Re Teodoro – Luca Cianti

C’era una volta un re, Teodoro CCCLXV, i precedenti re Teodoro avevano regnato un giorno o giù di lì mentre Teodoro CCCLXV reava ormai da tre anni e aveva intenzione di reare ancora a lungo. Sì proprio così “reava”, cos’altro volete che potesse fare un re, un re “rea” mentre una regina “regina”, solo nel caso di una regina di picche, “picca” e nel caso straordinario che incontri un re di cuori, “pecca”. Ma torniamo al nostro re. Questi era molto ben voluto dal suo popolo infatti era un re buono, saggio e gentile e si prodigava per il bene di quel regno. I suoi sudditi gli avevano affettuosamente posto l’appellativo “il Pomodoro” a causa del colore rosso dei suoi capelli così che lo chiamavano re Teodoro il Pomodoro. A quei tempi i re tenevano moltissimo ad avere un appellativo: Ludovico il Moro, Alessandro il Grande, Carlo il Temerario e l’appellativo era tanto più amato se creava una rima con il nome del re. Solo il re di un reame confinante con quello di Teodoro il Pomodoro non aveva appellativo e di questo quel re ne soffriva moltissimo anzi si sentiva nettamente inferiore a Teodoro. Questo re si chiamava Gastone ed era francamente imbranato. Il re suo padre non gli avrebbe posto mai quel nome se avesse supposto che un giorno sarebbe salito al trono ma purtroppo il figlio primogenito Alessandro, non appena salito al trono, si era innamorato perdutamente di una signora americana sposata con un senatore repubblicano. Si capisce che il Gran Consiglio del regno non poteva accettare tale situazione, non tanto perchè la signora era sposata con un senatore repubblicano ma perchè l’America non era ancora stata scoperta. Ma re Alessandro non volle sentire ragioni e preferì abdicare a favore del fratello Gregorio piuttosto che rinunciare alla bella americana . Così Gregorio salì sul trono e siccome non era ancora sposato il Gran Consiglio trovò per lui una sposa: una principessa di un regno molto ricco ma una principessa così stupida, petulante, noiosa e, diciamolo pure, bruttina che un bella sera mentre la famiglia reale era riunita per la cena e la regina blaterava le solite scemenze, Re Gregorio si alzò e proclamò “ Vado ad emanare alcuni urgenti proclami” , usci dalla reggia e non si rivide più. Così Gastone salì al trono e iniziò a combinarne di tutti i colori tanto che i sudditi avevano pensato ad un appellativo appropriato ma preferirono far decadere l’usanza anche perchè se Gastone avesse abdicato sarebbe salito al trono il fratello Randazzo assai più dannoso di Gastone e allora la storia dell’appellativo sarebbe divenuta veramente difficile.

