YOWIE – Davide Stocovaz

1.

La ragazza correva a perdifiato nella fitta boscaglia che le si chiudeva attorno. Nella foga, aveva perduto una scarpa e il piede sinistro le doleva a ogni passo.

La creatura la seguiva ringhiando. Era riuscita a distanziarla di una ventina di metri, ma il suo verso continuo, sommesso, che a tratti si faceva più acuto, continuava a echeggiarle nelle orecchie. La giovane aumentò il passo quanto più poteva, ignorando le fitte di dolore che le salivano dal piede fino alla gamba. Si guardava attorno alla disperata ricerca di un riparo. Dal terreno scuro si alzavano, quasi a intervalli, delle rocce simili a grossi termitai dalle punte aguzze; sembravano le zanne di un mostro senza nome. La luna, alta nel cielo stellato, le faceva rifulgere di un argenteo spettrale. Fu lanciando un’occhiata a una di queste che la ragazza vide una fessura nella roccia. Senza pensarci due volte, scattò alla sua destra. Premette con forza il corpo snello nella fenditura e si infilò dentro. La pietra la schiacciava da tutte le parti, comprimendole il respiro in gola. Lo trattenne, così come trattenne i singhiozzi che le scaturivano dallo spirito agitato e terrorizzato. Dopo qualche secondo, la luce lunare che penetrava nello spiraglio venne soffocata da un’ombra. La ragazza smise di respirare. La creatura fiutò l’aria: un secco suono nasale; emise un verso simile a un grugnito e passò oltre. La ragazza sospirò debolmente. Lacrime fredde presero a scorrerle lungo le guance. Si portò una mano davanti alla bocca e iniziò a piangere in silenzio, trattenendo ogni singolo, flebile lamento.

2.

Alyssa Walker aveva lo sguardo fisso fuori dal finestrino laterale. Era talmente assorta nei suoi pensieri da non sentire le parole delle sue due amiche sedute ai posti anteriori della vettura; stavano discorrendo del più e del meno. Per Alyssa ogni parola detta in quel momento, forse anche in quel periodo, sarebbe risultata superflua. A capeggiare nella sua mente era il ricordo, ancora troppo vivido, di Jeremy e della loro relazione, stroncata qualche mese prima a causa di varie incomprensioni. Il ragazzo le aveva attribuito ogni colpa e, in parte, Alyssa temeva che non avesse tutti i torti. Da allora aveva smesso di uscire da casa, di vedere gli amici, anche solo per farsi una passeggiata, ed era divenuta stranamente silenziosa e assorta. Faticava persino ad alzarsi ogni mattina per recarsi a scuola. La depressione la stava logorando di giorno in giorno, di ora in ora passata lontana da Jeremy.

Dal canto loro, Scarlett Anderson e Zoe Harris, le sue due migliori amiche, cercavano costantemente di risvegliare la Alyssa di un tempo; la invitavano a uscire, si fermavano a casa sua ascoltando i suoi lamenti e le sue pene d’amore perduto. Fu Scarlett ad avere l’idea: lei e Zoe appartenevano a un gruppo chiamato “Gli amici dell’Hanging Rock”; il gruppo organizzava gite lungo i tortuosi sentieri dell’enorme complesso roccioso e le famose “notti all’aria aperta”, che consistevano in spedizioni notturne all’interno del parco. All’inizio, quando proposero l’idea di farsi “una notte all’aria aperta” ad Alyssa, lei si era dimostrata del tutto disinteressata. Fu solamente grazie alle insistenze delle due che la giovane si ritrovò nella vettura assieme a loro, nella macchina di Scarlett intenta ad attraversare il deserto australiano all’imbrunire. E già Alyssa si pentiva di avere accettato, quando invece avrebbe preferito stendersi sul suo letto e rimanere a vegetare ripensando ai bei momenti trascorsi assieme a Jeremy, con la sicura convinzione che nessun’altro sarebbe riuscito a prendergli il posto nel suo cuore.

Era ancora assorta nei suoi ricordi da non rendersi conto che il mastodontico complesso roccioso dell’Hanging Rock iniziava a stagliarsi sulla linea dell’orizzonte, staccando in modo brusco la terra dal cielo.

