Ricordi di Settembre – Walter Bressi

Quel pomeriggio fresco e umido di metà settembre si avviava ormai alla conclusione. Il sole, prossimo ad esaurire il suo slancio vitale, si adagiava comodo dietro le colline, rinverdite dalle piogge copiosamente cadute negli ultimi giorni. La lettura di Adam era di una di quelle per cui valeva la pena passare qualche ora in più col lumino acceso, nella speranza che qualche goccia di pioggia lavasse via le ansie superflue, residuo dell’estate: I Cosacchi, di Lev Tolstoj.

Non sapeva davvero perché aveva scelto di iniziare la lettura di quell’opera dal carattere così impegnativo. Probabilmente un certo desiderio di rivalsa, unito alla consapevolezza che lì dentro il tempo trascorreva molto più lentamente rispetto a fuori. Le dicerie su di lui si sprecavano: c’era chi diceva che avesse rapinato qualche vecchia signora dell’alta borghesia, chi lo voleva scuoiatore di cinghiali in tempo di caccia vietata, chi ancora succube di manie clandestine e perverse, di quelle che farebbero tremare i polsi pure al più esperto dei macellai.

La verità era un’altra, e si cela dietro il ricordo dei momenti più duri e cruenti della sua infanzia, che aveva avuto il coraggio e la pazienza di raccontarmi durante quei lunghissimi, interminabili pomeriggi estivi. Aveva appena tre anni quando suo padre morì. Un colpo di pistola, dissero. Si era recato, come ogni mattina, a fare il suo lavoro di fabbro; a quanto pare dei balordi incappucciati, alcuni dicono con la testa rasata, gli hanno teso un agguato a causa di alcuni vecchi rancori personali. Lo ritrovarono dunque cadavere nella sua bottega di fabbro, con il cranio fracassato dal colpo di proiettile e il sangue tutto raggrumato per terra. Adam era ancora assetato di vendetta verso quei vili assassini.

A sette anni, si ritrovò nei guai per la prima volta. La madre, rimasta vedova, decise di dargli un’educazione cattolica, di quelle che non si dimenticano. Delle gigantesche madame nere inculcavano le nozioni in quelle menti vuote e becere a colpi di bacchettate sulle mani, sulle ginocchia, sulla schiena, e un po’ dove capitava. Accadde dunque che prese simpatia per una sua coetanea. Ovviamente, in quel luogo di educazione mista a sofferenza, bambini e bambine non apprendevano le nozioni seduti gli uni accanto alle altre, ma venivano accomodati in due edifici contigui, separati da una interminabile rete metallica. Attraverso quella rete, mentre i suoi compagni, quegli inutili e insulsi mocciosi, sprecavano il loro tempo con la palla e chissà quale altro divertimento per decerebrati, Adam osservava la grazia e il portamento di quella bambina, i suoi immensi boccoli dorati, il gonnellino d’ordinanza che a volte, nelle giornate ventose d’autunno e d’inverno, svolazzava lasciando presagire, in lontananza, l’arrivo della pubertà. Nulla di strano, sembrerebbe. Tuttavia, si sa, i bambini sanno essere molto crudeli quando ci si mettono e, alle volte, pure profondamente competitivi, molto più degli adulti. Va detto, Adam non ha mai sopportato più di tanto di venire redarguito, ammonito, guidato, criticato o insultato. Era uno spirito libero, era nato tale e ha vissuto come tale. Ma ancor meno gradiva venire preso in giro. Gli dava proprio sui nervi, roba che improvvisamente acquisiva una forza tale che sarebbe stato in grado di spaccare la faccia pure al campione mondiale di pesi massimi, e non è per nulla un’esagerazione. Quando uno dei mocciosi, uno dei più vili, cominciò a prenderlo in giro perché anziché sprecare il proprio tempo con la palla, si concedeva qualche momento sognante seguendo l’andazzo dei gonnellini(o meglio, del gonnellino), Adam uscì completamente di senno. Gli assestò un pugno in pieno volto e il moccioso cadde a terra sbattendo la testa. Morì nel giro di qualche giorno, in un bel lettino d’ospedale, circondato all’affetto dei suoi cari e dalle cure amorevoli dei dottori. E niente, cosa volete che possano fare a un bambino di sette anni? Venne espulso da quell’istituto di meretrici, sua madre, che nel frattempo aveva trovato un altro uomo, dovette cambiare città e lavoro, e lui venne relegato (si fa per dire) in una scuola pubblica e laica, perché la voce tra le megere era girata, e nessun altro istituto di pinguini in divisa era più disposto ad accogliere un piccolo assassino innamorato.

