Biancofiore – Luca Cianti

C’erano una volta un Re e una Regina belli, buoni e bravi, amati dai loro sudditi e regnanti su un paese ricco e florido, insomma, quel paese, si sarebbe potuto definire il Regno della Felicità se non fosse stato che le reali cicogne si rifiutavano di visitarlo. Afflitti dal problema di non avere un pargolo che garantisse la successione al trono il Re consultava i maggiori esperti in tema di viaggi delle cicogne mentre la Regina si dibatteva in continui incontri e proposte e assumeva ardite posizioni nel tentativo di trovare una soluzione alla poca attenzione che quegli uccelli dedicavano al loro regno. Ma più i due poveri regnanti si industriavano a cercare una soluzione minore sembrava essere l’attenzione che le reali cicogne dedicavano al loro paese.

Su quel regno le normali cicogne svolazzavano continuamente consegnando pargoli a destra e a manca e talvolta, nella fretta delle consegne, gli appioppavano anche a chi non se li aspettava e c’era una tale sovrabbondanza di bambini che il loro prezzo sul mercato era praticamente crollato a zero. Ma quei sudditi erano buoni e si tenevano ben volentieri i bambini in sovrabbondanza tenendo in più gran conto lo svolazzio degli uccelli piuttosto che la sovrappopolazione dei bambini.

Comunque la situazione era grave: cicogne normali in gran quantità, cicogne reali neanche il seme.

Si tentò di deviare qualche cicogna normale verso il palazzo reale ma gli uccelli come arrivavano in prossimità del fossato venivano sopraffatti dalla maestosità della costruzione e si accasciavano irrimediabilmente a terra. Talvolta la Regina era intervenuta personalmente nel tentativo di rianimarli, gli aveva somministrato pozioni segrete, praticato massaggi per la rianimazione e chiesto anche l’intervento delle migliori infermiere veterinarie del regno, ma non c’era stato niente da fare così che la LIPU locale aveva proibito di deviare il volo degli uccelli verso il palazzo reale, solo le cicogne reali avrebbero avuto accesso a quella rotta.

Un giorno di primavera, quando ormai sembrava che mai più una cicogna reale avrebbe raggiunto il castello, si udì lo squillo di un araldo che a gran galoppo stava raggiungendo la reggia. L’araldo proveniva dalla reale postazione di avvistamento ornitologico posta agli estremi confini del regno proprio per avvistare e controllare i voli delle cicogne reali e giunto sul portone chiese di essere subito condotto dal re. “Maestà!” esclamò quando fu davanti al sovrano “una cicogna reale è entrata nel nostro regno!!!!”.

Si deve sapere che le cicogne reali sono uccelli alquanto schivi, grandi il doppio delle cicogne normali , con penne remiganti di colore rosso porpora, e sul capo portano un singolare ciuffo di penne gialle disposte a corona. Inoltre quegli uccelli, dotati di possenti pettorali e di un canto meraviglioso, trasportano i reali pargoli solo in panni di raso imbottiti di ovatta e terminato con successo il loro volo di consegna ben difficilmente ne affrontano un altro anzi scompaiono e nessuno sa dove poterli rintracciare o dove vadano a vivere. Nei tempi remoti ci fu molta abbondanza di uccelli che frequentavano le regge e spesso venivano catturati dagli armigeri e messi allo spiedo ma poi il crescere di una coscienza ambientalista propose maggior rispetto per quegli animali così che il loro numero salì vertiginosamente ma mai nessuno di loro raggiunse l’eleganza e la bellezza delle cicogne reali e il loro arrivo comunque era un evento storico. Pensate cosa non successe quando giunse alle orecchie della Regina che una cicogna reale aveva varcato i confini del regno. In men che non si dica fece allestire la camerina per il principino in arrivo, furono mobilitate balie e tate, furono avvertite e convocate le fate buone, furono fatte arrestare e incarcerate tutte le fate malvagie e le streghe, diffidate le fattucchiere, mobilitati vescovi, monsignori e alto clero e poi si cominciò a pensare al nome: Aliprando IV, oppure Clodoveo XXII, ancora fu proposto Agenore II ma poi fu deciso per Gigi V .

