Le Mani di Cuor di Vite – Luigino Vador

«Dov’è papà?», chiedevo continuamente a mamma, fin da metà pomeriggio, voglioso che lui arrivasse presto dai campi. Ero piccolo, non andavo ancora a scuola, e il desiderio di stare con papà era alquanto legittimo e naturale, specialmente perché lo avevo per me solo la sera. Di lui mi era già noto il suo odore quando mi stringeva nel suo braccio e le sue mani, enormi, sproporzionate rispetto al resto del suo corpo, seppur che era alto, snello, dritto e slanciato come un giovane pioppo che tende alla conquista del cielo.

Mi piaceva quando la sera giocava con me a rimpattino. Lui chiudeva il mio pugnetto all’interno della sua mano, che, enorme com’era, riusciva perfino a chiuderla, nascondendolo completamente. Poi poneva i suoi pugni chiusi uniti davanti al mio viso e mi chiedeva di indovinare quale dei due racchiudeva il mio. Pur vedendo su quale dei suoi due pugni usciva il mio esile braccino, non sempre riuscivo a indovinarlo, tanto era grande l’emozione che provavo a stare accanto a lui, che, con la sua figura, dominava tutta la scena.

Il gioco che mi piaceva di più era esplorare le sue mani, aperte dinanzi a me, che lui chiamava “La carta geografica della mia vita”. Di ogni piccolo segno, cicatrice, callo, mi raccontava la storia e l’evento che lo aveva generato, e quelle mani ne erano piene di storie! Trascorrevamo ore a fare questo gioco, e per me, era bellissimo. Dai suoi racconti uscivano delle storie che, seppur vere, erano per me così straordinarie che mi parevano fantastiche e, quando vinto dal sonno, la testa mi cadeva sul suo petto, lui faceva un segno con il lapis sul punto della mano dove era arrivata la storia, assicurandomi che l’indomani, avrebbe ripreso il racconto della storia da quel punto.

Io, le sue storie le continuavo nei sogni, e poi, la sera successiva, confrontavo se il proseguimento del racconto di papà, corrispondeva al sogno che avevo fatto. Però, quando lui ricominciava il suo racconto, mi entusiasmava così forte, che quando mi chiedeva se corrispondeva al sogno che avevo fatto, io gli rispondevo di sì e lui allora si alzava in piedi, nell’imponenza della sua statura, alzava le mani che andavano fino a toccare il soffitto della stanza e, con la voce grossa, esclamava:

«Ma allora tu sei un mago!».

In verità, mi concentravo così forte per ascoltare il suo racconto, che automaticamente cancellavo il ricordo del sogno, per far posto all’ultimo che raccontava.

Nei suoi racconti spesso usava la parola “guerra”, riferita a diversi segni, spesso cicatrici, disseminate numerose nelle sue mani. Io incuriosito gli chiedevo cosa voleva dire quella parola, ma lui faceva finta di non sentire la mia domanda e proseguiva con un altro episodio. Di fronte alla mia insistenza di spiegazioni, una sera mi disse: «La guerra è la peggiore cosa che possa fare l’uomo, è molto brutta e non si deve mai fare! Punto!», interrompendo la frase quasi con rabbia e la voce dura. Mi resi conto che, solo per il fatto di aver dovuto dare quella semplice spiegazione, lo aveva turbato, perché si era messo a sfregarsi le mani con forza, ed essendo cosparse di calli e cicatrici rugose, nel silenzio, emettevano un rumore simile alla macina del mulino, che udivo, quando mi portava con lui a macinare il granoturco per trasformarlo in farina per la polenta o a macinare il frumento per fare il pane.

Esplorando le sue enormi mani, m’impressionavano i dorsi delle sue mani: grosse vene in rilievo a fior di pelle ramificavano tutta la superficie, e, quando le chiudeva a pugno, mi faceva osservare che s’ingrossavano e pulsavano. Io gliele sfioravo incuriosito e lui mi spiegava che così potevo sentire le vibrazioni del sangue che scorreva dentro.

Una sera aveva potato a casa dalla vigna una grande foglia di vite e mi aveva fatto osservare, come anch’esse avevano le stesse ramificazioni in rilievo, dove non scorreva il sangue, ma la linfa che aveva la medesima funzione del sangue per le persone. Da quel giorno, chiamai le mani di papà, “Mani di vite”.

Crescendo, capii presto che papà, non aveva solo le “mani di vite”, ma anche il cuore!

Le viti in realtà erano, e sono state, la sua passione più forte: immensa!

Le curava con dedizione e competenza, che definirle esagerate non è una forte riduzione della realtà. Passeggiava a lungo ogni giorno tra i lunghi filari del vigneto, osservando meticolosamente ogni pianta e, al minimo segnale che qualcosa non gli sembrasse a posto, si fermava per analizzare e approfondire la situazione per adottare tutti i provvedimenti necessari.

La sua conoscenza delle viti era nota a tutti nel circondario e spesso lo chiamavano per dei consulti su problematiche che lui, felice, cercava di risolvere.

In testa a ogni filare, aveva piantato delle rose di vari colori che, abbellivano la vigna, e lungo i filari aveva piantato anche degli alberi di pesche, perché affermava: «Donano il loro aroma al vino!»

In ogni filare aveva piantato una diversa qualità per produrre vini di più gusti che soddisfacessero i gusti di tutti. Ogni tipo di vite aveva esigenze di cure accurate e diverse, che papà applicava scrupolosamente. C’erano qualità di vite forti e resistenti che praticamente non abbisognavano di niente, mentre altre piante delicate invece necessitavano di assidue cure per riuscire a farle produrre uva di qualità.

Papà ad ognuna delle piante dedicava la sua massima attenzione e parlava con loro come se fossero amici con cui si conversa senza nessuna reticenza. Lui assicurava loro che la cura che aveva intrapreso, le avrebbe guarite e avrebbero prodotto buon frutto.

La cura che dedicava alla vendemmia e al vino, non era di meno. Botti e tini erano curati al massimo della perfezione possibile e non di meno la filtrazione e i travasi del vino.

Mamma invece era la sua consulente per la qualità, a dire il vero, un poco partigiana. A ogni nuova vendemmia papà le faceva assaggiare il vino novello appena lo spillava da ogni botte quando faceva i travasi e i rabbocchi.

Mamma aveva una sola risposta, sempre uguale un anno dopo l’altro:

«È migliore di quello dell’anno scorso!»

Col passare degli anni, papà fu costretto ad abbandonare il lavoro della coltivazione dei cereali, ma non ce la fece a rinunciare a privarsi della vigna.

Nel tempo che gli rimaneva disponibile, si costruì immediatamente un hobby adatto alle sue caratteristiche: potare le viti c’erano nei campi dei dintorni. Appena il “bonsarpì” iniziava a cantare, segnale inequivocabile che la stagione propizia alla potatura era iniziata, papà iniziava dalla sua vigna, poi si allargava nei campi vicini e continuava a potare fino alla fine della stagione.

Ogni santo giorno, partiva a mattina presto, pedalando felice sulla sua mitica Legnano nera e rientrava solo la sera. Per non perdere tempo a rientrare per pranzo, si portava appresso in una sporta il desinare del pranzo che consumava in compagnia tra le viti.

Tutto il circondario, si trovava così le viti potate da “cuor di vite”, come ormai lo chiamavano tutti con molto rispetto e riconoscenza.

La passione che metteva nel potere le vigne degli altri era la stessa che applicava alla sua, anzi, di più! Dove trovava fosse necessario qualche intervento supplementare di cure a sostituzione di piante, si recava dal proprietario, informandoli di quanto aveva osservato.

Il suo hobby, durò dieci anni, fin quando, a causa di una malattia agli occhi, purtroppo divenne cieco assoluto.

Il bene che volontariamente e con massimo piacere aveva donato, gli fu compensato dalla continua compagnia che tutto il paese gli tributò.

Quando qualcuno si avvicinava alla sua porta di casa, lui lo riconosceva dalla voce e dal tipo di camminata e, appena entravano in casa, lui chiedeva per primo come stavano le loro viti, come se fossero state dei membri della famiglia.

Quando all’inizio di primavera il “bonsarpì” cantava di nuovo, se era solo, montava sulla sua cyclette, che teneva in casa e pedalava contando le pedalate che servivano a raggiungere un determinato campo per potere le viti e continuava nei giorni seguenti, ricordandosi bene di quante giornate gli servivano per potare quella vigna, prima di trasferirsi in un’altra.

Così, anche virtualmente ha continuato a potere tutte le vigne del circondario, sorretto dal suo “cuore di vite” e quando nelle giornate calde si sedeva in cortile all’ombra del grande noce, raccontava che subito arrivava sul noce il “bonsarpì” a salutarlo con il suo canto.

Lui era diventato un nonno felice ed io adulto. Mamma non c’era più e, per la sua cecità, ogni scampolo di tempo libero dal lavoro, correvo da lui con la nipotina che amava tanto. Quando eravamo assieme, ci tenevano strette le mani per trasmetterci meglio l’un l’altro la nostra presenza e in nostro affetto reciproco e con la nipotina, meravigliata a sua volta delle sue enorme mani, era venuto il momento di riprendere il suo racconto di come si era procurato le tante ferite che costellavano le sue mani. Restavo incantato nell’osservare il ripetersi degli stessi giochi che io avevo fatto con papà. Stesse movenze, stesse parole, stessa semplice felicità, stesso amore.

Quando ero solo con lui, ci tenevano strette le mani e lui aveva cominciato a raccontarmi delle ferite di guerra, spiegandomi, con trasparente lucidità, fino nei minimi particolari, quando gli era successo. Lo narrava, però, perdendo lo guardo di serenità che sempre aveva e diventando cupo e, dopo un po’, diceva che era meglio smettere e riprendere una prossima volta perché il ricordo lo rattristiva.

Stando assieme a lui, avevo notato che quando aveva le mani libere, le muoveva come se stesse potando le viti: con la destra faceva il movimento di chiudere le dita come stesse adoperando le forbici per tagliare i tralci e la sinistra la ruotava su se stessa come stesse modellando un tralcio per piegarlo e legarlo ai fili di ferro del filare.

La passione per le viti era talmente entrata in lui che si era impossessata anche dei suoi movimenti e quando gli chiedevo cosa stesse facendo con le mani, il suo viso improvvisamente si faceva sorridente e mi diceva che stava nella vigna a potare le viti, ma ne potava poche al giorno, in modo che la potatura durasse tutto l’anno!

(…) Ora papà non c’è più e quando in primavera sento cantare il “bonsarpì, che ho imparato a riconoscere anch’io, mi sembra ancora di annusare nell’aria l’aroma dell’odore di papà, di quando mi teneva in braccio e racchiudeva i miei pugnetti dentro le sue grandi “mani di cuor di vite”.


Bio – Luigino Vador:

Nato a Varmo (UD), ha all’attivo le seguenti Pubblicazioni: “All’ombra della meteora”- “Il coraggio di amare” – “Un quarantotto” – “Contenti con un po’ di niente” – L’aroma dello spino nero” – “Opzione italiani” – “I fiori del sole”- “Oltre la finestra” – “Il maestro di violino” – “Echi dell’anima” – “Una questione di cuore” – “Ai confini dell’infinito” – “Padre volevo darvi del tu”- “L’ultima stazione” – “Meta” – “Il camioncino blu” -“Frammenti emozionali” – “Gioia Luminosa”- “Senza ritorno” – “ Goodbye New York”.
In concorsi italiani ed esteri ha ottenuto 260 riconoscimenti, con 34 primi posti, 28 secondi e 19 terzi. Nel 2008 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e nel 2014 la Laurea H.C. in letteratura. Nel 2017 ha avuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 
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Un commento

  1. Una storia semplice resa interessante da immagini pittoriche ed espressive, in cui l’amore per la natura e quello tra padre e figlio si fondono fino a compensarsi reciprocamente.

     

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