Come delle Bestie Feroci – Federico Berlioz

Prefazione

 

“Poena constituitur in emendationem hominum”

(La pena è stabilita per il miglioramento degli uomini)

La massima, del giureconsulto Paolo, esprime la concezione della pena in funzione rieducativa, e non meramente afflittiva. L’evoluzione della pena nel tempo, infatti, ci consente di attribuirle oggi anche un contenuto di rieducazione e una finalità di miglioramento. Questa moderna concezione della pena è stata accolta dalla Costituzione italiana, la quale dichiara che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato.

 

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“Quanto maggiori sono la mia esperienza e la mia conoscenza della natura umana, tanto più mi convinco che la gran parte degli uomini è puramente animale.”

 Henry Morton Stanley, 1887

COME DELLE BESTIE FEROCI

 

Quando arrivai al carcere di massima sicurezza di Borghi in Lombardia, venni accolto con una “festa di benvenuto.”

Il secondino, all’ingresso dell’Istituto, mi rivolse un sorrisino rapace.

Fui portato subito in magazzino e denudato, i miei occhi si fissarono vuoti e assenti sulla parete di fronte a me, mentre mani invasive avvolte in guanti di lattice, violavano la mia intimità. Praticamente mi tolsero, oltre alla dignità, tutto quel poco che avevo nel borsone da viaggio.

I secondini urlavano e offendevano, con aggettivi sconci e osceni rivolti ai propri familiari per provocare delle reazioni, quantomeno ci speravano.

Mi ordinarono di fare delle flessioni, e dopo le foto e aver preso le impronte digitali, mi condussero in una cella di isolamento. La finestra era priva di vetri, nonostante la notte facesse ancora freddo, il materasso di gomma piuma, sporco e pieno di bruciature di sigaretta, era l’unica concessione, niente lenzuola e coperte, il lavandino gocciolava ed era coperto di una sostanza di colore bruno-rossastro che si formava per ossidazione con l’esposizione all’aria e all’umidità.

 

In questa cella ho contratto i pidocchi e le pulci, infatti, dove ero stato allocato era la cella che di solito, veniva usata per i nuovi giunti, extracomunitari, barboni e tossicodipendenti in crisi di astinenza, quindi, non veniva mai lavata, se non di rado.

In finale a chi interessava pulirla?

Il cibo era scadente ed esageratamente razionato, la notte mi impedivano di dormire accendendo continuamente la luce o sbattendo le chiavi sul blindato, nella cella non c’era riscaldamento e nemmeno la televisione.

I festeggiamenti di benvenuto, erano una celebrazione molto sentita al carcere di Borghi, ragione per cui, potevano durare per molti giorni.

Mentre aspettavo che si spegnessero gli echi dei “festeggiamenti”, rivolsi la mia attenzione al problema che mi stava più affliggendo, le Pulci e i Pidocchi.

Portavo avanti, con stoicismo, la mia battaglia contro di loro. Ma sentivo che stavo perdendo la guerra.

 

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Il penitenziario di Borghi è stato aperto nel 1987, ospita, mediamente, circa 1.400 detenuti, in prevalenza definitivi con pene residue superiori a cinque anni, le celle, originariamente dovevano essere singole, ma con il sovraffollamento si arrivava anche a tre o quattro detenuti per cella.

Questo Istituto è caratterizzato, anche, dalla forte presenza di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, separati dal resto della popolazione detenuta, e di detenuti affetti da patologie molto gravi per la presenza interna di un CDT.

Si propone come Casa di Reclusione con un trattamento delle attività scolastiche, lavorative, di formazione professionale, culturali, artistiche e sportive.

Questo è quanto scritto sulla carta.

In realtà è un luogo molto afflittivo.

 

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Ho trascorso diversi mesi a contare i rumori che percepivo dalle tubature, pur di non impazzire e di mantenere il cervello attivo, aspettavo quei momenti come se fossero dei momenti piacevoli.

Le autorità carcerarie, hanno sempre mostrato un vero disprezzo verso i detenuti che applicavano il proprio ingegno per imparare qualcosa col sussidio di libri o codici, e metterlo a disposizione dei compagni di detenzione, spesso, scoraggiando lo studio con trasferimenti pretestuosi. Un detenuto buono, per loro, deve saper scrivere soltanto la propria firma su un modulo prestampato e, se prende l’iniziativa di esporre un reclamo avverso queste “ostative”, deve fare i conti con la probabilità di subire un pestaggio o perfino di essere denunciato per calunnia, il tutto perché, si parte dal presupposto, che un detenuto, per definizione, ha una credibilità pari allo zero e pochissime possibilità di documentare quello che dice.

