L’Armatura – Fulvio Di Lieto

Dalla finestra del suo ufficio, il commissario Perticari poteva spaziare con lo sguardo su tutta la città, fino alla collina dello Zodiaco, e spostando la visuale leggermente a sinistra indovinare la linea del litorale marino dove il cielo stava lentamente scolorando nei toni ocra e viola del tramonto. In fondo, pensava, poteva godere di una vista migliore nel posto di lavoro che a casa sua. Vide davanti a sé con l’immaginazione la cupa scenografia dei casermoni in cui era costretto a vivere con sua moglie e il loro unico figlio. Tempi magri per un funzionario pubblico, resi ancora piú amari dalla crisi del petrolio, dall’aumento di pane, pasta, latte, insomma dei cosiddetti beni di prima necessità. Per non parlare dei problemi di sicurezza, resi ancora piú acuti dal degrado dei rapporti sociali. La miseria, le bollette, i consumi indotti non venivano piú affrontati con la rassegnazione e la pazienza di un tempo. Chi in passato era disposto a sopportare per paura della legge, per l’inferno minacciato dalla religione, per una consuetudine morale atavica, ora si ribellava. Le truffe, gli scippi, le piccole e grandi rapine, i famosi inghippi e imbrogli tanto cari alla letteratura nazionalpopolare e al cinema verista degli anni Cinquanta, ora erano la prassi comune. Chi era in grado di scavalcare un muro, di arrampicarsi lungo una grondaia, di manomettere un allarme, chi aveva tanta agilità e destrezza nelle dita e nelle gambe da eludere ostacoli, sfilare portafogli, seminare inseguitori, al peggio ingaggiare una colluttazione, insomma chi poteva delinquere, lo faceva senza alcuna remora, magari scivolando nello squallore e nella meschinità del piccolo furto consumato al supermercato per rubare una scatoletta di tonno, come era accaduto pochi giorni prima al quartiere Aurelio. Solo che l’autore del furto, un povero anziano maldestro, si era fatto cogliere con le mani nel sacco, e tale era stata la vergogna da restarne fulminato per un infarto. Caso raro, poiché furti, scavalchi, effrazioni e raggiri restavano il piú delle volte sconosciuti e impuniti. Si era arrivati al punto che la gente, avendo sperimentato l’inanità della polizia e dei carabinieri, non per incapacità o accidia ma per semplice inadeguatezza di organici, neppure denunciava le azioni criminose. E a tutto questo si dovevano aggiungere le aggressioni gratuite per la strada a opera di drogati e bulli, e se si riuscivano ad evitare la violenza e la follia umana, poteva capitare di dover cedere alla brutalità della prepotenza meccanica, venendo investiti da moto e automobili che non rispettavano ormai piú le strisce e neppure si fermavano al rosso del semaforo.

Insomma Perticari, meditando sul livello di degrado cui era arrivata la società dell’Urbe, ma lo stesso avveniva anche nei paesini del Trentino e delle Madonie, si chiedeva se non era giustificabile il comportamento di chi si muniva di allarmi sofisticati, ovviamente potendolo economicamente, addestrando molossi, dogo argentini e pitbull per difendere i propri averi, anche in questo caso avendone la disponibilità economica e amando quelle strane bestie aggressive, oppure mettendo inferriate da Castello d’If alle finestre, o lasciando liberi per casa serpenti a sonagli indiani o vipere cento passi del Congo, come aveva fatto un tizio nella sua villa a Frascati, dopo aver subíto veri e propri traslochi forzati messi in atto da una banda di nomadi.

Un quadro agghiacciante, concludeva Perticari, distogliendo lo sguardo dal panorama che andava perdendo i suoi contorni, sfumando nel grigiore della sera imminente e riportandolo sul volto eccitato del suo subalterno che era appena entrato.

«Questo, commissario, non se lo deve perdere» stava dicendo con foga la guardia.

Prima che Perticari avesse il tempo di reagire, nella luce della porta si materializzò un essere da incubo spaziale come quelli dei film di fantascienza: un robot, un alieno scafandrato.

«Ecco – disse la guardia – è lui».

«Lui chi?» chiese Perticari, incerto se ridere o uscire dai gangheri.

