Damon Gallagher in “Il respiro della Nebbia” – Simone Censi

La storia narra di una leggenda persa nei meandri del tempo e ambientata nel lato pirenaico spagnolo, precisamente nella comunità d’Aragona, dove una bella fanciulla di nome Rakele de Torroja, divenne presto madre in seguito ad una violenza subita.

Andò così a vivere nella parte più isolata, fuori del paese e dalle maldicenze della gente, insieme con la piccola Rebecca, cercando di crescerla al meglio delle sue possibilità.

Donna Rakele era brava nel coltivare ortaggi e nell’utilizzo delle piante come nutrimento e come medicamento, ma a volte era costretta a concedersi ai contadini del luogo, per far fronte ai periodi maggiormente difficili e dar da mangiare a sua figlia.

In questo modo Donna Rakele, stregando gli uomini del vicino villaggio con la sua bellezza, attirò su di se anche la collera delle rispettive mogli, che in periodo di Santa Inquisizione non ci pensarono due volte a denunciarla.

Una donna madre, con una certa competenza di erbe e unguenti cicatrizzanti, dedita al piacere anche se solo per sopravvivenza, risultò un caso disperato per il Tribunale Ecclesiastico, che non dovette far altro che decretarne l’esecuzione.

Vittima di una violenza e uccisa per colpa della violenza subita, Donna Rakele fu messa al rogo il 4 Novembre di quell’anno.

Rebecca, ancora una bambina ma cresciuta in fretta per la sua età a causa delle circostanze, fu risparmiata e una volta che “le braci purificatrici” si furono raffreddate, raccolse le ceneri della madre e le mise in un’urna.

Fuori del paese seppellì quell’urna e maledisse gli uomini che le avevano fatto tanto male, maledisse quel paese e tutti i suoi abitanti presenti e futuri.

Rebecca visse per parecchi anni e fu seppellita da madre di famiglia, nel vecchio cimitero di quel posto.

Si narra, ma qua si sconfina nella leggenda, che il 4 Novembre di ogni anno, sulla tomba d Rebecca, una mano misteriosa depositi di notte una Dalia bianca.

Fu così che quel quattro di Novembre, ci demmo convegno in quel paese nella Plana de Uesca, per arrivare a capo del mistero.

Qui la leggenda prende corpo, se così si può dire, in questo luogo dove da un lato le pianure discendono fino all’Ebro e dove si possono scorgere le prime cime, che s’innalzano verso i Pirenei.

La leggenda era una di quelle che nel giro aveva molta eco, molti di noi in precedenza avevano provato a dare una spiegazione ai misteriosi casi, che negli anni si erano verificati in quel luogo.

Perché di mistero si trattava.

Si dice, sempre nel giro di chi opera in quest’ambiente, che la notte di ogni 4 di Novembre qualcosa, più che qualcuno, si aggiri per i vicoli del paese, muovendosi attraverso una fitta nebbia e uccidendo senza pietà, chiunque si trovasse a vagare per le viuzze del paese, ma solamente se originario di quei luoghi.

Si narra che negli anni precedenti, alcuni abitanti non erano riusciti a salvarsi nemmeno rimanendo in casa, forse a causa di qualche porta lasciata aperta o socchiusa qualche finestra.

Le morti si presentavano per soffocamento, senza che si potesse riscontrare con i segni tipici dello strangolamento.

Per molti anni e per vari motivi, queste morti erano tuttavia non collegate a questa leggenda e comunque non erano segnalate alle autorità competenti, cosa che con il passare degli anni cambiò.

Gli ultimi casi, regolarmente denunciati alla polizia, furono chiusi per mancanza di prove e archiviati come malori naturali.

Certo che se la vittima di turno era un vecchietto, poteva anche starci un malore improvviso, ma quando invece le vittime erano giovani ragazzi, c’era un bel da fare per classificare tali decessi come morti naturali.

La leggenda fece breccia negli animi della scaramantica popolazione e divenne usanza, lo stare in guardia quella notte, come l’appendere alla finestra amuleti per scacciare gli spiriti nefasti.

Altri colleghi avevano già operato in quella notte dell’anno per riuscire a venire a capo del mistero di quelle morti, ma senza raggiungere risultati accettabili, solo vaghe descrizioni di forme scomposte e impercettibili, tra i banchi di nebbia che s’incanalavano per i vicoli del paese, una nebbia fitta, talmente tanto da portare il viandante a perdersi, anche se era di casa in quel luogo.

Quell’anno la cosa fu diversa, perché ci riunimmo là in molti, arrivati da più parti per il medesimo scopo, uno strano sabbah, questa volta fatto da chi le streghe le caccia, una moltitudine di uomini che, anche se con metodi diversi, avevano in comune il medesimo mestiere.

Alcuni erano arrivati da tempo, chi settimane prima, chi addirittura mesi, per fare dei sopralluoghi appropriati o per preparare una strategia.

Io e Pascal, un sensitivo americano di origine francese, che aveva collaborato spesso nelle indagini dell’F.B.I., arrivammo il pomeriggio stesso, dopo essere atterrati a Madrid con l’aereo e aver fatto due ore e mezzo di treno veloce.

Stremati dal viaggio, andammo a dormire per essere pronti, magari poco preparati, ma abbastanza in forze, per affrontare quello che ci attendeva nella nebbia di quella notte.

Lasciammo l’ostello che era già buio e con la coda dell’occhio, mi sembrò di intravedere la vecchia locandiera farsi il segno della croce vedendoci uscire.

Pensai che potesse essere suggestione, la mia, e non ci feci caso, mentre scoprii solo più tardi che quella strana battuta di caccia che ci accingevamo a compiere, era più che mai seguita dalla popolazione.

Sulla carta non dovevamo rischiare nulla, perché se di maledizione si trattava sarebbe ricaduta esclusivamente su chi aveva nelle vene il sangue degli assassini di Donna Rakele, ma la prudenza non era mai troppa in questo genere di casi e la paura spesso mette in guardia da possibili rischi.

Scendemmo nella fredda e buia notte, mi alzai il bavero della giacca e abbassai su gli occhi il cappello, non c’era un’anima viva in giro, se non chi si era attardato fuori di casa e chi voleva dare una soluzione a questo stato di cose.

La nebbia era già salita dal fiume vicino e s’infittiva man mano che si arrivava nel centro, densa, bianca che con le illuminazioni comunali, diventava a sua volta ancora più compatta e impossibile da penetrare con lo sguardo.

Potevi solo respirarla quella nebbia, riempire i polmoni tanto era densa e fredda, non era certo una notte da stare tranquilli quella lì.

Facemmo un giro uno di fianco all’altro, io e Pascal, senza un disegno preciso, avevamo con noi una mappa piegata dentro la borsa, poiché mentre arrivavamo in treno, avevamo già studiato la piantina del centro storico.

Solo un sopralluogo, tanto da vedere cosa c’era in giro, alla fine poteva essere anche solamente un modo per rivedere qualche vecchio compagno di avventure, quel posto era diventato un ritrovo al limite del goliardico, se non fosse stato per le morti che ogni anno si registravano.

Passammo sotto un arco, che doveva essere l’entrata a sud del paese e dava su un’ampia piazza strana per la sua forma, in discesa verso un lato.

Lì potemmo renderci conto della situazione, la nebbia era onnipresente e in quello spazio ampio, rispetto ai vicoli stretti, ci si poteva rendere conto di quanto potesse essere densa e compatta.

Attraversammo la piazza e vedemmo altri due come noi, certamente non del luogo, che stavano piazzando uno strano macchinario, simile a una macchina Kirlian.

Noi invece eravamo venuti così, con tanta voglia di fare e un galvanometro tascabile, che serviva solamente a percepire eventuali cambiamenti di energia.

Altri cacciatori erano indaffarati in fondo alla piazza, su di una stradina laterale, passandoci accanto mi sembrò di riconoscere qualcuno, ma tirai dritto.

Salimmo in questo modo per una lunga e irta scalinata, che doveva portarci fin su la chiesa di San Pedro el Viejo, quando a un lato a terra trovai un vecchio barbone che aveva accatastato su di se dei cartoni.

Mi chinai su di lui e lo svegliai, chiedendogli di dove fosse.

Mi disse che era Andaluso e allora gli lasciai la bottiglia smezzata che portavo appresso, raccomandandomi di trovare un posto riparato per quella notte.

Se era veramente Andaluso, non doveva correre rischi e comunque sarebbe stato impossibile riuscire a controllare ogni singola persona che poteva stare in giro di notte in quel posto.

Il vecchio biascicando nel sonno mi benedì, anche perché quell’umidità non avrebbe a lungo perdonato le sue vecchie ossa.

Continuammo a salire le scale, fino ad arrivare nella piazzetta della chiesa.

La chiesa romanica del XII secolo era l’unica cosa che emergeva dalle coltri di nebbia.

Sopravvissuta alla guerra civile spagnola, la chiesa era lasciata aperta in quella notte particolare dell’anno, per dare ricovero ai meno fortunati e così potemmo entrare.

Il chiostro era deserto, i disperati avevano trovato riparo altrove, le statue, scolpiti nella scura pietra locale, erano talmente reali che ne scambiai uno per un essere umano.

Ci incamminammo ancora verso il centro, il freddo e la nebbia rendevano surreale e suggestiva tutta l’ambientazione, senza parlare, a testa bassa e con un occhio sul galvanometro.