E così crebbe, nell’indifferenza: più capiva che le persone accanto a sé avevano una repulsione nei suoi confronti, e cercavano di scacciarlo, più lui si rintanava nel suo universo personale, fatto di miti e illusioni, chiudendosi a riccio verso il mondo esterno. La sua misantropia cresceva, giorno dopo giorno, al pari di quanto cresceva la sua statura. Si ritrovò così a ventun’anni, senza lavoro, senza amici, mentre la madre, già ridotta sul lastrico a causa del fattaccio di qualche anno prima e lasciata pure dal nuovo uomo, presa dalla nostalgia e dalla depressione si tolse la vita. Rimase dunque solo, contro tutti. O almeno così gli parve.

Lo incontrai per la prima volta una mattina d’estate, di quella estate. Girovagava senza meta, col viso scavato, gli occhi vitrei, una canottiera nera tutta impolverata e dei pantaloncini di jeans. Non so esattamente il perché, ma la curiosità che si impadronì di me mi spinse a parlargli.

  • Stai bene amico?-
  • Non c’è male- rispose lui.
  • Hai forse bisogno di qualcosa?- chiesi io.
  • Hai per caso della Meth?-

Non sapevo cosa rispondere. Non avevo mai sentito parlare di nulla del genere. Come per incanto, l’incontro con quel ragazzo poco più che ventenne mi aprì un mondo nuovo davanti agli occhi. Non cerco giustificazioni, ma è la verità, a quel tempo non sapevo a cosa andavo incontro. Ebbi paura? Certo che no. La paura è soltanto un riflesso del nostro istinto di sopravvivenza, un modo come un altro di reagire a un pericolo improvviso e imprevedibile, e io in quel momento non mi sentivo certo in pericolo. Almeno, non così tanto. Fatto sta che gli dissi che no, non ce l’avevo, e che non sapevo di cosa stesse parlando(ed era la verità). Lui mi disse di seguirlo, e così feci. Ci ritrovammo dopo qualche minuto per dei vicoli bui e stretti, con i panni tutti stesi sui balconcini di quelle palazzine squallide e degradate, fino a che non arrivammo da un tizio dalla pelle scura e l’accento incomprensibile, che ci disse di avere questa Meth.

Quello che accadde dopo non lo ricordo. So soltanto che ci ritrovammo qui all’improvviso. Mi svegliai su questa branda verso le nove del mattino, visibilmente scosso e privo di voglia di vivere. Adam dormì per qualche altra ora, ma lui era certamente più abituato di me a quella roba. Ma non mi persi d’animo. Dublino era bellissima da lì: si vedevano le verdi vallate di Phoenix Park, i ponti sul fiume Liffey, e persino la sagoma confusa di St. Patrick’s. Con noi c’era un ragazzo di colore, di nome Hussein, che ci introdusse subito all’Islam. Ci parlò dei cinque pilastri, di come Maometto ascese al cielo dopo aver dettato il Corano all’umanità, ci insegnò come pregare, rivolti rigorosamente verso sud-sud est, alla Mecca. Adam, memore degli insegnamenti cattolici ricevuti in infanzia, si ritrovò particolarmente a suo agio con quegli insegnamenti così rigorosi. Io invece, da protestante qual ero, vedevo in tutto ciò una sorta di mania e di perversione, e mi interrogavo, con spirito critico, su come individuare quel sottile discrimine tra la devozione e il fanatismo. Ma ad Adam questo non importava, seguiva quei rituali con puntualità ferrea, quasi ossessiva, al limite della follia.

Mia sorella mi venne a trovare dopo qualche settimana. Solo allora mi accorsi di quanto fosse bella, con la sua chioma folta e rigogliosa, dal colore rossastro, e gli occhi color smeraldo. Mi disse che le mancavo, e io le credetti. Mi disse anche che nostra madre stava morendo, ed io ebbi un tuffo al cuore, perché ciò avrebbe significato che non sarei potuto andare al suo funerale. La cosa mi addolorava, anche se con mia madre non ho mai avuto un buon rapporto, nemmeno negli anni felici della mia infanzia sulle Highlands. Anzi, probabilmente è stata lei la causa di tutti i miei malanni, presenti e futuri. Ma tutto ciò non ha molta importanza al giorno d’oggi, perché anche quell’estate passò, e venne settembre.

