Damon Gallagher in “The Yellow Scarf” – Simone Censi

A volte ho la netta sensazione di essere solamente un personaggio e che il mio autore goda nel mettermi in mezzo a situazioni impensabili cercando ogni volta di farmi fuori.

Questa volta fui contattato dalla segretaria di una ricca vedova che viveva sola in una villa a nord della contea dello Stafforshire, non amavo molto farmi commissionare lavori per telefono ma se la committente era ricca, un’eccezione si poteva anche fare.

Non mi diede nessuna delucidazione in merito al caso, mi chiese di presentarmi là, dove la signora Claire Pym mi stava aspettando, il mio compito era quello di sostituirla nell’abitazione, fino a quando non avessi risolto il problema.

Riguardo al problema niente.

Caricai in macchina gli attrezzi del mestiere, una bottiglia di scotch datata e Thomas More, il mio fidato criceto che da un po’ di tempo lavorava con me.

In quel periodo non risiedevo molto lontano dalla Contea di Stafforshire, e con quattro ore di macchina mi trovai al cancello di quella villa.

La villa sembrava ben tenuta nella sua struttura vittoriana, mentre sembrava molto trascurato tutto il resto, il cancello corroso dalla ruggine e con le cerniere a pezzi stonava con le persiane ben tenute e verniciate, l’erbaccia incolta del giardino strideva con i fiori che crescevano rigogliosi al balcone del terrazzo del secondo piano.

Parcheggiai la macchina appena fuori la proprietà con il muso rivolto verso la fuga, come richiede il manuale dell’indagatore, ed entrai fiducioso.

Due colpi secchi alla porta d’ingresso per annunciarmi e la porta era già aperta per farmi entrare.

Chiamai più volte e nessuno rispose, la casa era tenuta a specchio, ma nessuna governante a venirmi in contro, così passai il corridoio d’ingresso seguendo una famosa aria lirica che leggera si propagava per la casa.

“Che gelida manina” tratta da “La Bohème” di Puccini.

Arrivai così in un salotto, ampio, con mobilia di noce scuro e tappeti e arazzi ovunque.

Due grandi finestroni semiaperti da dove entrava luce e aria che muovevano flessuose le tende di pizzo macramè.

Rimasi un attimo immobile, quando vidi dall’altra parte della stanza una signora in piedi al lato della finestra, una signora certamente molto anziana, vestita di un abito nero molto stretto, di quelli che si usano in caso di lutto sul quale, però risaltava all’occhio una sciarpa di colore giallo acceso, morbida e lunga che faceva due giri intorno al collo della signora.

Era Claire Pym, che mi stava attendendo come mi aveva anticipato la sua segretaria.

Feci per avanzare e presentarmi alla mia ospite quando lei mi fermò chiedendomi di accomodarmi su di un divano poco lontano da me.

Obbedii e mi sedetti nell’attesa.

La donna senza mai guardarmi in faccia e senza avvicinarsi si presentò, mi chiese se avessi fatto buon viaggio e poi senza preamboli entrò nel vivo della storia.

A causa dell’età, disse che non gli rimaneva molto tempo da vivere e disse anche che non gli era possibile passare gli ultimi giorni della sua vita in quella casa perché un’entità malefica la stava torturando e lei non riusciva più a riposare.

Gli posi a raffica le classiche domande di routine, ma lei continuava con il suo narrare senza prestare minima attenzione a me.

Disse che in quella casa erano state avvertite delle presenze da diversi anni, ma solamente da alcuni mesi erano diventate più frequenti e pericolose con principi d’incendi, rumori e apparizioni.

Mi disse che lei sarebbe andata via lasciandomi da solo in quella villa, fino a quando non fossi riuscito a sistemare le cose. Insistette sul fatto che fino a quando non avessi risolto il caso in nessuna circostanza avrei dovuto (o potuto?) lasciare anche solo per un attimo quell’abitazione, aveva provveduto a farmi preparare cibo e generi di conforto per molto tempo.

Stavo per chiederle di che genere d’apparizioni si trattassero e lei mi disse che ce n’erano state molte, ma la peggiore di tutte era quella di un bambino cianotico in volto che correva urlando per la casa con una sciarpa di colore giallo stretta intorno al collo.

Rimasi un secondo interdetto e lei bruciò subito il silenzio creatosi dicendo mestamente: “Sì come questa.”.

Poi aprì la portafinestra di fronte a lei e scese in giardino.

Io mi alzai e andai alla finestra, ma quando arrivai era già scomparsa.

Ero nel bel mezzo di quella storia, non sapevo come e non avevamo concordato nemmeno il prezzo della prestazione.

Mi sistemai in salotto dormendo sul divano dato che era la stanza più grande e dove era più facile per me operare, sistemai le mie cose, liberai Thomas dalla gabbietta e mi accertai che i rifornimenti di viveri rispecchiassero le mie attese.

Fatto questo, iniziai il giro d’ispezione della casa, la situazione era abbastanza strana e chi mi aveva assunto certamente mi stava nascondendo qualcosa.

La casa, nonostante fosse ben tenuta, e chiaramente la vecchia signora non poteva fare tutto da sé, suscitava nel mio animo d’indagatore strane sensazioni, mentre tra i dipinti appesi al muro, vedevo solamente scene di vita felice di una famiglia giovane con un bambino.

In questo genere di casi, quando la situazione è calma e tranquilla, è la volta buona che si sta preparando il peggio.

Terminato il giro, decisi di ritornare in salotto a sorseggiare un cordiale, leggendo un buon libro nell’attesa di vedere con cosa avevo a che fare.

Fu così che nel cuore della notte mi svegliò di soprassalto un tintinnare insistente sopra di me, aprii gli occhi e vidi il grosso lampadario a gocce che oscillava in maniera autonoma, facendo urtare tra loro i piccoli cristalli, non poteva essere un terremoto né una corrente d’aria, visto che avevo provveduto a chiudere le finestre prima di coricarmi.

Una strana ombra, appena impercettibile, sembrò per un attimo dondolare sopra di me come a velarmi gli occhi.

Mi spostai immediatamente da sotto, mentre sentivo il campanellino di Thomas intanto che andava nascondendosi per la paura.

C’eravamo.

A finestre chiuse le tende iniziarono a svolazzare come se si fosse creata una corrente interna alla stanza, mentre anche i fogli riguardanti casi simili a questo, che avevo messo sul tavolo, volarono per aria cadendo a terra alla rinfusa.

Un momento di silenzio, come se tutto si fosse d’incanto placato.

Andai al centro della stanza a recuperare i fogli e come mi chinai, sentii un tonfo.

Un tonfo sordo che proveniva da più direzioni come da dentro le pareti, poi un altro, poi un altro ancora.

Un crocefisso cadde a terra conficcandosi nel parquet e dal foro che si creò una bava verdastra venne fuori a singhiozzi.

Presi un tappeto e lo gettai sulla crepa nel tentativo disperato di tappare la falla, come se si trattasse di una nave in procinto di affondare.

In quel preciso istante udii il pianto di un bambino, forte, disperato, la luce andò via improvvisamente e in quel preciso momento mi sentii disorientato non avendo ancora preso familiarità con la stanza.

Arrancando trovai la torcia che nel frattempo era terminata a terra e lo accesi.

Per un solo istante, quasi con la coda dell’occhio, in quella frazione d’attimo appena illuminata la stanza, vidi un bimbetto di non più di cinque anni correre nudo ed emettere un verso strozzato con una sciarpa gialla stretta intorno al collo, poi anche la torcia mi abbandonò.

Un urlo soffocato e uno scricchiolio come di gracili ossa che cedono.

Tornò la luce e con uno scatto che da tempo non ero più abituato a fare lasciai la stanza, mentre un mobile sembrava venirmi contro.

La porta d’ingresso era chiusa, così mi arrampicai lungo le scale verso il secondo piano.

Lungo il corridoio, una finestra stava aperta e feci come per gettarmi di sotto quando qualcosa d’imponente come un grosso uccellaccio nero cercò di avvinghiarmi, non riuscivo a capire cosa fosse a causa del buio e ogni volta che provavo ad affacciarmi tentava di uncinarmi con le sue grinfie.

Cercai di spalancare le persiane lottando con questa forza all’esterno, quando, invece di spingere tirai di colpo con tutte le mie forze, incastrando alle cerniere quello che doveva essere un artiglio.

Caddi all’indietro e persi i sensi.

La situazione non era affatto semplice, già le modalità con le quali ero stato chiamato ad affrontare questo caso non erano tra le più canoniche.

Una segretaria che non si fa vedere, ma parla solo tramite telefono, una padrona di casa che non mi guarda nemmeno negli occhi e mi lascia solo in casa propria andandosene via.

Un giardino poco curato e un’abitazione tenuta a specchio, senza l’utilizzo di una donna delle pulizie.

Il bambino.

Non potete immaginare quanto odio dover trovare bambini in affari come questo, quando si tratta di fantasmi e apparizioni i bambini sono i peggiori soggetti con cui combattere.

Se hai di fronte un fantasma o uno spirito di una persona morta in età adulta, per quanto pericolosa si muove e agisce in base ad un carattere e un raziocinio consolidato, quando invece hai a che fare con bambini, l’irrazionalità insita nella loro stessa natura è potenziata a dismisura dal loro stesso stato di fantasmi e questo rende le situazioni sempre più pericolose e sempre meno gestibili.

Non riuscivo, però a darmi una risposta sul caso, il bambino poteva essere quello che avevo visto nei quadri appesi al secondo piano, ma la signora con la sciarpa gialla? Non riuscivo bene a capire il suo ruolo anche perché non ero riuscito ad avvicinarmi abbastanza da poterla riconoscere.

La figura della donna mi martellava in testa come a volermi dire qualcosa, come a volermi offrire un indizio per trovare la giusta direzione, quella figura che sembrava come sbiadita ma con quella sciarpa giallo acceso al collo.

La sciarpa.

La sciarpa era quella che in un infinitesimale frangente avevo visto annodata al collo del bambino.

L’apparizione era stata terrificante.

Mi stavo alzando da terra, come un automa avanzavo per il lungo corridoio del secondo piano, fino ad arrivare alle scale.

Ancora completamente imbambolato non riuscivo a credere che la sala dove la sera prima stavo quasi per lasciarci le penne ora era perfettamente al proprio posto.

Nessun disordine.

Non riuscivo a riprendere il completo controllo delle mie facoltà, quando la voce della signora mi riportò al presente.

Stava seduta sullo stesso divano, dove il giorno prima ero seduto io ad ascoltarla.

Avevo appena visto in quella direzione però senza minimamente notarla, il solito vestito nero e la sciarpa gialla ancora intorno al collo.

  • Ben alzato mi disse. –

Non riuscivo a parlare, era come se le mie parole uscissero vuote.

  • Spero che non si sia fatto una cattiva impressione dopo la prima notte trascorsa nella mia dimora, lei è un professionista e sono certa che manterrà la calma e riuscirà a risolvere questo caso, quindi -.

In quel momento alzò una mano in aria come per un saluto e riuscii a vedere che le mani della signora erano bendate come se fossero state ferite.

Lei si accorse subito che le stavo notando le mani e così sorrise beffardamente e continuò:

  • Quindi ora la saluto e spero che riuscirà a salvaguardare se stesso oltre alla mia casa. –

Scomparve in un istante, questa volta nemmeno passando per la porta finestra.

Sgranai gli occhi, mi sembrava il tutto a dir poco paradossale.

La casa era totalmente ritornata in ordine e quindi il primo ragionamento che feci era che ciò che era avvenuto la sera precedente doveva essere stato per forza una proiezione mentale suscitata dall’immaginazione, non poteva essere accaduto sul serio.

Nel mio curriculum avevo in precedenza avuto simili esperienze, nella disinfestazione d’alcune case.

I sintomi erano simili, e in quei casi già affrontati mi ero trovato di fronte a dei Poltergeist.

Il termine Poltergeist deriva dal tedesco e sta a identificare degli spiriti rumorosi. La traduzione letterale del termine suona come “fantasma che bussa”.

Tale fenomeno solitamente si manifesta alla presenza di una persona particolarmente sensibile e di norma in fase adolescenziale, denominato in gergo “elemento focale”.

Qua invece no… a parte l’adolescente che si aggirava in salotto con una sciarpa gialla stretta al collo, ma questo voleva dire che ero di fronte al primo caso conosciuto al mondo di un Poltergeist causato non da un adolescente ma dal suo fantasma.

Mi risvegliai sulla poltrona con il friggere della lampada vicino al tavolino che stava per fulminarsi.

Fuori era già buio e avevo ancora una lunga notte davanti a me, solo che peggio della precedente, infatti, sapevo più o meno cosa mi stava attendendo.

Più o meno.

Cercai di essere il più reattivo possibile e presi subito tutte le apparecchiature necessarie, attaccai la macchina Kirlian per riprendere l’evento e con un galvanometro in mano, ero nell’attesa.

Il silenzio intorno a me fu rotto dallo scampanellare di Thomas che non avevo più visto dalla sera precedente ed ero molto contento di averlo vicino.

Il criceto però si allontanò subito da me andando a nascondersi dietro un vaso, quando il galvanometro iniziò a oscillare all’impazzata.

Avevo piazzato la macchina kirlian e avevo inserito un’illuminazione autonoma in modo da non rimanere mai completamente al buio.

Dal tappeto sotto il divano iniziò a venire su del fumo e una striscia sottile di fiamme, come se fosse stato dato fuoco a una miccia, partì da lì andando in mezzo alla sala, poi si divise in due e poi iniziò a ramificarsi per tutta la stanza.

La stanza prese fuoco in un istante, ma sembrava come se quelle fiamme non consumassero i materiali, ma si alimentassero da sole per poi pian piano estinguersi autonomamente.

Con il comando a filo intanto scattavo delle foto, mentre vedevo che la lancetta del galvanometro era completamente andata per la tensione.

Ero talmente preso dal razionalizzare ciò che mi stava accadendo che quasi non mi accorsi che il divano aveva iniziato ad alzarsi da terra.

Io mi tenevo alla fodera, mentre oramai ero a mezz’aria, indeciso se era il caso di buttarmi o no.

Di botto il divano cadde a terra con gran fragore ed io con lui, urtando tutta l’apparecchiatura.

Nel frattempo le fiamme, che si erano divise per tutta stanza, si riunirono in un sol punto, un angolo vicino la finestra.

Vidi quelle fiamme inerpicarsi sulla parete, senza andare a incendiare le tende poco distanti, e iniziare a disegnare sulla parete una sagoma.

Distinsi un bambino anche se solamente stilizzato e distinsi una fascia come si trattasse di una sciarpa che si andava disegnando intorno al collo.

In quel preciso istante riconobbi il bambino che uscì letteralmente dalla parete e attraversò di corsa la stanza nudo, con la sciarpa gialla legata stretta intorno al collo.

Passò vicino a me e si andò a infilare nel basamento fatto di mattoni alla base del camino.

Uscì dalla parete e s’infilò come niente in un muro.

Sparì così.

Tutto intorno a me si calmò ed io, spossato a terra, vidi Thomas che correva sopra il camino andando a grattare con le zampette nel punto esatto dove il bambino era scomparso.

Mi alzai e andai fiducioso verso la borsa degli attrezzi, tirandone fuori una mazzetta da cinque chilogrammi che portavo sempre con me e che mi era tornata utile in più occasioni.

Non sempre il nostro è un lavoro di concetto.

Misi al sicuro Thomas e iniziai ad abbattere il camino.

Dopo parecchio lavoro diedi il colpo che sfondò definitivamente il basamento e, tralasciando gli odori, vidi il corpicino oramai scheletro di un bimbo rannicchiato.

Un bimbo con stretto al collo a mo’ di cappio, una sciarpa gialla.

Caddi all’indietro e in quel preciso istante, rialzandomi, mi resi conto che tutto intorno a me non era più come prima.

La villa vittoriana era completamente a pezzi, non c’erano più mobili se non scassati e ammucchiati in un angolo, non c’erano più tende o lampadari, non c’era più il divano dove avevo dormito e tutto era nel più assoluto abbandono.

Era scomparso tutto a parte il cadavere che avevo appena trovato.

Come un fantasma uscii e questa volta la porta d’ingresso la trovai scardinata, scesi le scale davanti all’abitazione e girandomi capii in quale rudere abbandonato avevo passato quegli ultimi giorni.

Arrivai in macchina e chiamai la polizia da una cabina poco distante.

Non potei partecipare al funerale del bambino perché mi stavo facendo parecchi giorni di carcere e con difficoltà riuscivo a spiegare agli inquirenti che mi volevano arrestare com’erano andate le cose.

La prima cosa che mi offrirono fu l’infermità mentale da barattare con una mia completa confessione, ed io di tutta risposta ricominciai da capo la narrazione della vicenda.

Mi scarcerarono con i risultati dell’autopsia e con l’intervento di un lontano parente della signora Pym.

Agli inquirenti bastava sapere che io non c’entravo niente, ma io volevo sapere anche il resto.

Venne fuori che la vedova Pym era morta da quasi un ventennio, soffriva di crisi depressive e si suicidò in quel salone impiccandosi a un lampadario.

Fu trovata appesa così, vestita a lutto.

A quanto sapevano i parenti, il marito era morto in un incidente e la donna, sola con il bambino, non aveva retto al dolore.

L’unica domanda cui nessuno era mai riuscito a trovare risposta, era che fine avesse fatto quel bambino.


Bio – Simone Censi:

Nato a Fabriano (AN) il 26/02/1978 ha all’attivo numerose pubblicazioni in rete e su varie antologie di poesia e narrativa, tra le quali: Secondo posto al Premio Internazionale Il Labirinto con il racconto “Riflesso tonico labirintico” (2008). Terzo posto al Premio Lupo con il racconto “L’anabasi dell’uomo moderno” (Faeto – 2009). Finalista del concorso nazionale E-Scrivo e pubblicazione della raccolta di racconti “Ghost Hunter – Il metodo Gallagher” (D’Accolti-2012). Vincitore del concorso nazionale FantaExpo con il racconto “La lettera del Male” (Salerno – 2012), vincitore del Premio Write-Aids con la poesia “Viandanti smarriti” (Ferrara – 2012). Terzo posto al concorso Tuttiscrittori con il racconto “Quello che vedo” (Coarezza – 2013), secondo posto al Premio Giuseppe Matarazzo con il romanzo “Il garzone del boia” (Montescaglioso – 2013). Vincitore del Premio letterario internazionale di poesia Festival degli Spaventapasseri con la poesia “Il cattivo Spaventapasseri” (Rovetta – 2014). Pubblicazione del romanzo “Amico, Nemico” (Montag – 2015), vincitore del concorso Io penso in siciliano con il racconto “Damon Gallagher in Truvaturi” (Montalbano – 2015). Vincitore del Premio Luogos Scripture Contest con la poesia “Seduto a terra” (Luogos – 2016), vincitore del concorso Io penso in siciliano con il racconto “Altrove” (Montalbano – 2016), secondo posto al Premio Inula con il racconto “Inquietudine migratoria” (Marina di Camerota – 2016), pubblicazione del quaderno di poesie “Verso i luoghi del tramonto” (Vitale Edizioni – 2016), vincitore del Premio letterario Mondoscrittura Città di Ciampino con la poesia “Dritto contro il vento” (Ciampino – 2017), vincitore del Concorso Letterario Internazionale Macugnaga e il Monte Rosa con la poesia “Enrosadira” (Macugnaga – 2017).

 
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