Vi posso assicurare che in alcuni momenti, la nebbia era così fitta che a stento si poteva avanzare, senza aver paura di andare a sbattere contro qualcosa.

Fu così che nei pressi dell’Iglesia de San Miguel, il galvanometro iniziò a dare i primi segni di vita, mi arrestai e Pascal mi guardò negli occhi, indicandomi una via laterale.

Una via stretta dove il passaggio era consentito solamente a piedi e dove il vicolo girava subito a sinistra, seguendo l’edificio che costeggiava.

Puntai là il galvanometro e sembrò come aumentare l’intensità del segnale, la lancetta partiva e ritornava a zero con una frequenza regolare, evento strano, che passò in secondo piano, quando iniziai a sentire rumori di passi.

Nel silenzio della notte, la cadenza di quei passi ci fece accostare spalle al muro, in attesa di vedere cosa stava per accadere.

Dal buio vicolo, uscì un uomo bardato con un mantello nero e un cappello anch’esso nero a falda larga.

Thomas.

Solamente lui ed io in tutto il giro, utilizzavamo ancora il galvanometro per questo genere di cose.

Mi guardò in faccia e sorrise: “Paura è?”

Bastardo.

Ci scambiammo due battute semi cordiali e poi continuammo ognuno per la propria strada.

Continuammo ancora a camminare per un viale e poi attraverso un reticolo di stradine laterali, una leggera brezza tirava incanalata per quei vicoli e muoveva masse di nebbia, facendole scivolare le une sulle altre secondo la densità.

Non erano certo visioni, ma erano disegnati veramente bene.

Eravamo talmente abituati a quella nebbia, che se ci fossimo trovati a tu per tu con un fantasma, avremmo avuto anche qualche difficoltà a riconoscerlo.

Attraverso vie laterali, eravamo arrivati quasi alla Catedral, quando questa volta la lancetta del galvanometro iniziò a impazzire tutto di un tratto.

Partiva da zero e arrivava al massimo, tanto che sbattendo sul fermo, produceva un piccolo suono metallico, che si espandeva con grande eco per quelle viuzze.

Tic, Tic, Tic… l’intensità aumentava sempre di più, tanto che lo allontanai dagli occhi per paura che mi scoppiasse in mano.

Il vicolo dove eravamo, si sviluppava a T davanti a noi.

In faccia un muro e potevamo solamente andare a destra o sinistra o tornare indietro.

“Mai tornare indietro!” e non era solo un motto, ma una pratica sperimentata da noi nel giro. Se torni indietro, ti becchi quelli che t’inseguono e quelli che ti stanno aspettando, se avanzi ti becchi solo quelli che ti stanno aspettando.

Decidemmo di dividerci, io a sinistra e Pascal a destra, avremmo aggirato il palazzo che si ergeva di fronte a noi e ci saremmo poi ritrovati dall’altra parte.

Sentivo dietro di me i passi di Pascal che si allontanavano nella direzione opposta, poi fui solo nella nebbia.

Sembrava come condensarsi sul mio viso, la potevo respirare e sentire dentro di me, mi penetrava fin dentro i polmoni.

Nel silenzio più totale potevo udire il mio respiro, i miei passi e il rumore dei miei pensieri, mentre l’illuminazione comunale a tinte gialle, dava alla nebbia delle sfumature irreali.

Svoltai a destra e poi a destra ancora.

Un soffocato rumore di sottofondo, mi faceva avanzare con più cautela di quanta potevo avere messa in campo fino a quel momento, i miei passi si fecero cadenzati e avanzavo cautamente, facendo scivolare la mano destra sulla parete vicino a me.

Mai come in quel momento sentivo il bisogno di avere un contatto con qualcosa di reale, come la nuda parete dell’edificio.

A quel punto, fu come se la nebbia dinanzi a me si abbassasse, formando quasi una piega, per poi distendersi, come a volermi avvinghiare, scivolasse sopra a un altro banco di nebbia a prima vista più densa.

Feci un passo indietro e quella foschia sembrò ripiegarsi su se stesso e riprendere la via opposta.

Feci ancora tre, quattro passi e urtai qualcosa a terra.

Un corpo.

Mi accasciai, sentii il battito, tentai un massaggio cardiaco.

Niente. Anche quel 4 di Novembre era stata sacrificata una vita.

Iniziai a correre verso la direzione che avevo visto prendere a quel banco di nebbia più fluido e subito dopo inciampai cadendo rovinosamente a terra.

Avevo inciampato su Pascal e ci misi qualche minuto a rendermene conto.

Era ancora vivo, lui, ma era fermo immobile a terra, tutti i muscoli tirati come in una smorfia di paura, gli occhi erano rovesciati all’indietro, lasciando in evidenza solamente la sclera.

Sembrava come in trans, ma era vivo e respirava.

Lo feci riprendere. Lo picchiai forte.