***

Dopo una breve sosta alla centrale dei rangers, per avvisarli della loro presenza e per ricevere un walkie – talkie dato che i cellulari non avevano campo sufficiente all’interno del parco, le tre ragazze fecero una sosta al bar per cenare.

Alyssa consumò il suo toast mangiando controvoglia. A poco valsero i tentativi delle sue amiche per invogliarla a parlare un po’ di più.

– Sai? Ci sono molti ragazzi all’interno del nostro gruppo. Potresti frequentarlo un po’, fare qualche nuova amicizia e poi chissà -, propose Zoe.

Alyssa rispose che, al momento, non le interessava prendere parte a nessuna nuova iniziativa, poi ricadde nel suo silenzio assorto.

Per non soccombere al mutismo creatosi nel trio, Scarlett raccontò di una piccola discussione avuta col suo ragazzo Aron; erano ormai una coppia solida e, spesso, bisticciavano per cose di poco conto; essendo Aron un tipo particolarmente incline alla gelosia, non vedeva di buon occhio un ranger che sembrava aver preso bene in simpatia Scarlett. Lei e Zoe ridacchiarono del fatto, mentre Alyssa persisteva a restare nel suo mondo fatto di ricordi malinconici.

***

I bagliori lunari, velati quanto spettrali, facevano rifulgere la vegetazione e le grosse rocce di un biancore a tratti perlaceo. Le tre ragazze avanzavano lungo un piccolo sentiero tortuoso che guidava nei recessi del parco. Il silenzio regnava sovrano sull’intero complesso. Non si udiva nemmeno il richiamo o lo svolazzare di un kokaburra, solamente il suono dei passi delle tre; camminavano in fila indiana, Alyssa in centro, con delle torce elettriche in mano a illuminare il suolo.

Giunte in uno slargo tra la vegetazione, abbracciato da tutti i lati dalle alte rocce simili a termitai, si fermarono. Scarlett, dallo zaino che portava a tracolla, estrasse un vecchio e grande telo da mare che distese a terra. Zoe, dal medesimo zaino, prese delle lattine di birra.

Le tre sedettero a semicerchio e iniziarono a bere.

– Alla tua prima notte all’aria aperta -, brindò Zoe rivolta verso Alyssa, ben poco entusiasta di trovarsi lì.

– Tesoro, cerca di rilassarti adesso. Vedrai, con il tempo tutto si sistemerà -, cercò di rincuorarla Scarlett.

Solitamente, le notti all’aria aperta si svolgevano a più persone; il fatto che quella sera si trovassero solamente in tre era uno strappo alla regola, permesso esclusivo del ranger amico di Scarlett che gli aveva raccontato della faccenda capitata ad Alyssa. Lei, ben consapevole di questo, dopo due sorsi di birra cercò di quietarsi e aprì bocca solo per chiedere a Scarlett di come stesse procedendo la sua relazione con Aron. Mentre la ragazza le rispondeva serenamente, Zoe iniziò a rollare uno spinello asserendo: – Così siamo più in contatto con la Natura. –

3.

La ragazza smise di tremare e ogni lamentò si eclissò dalle sue labbra. Gli occhi si rivolsero verso la fenditura della roccia. Da quella posizione poteva solo scorgere un lembo di sentiero rischiarato dalla luna. Pensò rapidamente sul da farsi. Un’ipotesi era di restarsene lì, in attesa che il sole sorgesse e avviarsi solo allora alla ricerca del sentiero principale che l’avrebbe ricondotta alla civiltà. L’altra ipotesi, tanto reale da farle vibrare l’anima dal terrore, era di uscire allo scoperto e di trovarsi un riparo più adatto; se la creatura fosse ritornata indietro, lei non avrebbe avuto nessuna via di scampo da quel buco nel quale si era infilata.

Tese l’orecchio, alla ricerca del ringhio più flebile. Il silenzio era abissale, rotto solamente dal suo stesso respiro.

Decise di rischiare. Decise di uscire dal buco per trovarsi un riparo migliore. Il solo pensare a un possibile ritorno della creatura le faceva piegare le ginocchia dalla paura e strozzare il respiro in gola. Uscì lentamente dalla fenditura nella roccia. Si guardò attorno brevemente. Poi si avviò nella direzione opposta a quella presa dalla creatura.

5.

Era apparsa apparentemente dal nulla. Sembrava provenire dai recessi di un mondo sconosciuto, fatto di sangue e tenebre.

Alyssa non si era accorta della sua presenza. Intenta a parlare con Scarlett, prendendo due boccate dallo spinello, non poté notare la sagoma scura, alta un metro e ottanta, staccarsi dal regno delle ombre create dai massi rocciosi e farsi sempre più vicina, diretta verso l’ignara Zoe che le dava le spalle.

Avvenne tutto in una frazione di secondi. Zampe artigliate afferrarono Zoe per la gola, sollevandola da terra come un sacchetto di plastica. Alyssa e Scarlett non ebbero nemmeno il tempo di reagire. L’unica cosa che poterono fare fu lanciare delle grida di terrore che si unirono a quelle di dolore della loro amica. Zoe cercava di colpire l’aggressore con pugni e calci; questi, però, affondavano nell’aria.

La creatura la gettò a terra. La ragazza ebbe solo il tempo per girarsi supina che essa le fu nuovamente addosso. Tra le grida di dolore della giovane, si udì lo strapparsi delle sue vesti.

Solo allora Alyssa si riebbe dallo shock iniziale e scattò verso la creatura. Le sferrò un calcio sul fianco irto di una peluria scura, più densa di quella di un cinghiale. La bestia sembrò non subire il colpo. Con una zampata mandò Alyssa gambe all’aria. Nonostante l’attacco subito, non smise di artigliare il corpo di Zoe. Le sue grida si fecero più roche; braccia e gambe si agitarono con minor vigore. Scarlett soccorse Alyssa e, tenendola per un braccio, la portò a diversi metri di distanza. Si fermarono al limitare della radura e guardarono indietro.

I corpi di Zoe e quello della bestia si fondevano assieme in un ammasso scuro e agitato. E quando le zanne della creatura trovarono il collo della ragazza, questa lanciò un gridolino secco e smise di muoversi.

– Andiamo via. Presto, andiamo via -, mormorò Scarlett sgomenta oltre ogni limite.

Alyssa non voleva schiodarsi da lì. Sperava che Zoe fosse solo svenuta, voleva tornare dalla bestia e picchiarla con tutta la sua foga.

– Non possiamo fare più niente. Andiamo, andiamo! -, insisté Scarlett e, tenendola stretta per il braccio, la trascinò con sé.

***

Tremanti, le due ragazze seguirono un sentiero che si inoltrava serpeggiando nella macchia. Scarlett singhiozzava a ogni passo, mentre Alyssa la seguiva in silenzio, come in uno stato di trance. Non avendo più con sé le torce elettriche, dovettero orientarsi con i bagliori lunari che, a malapena, svelavano la vegetazione attorno a loro.

Passarono davanti a una serie di grossi massi aguzzi, disposti a semicerchio. Alyssa temette che ognuna di quelle grosse sagome prendesse nuovamente vita e balzasse loro addosso, proprio com’era successo poco prima. Non le sembrava vero che Zoe fosse morta, sbranata da una bestia ignota nel cuore della notte. Il solo pensarci le pareva strano oltre ogni modo, come se si fosse trattato di un fatto accaduto in un incubo dal quale si sarebbe presto destata. A riportarla alla cruda realtà fu la voce di Scarlett che, tra un singulto e l’altro, mormorò atona:

-Dobbiamo… dobbiamo chiamare aiuto. –

Solo allora Alyssa si rese conto che non avevano nessun modo di farlo.

-Ma il walkie – talkie ce l’aveva Zoe -, mugugnò con un brivido nella voce.

Scarlett si fermò e si girò a guardarla.

-Non possiamo vagare nella notte, rischiamo di perderci. E non possiamo nemmeno fermarci qui o quella cosa ci troverà –, bisbigliò nervosa.