Ed eccoci dunque di nuovo daccapo, alle letture impegnative di Adam, a Tolstoj, ai pomeriggi di nullafacenza. Hussein non era più tra noi. Un peccato, perché era molto simpatico, istruito e anche di compagnia. Da quando se n’era andato, Adam, per fortuna, aveva smesso di pregare alla maniera dei musulmani; aveva sostituito le letture quotidiane del Corano con quelle dei classici della letteratura russa. Ovviamente, anche Nabokov. Fu il suo più grande capolavoro, Lolita, a fargli tornare in mente la ragazzetta di cui era follemente innamorato in tenera età, e con la quale mai ebbe il coraggio di parlare (e anche se l’avesse avuto, le megere gliel’avrebbero in ogni modo proibito). Passò giorni a parlarmi di quella che ormai doveva essere una donna fatta e finita. E io passavo le notti seguenti a chiedermi come facesse ancora a ricordarsi così minuziosamente di lei. Se l’avesse vista per strada, tutta in ghingheri e truccata come si usa al giorno d’oggi, l’avrebbe sicuramente riconosciuta. Tuttavia non sapeva come si chiamasse, non l’aveva mai saputo. E meno male, perché se l’avesse saputo sarebbe sicuramente andato a cercarla per mari e monti, col rischio di trovarsi tra le mani null’altro che una cocente delusione d’amore(nella migliore delle ipotesi), o un arresto per molestie(nella peggiore delle ipotesi). Ma non era quella donna il motivo per il quale eravamo rinchiusi là dentro. Almeno, non credo.

  • Oggi usciamo- mi disse quel fatidico pomeriggio.
  • E dove vorresti andare?-
  • Che importanza ha? Il mondo è la nostra casa!-
  • Suppongo tu abbia un piano-
  • Mi sottovaluti, amico-

Estrasse da sotto il materasso un taglierino della lunghezza di circa diciotto centimetri. Rimasi sbalordito e allo stesso tempo mi misi un po’ di paura.

  • Dove cavolo l’hai trovato?-
  • Se te lo dicessi, cambierebbe qualcosa?-
  • Finiremo nei guai per questo!-
  • “A sea of troubles…”-

Al mio sguardo interrogativo, aggiunse: – Shakespeare! Il celeberrimo soliloquio di Amleto … –

  • Leggere ti fa male … – commentai con amarezza, al contempo vergognandomi un poco per quella incredibile manifestazione di ignoranza circa uno dei più grandi capolavori della letteratura anglosassone.

Non perdemmo altro tempo e cominciammo a darci da fare. Quel taglierino aveva una seghettatura un po’ malandata, pertanto lavorare sulle sbarre fu più difficile del previsto. Il mio timore principale era dovuto al fatto che tutto quel rumore avrebbe richiamato l’attenzione di una o più guardie, e a quel punto sarebbe stata la fine per noi. Tuttavia, per una volta, fummo fortunati, perché da lì a poco un fortissimo temporale si abbatté su Dublino e su tutta la costa orientale dell’Irlanda. Il rumore dei tuoni, che si succedevano uno dopo l’altro in una sequenza apparentemente infinita, copriva il rumore del nostro taglierino di fortuna. Ci voleva una forza sovrumana solo per tenerlo in tiro, perché quella lama aveva l’infelice tendenza a curvarsi a contatto con la dura sbarra. Decidemmo di interrompere quel nostro piano di fuga e rinviammo tutto a quella stessa notte, quando eravamo sicuri che le guardie, dopo averci chiuso a chiave per bene, non ci avrebbero disturbati.

E la notte arrivò, prima del previsto. Il temporale non era cessato, e questo un po’ mi turbava. Una volta fuori, avremmo abbandonato la rassicurante protezione di quelle quattro mura sbiadite e ciò rappresentava anche degli indubbi svantaggi. Ma non ci perdemmo d’animo. Seghettare era un lavoro difficile. Dopo un’altra ora passata a roderci il fegato, malamente appoggiati sull’unica sedia che avevamo a disposizione, finalmente una sbarra cedette. Ne avremmo dovute tagliare altre due prima di poterci calare giù, sul cortile interno dove eravamo soliti consumare la nostra ora d’aria, l’ ultima barriera verso la libertà. Alle quattro del mattino passate, proprio quando quel temporale dal sapore prettamente autunnale cominciava a placarsi, ce l’avevamo fatta. La nostra gioia era talmente grande che nel goffo tentativo di abbracciarci, rischiammo quasi di cadere dalla sedia.

  • Hai visto?- fece Adam – funziona!-

Mancava poco alle prime luci dell’alba. In fretta e furia, prendemmo quelle quattro lenzuola che avevamo e le legammo uno con l’altro, fino a creare una vera e propria fune della lunghezza di circa cinque-sei metri. Sfortunatamente, alloggiavamo al terzo piano di quell’infausto edificio, per cui la lunghezza complessiva della “fune” non riusciva a coprire per intero la distanza che ci separava da terra, lasciando scoperti un paio di metri. Ma non ci mettemmo paura, perché era un salto alla nostra portata. Legammo una delle due estremità ad una delle sbarre rimaste ancora integre, poi cominciammo la nostra discesa. Per primo andò Adam, e poi toccò a me. Sembrò più facile del previsto. L’impatto col terreno fu duro, ma meno del previsto. Quando mi rialzai, vidi Adam che si guardava intorno, e capii che quella parte del piano era meno studiata della precedente.

