Le lumache non sono trasparenti – Manuela Leonessa

Non ricordavo che Marzo potesse essere così freddo.

Le nuvole si rincorrono indignate e turbolente e l’aria gelida mi fa sentire disarmata, in balia di questa temperatura polare da cui non so come difendermi. Il cappotto si è rivelato inutile, inutile stringere le braccia intorno al corpo, il freddo si ficca ovunque. Vorrei essere a casa o comunque in un posto caldo, anche a scuola andrebbe bene.

Non credevo sarebbe mai potuto accadere, invece sì. Meglio la scuola che qui, in questo luogo dolente pieno di gente che mi scruta, ansiosa di vedere una mia lacrima.

Mi chiamo Iside e ho sedici anni. Sono bella. Sono sempre stata bella. Capelli forti e biondi, carnagione delicata e occhi azzurri. Da piccola avevo la pelle così chiara da sembrare trasparente. Mi chiamavano Lumachina per questo. Non so perché, considerato che le lumache non sono affatto trasparenti.

Quando dico che preferirei non essere bella in molti non mi credono. Non dico di ambire alla bruttezza, sarebbe eccessivo, ma opterei volentieri per un aspetto insignificante, un modello del tipo capelli color topo e faccia neutra, Qualcosa, insomma, che mi offra il giusto compromesso tra una presunta integrità estetica e l’anonimato.

Mi capita spesso di voler sparire, il desiderio di essere più trasparente di una lumaca è l’espressione delle mie paure. Una condizione che mi porto appresso a tempo indeterminato come un contratto siglato da un sindacato risoluto e poco incline alla concertazione.

Ma oggi per me è un giorno speciale. Potrei quasi dire che è un bel giorno, però sarebbe un’esagerazione. Oggi è il giorno del funerale di mio nonno e per esserne contenta dovrei provare qualcosa per lui, rancore, diciamo, se non addirittura odio. In realtà non provo nulla se non il rammarico che sia nato e sopravvissuto a due guerre per diventare mio nonno, il mio nonno pedofilo.

Mia mamma mi guarda preoccupata, vede che non piango ed è convinta che mi stia tenendo tutto dentro. In fondo ero la sua cocca, dovrei soffrire, sentire già la sua mancanza. Mi guardo intorno e vedo occhi rossi ed espressioni affrante. Mi chiedo se sono l’unica ad avere un atteggiamento distaccato. Provo a fingere di pensare ad altro, una distrazione che mi solleva dall’incarico di apparire disperata.

“Non dovrà mai saperlo nessuno, principessa,” facevo ancora le elementari quando me lo disse “altrimenti finirò in prigione.”

Non avrei mai voluto che il mio nonno finisse in prigione, se gli fosse successo qualcosa di brutto sarebbe stata colpa mia. E del resto come avrei potuto dirlo a qualcuno? Con quali parole? Nel mondo della fatina dei dentini e del folletto della buonanotte non esistono parole per dire questo.

Senza contare il ricatto dell’esclusività. Ogni bambino sogna di essere speciale e io per lui lo ero. Io. Non mia sorella, non mio fratello, solo io.

Mia sorella, accanto alla nonna, piange lacrime adeguate ad onorare il morto, ma lei con i suoi capelli scuri e gli occhi marroni se lo può permettere, io no. I miei occhi chiari e i miei capelli paglierini mi hanno precluso molte cose e molte altre me ne hanno fatto conoscere. Sono la nipote prediletta di un uomo malato, non mi sono mai chiesta se fosse strano o sbagliato, da che ricordo è sempre stato così, difficile poter immaginare una condizione diversa. Senza contare che i bambini non sanno giudicare le scelte dei grandi , hanno troppo bisogno del loro amore per condannarli. Mio nonno diceva che ero la sua principessa e che un giorno il principe azzurro sarebbe giunto su un cavallo bianco per portarmi via con sé. Non so se il principe azzurro sia mai arrivato, se anche fosse non l’ho minimamente considerato, mio nonno è stato l’unico uomo della mia vita.

Mi stringo nel cappotto cercando inutilmente calore e chiudo gli occhi. Sono stanca di avere freddo e stanca di ricordi che mi fanno solo vergognare. Una vergogna che mi lascia ogni volta umiliata e fiacca, derubata del diritto di provare amore, perché se l’amore è ciò che mio nonno ha regalato a me, se essere amati significa essere feriti e usati, allora dell’amore non so che farmene.

Penso che lui fosse in buona fede, penso sia stato sempre convinto di avere dato oltre ad aver preso, e non è del tutto sbagliato perché con lui ho conosciuto il piacere dell’eros.

Succedeva sempre così:

seduta sul bracciolo della poltrona di mio nonno guardavo la televisione a gambe larghe mentre lui mi masturbava fingendo interesse per un programma scelto soprattutto per ipnotizzare i miei fratelli. Le serrande erano abbassate, la luce spenta. Il buio da sala cinematografica facilitava l’abuso, i miei fratelli non hanno mai sospettato niente.

A dispetto dell’assenza di ormoni il piacere mi invadeva con impeto adulto, e a dispetto della mia innocenza percepivo che la sorgente di quel piacere avesse qualcosa di sbagliato, qualcosa che avrei dovuto evitare. Allora allontanavo le dita del nonno, ma con pigrizia indolente, e fingevo interesse per il programma televisivo così da permettere loro di riavvicinarsi al mio sesso tenero e indecente senza l’ingombro di una castità all’erta.

Progressivamente le richieste del nonno sono aumentate e la sua fisicità mi ha schiacciato sotto il peso di un disgusto rimasto latente fino all’età che risveglia i sensi, Non ho ricordi dettagliati dei nostri incontri ma sensazioni forti sì. Il primo bacio l’ho consumato con lui. Bisognerebbe essere molto gelosi del primo bacio perché sarà quello che darà sapore a tutti gli altri e il mio ha il sapore della saliva di un vecchio.