-Dobbiamo farci forza e tornare indietro. Prendere il walkie – talkie e le torce o non andremo molto lontano -, disse Alyssa fattasi improvvisamente lucida. Se era vero che quella bestia era nuovamente sulle loro tracce, non avrebbero potuto seminarla avanzando nel buio, tantomeno potevano tentare di ucciderla in due: servivano fucili e persone abili nella caccia.

Scarlett, suo malgrado, dopo qualche secondo di riflessione, si trovò d’accordo. Così tornarono sui loro passi, avanzando lentamente e tendendo le orecchie a ogni minimo fruscio.

Quando furono vicine al luogo dell’aggressione, si fermarono. Il silenzio tombale era tornato padrone del posto. Alyssa si guardò attorno aguzzando la vista. Del corpo di Zoe, nelle quali tasche c’era sicuramente il walkie – talkie, non vi era nessuna traccia; al suolo c’erano lo zaino, le torce, le lattine di birra e lo spinello ancora fumante.

Scarlett, con impeto di coraggio, scattò verso lo zaino. Iniziò a frugare al suo interno. Del walkie – talkie non c’era traccia. La ragazza lanciò un’occhiata disperata ad Alyssa. Lei sospirò dall’ansia, dal nervosismo. Lentamente le si insinuò nella mente la certezza di essere in trappola, braccata da un nemico sconosciuto che poteva sorprenderle da un momento all’altro. Anche Scarlett provò la stessa cosa e iniziò a piagnucolare.

Alyssa afferrò una torcia, poi prese l’amica sottobraccio e la guidò oltre la radura. Non avevano un solo secondo da perdere. Cercare il corpo di Zoe sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio, la cosa migliore da farsi era tornare indietro verso il sentiero principale.

***

Camminarono per diverso tempo lungo il sentierino preso all’andata. Alyssa, in testa, accendeva la torcia a intermittenza, giusto per accertarsi di non calpestare qualche serpente di passaggio; per il resto la teneva spenta per non svelare del tutto la loro posizione.

Scarlett le si premeva contro ogni volta che attraversavano un punto dalla vegetazione più fitta, dove le ombre avanzavano inghiottendo i pochi barlumi lunari che filtravano tra le chiome oscure degli alberi.

Superata una di queste zone, Alyssa si fermò. Scarlett si ammutolì e si fece più piccola dietro di lei. Il suono, un frusciare sinistro, proveniva da un punto indistinto del sottobosco, lì dove le tenebre sfociavano in una coltre impenetrabile.

Le due amiche trattennero il respiro. Il suono si fece più intenso, segno che chi lo procurava si stava avvicinando lentamente.

-Torniamo indietro, presto, torniamo indietro -, mormorò Scarlett nervosa.

Alyssa non si mosse. Voleva capire la fonte del rumore prima di battere in ritirata. Sussultò al profondo ringhio gutturale che si alzò dalla macchia; il verso di una creatura abominevole.

Scarlett scattò lungo il sentiero. Alyssa la imitò. Era a pochi passi da lei, tanto che la chioma fluente dell’amica riusciva quasi a schiaffeggiarle il volto.

La creatura, con fragore di rami spezzati, si gettò sul sentiero lanciandosi all’inseguimento. Alyssa accese velocemente la torcia, il tempo necessario per individuare una zona di terreno in discesa. Afferrò Scarlett per un braccio e si lanciò a sinistra. L’amica emise un gridolino di sorpresa. Cadde di fianco e iniziò a scivolare lungo il pendio.

Alyssa le rotolava accanto. Il mondo sembrava rinchiuso in una folle centrifuga; le chiome oscure degli alberi si mescolavano con i tronchi e l’erba; nelle orecchie un ululato acuto emesso dalla bestia.

Sentì un tonfo sordo, un lamento di Scarlett. Poi la sua voce che si spiegava in un grido di terrore. Nel ruzzolare, cercò di individuarla ma di lei non c’era più nemmeno l’ombra. Allora sentì la bestia emettere un forte ruggito, tanto da sovrastare le grida dell’amica. E quando toccò il suolo di un sentiero inferiore, Alyssa espirò di getto tutta l’aria che aveva nei polmoni, si alzò dolorante da terra e rabbrividì al silenzio tombale che era nuovamente sceso sull’intera zona.

6.

La ragazza avanzava lentamente guardandosi attorno. Nella caduta aveva perduto la torcia e, da sola nel mare di tenebre con l’unico favore dei barbaglii lunari, provava un nodo al centro del petto, tanto grosso da serrarle il fiato in gola.

Dopo aver udito le grida di Scarlett si era dileguata nella macchia, convinta di non potere nulla per salvarla. Aveva attraversato sentierini sempre più stretti, attraversato macchie di tenebra, alla ricerca del sentiero principale o di una strada che quantomeno gli assomigliasse. Zoe e Scarlett erano le uniche a conoscere bene la zona. Aveva ripensato molto a loro in quelle ore di terrore cieco, convinta che, presto, le avrebbe raggiunte all’altro mondo. Ma forse Scarlett era ancora viva; forse era riuscita a svincolarsi dalle grinfie della bestia e aveva preso un’altra strada. Alyssa, per non soccombere alla paura, abbracciò totalmente questa ipotesi, tanto da convincersi che avrebbe ritrovato l’uscita dal parco e Scarlett poco più oltre, sana e salva.

Le lacrime, che a causa dei vari shock non avevano avuto la forza di uscire, le sgorgarono dagli occhi solo dopo svariati minuti dalla scomparsa di Scarlett. Trovò qualche minuto per riposarsi poggiandosi sulla superficie zigrinata di un grande masso dalla forma ovale. Un conato di vomito la fece piegare in due dagli spasmi. Rigurgitò i rimasugli del toast mangiato per cena. Le ci vollero un paio di minuti per riprendersi del tutto. Poi si rimise nel suo vagabondare senza meta, alla ricerca di una strada che sembrava invece farsi sempre più lontana.

Di lì a qualche minuto, la bestia si era rimessa sulle sue tracce e le aveva teso quella che si poteva definire un’imboscata. Stava attraversando una macchia di arbusti piuttosto fitta. Un ringhio e uno schiantarsi di rami la fecero sobbalzare, poi fuggire all’impazzata. La creatura doveva averla aggirata e doveva essersi posta poco più avanti. Era infaticabile e insaziabile.

Alyssa aveva corso a perdifiato nella selva, fino a trovare il pertugio nella roccia, sua unica ancora di salvezza.

Adesso, lacrime agli occhi, sicura di non avere nessuna possibilità di uscire viva da quell’incubo, avanzava piano tremando a ogni ombra o sagoma di masso che intravedeva.

Superata l’ennesima macchia di arbusto, attraversandola spostando i rami con le mani, percepì un odore acre, pungente, che la colpì al naso come uno schiaffo e le fece lacrimare gli occhi. Poi udì qualcosa scivolare nella selva frantumando dei rami secchi. Erano suoni, avvisaglie che suo malgrado aveva imparato a riconoscere. Si paralizzò, scrutando le sagome scure degli alberi e dei cespugli, pronta a schivare l’aggressione che sarebbe di certo avvenuta di lì a poco.

La sagoma della bestia passò tra due alberi. Avanzava rapida, in posizione eretta. Alyssa la scorse appena; era un’ombra tra le ombre.

Scattò a sinistra, lanciandosi attraverso un groviglio di cespugli fitti. I loro rami le si incastrarono nelle vesti, tanto che la ragazza dovette scrollare tutto il corpo per liberarsi dalla presa. Lo frusciare emesso attirò l’attenzione della creatura. Questa emise un ringhio gutturale e si diresse in direzione della ragazza.

Alyssa, liberatasi dai cespugli, riprese a correre ignorando le fitte di dolore che le salivano dal piede nudo a ogni falcata. Uscì da un folto di arbusti e si fermò esalando un gemito di sorpresa. Si trovava sulla cima di una rupe che cadeva a picco per centinaia di metri. La vallata le si spalancava davanti rischiarata in parte dai barlumi lunari. Era in trappola.