  • Sfondiamo il cancello sul retro!- propose.
  • E come lo sfonderesti?-

Non disse nulla. Si limitò a fare un cenno con la testa, con cui mi invitava a guardare alle mie spalle. Vidi una camionetta delle guardie, di un blu lucente, di quelle che si usavano per trasferire cinque, sei detenuti tutti insieme, non di più, con i vetri blindati e il paraurti rinforzato in ferro.

  • Non vorrai mica … –
  • Stai zitto!- tagliò corto lui.

La portiera era aperta. Si catapultò all’interno e cominciò ad armeggiare con i fili che si trovano al di sotto del volante, come alla vecchia maniera. Mi implorò di salire immediatamente sul lato passeggero, perché stando lì fermo avrebbero potuto vedermi, e quel nostro piano sarebbe andato a farsi benedire, per sempre. Dopo qualche minuto di spasmodica attesa quella camionetta, miracolosamente, si accese. Adam, che prese il volante tra le sue salde mani, si sentiva gasatissimo e io più di lui. Mancava davvero poco al nostro sogno di libertà. Andammo a sbattere contro quel cancello, una, due, tre volte, finché non sentimmo da lontano spari di revolver e mitraglietta.

Ci avevano scoperti. Ma a quel punto non potevamo più arrenderci. Continuammo a sbattere contro quel cancello finché non riuscimmo a piegarlo. Con un po’ di pazienza avremmo pure potuto passarci di sopra. Purtroppo, una delle ruote posteriori, credo la sinistra, venne bucata da un foro di proiettile. Scendemmo dal mezzo e scavalcammo quel che rimaneva di quel cancello. Uno sparo improvviso e l’urlo straziante che ne seguì mi fecero trasalire. Avevano colpito Adam alla gamba. Mi voltai di scatto, e lo vidi incastrato tra il cancello e la camionetta, dolorante. Continuai a correre all’impazzata per le vie di Broadstone con quell’immagine in mente.

Non me la tolsi per i successivi vent’anni. Non ebbi più notizie di Adam. Io dal canto mio ebbi le mie soddisfazioni. Mi presero un lunedì di maggio, mentre da Belfast cercavo di imbarcarmi, sotto falso nome, diretto verso gli Stati Uniti. Trascorsi così qualche anno prima a Cork, poi a Limerick, ma non tornai più a Dublino. Un giorno ricevetti una lettera firmata da una certa Rossana. Aveva sentito delle mie gesta in TV e aveva già fatto richiesta al Direttore di incontrarmi. Quell’incontro avvenne, e ad esso ne seguirono molti altri, finché non la sposai dentro le mura del penitenziario di Cork, con la benedizione del pastore presbiteriano di turno. Certo, quella non fu l’unica cosa bella che mi accadde. Pensate, sono diventato persino maestro di canto!

Quando uscii, finalmente, da uomo libero, presi il treno diretto a Kilkenny, dove abitava la mia amata Rossana, per trascorrere con lei, finalmente, qualche anno di vita felice. Nel mio scomparto capitai con un giovane, dall’aspetto molto trasandato, i capelli unti e la barba incolta. La mia consapevolezza di uomo adulto mi consentiva di inquadrarlo sotto una luce diversa.

  • Hai della meth?- mi chiese con fare supplichevole.

Lo guardai per qualche secondo, poi i ricordi mi balenarono in mente, uno dopo l’altro, come fotografie nitide e a colori.

  • Adesso ti racconto una storia – gli risposi – la storia di Adam!-


Bio – Walter Bressi:

nasce ad Augusta (SR) il 31 marzo 1990. Dopo gli studi classici si iscrive a Giurisprudenza presso l’Università LUISS di Roma, dove continua a coltivare la sua passione per la scrittura, collaborando con il periodico di ateneo Liberaluiss per circa due anni, dal 2009 al 2011. Dopo la laurea pubblica la sua prima opera, la Principessa di Siria (2014, Albatros-Il Filo, collana “Nuove Voci”), disponibile, tra gli altri, sul sito internet Amazon.it. Dal 2016 svolge la professione di Avvocato e si prepara arduamente per il concorso da Magistrato.

Prezzo: EUR 11,04
Da: EUR 14,90

 
To report this post you need to login first.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento