Il Trasferimento – Federico Berlioz

«Lascia che faccia il giro del mondo, è quello che ci vuole. Cosa c’è di meglio di un evento reale per urlare il tuo messaggio a un mondo che non vuole ascoltare?»

Ore 05.30, venerdì mattina. Carcere di OPERA.

Un secondino apre la porta della cella e ordina: «Raccogli i tuoi stracci e preparati per il trasferimento.»

Sono già pronto. Rispondo.

Ok. Andiamo.

Al pianterreno, in una stanza per le perquisizioni, aspettavano cinque secondini del reparto traduzioni.

Non erano interlocutori facili. Mi perquisirono con durezza, se provavo a dire qualcosa, tendevano a essere capricciosi, ostinati e arroganti.

Mi ordinarono di salire sul furgone blindato parcheggiato all’ingresso, gli risposi, che il giorno prima, il medico di reparto, mi aveva assicurato che, il mezzo di trasporto sarebbe stata un’ambulanza.

Gli feci presente che ero “Colonstomizzato” e Cardiopatico.

«Nessuna ambulanza per te “stronzo”, rispose con molta cordialità il caposcorta, sali sul furgone e sbrigati che dobbiamo fare un lungo viaggio.»

Con la coda dell’occhio vidi un altro secondino scattare in avanti, e un attimo dopo, udii la portiera che veniva aperta, fecero salire per primo, un uomo sudaticcio e, un po’ intontito, come se non si fosse svegliato ancora del tutto da un incubo.

Aveva i capelli sudici, occhiaie profonde, labbra tumefatte e la barba incolta.

“Seppi, durante il viaggio, che il giorno prima era stato massacrato di botte dai secondini.” Per le troppe mazzate che aveva preso, era rimasto traumatizzato, quindi, il carcere, se ne disfava, trasferendolo il più lontano possibile.

Mi spinsero a forza sul furgone, e nel montare, lo sentii ondeggiare mentre salivano, anche, altri disgraziati come me, c’erano marocchini, tunisini, senegalesi e albanesi.

«Di italiani, eravamo solo io e quello che avevano fatto diventare un cerebroleso.»

Nove detenuti. Tutti incatenati e, chiusi, ognuno in una piccola celletta all’interno del furgone blindato.

I secondini cominciarono a tormentarci sin da subito.

Accesero i riscaldamenti. In pieno agosto!!

Invece di fare una sfuriata, decisi di tenere la lingua a freno e far buon viso a cattivo gioco.

I sedili erano di legno, e dopo cinquanta chilometri mi faceva male il culo, non potevamo metterci nemmeno in piedi, perché l’altezza delle cellette era di un metro e cinquanta, per pisciare, chi ci riusciva, doveva farla in una bottiglietta d’acqua vuota, alcuni vomitavano nei bustoni neri per l’immondizia, e chi non riusciva a vomitarci dentro, veniva offeso ed umiliato con epiteti volgari. Un senegalese, riuscì anche a defecarci dentro.

La puzza e il caldo soffocante in quel furgone erano insopportabili.

I secondini si fermavano, solo, per i loro bisogni, sia per pisciare che, per prendere il caffè, andavano ai bagni pubblici e ai bar degli autogrill.

«I detenuti trasferiti, sono costretti a fare i loro bisogni fisiologici all’interno dei furgoni, nelle buste nere dell’immondizia fornite dai secondini, senza poterle svuotare, devono tenerle con se fino alla fine del viaggio.»

“Un uomo tarchiato, con i capelli sale e pepe, provò un grande senso di turbamento nell’assistere a quelle scene umilianti, si tolse gli occhiali da vista e si asciugò le lacrime dagli occhi con la manica della maglietta.”

Dopo altri cento chilometri di viaggio, in quelle condizioni, ero ormai convinto che sarei morto sul quel furgone. Il culo mi faceva talmente male, che dovetti mettermi in ginocchio più volte, sotto lo sguardo incurante e inespressivo dei secondini.

Gli arabi, cominciarono a strillare, volevano essere aperti per prendere una boccata d’aria, fare i bisogni in un bagno, lavarsi le mani, ma, i secondini in risposta si misero a fumare con i finestrini chiusi, e aumentarono l’aria calda, tanto loro, ogni cento chilometri, si fermavano, scendevano fuori dal furgone, si rilassavano all’aria aperta, prendevano il caffè e, a noi, ci lasciavano chiusi e, parcheggiati sotto il sole.

Mentre il nostro calvario percorreva con infinita lentezza l’autostrada in direzione sud Italia, la loro preoccupazione era la cena.

Li sentivamo discutere, dove andare al ristorante quella sera alla fine del servizio, e per tutto il viaggio non fecero altro che tormentarci con telefonate che, facevano ai ristoranti, per prenotare i posti e chiedere il menù.

Un albanese, Bujar Aymery, operato allo stomaco una settimana prima, a causa della postura scorretta e delle forti vibrazioni del furgone, gli si staccarono alcuni punti di sutura e, la pancia, in poco tempo, si aprì come una cerniera lampo, c’era un lago di sangue per terra e mano a mano che coagulava, l’odore di rame diventava nauseante, neanche in quel caso, i secondini si fermarono per prestargli soccorso o portarlo in un ospedale.

Il furgone continuò a viaggiare, con i secondini che chiacchieravano tra loro, incuranti delle condizioni di salute dell’albanese, fino all’uscita dell’autostrada per Firenze sud.

Arrivammo alla Casa Circondariale di “Sollicciano”, vicino Firenze e, lo “scaricarono” come fosse merce avariata.

I secondini del carcere fiorentino, lo presero sotto le ascelle con dei guanti di plastica anti-contaminazione…

Verso le 13.00, mentre eravamo fermi per un’altra sosta, sempre rigorosamente chiusi nel furgone e parcheggiati sotto il sole in un Autogrill, osservavo la folla del venerdì pomeriggio con il viso piantato sul finestrino, le persone “libere” entravano e uscivano dal Bar dopo aver consumato bibite, panini e caffè.

Una ragazza molto giovane che spingeva un passeggino, si soffermò a guardare il furgone, vide il mio viso incollato al finestrino e, per alcuni istanti mi fissò negli occhi, si avvicinò al secondino, lasciato di guardia al furgone, che stava fumando una sigaretta, e gli chiese, se poteva portare dell’acqua e dei panini alle persone rinchiuse nel furgone.

Lui urtato, rispose: Mi lasci in pace con queste sciocchezze e si allontani subito di qui!!!

Doveva aspettarselo, pensai, scrollando la testa.

La ragazza, senza scomporsi, andò verso una macchina della polizia stradale, che stava facendo rifornimento di carburante, per reclamare, pensai, e con il dito, ci indicò.»

Loro, la guardarono allibiti come se fosse una malata psichiatrica, dopo un po’, vista la sua insistenza, la spinsero via in malo modo.

Uau, pensai, quelli si che sono una bella qualità di poliziotti.

La ragazza stizzita, si voltò e a voce alta, richiamò l’attenzione delle persone presenti nel parcheggio dell’Autogrill, spiegando cosa la stesse turbando.

Un gruppo di ragazzi scoppiarono in una grande risata collettiva, altri facevano finta di niente infilandosi nelle loro macchine per proseguire il viaggio, e le altre persone con figli piccoli al seguito, non le diedero neppure retta.

Nel frattempo, i secondini che erano andati al Bar, tornarono a bordo del furgone ristorati, ridevano e scherzavano tra loro, si davano pacche sulle spalle, e ruttavano. Passarono un caffè, dentro un contenitore di plastica, e un pacchetto di sigarette al secondino rimasto a piantonarci. Misero in moto il furgone, e partirono senza neppure darci una bottiglietta d’acqua.

Circa trenta minuti dopo, eravamo quasi arrivati allo svincolo stradale per Pistoia, trasalii nell’udire un rumore di fianco, il detenuto, un tunisino, rinchiuso accanto a me, si chiamava Talbi Youssuf, era dentro per rapina, ma, in realtà, la sua storia, era un classico dell’ingiustizia della nostra società. “Una sera mentre andava in bicicletta verso casa, ubriaco, cadde e sbattè la testa su una pietra miliare, cominciò a perdere molto sangue, quindi, si avvolse in testa una sciarpa scura che portava al collo, entrò, agitato per lo shock, in un negozio, con in mano il manubrio della bicicletta che si era staccato nella caduta, per chiedere aiuto, ma, i proprietari dell’attività commerciale erano cinesi e non capivano una parola ne di italiano, ne di arabo. Pensando che li volesse rapinare, gli saltarono addosso in cinque e, dopo averlo gonfiato di botte, telefonarono alla polizia.”

Fu condannato a cinque anni di carcere per rapina a mano armata!!!

Youssuf ammanettato nella celletta, era in preda alle convulsioni, vomitava già da diversi chilometri, udii un tintinnio di chiavi accompagnato da un rumore di passi sempre più vicini.

Bene, pensai. Qualcuno lo avrebbe soccorso.

Per la milionesima, volta provai ad immaginare uno scenario in cui tutto si concludeva nel migliore dei modi.

I passi si fermarono. Sentii scattare una serratura e, una voce dire, in un italiano storpiato: «Grasie! Oh, grasie! Asistente. Non sapere cosa mi successe. Io…»

Qualcosa di molto duro lo colpì nello stomaco, lasciandolo senza fiato. Era uno scarpone, del secondino, con la punta di ferro.

Scosso da altri conati di vomito, quel povero disgraziato finì sul pavimento in mezzo al sudiciume.

Liberato dalle manette, fu trascinato brutalmente per i capelli, “assistevamo tutti a quella inaudita violenza impotenti” e, scaraventato su un sedile con lo schienale rigido, lo legarono con dei passanti di corda e lo imbavagliarono. Si stava soffocando nel suo vomito.

Lo slegarono e gli tolsero il bavaglio, solo, pochi chilometri prima, di “consegnarlo” all’ufficio matricola della Casa Circondariale di Pistoia.

Osservai Youssuf, uscire dal “furgone maledetto”, era tutto sporco di vomito, incrostato sugli indumenti e sul viso.

I secondini del carcere di Pistoia, lo avevano tirato fuori, sporco, disidratato e affamato, ma grazie al cielo, ancora vivo.

Nel tardo pomeriggio, mi ritrovai a pregare mentalmente, per me fu una novità, in quanto mi sono sempre considerato agnostico.

Ma guarda un po’ cosa ti fa fare un po’ di “disagio” pensai.

Poco dopo le 15.00, ci fermammo al carcere di Livorno per “scaricare” altri tre detenuti, un tunisino, un marocchino e un senegalese. Quando vennero fatti uscire dalle cellette e spinti in malo modo verso l’uscita, non riuscivano a stare in piedi, e non avevano nemmeno la forza di insultare i loro torturatori.

Ripartimmo, dopo circa trenta minuti, per un’altra destinazione. Il detenuto italiano “cerebroleso”, era stato assegnato al carcere di San Gimignano, vicino Siena, ma, stava talmente male che, i secondini sul furgone, preoccupati di fare tardi per la cena prenotata al ristorante, avvisarono telefonicamente l’Istituto toscano, informando i loro colleghi che durante il viaggio il poveretto, “li sentii dire”, si era sentito improvvisamente poco bene.

Scrollai la testa.

Quando siamo arrivati al carcere, in località Ranza Ciuciano, erano le 17.45, quel poveretto era ormai cadavere, lo vennero a prendere due infermieri e un secondino con una barella.

Tempo scaduto, gli disse con amara ironia un albanese. Era una persona, lo capite questo? Aveva un nome e un cognome. Proprio come voi. Era fatto di carne e ossa.

«Abbiamo forse chiesto un tuo parere? » Disse un secondino.

Si avvicinarono in quattro alla sua celletta, fissandolo in cagnesco.

«Su, avanti, rispondi» disse, impaziente uno di loro.

Si erano infilati, tutti e quattro, i guanti neri di pelle!!

Il volto dell’albanese assunse una sfumatura di bianco. Mosse le labbra in silenzio e, con un cenno del capo gli fece capire che era tutto a posto.

Ogni 20/30 minuti, a turno, i secondini venivano davanti le nostre cellette per controllarci.

Uno in particolare, aveva gli occhi azzurri e freddi come il ghiaccio, era un vero sadico, se qualcuno si addormentava, sbatteva con tanta violenza un tubo di ferro sulle porte da far tremare le pareti.

Verso le 19.00, il furgone ora viaggiava velocemente, le gomme slittarono per un terrificante secondo mentre correvano sul ponte bagnato e arrugginito della strada provinciale Est di Portoferraio, destinazione: Forte San Giacomo carcere di Porto Azzurro. L’albanese e il marocchino rimasti con me sul furgone, erano destinati sull’isola.

Sentii i discorsi dei secondini mentre parlavano tra loro: «Sapevi che li dentro ci vive della gente?» Disse uno, mentre gli altri scoppiarono a ridere. I ratti scorazzano per i corridoi delle sezioni, i detenuti del terzo piano non hanno neppure le porte, solo i cancelli. Non c’è da meravigliarsi che questo istituto abbia la più alta incidenza di Scabbia e Tifo.

Distolsi lo sguardo dai secondini. Mi asciugai il sudore dalla faccia e, osservai con tenerezza, lo sguardo disperato di quei due poveri disgraziati.

Arrivai alla mia destinazione per ultimo, verso le 21.00 al carcere di Lucca.

Il caldo umido non accennava a diminuire, ero disidratato al massimo, quando scesi, passai dal buio completo del furgone alla semioscurità della sera, cascai per terra, il secondino dagli occhi azzurri, mi urlava nelle orecchie di alzarmi in piedi e prendere il mio borsone da viaggio.

Prese a girarmi la testa vertiginosamente, e il dolore alle ginocchia e alla testa erano insopportabili.

Non riuscivo più a camminare eretto, i secondini della scorta ridacchiavano varcai, sostenuto da due secondini, il cancello in ferro battuto del carcere e alla prima folata di vento, provai un’improvvisa sensazione di gelo.

Un secondino aprì una porta con su scritto “UFFICIO RECLAMI”, entrai, mi spinsero dentro, e la porta si richiuse alle mie spalle. Ispezionai la stanza con gli occhi senza muovermi, vidi un tavolo di legno con un posacenere, alcune sedie spaiate e una scrivania di ferro. Ero talmente esausto e dolorante dal viaggio, che non avevo guardato il resto della stanza, c’era qualcuno appoggiato in un angolo nell’oscurità, che lentamente era strisciato alle mie spalle.

Mi girai di scatto, era un uomo basso e tarchiato con una testa rotonda e capelli tagliati a spazzola. Aveva in mano quella che sembrava una sbarra d’acciaio.

Mi chiese, con il sorriso sulle labbra, se il viaggio era andato bene…

Lo guardai per un lungo momento senza dire nulla, dopo un po’ lui disse: «Andiamo».

Avevo bisogno di qualcosa che mi lavasse via l’odore di morte e disperazione dai vestiti. Dalla pelle.

Oggi, a distanza di molti anni da quel tragico viaggio, provo ancora una tristezza infinita, di quella che non si può condividere con nessun’altro…

“La nostra società, i ben pensanti, non fanno altro che parlarci dei vantaggi offerti dalla legge e della punizione di chi commette reati, ma non credo che questi onorabili oratori abbiano mai confrontato i vantaggi attribuiti alla legge con gli effetti degradanti, crudeli e perversi delle punizioni inflitte sugli esseri umani, dagli esseri umani.”


Bio – Federico Berlioz:

Residente a Pisa, ho 53 anni e sono amante della lettura e degli animali, ho un cane di nome Muffino che ho preso in un canile, sono celiaco dalla nascita, e papà di una bellissima bambina di nome Vanessa, sono fidanzato con una dolcissima donna del cilento di nome Nicoletta.
Ho una mentalità aperta e socievole, un carattere determinato ed intraprendente, con ottima capacità di coordinamento e amministrazione di progetti, che occupano lavori in cui la comunicazione è importante.
Durante il percorso di formazione lavorativo ho collaborato presso diverse Associazioni di Volontariato: Pubblica Assistenza di Pisa, L’Uovo di Colombo di Viareggio, la Croce Verde di Viareggio e, (attualmente) con la Cooperativa Sociale Don Bosco di Pisa.
Ho partecipato, a diversi concorsi letterari intitolati “RADICAMENTI” E “FUORI DAL TEMPO” con i racconti, pubblicati nelle antologie, dal titolo: “QUEL CHE RESTA DI NOI” e “ME VADO A MAGNA’ UN TRAMEZZINO”, ho frequentato, corsi di scrittura creativa con il Giornale locale “La Torre e l’Alfiere”, nonché, partecipato a progetti con il carcere di Pisa e le Camere Penali di Pisa, in collaborazione con la Casa Editrice MDS (Mani di Strega) di Pisa, il primo progetto del 2015 intitolato “FAVOLARE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “FAVOLAMARA” e, il secondo progetto nel 2016 intitolato “LE GABBIE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “IL LABIRINTO DEI VIVI”.