Uno schiantarsi di rami e foglie la fece girare di scatto. Vide la bestia uscire dalla vegetazione. Affaticata dalla corsa, esausta dal terrore, non ebbe nemmeno la forza per gridare vedendo le sue fattezze; nel chiarore di luna, i peli del volto scimmiesco, a tratti quasi umano, rifulgevano di un lucore argenteo; dalle labbra allungate, similari a quelle di un grosso scimpanzé, sporgevano le sommità di due canini aguzzi; gli arti superiori erano lunghi, muscolosi, tanto da arrivare quasi all’altezza delle ginocchia pelose.

Alyssa la fissò sgomenta. Poi lanciò un’occhiata alla voragine che si apriva dietro di sé.

– Avanti, fatti sotto -, mormorò allargando le braccia.

La creatura non si fece pregare. Sapendola in trappola, scattò in avanti emettendo un ruggito e dopo qualche secondo fu sulla sua preda. Questa, però, si gettò di lato all’ultimo istante. Le zampe artigliate tagliarono l’aria; la terra venne a mancarle da sotto quelli che potevano venir chiamati “piedi”. La bestia lanciò un lungo ululato acuto e precipitò nel baratro, svanendo nel buio.

Alyssa rimase a quattro sul ciglio del dirupo. Lacrime calde le bagnarono le guance. L’incubo era finito. Si portò le mani al volto e scoppiò in un pianto prolungato, strozzato dai singulti.

Quando si riebbe, respirando a fondo, alzò il capo verso le ombre della boscaglia. E si paralizzò.

Davanti a lei stavano una decina di quelle creature, in tutto e per tutto simili alla prima. La ragazza ebbe solo la forza di sgranare gli occhi dalla sorpresa, dall’orrore.

Le bestie le si fecero incontro ringhiando. L’unica cosa che poté fare Alyssa, fu gridare con quanta forza le restava in gola. Ma la sua voce echeggiò lungo la vallata, perdendosi nei suoi recessi, inudita da orecchio umano.

EPILOGO

Il vecchio aborigeno, rischiarato dalla luce di un falò, si poggiò al lungo bastone contorto.

-Questa è la vicenda delle povere ragazze che ebbero la sfortuna di imbattersi in queste creature-, disse.

Il gruppo seduto attorno al fuoco, composto perlopiù da giovani partecipanti all’ennesima “notte all’aria aperta” osservava l’anziano in silenzio rapito.

-Sono esseri senza tempo né storia, vivono tra queste rocce fin dalla notte dei tempi e hanno molta fame -, continuò l’aborigeno: – Per questo motivo è bene che non lasciate i sentieri principali e che restiate uniti in gruppo. Gli Yowie sono sempre a caccia. –

E già qualcuno, al termine della storia, lanciò occhiate preoccupate verso le ombre della notte, confuse, inquietanti; forse tra queste si potevano scorgere, nelle notti di luna piena, le forme aberranti delle bestie assassine, forse persino quelle degli spiriti delle ragazze scomparse che cercavano ancora l’uscita dal parco.

Nonostante tutte le ricerche effettuate dai rangers, loro non furono mai trovate.


Bio – Davide Stocovaz:

Davide Stocovaz nasce a Trieste nel 1985.

Dopo il diploma di corso audiovisivo, partecipa alla realizzazione di cortometraggi e documentari.

Nel 2010 vince il Primo Premio per la Sceneggiatura Mattador, dedicato a Matteo Caenazzo, con la sceneggiatura “Istinti”.

Nel 2014 il suo racconto “L’ultima sinfonia” viene pubblicato nella raccolta Morte a 666 giri edita dalla Dunwich Edizioni.

Nello stesso anno, il racconto “Lei”, scritto con Ivan Fanucci, viene pubblicato nella raccolta Halloween all’italiana 2014 curata da Letteratura Horror.

Nel 2016 il suo primo romanzo “Zanne nelle tenebre” viene pubblicato da Editrice GDS.

Nello stesso anno il suo secondo romanzo “Ombra di morte” viene pubblicato da Edizioni Montag.

Nel 2017 il suo terzo romanzo “Abissi” viene pubblicato da Elison Publishing.

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