Ma torniamo al nostro re Teodoro CCCLXV il cui regno prosperava e i sudditi erano ben felici. Le cronache di quel tempo remoto narrano che questi godessero di un reddito pro-capite almeno doppio rispetto a quello dei sudditi dei regni confinanti e che il prodotto interno lordo del regno saliva incessantemente e non aveva paragoni in nessuno dei regni vicini. Re Teodoro era acclamato in ogni occasione e su tutte le case del regno sventolavano i vessilli reali. Solo due erano i crucci che affliggevano i sudditi: il primo era che re Teodoro era generosissimo e molto sensibile verso i poveri ma in quel regno non c’erano poveri e quindi non poteva manifestare la sua generosità, l’altro era che non aveva una ancora una sposa nonostante fosse ormai in età da matrimonio. Il Gran Consiglio degli Anziani un bel giorno si riunì per esaminare queste preoccupazioni che affliggevano il popolo: per la prima fu deciso di lasciare la situazioni invariata poiché almeno un cruccio al popolo non avrebbe fatto male, per la seconda fu deciso di porvi rimedio trovando una sposa per re Teodoro ma nessuno degli anziani aveva in mente una principessa degna di sposare Teodoro. L’Anziano più anziano del Gran Consiglio fece quindi una proposta: “ Illustrissimi colleghi, siccome nessuno di noi ha da proporre una principessa che abbia doti sufficienti e che sia degna di sposare il nostro eccellentissimo sovrano propongo di porre la questione al nostro eminentissimo Vescovo noto per la sue capacità di portare a termine intrallazzi soprattutto matrimoniali”. Il Gran Consiglio approvò la proposta con un lungo applauso e fu incaricato l’anziano più anziano di andare dal Vescovo e porgli la questione. Il vescovo ricevette l’anziano più anziano con grande cortesia ed ascoltò attentamente quanto aveva da esporgli, quindi si ritirò alcuni minuti nella sua cappella privata a pensare per uscirne trionfante “ Conosco bene l’unica principessa degna di sposare il nostro re Teodoro il Pomodoro, – esclamò – è la principessa Cunegonda figlia del re Closuè e della regina Matilda del regno confinate di Bimisonda. Inoltre – aggiunse – il regno di Bimisonda, nonostante abbia un PIL piuttosto misero e sia quasi in recessione, è ricco di giacimenti di gas naturali e questo, quando i gas naturali diverranno trainanti per lo sviluppo economico, sarà molto importante per il nostro regno che ne è sprovvisto” . L’anziano rimase a bocca aperta, come aveva potuto, il Gran Consiglio, non pensare a quella principessa nota per la sua bellezza, intelligenza e bontà? Come avevano potuto quei vecchietti non pensare all’importanza strategica di un alleanza con il regno di Bimisonda? “Meno male che ci siamo rivolti al Vescovo” pensò il vegliardo e mentre pensava questo il vescovo si era già cacciato sulla testa la mitria, aveva afferrato il pastorale e stava sbraitando per chiamare la carrozza vescovile. “Ma dove va eminenza?” disse l’anziano più anziano, “Vado dal mio amico vescovo di Bimisonda ad esporgli il caso e per sentire cosa ne pensa e come possiamo informare il re Closuè”. L’anziano non fece nemmeno a tempo a chiedere se poteva accompagnarlo che il vescovo, con mitria e pastorale, si era fiondato nella carrozza e i cavalli già trottavano alla volta di Bimisonda. Una volta giunto in quella città bussò alla porta del vescovado e si fece annunciare al suo amico vescovo. Naturalmente l’incontro dei due vescovi fu cordialissimo e decisero di desinare insieme così chè si potesse meglio esporre e discutere del caso. Chiaramente il vescovo di Bimisonda non poteva che concordare con il progetto matrimoniale tra re Teodoro e la Principessa Cunegonda ma sollevò due problemi: il re Closuè doveva essere d’accordo con questo matrimonio e poi si doveva trovare un’occasione per far incontrare i due futuri sposi affinchè non si dicesse che il matrimonio era combinato. Riguardo al primo problema si decise che si sarebbe dovuto consultare re Closuè, per il secondo aspetto era meglio affidarsi ai consigli del re nel caso avesse approvato l’ipotesi di matrimonio. “Non rimane che andare dal Re” Esclamò il vescovo di Bimisonda afferrando mitria e pastorale e subito s’incamminarono entrambi verso il palazzo reale.

Il Re era nella sala delle udienze a dare udienza all’ambasciatore del Regno Narnia che, saputo dell’arrivo dei due prelati, liquidò frettolosamente. I due quindi furono subito ricevuti e illustrarono al Re il loro progettò. Il Re volle informare anche la Regina di ciò che stavano proponendo i vescovi. Non è possibile raccontare con parole la gioia della Regina che non diede più possibilità al Re di esprimersi. E non è possibile raccontare tutte le lodi che la Regina intessè su Re Teodoro, tanto che Re Closuè un pochino era contrariato ma non osò contraddire la Regina. “E’ chiaro – sentenziò la regina – che bisogna subito organizzare una grande festa per far incontrare i due ragazzi, non possiamo mettere tempo nel mezzo”. Il Re provò ad obiettare che necessitava avvertire tutti i nobili e i regnanti e che ciò avrebbe richiesto del tempo ma la regina affermò “ Di questo mi occuperò io”. Il Re fece notare ancora che aveva numerosi impegni di stato da assolvere ma la Regina replicò “ Devi disdirgli tutti immediatamente”. Il Re, non sapendo più cosa dire, affermò che la Corte dei Conti avrebbe protestato per i costi della festa da imputare sul bilancio del Palazzo Reale. Ma la Regina risolse “ Imponi una tassa sui terrazzini che poi toglierai a festa finita, così sarà garantita la copertura economica e il popolo non si lamenterà troppo.”