«Giustino Liberàti, all’anagrafe» informò la guardia, tendendo al commissario la tessera sanitaria dell’alieno. Perticari controllò rapidamente, poi si rivolse al robot, che volle ripetere le proprie generalità attraverso il casco munito di un’ampia visiera in plexiglas. Ma tutto quello che si produsse fu un gorgoglio confuso, e il vetro si appannò.

«Spogliatelo!» ordinò Perticari.

Due guardie tentarono di sgusciare l’alieno, ma non ci riuscirono. Lo scafandro era inattaccabile.

«Liberàti – intimò il commissario accostandosi il piú possibile alla visiera di plexiglas – non mi complichi la vita. Si tolga questa armatura!».

L’alieno obbedí. Premette un circoletto rosso disegnato sul petto dello scafandro che si aprí sul retro dall’alto in basso. Liberati ne uscí, restando solo col casco. Si tolse anche quello e lo tenne a giustacuore come i cavalieri antichi reggevano il cimiero. L’armatura era rimasta dritta in piedi e faceva un effetto strano. Pareva proprio l’enorme guscio vuoto di un fagiolone, con la sola differenza di cavetti e circuiti che lo rivestivano all’interno. Perticari si avvicinò per esaminarlo.

«Vuole provarlo, commissario?» disse con garbo Liberati.

«Non mi faccia ridere, e si segga!» reagí il poliziotto.

L’alieno, ridotto alla sua modestissima realtà umana, eseguí. Poggiò il casco sulla scrivania e disse: «Credo di doverle delle spiegazioni…».

«Sarebbe il minimo» replicò il commissario, sedendosi anche lui dietro la scrivania. Si rivolse poi alle due guardie: «Appendete quel guscio all’attaccapanni… Fa impressione a vederlo cosí in piedi».

Liberati scattò su: «No, la prego, commissario, faccio io. Lui può sedersi come le persone». Prima che le due guardie agissero, prese il guscio eretto, lo piegò con una leggera pressione, riducendolo a una sorta di zeta, e lo mise a sedere con delicatezza sull’altra sedia davanti alla scrivania.

Una delle guardie fece per intervenire, ma il commissario con un gesto lo bloccò. «Lascia perdere, Zarrillo – disse rivolgendo alla guardia uno sguardo allusivo allo stato mentale di Liberati – ci penso io. Potete andare».

Uscite le due guardie, Perticari si trovò a interloquire con una persona in carne e ossa, chiaramente dissociata, e con un manichino decapitato, che però sedeva composto e compunto, con le braccia abbandonate lungo la sedia. Usò un tono conciliante: «E adesso, Liberàti, mi spieghi come mai se ne va in giro per la città conciato in quel modo».

«Ecco, vede, commissario, io abito nel nuovo centro residenziale della Campagnola, sa quel complesso abitativo sulla Salaria, poco distante dal Tevere…» fece una pausa e rivolse uno sguardo interrogativo al commissario.

Questi disse sbrigativo: «Sí, sí, ho capito… Vada avanti!».

«Ebbene, quando ho acquistato la casa, due anni fa, il complesso era stato ultimato da poco, e sembrava di stare in Svizzera. Tutta campagna verde, dalle colline di Settebagni e Monterotondo fino al Tevere. La gente veniva a raccogliere rucola e asparagi…».

Perticari fece ruotare l’indice nell’aria sollecitando con uno sguardo severo di stringere il racconto.

«Ha ragione, mi scusi… Dicevo che all’inizio era un idillio. Ma durò appena pochi mesi. Poi, era come se tutti i cani randagi della regione si fossero dati appuntamento alla Campagnola».

«Come mai? Non c’erano i recinti protettivi intorno al complesso?».

«Sí, ma i cani non entravano nel complesso, si aggiravano in branchi appena fuori».

«Non capisco… cosí, senza un motivo…».

«Eccome se c’era, il motivo… I bidoni della spazzatura!».

«Ma non erano all’interno del complesso?».

«Già, è quello che tutti noi inquilini dicevamo agli addetti alla raccolta. Ma quelli replicavano che il complesso era privato e che loro non potevano raccogliere all’interno. Ci fu un tira e molla che durò un paio di mesi. Poi, alla fine, la ebbero vinta loro e i bidoni restarono fuori dell’ingresso principale».

«E allora?».

«Allora, caro commissario, chi usciva, anzi chi esce tuttora, a piedi dal complesso, e io sono uno di quelli, per prendere l’autobus alla fermata distante trecento metri, deve affrontare i branchi famelici dei cani randagi, che poi sono anche grossi e arrabbiati. Lei capisce, sono gli animali che la gente prende per sfizio e poi abbandona, e quindi, povere bestie, sono inferociti verso la razza umana, vorrebbero mangiarsela a morsi…».

«Non esageriamo!» esclamò tra il serio e il faceto Perticari, commiserando mentalmente Liberati.

«Eh, mi sembra, caro commissario, che lei non mi prende del tutto sul serio, ma bisogna esserci dentro una situazione per capirla veramente! Vorrei vedere lei uscire dalla Campagnola e affrontare quelle bestie ritornate al regime di predazione naturale… Un incubo! E poi… – proseguí Liberati – sono arrivati i clandestini».

«Anche!».

«Già, anche loro. E hanno fatto di tutto per rendere la zona pericolosa a tutte le ore. Scippi, furti, aggressioni. Una terra di nessuno. L’armatura, lei capisce, in quelle particolari condizioni non è piú una bizzarria ma una necessità».

Perticari intervenne, e intanto girava le pagine di un voluminoso dossier: «Ma lei, caro Liberati, aveva già fatto parlare di sé. Lo vedo da questi atti a suo carico, quando abitava in un quartiere tranquillo e signorile come il Trieste Salario. Gente educata, non incline alla delinquenza. E poi, per quanto ne so io, molti anziani, persone innocue, quanto di piú sicuro lei avrebbe potuto aspettarsi… E invece, da questi rapporti, vedo che anche lí non si è dato pace. Ecco – trasse dalla cartella del dossier una foto e la porse a Liberati attraverso la scrivania – mi può spiegare cos’è questo?».

«Oh, ma quello è Robopet!» esultò Liberati prendendo la foto dalla mano del commissario e guardandola con una specie di trasporto amoroso. Restituendola a Perticari, soggiunse estatico: «Avrebbe dovuto vederlo quando lo portavo a spasso!».

«Immagino – fece laconico il commissario – un vero spasso!…».

«Pensi, commissario, che questo robot lo avevo ordinato attraverso internet in Giappone».

«Lei, se ho ben capito, usciva di casa portandosi dietro questo coso al guinzaglio!».

Liberati con garbo ma con fermezza reagí: «Non lo chiami coso, la prego. Robopet era molto piú di un cane, a parte beninteso il costo».

«Perché, quanto lo aveva pagato?» chiese il poliziotto.

«Milleottocentocinquanta euro, piú le spese postali».

Perticari emise un sottile fischio: «Caspita, una bella cifra per un giocattolo meccanico!».

«Giocattolo? Ma lei vorrà scherzare! Robopet era, anzi è, perché lo fanno ancora e lo vendono soprattutto nei Paesi nordici, un vero portento dell’elettronica di ultima generazione. Se mi concede qualche minuto del suo prezioso tempo, le spiego come funziona».

Perticari meditò un attimo. Che fare? Assecondare il nevrotico che gli stava davanti o farlo buttare fuori dall’ufficio affibbiandogli una multa dopo una diffida? Poi decise per la clemenza, visto che di fronte aveva in definitiva un ameno cervello desideroso di sfogarsi. E a lui, dopo tutte le citazioni, multe, denunce per scippi, abbordaggi, sordide manfrine della vita metropolitana sempre piú vicina a Sodoma e Gomorra, un personaggio quasi angelico per il suo candore forse avrebbe risollevato il morale…

«Va bene, non la prenda per le lunghe, però, fuori c’è gente che aspetta».

Il viso di Liberati si illuminò. «Vede, commissario, il Robopet, ossia il cucciolo robot, è una specie di cane meccanico, come quello descritto nel famoso romanzo Fahrenheit 451» si fermò per scrutare la faccia impassibile di Perticari. Domandò: «Lei lo ha letto?».

La faccia dall’impassibilità passò al diniego imbarazzato.

Liberati proseguí: «Ebbene nel romanzo si parla di un segugio, elettronico piú che meccanico, che agisce dietro impulsi chimici con dei meccanismi calcolatori fissati a qualunque combinazione, tanti aminoacidi, tanto zolfo, tanti grassi e sostanze alcaline… Sto citando il libro».

Perticari ebbe un gesto irritato. «Non scenda nei dettagli… Stringa!» e strinse due volte entrambe le mani a pugno.

«D’accordo, commissario, sarò breve».

«Ecco, bravo!».

«Come stavo dicendo, anche Robopet agiva, cioè agisce, per sollecitazioni date dai sensori tattili che sono inseriti nel suo corpo, essendo all’esterno in tutto e per tutto simile a un cane vero. Infatti la sua pelle è formata da materiale soffice, una sfera di neoprene. Toccando l’oggetto, ossia il cane elettronico, il sensore tattile invia segnali elettrici alla parte flessibile che si traduce in energia elettrica, producendo la percezione tattile. Tale sensibilità tattile è importante nelle interazioni del robot cane con gli esseri umani».

«Non mi vorrà dare ad intendere che quella specie di cane si comportava, cioè si comporta, come un animale vero?». Perticari si era proteso in avanti col busto, come se volesse alzarsi di scatto dalla sua poltrona.

«Ma certo, commissario. Il Robopet scodinzola, muove la testa, socchiude gli occhi…».

«E abbaia anche?».

«No, ecco, questo no, non lo fa, per fortuna. È un cane quanto mai discreto. Emette solo una specie di piccolo guaito di piacere se viene accarezzato…».

«Guaito di piacere» ripetè Perticari scuotendo la testa e riappoggiandosi allo schienale della poltrona.

«E dice niente – proseguí Liberati – un cane che non abbaia. Adatto a chi studia, a chi deve concentrarsi…».

«E lei girava con un simile pupazzo cosí per le strade del suo quartiere?».

«Non solo, andavo spesso al centro. Mi hanno anche fotografato e ripreso alla Tv. Dovrebbe essere tutto nel mio fascicolo, guardi!».

Perticari sfogliò la pratica e finí col trovare una foto in cui si vedeva Liberati sullo sfondo della Scalinata di Trinità dei Monti tenendo al guinzaglio il suo patetico cane elettronico a sensori tattili.

«Vedo, vedo…» dovette ammettere pensoso.

«Il corpo del Robopet – aggiunse Liberati, agitando l’indice verso la foto che il commissario teneva leggermente sospesa davanti a sé – ingloba tutta l’elettronica piú sofisticata per il suo funzionamento. Rilevatori di pressione, di temperatura, e reagisce agli stimoli esterni esattamente come un cane in carne e ossa

«E non abbaia…» aggiunse ironico Perticari.

«Sí, è proprio cosí, non abbaia, ma soprattutto, caro commissario, non sporca. Niente escrementi per le vie. Mentre, dove abitavo io, al quartiere Trieste Salario, certe strade, specie quelle piú appartate, erano, anzi sono, perché non credo proprio che le cose laggiú siano cambiate, dei veri gabinetti per cani. E passi per gli animali di piccola taglia, ma certi mastini e alani, persino dei maremmani, lasciavano, anzi lasciano, ne sono certo, delle vere montagne…».

«Ma è disgustoso!» si lagnò Perticari, agitandosi sulla poltrona.

«Certo, ha detto la parola giusta, disgustoso, e soprattutto incivile da parte dei proprietari degli animali!». All’improvviso Liberati si bloccò, come se fosse stato inchiodato da un pensiero tremendo. Rivolse uno sguardo obliquo e circospetto al suo interlocutore. Chiese guardingo: «Non avrà per caso anche lei un cane?».

Perticari agitò le mani a ventaglio davanti a sé. «Per carità – reagí in tono energico – ci mancherebbe anche questo! Mia suocera ne ha due, e ogni tanto ce li lascia per qualche ora. Un inferno… Per fortuna se ne occupa mia moglie».

«A lei ci vorrebbe un Robopet!» insinuò faceto Liberati.

Gli occhi del commissario lampeggiarono. Chiese: «Ma che ne ha fatto poi del suo cane meccanico?».

L’altro emise un lungo sospiro, poi rispose: «Quando ho cambiato casa l’ho portato con me. Ma in una delle passeggiate è stato avvicinato da una muta di cani che forse volevano inserirlo nel branco, e non ricevendo la risposta che si aspettavano l’hanno ferocemente assalito e fatto a pezzi». Sospirò ancora e aggiunse: «Avrei dovuto pensare a una piccola corazza anche per lui!».

«Non aggiunga altro, Liberati! Ma questa intanto, la requisisco io. Non può andare in giro conciato in quel modo!». Chiuse il dossier e premette il pulsante sulla scrivania. La guardia entrò e si piantò accanto a Liberati, come per chiedere istruzioni.

«No, no – chiarí sbrigativo il commissario – lo lasciamo andare. Basta una diffida. Gliela faccia firmare e se ne liberi». Guardò perplesso chi gli stava davanti e appariva stupito, interdetto. Poi proseguí, in tono conciliante: «Del resto lei la libertà ce l’ha nel nome, nomen omen, come dicevano i Latini…» si fermò un attimo a riflettere, meravigliato lui stesso di quella citazione, che gli era venuta cosí, emersa dalle profondità del corredo scolastico.

Liberati salutò e si avviò lentamente dietro alla guardia. Improvvisamente si fermò e diede un ultimo sguardo al guscio vuoto, seduto davanti alla scrivania. Si sentí nudo e senza difese per affrontare gli attacchi di un mondo ostile e pericoloso. Chissà, pensò allontanandosi, forse quel nuovo tipo di tuta in neoprene che aveva visto ultimamente in internet avrebbe, almeno in parte, potuto proteggerlo…


Bio – Fulvio Di Lieto:

Nato a Minori, un villaggio marinaro e rurale sulla Costa d’Amalfi, poco dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e quattro anni prima che il Vesuvio smettesse di fumare e cadesse in letargo.

A quel tempo, i mulini erano veramente bianchi – il paese ne contava una trentina, attivando un florido indotto di lavorazione della pasta – le lucciole brillavano nelle notti estive, fiumi e torrenti bisbigliavano e cantavano, come le onde marine e le sirene che le cavalcavano. Ovunque i suoi occhi guardassero era favola e incanto, e i numi tutelari di ogni cuore innocente abitavano tra gli uomini. Poi apparve, attorcigliato a un albero di limoni, il Serpente primigenio che, flautando antiche seduzioni, propose un baratto: lucciole, mulini e sirene contro maxiburger, discoteche e fondi bilanciati. Sembrò allora un buon affare, ma col tempo doveva rivelarsi un rovinoso inganno. Volendo perciò riscattare i valori perduti nella fraudolenta transazione, Fulvio Di Lieto scrive da molti anni poesie, racconti e romanzi, con lo scopo di recuperare di quei beni svenduti l’intima essenza e l’universale qualità, rievocando di quella realtà, priva di ossessive cadenze, le prodigiose atmosfere. Con il suo impegno egli tenta soprattutto di contribuire al ripristino della compromessa armonia tra uomo, natura e divinità, su cui dovrà fondarsi l’ordine ultimo del mondo.


In tutta l’opera dell’autore, poetica e letteraria, è avvertita la necessità di rivalutare il sentimento sacrale dell’esistenza e di proporre una sublimazione dei modi del vivere attraverso la capacità armonizzante della parola. Il contatto con una natura recuperata ai suoi valori di integrità diventa quindi una liturgia essenziale alla realizzazione di tale progetto.
Fulvio Di Lieto ha molto viaggiato all’estero, soggiornando in Inghilterra, Francia, Germania e India. Da queste esperienze ha tratto la maturità e la presa di coscienza delle realtà umane e sociali che ha poi trasferito nel suo impegno culturale e artistico.


È Direttore Responsabile del periodico L’Archetipo di Roma.
Presso circoli culturali e istituti scolastici ha tenuto conferenze sul tema “Valore e capacità trasfigurativa della parola”.
Per la sua attività di poeta e scrittore ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui: Gran Premio Città di Roma, Città di Palestrina, Premio l’Emigrante di Pratola Peligna, Nazareno di Roma, Sant’Eligio Città di Bari, Montesacro di Roma, Premio speciale Coppedè di Roma.

È stato insignito del titolo di benemerito della Città di Minori.

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