 
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12 commenti

  1. Racconto molto crudo .purtroppo non esiste più umanità.

     
  2. Federico Berlioz

    Carissimo Andrea, con amarezza, sono costretto a confermartelo…

     
  3. Una tra le tante domande che sorge spontanea è : perché la violenza prende il sopravvento su chi ha il compito di “sedarla”…? Violenze gratuite, dato che gli uomini narrati e descritti nel brano , erano già indeboliti, incatenati, facili prede di aguzzini autorizzati, difficilmente smascherabili. Finirà mai, altra domanda, questa lunga catena di torture e trattamenti che ledono la dignità umana, fosse anche in condizione ristretta..?

     
  4. Federico Berlioz

    No. Perché c’è una figura universale che esprime questa tensione tra il dentro e il fuori, ed è il capro espiatorio, una figura della psicologia collettiva che si presenta in forme diverse ma svolge sempre la stessa funzione, rassicurazione e autoassoluzione del gruppo sociale dalle proprie colpe attraverso la polarizzazione su di lui come unica vittima della violenza ch’esso cova endemicamente.

     
  5. Angelita Bonugli

    Caro Federico purtroppo queste violenze gratuite restano sempre nel dimenticatoio. E’ importante che chi le subisce denunci i soprusi ed e’ ancor piu importante che i cittadini che li apprendono si uniscano nel denunciarli ed esprimano la loro completa disapprovazione. Le forze dell’ordine che abusano del loro potere sono una vergogna per il parse e per la divisa che portano.

     
    • Federico Berlioz

      Cara Angelita, posso risponderti soltanto che, “appare stupefacente che in tanti secoli l’umanità che ha fatto progressi nelle relazioni sociali, non sia purtroppo riuscita a immaginare niente di diverso da trattare i propri simili come bestie…

       
  6. Qualcuno una volte disse il “grado della civiltà di una nazione si misura dalle proprie prigioni” è proprio il caso di dire che la civiltà, il buon senso, il rispetto verso la vita, il prossimo nel nostro paese ha fatto una brutta fine. Con tutti gli sbagli che un essere umano può aver commesso non giustifica questo trattamento disumano e feroce, sono addolorata pensare che un padre un genitore un parente o noi stessi in prima persona possiamo subire queste crudeltà.

     
    • Federico Berlioz

      Si, purtroppo, il buon senso non e parte di “quel” sistema, e ti dirò di più, la segregazione carceraria con tutte le sue regole obsolete, ti crea un fattore determinante nell’accelerare due processi annichilenti, costituite in due condizioni: la prima, quella che rende anonimo il detenuto e ogni detenuto, omologandone la biografia e la personalità, la seconda, è quella definita, infantilizzazione del detenuto, se infatti il carcere è luogo dove si viene spogliati della propria autonomia e del proprio senso di responsabilità, causando così un processo di spersonalizzazione, e anche vero che, ne annulla le soggettività individuali…

       
  7. Quando il racconto scaturisce così violentemente dalle esperienze di vita oltrepassa il concetto di narrazione classico cui siamo abituati per diventare specchio crudo dei nostri tempi

     
  8. Federico Berlioz

    In ben due articoli della Costituzione si parla di privazione della libertà. Il primo, il numero 13, al comma 4 recita:E’punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. Il 27, comma 3, invece, dice: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Questi articoli sono stati scritti per farci riflettere, ma sono ben poche le persone che ne capiscono il vero significato…

     
  9. Datemi il potere e lo interpreterò ed eserciterò a modo mio. Credo che esistono leggi ben scritte volte a tutelare queste situazioni. Purtroppo il potere e le responsabilità che ne derivano affidate a chi non è adeguamento preparato, supportato o volenteroso generano una scorretta interpretazione ed applicazione che è causa di sofferenza. Come in questo caso ci si spinge oltre e a farne le spese è chi dovrebbe essere “protetto”. Sono situazioni che dovrebbero far parte solo di racconti, di storie inventate e non appartenere alla realtà come nel caso sopra descritto.

     
  10. Federico Berlioz

    Si effettivamente, questo, grosso modo, è l’universo della degradazione fisica e psicologica, morale e materiale, cui il carcere costringe i suoi “ospiti”, umanità dimidiata senza più personalità e diritti. Poi, certo, ci saranno le buone prassi e anche le migliori, ci sono quelli a cui gli astri si mettono in fila e ne escono con un lavoro e una professionalità che non avevano, ma sono delle sporadiche eccezioni che si contano ogni anno sulle dita di poche mani, o ancor meno. Tutti gli altri ne escono con meno salute, nessuna prospettiva o quasi e un legittimo sospetto nei confronti della società civile, delle sue “regole” e delle sue istituzioni.

     

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