E’ chiaro che l’organizzazione della festa fu affidata alla Regina che organizzò la festa più magnificente, più splendida, più grandiosa che si potesse pensare. Impose addirittura a tutto il regno che nel giorno stabilito fossero indette feste in tutti i paesi, in tutti i borghi e in tutti i casolari. Poi passò agli inviti. Furono invitati Re e Regine da tutto il mondo, principesse dall’Arabia, Duchi dal Galles, Granduchi dall’Austria e dal Lussemburgo e fu invitato anche lo Zar di tutte le Russie ma rispose che sarebbe venuto molto volentieri ma quel giorno per l’appunto aveva da fare. Allora la regina invitò lo Zar di una Russia sola che accettò di buon grado l’invito anzi disse che sarebbe venuto con due Zarine, una sormontata all’altra così da fare una Zara normale. La Regina avrebbe voluto invitare anche un certo numero di Maghi e Fate, almeno i più importanti come Mago Merlino, le fate madrine della bella Addormentata, la fata di Cenerentola, e così via, ma il Re si oppose risolutamente dicendo che a quel modo la festa avrebbe assunto un aspetto troppo esotico che non si addiceva alla serietà dell’ambiente reale. La Regina dovette desistere.

Arrivò quindi il giorno fatidico, nei villaggi e nei casolari si accesero grandi falò per annunciare la festa, dopo di chè a causa dei falò si accesero anche le case vicine ai falò e, dove si volle esagerare, anche qualche foresta, così che ci fu un gran fuggi fuggi di animali, di elfi, di gnomi, di folletti, di streghe, di orchi e altri abitanti della foresta.

Il Palazzo era illuminato a giorno da mille e mille fiaccole e torce e rifulgeva in maniera tale che si sarebbe visto anche dalla luna. Nessuno aveva immaginato mai tanta magnificenza e questo fu possibile poiché in quel regno c’erano tanti terrazzini e la tassa ideata dalla regina diede ottimi frutti.

Iniziarono ad arrivare le carrozze.

La prima ad arrivare fu quella di re Artù incredibilmente allestita da mago Merlino, una 144 cavalli con accessori ad effetti magici mai visti. A quella carrozza succedette una processione di carrozze d’incredibile bellezza, trainate dai destrieri più belli che si fosse mai visti, solo i Re Magi arrivarono a dorso di cammello.

Così gli invitati cominciarono ad affluire nella sala delle feste dove si accedeva dallo scalone reale prospiciente i troni del re Closuè al centro della regina Matilda alla sua destra e della principessa Cunegonda alla sua sinistra. Gli ospiti solennemente annunciati dal regio mazziere scendevano lo scalone e porgevano il saluto alla famiglia reale. Una scena di regale maestosità di cui si era persa memoria e che già da sola avrebbe consegnato quell’evento alla storia ma quando il mazziere annunciò re Teodoro quell’evento divenne veramente memorabile. La sala si zittì e tutti si volsero a guardare re Teodoro che iniziava a scendere lo scalone, con passo regale e fiero, bello come un dio greco.   Nel cuore di ogni dama ci fu un palpito, solo la regina Matilda anziché palpitare preferì palpare e, saltata giù dal trono, corse incontro a re Teodoro e l’abbracciò e lo baciò per esternare il suo benvenuto, poi lo abbracciò e lo baciò per rappresentargli il benvenuto di tutta la famiglia reale, poi lo abbracciò e lo baciò per offrigli il benvenuto di tutti i sudditi, poi lo abbracciò e lo baciò per comunicargli il benvenuto di tutti gli invitati, poi il re Closuè andò a prenderla per riportala sul trono perché si era già divertito, quindi strinse la mano a re Teodoro e lo accompagnò a salutare Cunegonda. Come re Teodoro s’inchinò per il baciamano lo sguardo dei due giovani s’incontrò e nella sala balenò una luce rosata di grande intensità: era stato un colpo di fulmine. Re Teodoro non riusciva a lasciare la mano di Cunegonda e non riusciva a distogliere lo sguardo dalla principessa. Cunegonda era come incantata da Teodoro. Re Closuè prese re Teodoro per le spalle, lo fece rialzare, lo accompagnò alla sua poltrona e gli fece presente che poi avrebbe potuto guardare Cunegonda quanto avrebbe voluto ma che bisognava procedere con il ricevimento degli ospiti e che non poteva rimanere incantato davanti a Cunegonda tutta la sera.