Il clima che ho vissuto in questo Istituto, per tutto il tempo in cui vi sono stato “ospite”, era di paura e sospetti, di pestaggi, e malasanità, i detenuti venivano insultati, tormentati e massacrati di botte, non curati, abbandonati a se stessi, addirittura alcuni con gravi patologie, senza contare le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali e le impiccagioni che, avvenivano, quasi sempre, dopo un diverbio con il personale carcerario.

Questo clima ha scandito il ritmo delle mie giornate e, se veniva qualcuno di fuori a chiedere cosa succedeva all’interno dell’Istituto, la versione ufficiale era: Il carcere è trasparente, lamentele e denunce dei detenuti, sono tutte fantasie loro, storie metropolitane, parola del “Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria.”

Con buona pace poi, del personale Sanitario, che privato della sua autonomia, assisteva alle violenze e alle lesioni dei detenuti senza mai sottrarsi a questa logica, si perpetuava un’unica refertazione:

«lesioni causate da fatti accidentali, il soggetto e caduto dalle scale, lieve escoriazioni, necessita di due giorni di riposo».

Anche in caso di suicidi o morti naturali che potrebbero e dovrebbero essere prevenuti, i medici si astengono dal ricoverare in strutture esterne i detenuti, pur di non incorrere in provvedimenti disciplinari da parte della Direzione, per aver, altri, in precedenza, disposto ricoveri ospedalieri, peraltro, risultati poi indispensabili.

“Non a caso, il carcere è l’unico luogo in cui si apre una cartella clinica a una persona sana, che non è malata, e in brevissimo tempo lo diviene.”

Essere costantemente trattati come “bestie feroci”, può indurre a pensare di esserlo veramente, assemblati e stivati come merce avariata, picchiati e umiliati, non agevola certamente l’introiezione e l’elaborazione del senso di colpa per i reati commessi, ma anzi, aumenta esasperatamente la voglia di rivalsa contro uno Stato che ha offeso e umiliato.

 

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Il tempo nell’Istituto trascorreva lentamente, e la scia di sangue non sembrava esaurirsi, sentivo le voci dei detenuti che s’interrompevano, e poi proseguivano, subito dopo che il secondino passava nel corridoio, era come quando passava in cielo un aereo a reazione, tutti si ammutolivano in attesa che passasse. Io ero sempre in attesa di essere autorizzato dalla Direzione a fare, almeno, un po’ di socialità. seduto nel letto guardavo il pavimento della cella, era tutto corroso e mostrava la terra, sconfortato, appoggiai la faccia alla grata della finestra e spiai all’esterno.

Nel cortile di sotto, c’era un uomo in maniche di camicia corte, con un berretto in testa, una Coppola credo, camminava facendo avanti e indietro.

Era un tipo piuttosto anziano e aveva una corporatura tozza.

Quando si girò mi lasciò vedere un viso pallido, con un sigaro consumato piantato in bocca.

Per qualche misteriosa ragione provai un senso di vuoto.

Non c’era nessuna ragione, ma forse, pensai, era la durezza del volto dell’uomo.

Camminava da solo, ed aveva uno strano ghigno, quasi che sembrava ridesse, e certi occhi che non si potevano dimenticare.

Malgrado la distanza, potevo, quasi, cogliere i pensieri di quell’uomo.

Poi come se fossi stato colto da una illuminazione, mi resi conto chi fosse, era Totò Rina, il Capo dei Capi, il simbolo vivente della Mafia.

Trassi un profondo respiro, e non osai più pensare a quanto tempo ancora mi restasse da trascorrere in quel luogo. Meglio non saperlo, riflettei fugacemente.

La sera stessa venni trasferito in un’altra sezione, e fui allocato in una cella con vista panoramica sul muro di cinta.

 

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Un sabato mattina, mi comunicarono che ero stato autorizzato a fare socialità con un altro detenuto.

Quando uscii dalla cella dopo, tanti mesi di isolamento, un’ondata di cupa disperazione mi colpì con la forza di un pugno nello stomaco.

Conobbi così, durante le due ore d’aria giornaliere concessemi dalla Direzione, un personaggio particolare, tale Filippo Mannino di Caivano (NA), un uomo di cinquant’anni, fisico asciutto e un’espressione sempre decisa, era un Boss vecchio stile, duro e spietato ma, leale.

Dato che negli anni di prigionia, avevo studiato molto bene il Codice Penale e quello di Diritto Penitenziario, gli consigliai alcuni ricorsi da fare e dove inoltrarli, gli scrissi anche delle lettere al suo Avvocato, e alla sua famiglia, lui apprezzò molto quei gesti e così nacque una simpatia tra noi, cominciai a frequentarlo e spesso mi consigliavo con lui perché sapevo di potermi fidare, i suoi consigli mi hanno permesso di sopravvivere un pochino di più in un mondo dove il potere e il tradimento non indietreggia mai.

In poco tempo tra noi si creò un legame di amicizia e reciproca stima, quindi, un giorno decise di raccontarmi la sua storia che lo aveva condotto in carcere.

Tutto incominciò il 6 dicembre 1998.

Alfredo Parisi, il Questore di Napoli, un uomo viscido e corrotto fino al midollo, sempre a caccia di soldi, gli aveva chiesto un “prestito” di 500.000 milioni di lire, per pagare, diceva lui, alcuni debiti di gioco, ovviamente, per Filippo, dare i soldi ad un Questore, implicava una buona contropartita, infatti, per diverso tempo, questi, lo tenne informato sulle indagini, che lo riguardavano, svolte dalla Procura della Repubblica e della Direzione Antimafia.

Oltre al prestito iniziale, però, il Questore cominciò a chiedere altri soldi, e lo faceva, con spudorata superficialità, quasi non gli importasse di essere scoperto e di incorrere in probabili situazioni di pericolo o di rischio per la sua posizione.

Finché, un giorno, appunto, venne scoperto dai suoi colleghi tramite alcune intercettazioni telefoniche, e sollevato subito dai suoi incarichi.

La notizia fece molto scalpore, e temendo che la cosa potesse ritorcersi contro di lui, Filippo prese una decisione, quella di uccidere il Questore.

Non avevo scelta, mi disse.

Per farlo fuori mi raccontò, che «si era servito di un sicario di un clan alleato, Carmine Guascogna, questo, in seguito, però, fu arrestato per altri omicidi, e decise di collaborare con la Procura Antimafia, e accusò Mannino come mandante dell’omicidio del Questore e di altri centoventi omicidi».

La mattina che seppe di questo Giuda, Mannino era al telefono con la moglie, al centro della strada che stava attraversando con sua figlia, fece appena in tempo a vedere una macchina lanciata a grande velocità che falciò la figlia di appena sette anni davanti ai suoi occhi, l’urto era stato così violento che le aveva strappato dal corpo tutte e due le gambe, lui riuscì miracolosamente a cavarsela per poco.

Visse per molto tempo in clandestinità.

“Non volevano arrestarmi, ma vendicarsi, mi disse.”

 

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Trattò, in seguito, il suo arresto direttamente con il Capo della Procura di Napoli insieme ai suoi Avvocati ed in presenza di molti giornalisti, si fece scattare molte foto, che lo raffiguravano senza lesioni, ferite o ematomi. Subito dopo lo portarono direttamente qui al carcere di Borghi, dove ormai è detenuto da oltre dieci anni.

Colsi una morale nel suo racconto: Tutti sono capaci di tutto, in qualsiasi momento, basta saper aspettare.

Diversi mesi dopo, come tutte le mattine, che ci incontravamo all’aria, ero in attesa di vedere Filippo, quel giorno, lui era sempre puntuale, non lo vidi arrivare, discretamente e con molta accortezza, cercai di sapere se stava poco bene o, se fosse stato trasferito in un altro carcere, un secondino mi riferì, annoiato e con indifferenza che, Mannino si era impiccato questa notte…

 

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Mi sono domandato spesso, perché si attribuisca tanto valore agli inizi di un testo.

Possono portare al successo o alla notorietà, ma questo non significa che siano di aiuto a capire quello che veramente intendeva dire lo scrittore.