Rimesso in piedi Pascal, lo tirai per un braccio e gli spiegai durante la corsa cosa era successo e dove stavamo correndo.

Dietro di noi, dopo poco, s’iniziarono a sentire le prime grida, altri come noi avevano trovato il cadavere di quel poveraccio e sarebbero arrivati a breve.

La maledizione aveva colpito, anche quel 4 Novembre Donna Rakele aveva avuto la sua vendetta, ma ora dovevamo andare il più in fretta possibile al vecchio cimitero del paese, perché era là dove si sarebbe certamente recata, era là dove stava seppellita la figlia Rebecca.

Arrivammo trafelati e trovammo il cancello spalancato.

I nostri respiri erano talmente forti da mettere in allarme anche un assassino sordo, se ci volevano preparare un agguato, noi stavamo rendendo le cose il più facile possibile.

Ci incamminammo ed io sapevo bene dove andare.

Mi ero preparato a questa evenienza, dovevamo cercare di salvare la vittima del quattro Novembre, ma se avessimo fallito, sapevo già dove sarei dovuto andare a cercare.

Così, in una piccola porzione di terreno, in una zona remota, dietro alle più recenti costruzioni funebri, trovammo una donna piangente, inginocchiata a terra dinanzi ad una croce di legno, conficcata a terra senza alcuna scritta.

Sembrò come se quel demone infuriato e vendicativo, fosse per un attimo ritornata donna, come se il dolore che riviveva in quel momento, l’avesse fatta ritornare umana, una volta l’anno, una sola volta l’anno poteva ritornare così e riassaporare le lacrime, che stava versando sulla tomba dell’amata figlia Rebecca.

In quel momento, ci trovammo incerti sul da farsi.

E Donna Rakele, ci tirò via dall’impasse.

Vedemmo i contorni della donna andare sfumando e perdere man mano consistenza.

Alzò la testa, come se avesse finito di pregare e iniziò a farla girare verso di noi, fino a guardarci in faccia senza che il resto del corpo seguisse il movimento.

Poi sembrò come se il corpo svanisse in un vortice, mentre il volto rimase fisso su di noi, con gli occhi gonfi di lacrime e iniettati di rabbia.

Con un urlo ci si scagliò contro, oramai divenuta una nube vaporosa e densa di morte, tanto da scaraventarci a terra, dentro una buca che il custode del cimitero aveva già preparato, forse in vista del candidato di quella notte.

Ci svegliarono e ci issarono due canadesi, che erano arrivati giusto dopo di noi al cimitero.

Anche quella notte donna Rakele aveva avuto il suo agnello sacrificale e sulla tomba di Rebecca anche quel 4 Novembre, veniva posata una Dalia Bianca.


Bio – Simone Censi:

Nato a Fabriano (AN) il 26/02/1978 ha all’attivo numerose pubblicazioni in rete e su varie antologie di poesia e narrativa, tra le quali: Secondo posto al Premio Internazionale Il Labirinto con il racconto “Riflesso tonico labirintico” (2008). Terzo posto al Premio Lupo con il racconto “L’anabasi dell’uomo moderno” (Faeto – 2009). Finalista del concorso nazionale E-Scrivo e pubblicazione della raccolta di racconti “Ghost Hunter – Il metodo Gallagher” (D’Accolti-2012). Vincitore del concorso nazionale FantaExpo con il racconto “La lettera del Male” (Salerno – 2012), vincitore del Premio Write-Aids con la poesia “Viandanti smarriti” (Ferrara – 2012). Terzo posto al concorso Tuttiscrittori con il racconto “Quello che vedo” (Coarezza – 2013), secondo posto al Premio Giuseppe Matarazzo con il romanzo “Il garzone del boia” (Montescaglioso – 2013). Vincitore del Premio letterario internazionale di poesia Festival degli Spaventapasseri con la poesia “Il cattivo Spaventapasseri” (Rovetta – 2014). Pubblicazione del romanzo “Amico, Nemico” (Montag – 2015), vincitore del concorso Io penso in siciliano con il racconto “Damon Gallagher in Truvaturi” (Montalbano – 2015). Vincitore del Premio Luogos Scripture Contest con la poesia “Seduto a terra” (Luogos – 2016), vincitore del concorso Io penso in siciliano con il racconto “Altrove” (Montalbano – 2016), secondo posto al Premio Inula con il racconto “Inquietudine migratoria” (Marina di Camerota – 2016), pubblicazione del quaderno di poesie “Verso i luoghi del tramonto” (Vitale Edizioni – 2016), vincitore del Premio letterario Mondoscrittura Città di Ciampino con la poesia “Dritto contro il vento” (Ciampino – 2017), vincitore del Concorso Letterario Internazionale Macugnaga e il Monte Rosa con la poesia “Enrosadira” (Macugnaga – 2017).

 
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