle librerie e sugli store online, compreso Amazon. Oltre alla scrittura, coltiva l’interesse per la musica come bassista della band emergente genovese Faxphy, con i quali ha prodotto un primo EP di inediti, “Eden”, anch’esso reperibile sulla rete.

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