Ho paura degli uomini, non riesco a stare di fronte a un ragazzo senza percepire che in mezzo alle gambe ha un cazzo. E il cazzo per me è una minaccia. Ma nonostante tutto sono una ragazza romantica e la storia del principe azzurro non poteva lasciarmi indifferente, tuttora alberga nei miei sogni. La voglia di un amore pulito strazia le mie notti, ma il mattino mi restituisce la consapevolezza che l’amore è anche unione carnale e non c’è niente di pulito nella carne, come non c’è più niente di pulito in me.

Ho un ricordo molto chiaro di me, ragazzina a undici anni, che cammino per la strada ad occhi bassi. All’epoca sfuggivo lo sguardo della gente ma soprattutto evitavo di guardare negli occhi i bambini per paura di insudiciarli dello stesso sudiciume di cui percepivo essere fatta io.

A tredici anni ho avuto il coraggio di dire al nonno che non lo volevo fare più.

“Mi dai un grande dolore, principessa,” mi disse rattristato, ma non mi ha più toccato.

Sono davvero responsabile del suo dolore? E che ne so, la cosa non mi riguarda.

L’ultimo ricordo che ho di lui è quello di un vecchio esausto in un letto d’ospedale, prigioniero del suo terrore. Consapevole della morte imminente era atterrito all’idea di andare all’inferno.

Nient’altro che un vecchio porco che se la fa sotto per i propri peccati. E così, alla fine, anche il suo ricordo mi disgusta.

Mia madre mi ha truccato un po’ prima di uscire, dice che sono una bella ragazza, che dovrei curarmi di più. La sua è un’amorevole educazione alla cura di sé. Quando può mi accompagna nei negozi, mi invita a scegliere pantaloni e giacchette, mi compra gli smalti e mi propone sempre di utilizzare i suoi ombretti. Ma io sono un’allieva difficile. Ci provo davvero a curarmi, ma solo per farla contenta. Farlo per me sarebbe possibile solo se mi volessi bene, ma io non riesco neanche a guardarmi allo specchio con piacere, e quando lo faccio vedo solo qualcuno che non vale la pena considerare. Non mi interesso. Mi piacciono i gatti e mi piacciono i libri di Mafalda. Verso di me non provo niente, se non una grande stanchezza.

Mamma, perché non hai mai capito quello che stava accadendo? Perché non hai capito il mio progressivo chiudermi in me stessa? Perché non ti sei mai chiesta perche dormissi tanto?

Ho sempre dormito troppo, era il mio modo di evitare la fatica di vivere.

Lo faccio ancora adesso. Dormire per evitare la fatica di vivere. Perché vivere dentro questo corpo che non mi appartiene, questo corpo da sempre posseduto e usato da qualcun altro è faticoso, e io non vedo un motivo per continuare ad affrontare questa fatica, una fatica che è solo dolore.

Voglio interromperlo questo dolore.

La cerimonia è finita, da un’ora siamo tornati tutti a casa. Mi sono chiusa in camera dicendo che non ho fame. Sento il rumore delle posate sui piatti. I miei parlano piano, composti in un dolore tranquillo che cede il passo alla tenerezza del ricordo.

Adesso sono coricata a letto con ancora la lametta in mano, il sangue scende copioso dalle mie ferite, scivola sul letto inzuppando le coperte, esce veloce portandosi dietro il mio senso di inutilità, la mia devastante solitudine.

Per la prima volta mi sento bene, sento che il dolore non tornerà più.

Bussano discretamente alla porta, mia madre entra, mi sorride “Amore?” mi dice prima di accorgersi dei miei polsi tagliati.

Sbianca rimanendo ferma sulla soglia, mi guarda inorridita senza riuscire a parlare, poi si volta gridando forte “No!” e si getta come una furia sul telefono in corridoio.

La sento urlare al telefono il mio nome poi dice il nome della via dove abitiamo. Deve ripeterlo tre volte perché dall’altra parte non riescono a decifrare il groviglio di parole che le escono con urgenza dalla bocca.

Mamma.

Ti voglio bene. Perdonami.

Mi alzo lentamente. Sono già molto debole, mi gira la testa ma riesco comunque a muovermi.

Mi tengo al bordo del letto, poi mi appoggio alla scrivania e cauta arrivo alla finestra.

La spalanco.

L’aria fredda mi investe la faccia, mi fa sentire viva. I miei sensi sono tutti eccitati e vivo ogni singolo gesto con un’intensità esagerata ed appagante. Mi appoggio al davanzale e guardo sotto. Non c’è nessuno. Guardo il cielo e penso che finalmente anch’io ho avuto il mio attimo di felicità. Una felicità liberatoria che mi fa sentire leggera, priva della paura di un futuro sprovvisto di sogni e di speranze.

Mi siedo a cavalcioni sulla finestra, una gamba penzoloni nel vuoto. Ecco il mio cavallo bianco, nonno, l’unico che tu sia stato in grado di regalarmi.

Addio mamma.


Bio – Manuela Leonessa:

Nata a Torino nel 1964, sono laureata in Letteratura Italiana e in Psicologia.
Nella mia vita ha fatto diversi mestieri, la commessa di supermercato, la venditrice di enciclopedie porta a porta, la ballerina, la tutor in contesti di inserimento lavorativo, la danza terapeuta.
Attualmente psicologa.
Ho pubblicato il mio primo romanzo “Sarà mica per sempre” con EEE edizione esordienti ebook.
Ho partecipato, alle antologie “Eva non è sola” , “Mi corazòn y Tu corazòn” con due racconti.
Vivo e lavoro a Torino.

 
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