Di lì a poco, una mattina, una serva addetta all’apertura delle finestre, inizio a gridare: “Correte, correte!”, ovviamente tutti corsero alla finestra, all’orizzonte si profilava la sagoma inconfondibile di una cicogna reale. La Regina, che ovviamente era accorsa, prese in mano la situazione infatti era particolarmente esperta in uccelli avendo frequentato da giovane vari corsi di ornitologia. Fece spalancare la porta-finestra del terrazzo della camerina del principino e fece stendere un gran drappo rosso che dalla balaustra arrivava fino alla culla, appena in tempo che una grande ombra nera piombò sul terrazzo: era la cicogna reale. Bellissima, maestosa, con un ciuffo di penne gialle sulla testa mai visto e soprattutto ben saldo nel becco un fagotto di raso rosso. La cicogna atterrò sulla balaustra, mentre il Re, la Regina e gli ospiti si ritiravano dalla parte opposta, intimoriti dalla maestosità dell’uccello e dalla sua grandezza. La cicogna saltò sul balcone e con lenti e reali passi si diresse verso la culla dove depositò delicatamente il suo fagottino. Regnava il silenzio, tutti erano attoniti. La cicogna, noncurante delle persone che la ammiravano e fissavano il fagottino nella culla, intonò una ninna nanna struggente e bellissima che fece cadere tutti i presenti in un profondo sonno. La Regina fu la prima a risvegliarsi, della cicogna non c’era più traccia, quindi svegliò il re e i cortigiani e facendosi avanti si avvicinò alla culla, afferro una cocca del fagottino di raso e la tirò delicatamente, il fagottino si aprì.

“Ma è una principessina!!!” esclamò sorpresa la Regina.

Il Re lì per lì rimase un po’ turbato ma riacquistò subito il piglio regale e sentenziò:“Non ci sono problemi domani modifico gli statuti reali consentendo anche alle primogenite di salire al trono e non solo ai maschi”.

La Regina si riebbe e prese in braccio la neonata mostrandola a tutti gli astanti. Era una bambina bellissima con folti capelli neri, occhi azzurri e la carnagione così rosata che sembrava l’emblema della salute e quindi decisero di chiamarla Biancofiore.

Nel regno furono dichiarati 3 giorni di festa e il Re detassò la birra per consentire ai sudditi di festeggiare. Furono tre giorni memorabili, con feste ovunque al grido “Viva Biancofiore!” e ci fu anche un numero imprecisato di ricoveri per intossicazione alcolica e traumi da ubriachezza e di conseguenza la festa fu estesa anche agli ospedali, illuminati a giorno tutte le notti con gente che saltava di qua e di là.

Anche il poeta di corte si sentì coinvolto e scrisse subito una canzone che più o meno iniziava così:

O Biancofiore, simbol d’amore,
Con te la gloria della vittoria.
Con te la pace che sospira il cor !

Ovviamente anche il maestro di cappella di corte volle intervenire e musicò la canzone che, in quanto tale, fu cantata ovunque.

Biancofiore, bella, gentile e buona crebbe velocemente, così che a cinque anni ne aveva già sette e quindi andò a scuola nei più esclusivi istituti del regno. Era bravissima e in qualsiasi materia prendeva il massimo dei voti tanto che, una volta, il professore di storia che gli aveva dato solo nove, fu immediatamente sospeso dall’incarico e costretto a tornare all’università per un corso di aggiornamento.

Ma ciò in cui Biancofiore eccelleva erano i giochi a carte ed il suo preferito era il poker .

Il pomeriggio, tornata da scuola, sbrigava i compiti a casa, si metteva un vestito da sera e si tuffava al tavolo verde del Reale Casinò. Per lei il poker era una branca della psicologia, una forma d’arte, un modo di vivere, la sua variante preferita era il No Limit Hold’em, il suo motto “Costringere gli avversari a prendere decisioni difficili”.

Così giorno dopo giorno aveva ridotto alla miseria mezza nobiltà del regno, che spennava regolarmente sera dopo sera, alla disperazione un terzo dei diplomatici e compromesso gli imprenditori meno accorti. I proventi del gioco erano divenuti così rilevanti che aveva aperto anche una banca: la Bank of Gambling che interveniva pesantemente sulle politiche monetarie del regno. Naturalmente il re e la Regina erano fieri di una figlia così bella, brava ed intraprendente e la famiglia reale viveva felicemente.

Passarono molti giorni felici finché, una mattina, il Re che era in attesa della Regina per colazione, non vedendola arrivare oltre ogni ragionevole ritardo, chiamò le dame di compagnia per interrogarle ed esse lo informarono che la Regina era a letto e non voleva svegliarsi. Furono chiamate le fate buone che provarono con varie pozioni magiche, arrivarono anche reputati principi Azzurri che provarono a baciare la Regina, ma nulla valse a farla svegliare. Furono chiamati i maghi più famosi che provarono con incantesimi ma senza alcun esito. Infine fu chiamato il reale archiatra, ovvero il medico di corte, che sentenziò: “ Sire, sono addolorato ma la regina è morta!” Il Re fu molto rattristato dalla notizia poiché la regina era ancora in buone condizioni ma purtroppo non rimase che organizzare i funerali. Così il Re divenne vedovo e Biancofiore orfana.

Non passò molto tempo che il capo del Gran Consiglio si recò dal Re e gli fece presente che sarebbe stato necessario, per il bene dello stato, che si fosse risposato e gli propose la Principessa Grimilde figlia del Re di un regno confinante con finanze piuttosto dissestate a causa di alcune operazioni azzardate con la   Bank of Gambling. Così fu celebrato il matrimonio.

Naturalmente la nuova Regina vedeva di cattivo occhio Biancofiore che considerava responsabile del dissesto del Regno di suo padre ma Biancofiore, buona e gentile non si faceva caso dell’astioso atteggiamento della matrigna e proseguiva nelle sue cose.

Un brutto giorno morì anche il Re e Biancofiore rimase sola con la matrigna Grimilde invidiosa del suo successo e piena di risentimento per il misero stato in cui vessava il regno di suo padre indebitato con la Bank of Gambling.

La malvagia regina meditò allora nel suo malvagio cuore un piano crudele: eliminare la principessa. Fece chiamare il capo dei guardiacaccia e gli impose di portare Biancofiore nel bosco, di ucciderla e di riportarle il cuore della Principessa come prova dell’efferato delitto.

Il guadiacaccia organizzò una battuta di caccia ed invitò Biancofiore. Così una mattina partirono   e quando si trovarono nel folto del bosco Biancofiore chiese quale fosse la preda in un bosco così folto Il guardiacaccia rispose: “ Ma sei tu la preda!”. Biancofiore rimase sorpresa ma subito replicò: ”Birichino, se volevi giocare con me potevi avvertirmi che mi sarei vestita diversamente”. Il guardiacaccia la fisso severamente sul viso e gli disse: “Io ho avuto ordine dalla Regina di ucciderti e di portarle il tuo cuore come prova”.

Biancofiore ci rimase molto male ma, siccome era intelligente, fece presente all’aguzzino che sarebbe stato molto sconveniente uccidere una Principessa e soprattutto una Principessa bella come lei e aggiunse che dopo tale misfatto tutti avrebbero parlato male di lui e lo avrebbero additato come servo vile e scellerato. Il guardiacaccia rifletté brevemente sulle parole della Principessa e non poté che concordare con lei sulla inopportunità di quell’omicidio, però rimaneva il problema del cuore che Biancofiore risolse brillantemente: “ Passa dal primo macellaio” suggerì “acquista un cuore di maiale e porta quello alla Regina, sicuramente non se ne accorgerà”. L’idea piacque al guardiacaccia che abbandonò Biancofiore nel bosco pregandola di non tornare più in città e di andarsene per il suo destino. Così la bella principessa rimontò a cavallo e iniziò a percorrere il sentiero che andava in direzione opposta rispetto alla città.

Cammina, cammina e cammina era ormai esausta quando arrivò in una radura coperta di alberi da frutto di ogni tipo eccetto che di meli, con un bel ruscello ricco di acqua che la attraversava e, in ogni dove, uccelli che riempivano l’aria di cinguettii meravigliosi. Al centro della radura c’era una piccola casina contornata da un lussureggiante giardino, aveva pareti bianche e il tetto in paglia rossa con tanti piccoli dischi bianchi. Biancofiore scese da cavallo e si avvicino ad una finestra, all’interno intravide una sala da pranzo con angolo cottura, tutto in perfetto ordine ed arredato con gusto ma anche singolarmente piccolo, in particolare un grande tavolo centrale era contornato da sei piccole sedie. Biancofiore si guardò intorno, era molto stanca e il posto era meraviglioso, intravide un dondolo con un ampio sedile, si sdraiò sopra e si addormentò.

Quando si svegliò trovò schierati davanti a sé sei ometti alti non più di un metro e dieci, tutti avevano una lunga barba bianca, eccetto uno: l’ultimo della fila. Vestivano una giacca di lana, stretta in vita da una cintura, pantaloni di fustagno infilati un stivaletti di cuoio e, in testa, avevano singolari cappelli conici ognuno di un colore diverso mentre in mano ognuno di loro reggeva un attrezzo da lavoro, chi un piccone, chi un badile, chi una zappa. Erano i sei nani!

Biancofiore si tirò su e si sedette sul dondolo fissando quella fila di gnomi che la guardavano severamente.

“Chi sei ?” le chiese con tono imperioso uno dei nanetti che aveva la barba più lunga degli altri.

“Una principessa” rispose con grazia Biancofiore.

“Andiamo bene” riprese il nano” “ noi siamo tutti repubblicani”.

“ Specie in crisi “ replicò Biancofiore “ perseguitata dalla mia perfida matrigna la Regina Grimilde che ha fatto incarcerare il vostro capo Lamalfotto”.

“Esattamente” rispose il nano “ ma la Regina non ci troverà mai e noi sosterremo la causa repubblicana,… ma piuttosto come mai eri sdraiata sul nostro dondolo?”

“Perchè ero stanca e avevo sonno”.

“Perchè eri stanca e avevi sonno?”

“Perchè era tutto il giorno che cavalcavo nella foresta per sfuggire alla mia matrigna Grimilde che aveva ordinato al guardiacaccia di corte di uccidermi”

Quando il nano udì che anche Biancofiore era perseguitata dalla perfida Grimilde cambiò subito tono e s’informò dei motivi che spingevano Grimilde a far uccidere una così bella Principessa. Biancofiore spiegò che la Regina era gelosa del ruolo che lei, grazie alle fortune accumulate con il gioco d’azzardo, aveva assunto nel mondo finanziario del regno.

I nani rimasero colpiti dalla triste sorte di Biancofiore e ancor più indignati nei confronti della Regina, così decisero di presentarsi.

“Io sono Lunèdio”

“Io mi chiamo Martèdio”

“Io Mercòldio”

“Il mio nome è Giovèdio”

“Il mio Venèrdio”

E infine il nano sbarbatello informò: “Il sono il più giovane e tutti mi chiamano Sabatino”.

“Piacere” disse Biancofiore accennando un inchino “ Io mi chiamo Principessa Biancofiore, ma, se volete, voi potete chiamarmi semplicemente Biancofiore”.

“Lo vogliamo” sentenziò Marcòldio

“ Bene” riprese Biancofiore “ fatte le presentazioni cosa facciamo? Io avrei anche un po’ di fame e dopo vorrei dormire in un letto un po’ più comodo di questo pancaccio dondolante”.

I nani si consultarono rapidamente e decisero che Biancofiore aveva assolutamente ragione: era l’ora di cena!

“Bene,” disse Giovèdio consegnando a Biancofiore un piccolo pezzo di sapone “ vai a lavarti al ruscello, poiché è tutto il giorno che sei a cavallo nella foresta e puzzi, quando ti sarai lavata accuratamente vieni in casa”.

La Principessa non osò replicare andò al ruscello si spogliò e si fece un bel bagno dopo di che, rivestitasi, si avviò verso la casa dei sei nani. Spinse leggermente la porta, si chinò profondamente per entrare e un profumo intenso di zuppa e di arrosto la investì mentre vide tutti i nani sistemati a tavola con un aria piuttosto spazientita come di qualcuno che è costretto, suo malgrado, ad aspettare.

“Era l’ora!” l’apostrofò Lunèdio brandendo una sorta di mestolo di legno mentre Sabatino si agitava sulla sua sedia indicando la parte opposta della stanza. Biancofiore si girò e vide una specie di soppalco dove sotto trovavano sistemazione sei lettini e sopra un bellissimo letto con coperte di seta ricamate con bellissime piante ed animali esotici.

“Ma come avete fatto?” bisbigliò Biancaneve incredula.

Nessuno le diede una risposta mentre Sabatino indicava una sedia, che era il doppio della altre, posta a capotavola. Non rimaneva che sedersi e si diede avvio alla cena.

Le domande che furono rivolte a Biancofiore è impossibile anche solo elencarle, si sa gli gnomi sono esseri curiosissimi, ma la Principessa fu rassicurata, fra le altre cose, del fatto che i nani avrebbero garantita la sua incolumità e che avrebbero potuto sostentarla, infatti, essendo proprietari di una miniera d’oro praticamente inesauribile, avevano accumulato un’immensa ricchezza. Quest’ultima cosa piacque particolarmente a Biancofiore che li giudicò persone sagge e operose nonché istruite e anche particolarmente cordiali anzi proprio gentili e non privi di eleganza e non mancò di tesserne elogi e ringraziamenti per la calda accoglienza che gli avevano riservato e asserì che sarebbe stata molto felice di vivere con loro nella foresta, in quella deliziosa casetta vicino ad una montagna d’oro.  

Facile immaginare quanto i nani furono lusingati dalle parole di Biancofiore così che ognuno volle dimostrarle la propria migliore virtù. L’esposizione, in verità, fu piuttosto monotona, avendo i nani virtù simili, ma Biancofiore seppe apprezzare e alla fine sentenziò: “Miei cari, trovo in voi splendide virtù, tali che non saprei scegliere quale possa essere il migliore tra voi e d’altronde non vorrei scegliere tanto sono grata a tutti per la gentilezza e l’affetto che mi riservate, così, se dovrò vivere con voi, mi occuperò ogni sera di uno diverso di voi, riposandomi la domenica”.

I nani furono affascinati dalla saggezza della Principessa e accolsero con entusiasmo la sua proposta.

I giorni che seguirono furono i più felici che mai si fossero visti nella foresta: la Principessa accudiva con affetto i suoi piccoli ometti e loro accumulavano oro con una rapidità mai vista tanto che nella radura si era formata una montagnola aurea il cui splendore si vedeva da miglia e miglia lontano.

Una sera, a cena, Biancofiore prese la parola e disse: “Miei cari, credo che non possiamo tenere accumulato in giardino tutto questo oro: è una immobilizzazione di capitale che non porta nessun beneficio, io direi di cominciare a venderlo e incassare un po’ di soldi”. Ovviamente gli gnomi furono affascinati dalla pensata di Biancofiore e si chiedevano l’un l’altro perchè non fosse venuta prima in mente a loro un’idea così ovvia, evidentemente la Principessa era molto intelligente.

Fu così che iniziarono ad organizzare, sotto la guida di Biancofiore, un traffico con un regno vicino. La mattina di buon ora portavano consistenti quantità di oro sul mercato ed incassavano consistenti quantità di soldi.

Dopo poco tempo, però, a causa delle loro forti immissioni sul mercato, il prezzo dell’oro cominciò a scendere allora, l’accorta Biancofiore, suggerì di attendere affinchè il prezzo scendesse ulteriormente e quindi, grazie ai soldi accumulati, entrò sul mercato acquistando ingenti quantità di oro così che il prezzo risalì mentre Biancofiore e i sei nani accumulavano tanto oro che non andavano più in miniera se non per organizzare delle cene al fresco anzi ci avevano allestito un cavè con vini eccellenti. Naturalmente quando il prezzo dell’oro fu altissimo Biancofiore iniziò a vendere… e così via.

I bilanci dei vari regni furono messi a dura prova, i vari debiti interni rischiarono di non essere più coperti e primo fra tutti fu colpito il regno del padre di Grimilde esasperando la rabbia della Regina che interpellò il veggente reale che così si espresse: “Mia cara regina tu sei bella e accorta ma in questo regno c’è una più scaltra di te”.

“Chi sarebbe?” inveì la Regina.

“E’ la spina che hai nel core il suo nome è Biancofiore”.

Grimilde andò su tutte le furie, urlando come una pazza convocò il guardiacaccia reale e, sotto tortura, lo fece confessare di aver salvata la vita a Biancofiore, quindi, travestitasi da vecchiaccia venditrice di mele, si fece allestire un cesto di mele avvelenate dalla strega di palazzo e si precipitò nella foresta dove il guardiacaccia gli aveva detto di aver abbandonato Biancofiore.

Cammina, cammina, cammina arrivò nella radura della casa dei sei nani, subito la raggiunse il canto melodioso di Biancofiore che accudiva la montagnetta di oro.

Quando Biancofiore vide Grimilde, ovviamente non la riconobbe, poiché era travestita da vecchiaccia e si preccupò subito di chiederle cosa facesse nel bosco.

“Non vedi? vendo mele” le rispose Grimilde “anzi” aggiunse” sarebbe opportuno, visto che sono arrivata fino a qua, che tu me ne comprassi almeno mezzo cesto.

“Giusto” pensò Biancofiore “ qui la mele non ci sono, chi sa come saranno contenti i nani quando questa sera torneranno dalla miniera”. Detto fatto prese una grossa pepita e la scambiò con l’intero cesto di mele.

Non appena la vecchiaccia si fu allontanata Biancofiore, non resistendo al profumo e alla bellezza di quelle mele, afferrò la più bella, la stropicciò sulla gonna e poi le diede un formidabile morso.

Fu un attimo, Biancofiore crollò a terra, con la mela ancora in mano, e i suoi occhi si chiusero.  

Quando i sei nani tornarono dal lavoro e trovarono Biancofiore sdraiata in terra con la mela in mano compresero subito la situazione e furono presi da sgomento mentre tentavano in ogni modo di rianimarla. Falliti tutti i tentativi costruirono una urna di cristallo e oro e la deposero dentro vestita con il più bell’abito da principessa che si possa immaginare quindi andarono in ogni angolo della foresta ad appendere cartelli che reclamavano la presenza di un Principe Azzurro disposto a rianimare, con un appassionato bacio, una Principessa bellissima. Fu un via vai di Principi Azzurri che non finiva mai e tutti si prodigarono in baci appassionatissimi ma senza alcun risultato tanto che i poveri nani ormai disperavano di poter risvegliare la loro Principessa. Una sera, mentre erano mestamente riuniti a cena, sentirono bussare alla porta. Mercòldio andò ad aprire, era un bellissimo giovane, tutto vestito di nero con in testa un elegantissimo cappello nero sormontato da un’enorme penna nera.

“Chi sei?” chiese Mercòldio.

“Non vedi come sono vestito, sono il Principe Nero” rispose il giovane.

“Cosa vuoi” insisté Marcòldio.

“Sono due giorni che cavalco nel bosco ed ho una fame terribile, potete darmi un piatto di zuppa calda”.

“Entra e vediamo se c’è rimasto qualcosa” .

Il Principe fece fatica a trascinare dentro la piccola casa dei nani tutta la sua bardatura perciò fece prima entrare il cappello e quindi lo seguì. I nani lo fecero accomodare sulla sedia di Biancofiore, gli servirono una grande ciotola di zuppa e Giovèdio iniziò subito ad interrogarlo.

“Perche sei vestito di nero?”

“Perchè sono il Principe Nero come altro dovrei vestirmi?”

“ Ma un Principe Nero è migliore o peggiore di un Principe Azzurro?”

“ Beh i principi Azzurri hanno tutti la testa fra le nuvole, i principi neri hanno i piedi ben piantati a terra?”

La risposta piacque ai nani quindi Lunèdio insistè: “Ma da dove vieni?”

“Da casa mia”.

“E dove vai?”

“A casa mia”.

“Quindi giri attorno?”

“In effetti in un certo senso sì, infatti sto perlustrando il territorio per riportare notizie a mio padre che è Re in un Regno a quattro giorni di cavallo da quì”.

“E come è il regno di tuo padre?”

“Molto ricco”.

La cosa iniziò decisamente a piacere ai nani, così Venèrdio indagò: “Ma tu hai mai baciato una ranocchia che poi si è trasformata in Principessa?”

“Non ci penso nemmeno”.

“Ma una Principessa la baceresti?”

“E’ ovvio, ma perchè mi fate queste stupide domande?”

Prese la parola Giovèdio: “Vedi, noi abbiamo una Principessa addormentata da un maleficio di una strega cattiva ma siamo certi che il bacio di un Principe innamorato la risveglierà”.

“Ma non dite stupidate!” sbottò il Principe Nero mentre la curiosità di vedere questa Principessa si faceva strada dentro di lui.

“Vuoi vederla?” insistè Giovèdio

“Beh ho finito la zuppa andiamo a vedere la Principessa” rispose il Principe.

Lo condussero davanti alla teca che risplendeva di luce e della bellezza di Biancofiore. Il Principe Nero rimase abbagliato e senza parole.

“Dai prova a baciarla” lo incalzò Sabatino tirandolo per il mantello.

Il principe rimase un po’ perplesso poi chiese: “ Ma siete sicuri che poi non si sveglia e mi dà uno schiaffo o chiama il telefono rosa?”

“Ma cosa dici” sentenziò Mercoldio “ nei nostri tempi queste cose non esistono e poi ancora non hanno inventato il telefono come fa a chiamare il telefono rosa?”

“In effetti ha ragione” pensò il Principe, quindi si sganciò lo spadino che consegno a Sabatino, si chinò sulla Principessa e le diede un lungo appassionatissimo bacio. Biancofiore aprì un occhio, poi l’altro e quindi mollò una labbrata al Principe di quelle che si vedono solo nei fumetti e si mise a strillare. Tre nani saltarono su Biancofiore tentando d’immobilizzarla e rassicurarla mentre gli altri tentarono di calmare il Principe che mezzo rintronato sbraitava frasi inconsulte. Rapidamente i bravi nani riuscirono a riportare la calma e a spiegare la cosa a Biancofiore che commossa e colpita dalla bellezza del Principe lo abbracciò e ricambiò il bacio. Fu amore a prima vista.

Di lì a poco il Principe Nero tornò a prendere Biancofiore con il suo cavallo nero per condurla nel suo Regno e sposarla. Inutile dire che i nani divennero tutti dignitari di corte e che fecero una società con Biancofiore e il Principe che per lunghi anni condizionò tutti i mercati consentendo a loro e alla famiglia reale di vivere felici e contenti in un regno prospero.


Bio – Luca Cianti:

Nato a Sant’Agata Mugello (Firenze) nel 1958, veterinario specialista in igiene degli alimenti, dirige i servizi veterinari e di sicurezza alimentare USL a Firenze. Ha al suo attivo oltre quaranta pubblicazioni sui vari aspetti dell’igiene alimentare e mantiene collaborazioni con università italiane dove svolge attività d’insegnamento ai corsi di specializzazione in Igiene degli alimenti di origine animale. Da molti anni si occupa di storia della veterinaria ed è autore sia di monografie che di numerosi contributi a congressi in Italia e all’estero.

 
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