Finito il ricevimento degli ospiti la regina Matilda dichiarò aperte le danze. Re Teodoro non la fece terminare che già aveva chiesto a Cunegonda l’onore del primo ballo. Lei gli concesse l’onore del primo ballo, del secondo, del terzo, del quarto, del quinto ma poi il sesto era una gavotta scritta dal maestro di cappella di corte in onore della regina, sostanzialmente una lagna da far annoiare le lumache, così che Cunegonda propose a Teo ( ormai lo chiamava così) di andare a fare un giro nei giardini reali. Ovviamente Teo acconsentì. I giardini reali erano di una bellezza sublime, assai più belli di quelli del palazzo reale di re Teodoro, con aree all’italiana e altre all’inglese con prati, boschetti e piccoli edifici come baite alpine o tempietti greci. Ma Cunegonda volle andare alla piscina termale dove una piccola vasca era coperta da una nube di vapori odorosi. Cunegonda invitò Teo ad immergersi con lei ma lui fece presente che smontare il complesso abbigliamento di calzemaglia, pantaloncini con buffetti vari, mantelli e simili era operazione pressoché impossibile, ma la principessa non volle rinunciare ad immergere almeno le gambe, così si tolse le scarpette e si fece aiutare da Teodoro ad alzare e contenere la gonna e si immerse fin sopra il ginocchio. Re Teodoro fu affascinato da quel vaporoso spettacolo e quasi i due giovani non sentivano gli inviti dei valletti a guadagnare la sala da pranzo per la real cena. Re Closuè, che era un re di buon senso, aveva riservato per re Teodoro un posto tra la regina Matilda e Cunegonda, e così inizio la cena con le mille premure, carezze e parole dolcissime che la regina riservava a re Teodoro in ogni momento.

La cena fu splendida nonostante che Biancaneve non avesse mangiato che qualche frutto e Cenerentola si era fatta portare una vellutata di patate dicendo che non era abituata a mangiare di più. Teo e Cunegonda assaggiarono tutte le 100 portate della cena e mentre si scolavano un limoncello che anche la regina Matilda volle assaggiare allo stesso bicchiere di Teodoro, re Closuè, davanti all’evidenza, si alzò e annunciò il fidanzamento tra la principessa Cunegonda e re Teodoro.

Inutile riferire le festose reazioni di tutti gli invitati, dei sudditi e dei vescovati che immediatamente diedero ordine di suonare tutte le campane a distesa e intonare Te Deum in tutte le chiese.

Di lì a sei mesi si celebrò il matrimonio, una festa senza precedenti per la quale, tanto per dare un idea della sua grandiosità, fu organizzato uno spettacolo pirotecnico chè durò otto ore e nessuno si accorse di una terribile tempesta di tuoni e fulmini organizzata da un gruppo di streghe e fattucchiere deluse e indispettite per non essere state invitate a castello per la festa di matrimonio.

Dopo la festa i due sposi partirono per una lunga luna di miele nei paesi del regno fantastico.

Quando gli sposi tornarono la situazione che gli attendeva non era affatto rosea: i costi della festa e l’assenza del re avevano messo in crisi il regno di re Teodoro così chè il re doveva correre subito ai ripari. Inoltre ci si accorse che non appena sposata la principessa Cunegonda si era trasformata inspiegabilmente in una regina e ciò imponeva il ricalcolo del suo appannaggio. Relativamente a quest’ultimo problema provvide la ragioneria del regno con un acrobatica manovra di finanza creativa mentre per ripianare le spese del matrimonio re Teodoro impose una gabella su tutte le feste e festicciole, per gli altri aspetti di dissesto di governo il re doveva rimboccarsi le maniche. Meno male che intervenne la regina Matilda, donna pratica e di buon senso. L’ accorta regina regalò a Cunegonda un castelletto a confine tra i due regni, dove la novella regina, già in dolce attesa dell’erede al trono, si ritirò godendo della tranquillità della campagna e delle visite di re Teodoro che vi si recava ogni volta che aveva un momento libero e in ogni modo ogni fine settimana. Inoltre la buona regina Matilda si divise tra i due regni e, al fine di non far affaticare Cunegonda, si occupò anche della conduzione del palazzo reale di re Teodoro anzi talvolta lo attendeva la sera quando tornava stanco dagli impegni di governo, gli faceva preparare una cenetta splendida e un soffice lettone dove, si dice, lo accompagnasse di persona per accertarsi che prendesse sonno e non fosse troppo oppresso dai pensieri di real governo.

E tutti vissero felici e contenti.


Bio – Luca Cianti:

Nato a Sant’Agata Mugello (Firenze) nel 1958, veterinario specialista in igiene degli alimenti, dirige i servizi veterinari e di sicurezza alimentare USL a Firenze. Ha al suo attivo oltre quaranta pubblicazioni sui vari aspetti dell’igiene alimentare e mantiene collaborazioni con università italiane dove svolge attività d’insegnamento ai corsi di specializzazione in Igiene degli alimenti di origine animale. Da molti anni si occupa di storia della veterinaria ed è autore sia di monografie che di numerosi contributi a congressi in Italia e all’estero.

 
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