In realtà, come molte persone, io non credo alla verità storica di un testo, ma alla verità leggendaria del racconto, che è poi quella più scorrevole. Credo, quindi, che chi ha il dono di una buona scrittura, possa e debba redigere testi, in forma di romanzo, nel quale raccontare meglio la sua storia e le sue esperienze per portarle a conoscenza.

Un racconto può diventare come un proiettile sparato da un cecchino.

Rapido e dirompente, può trasformare il bene in male e viceversa, il male in orrore e i personaggi cattivi in buoni.

 


Bio – Federico Berlioz:

Residente a Pisa, ho 53 anni e sono amante della lettura e degli animali, ho un cane di nome Muffino che ho preso in un canile, sono celiaco dalla nascita, e papà di una bellissima bambina di nome Vanessa, sono fidanzato con una dolcissima donna del cilento di nome Nicoletta.
Ho una mentalità aperta e socievole, un carattere determinato ed intraprendente, con ottima capacità di coordinamento e amministrazione di progetti, che occupano lavori in cui la comunicazione è importante.
Durante il percorso di formazione lavorativo ho collaborato presso diverse Associazioni di Volontariato: Pubblica Assistenza di Pisa, L’Uovo di Colombo di Viareggio, la Croce Verde di Viareggio e, (attualmente) con la Cooperativa Sociale Don Bosco di Pisa.
Ho partecipato, a diversi concorsi letterari intitolati “RADICAMENTI” E “FUORI DAL TEMPO” con i racconti, pubblicati nelle antologie, dal titolo: “QUEL CHE RESTA DI NOI” e “ME VADO A MAGNA’ UN TRAMEZZINO”, ho frequentato, corsi di scrittura creativa con il Giornale locale “La Torre e l’Alfiere”, nonché, partecipato a progetti con il carcere di Pisa e le Camere Penali di Pisa, in collaborazione con la Casa Editrice MDS (Mani di Strega) di Pisa, il primo progetto del 2015 intitolato “FAVOLARE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “FAVOLAMARA” e, il secondo progetto nel 2016 intitolato “LE GABBIE” con un mio racconto, pubblicato nell’antologia, dal titolo “IL LABIRINTO DEI VIVI”.

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25 commenti

  1. nicoletta botti

    Con il racconto “Come le bestie feroci”, l’autore ci trasporta in un mondo lontano dal nostro immaginario, un mondo di cui sappiamo l’esistenza ma di cui non conosciamo la cruda realtà.La quotidianità amara e atroce, narrata e scolpita sul volto del protagonista , ci colpisce come un pugno allo stomaco. Egli ormai inerme e ristretto,diviene vittima a sua volta, di un’efferata crudeltà da parte di chi ,per paradosso, dovrebbe rieducare, compito affidatogli da una società sempre meno garantista e indifferente a ciò che avviene nella cinta muraria di un qualsiasi carcere italiano. Da leggere per riflettere , per conoscere la realtà di un mondo che ci viene nascosto.

     
    • Federico Berlioz

      Grazie per le belle parole

       
      • Quanto tempo è passato. E quante volte con il pensiero ti ho cercato.soprattutto in questo giorno. Ricordando quando festeggiavamo insieme. Ho sempre pensato e detto che sei la persona più generosa che abbia conosciuto. Chi lo capisce?sono scrittore e ho divorato il tuo racconto che mi ha aperto tanti ricordi. Ma ricordato sopratutto di come ti vedevo dal mio banco tra dentiere e sogni. Sognavo di avere un amico come te. Un fratello come te. Buon compleanno federico. Con tutto il cuore. Vorrei leggere tutto quello che hai scritto.michele

         
  2. Leale,sincero e diretto. Un chiaro modo di rendere cio’ che non conosciamo in reale e riscontrabile.
    In una societa’, dove il sistema carcerario riflette cio’ che siamo e dove stiamo andando, ci rende consapevoli della preziosita’della dignita’ umana, oltre ogni limite e oltre ogni reato.
    Una denuncia alla quale tutti dovremmo sentirci partecipi affinche’le parole non rimangano inchiostro nero su un foglio bianco.

     
  3. Le verità che l’autore evidenzia lo sono per pochi, purtroppo.
    Infatti lo studente di giurisprudenza è portato a credere che il carcere “tende alla rieducazione del detenuto” come la costituzione impone , mentre l’ uomo della strada si sofferma sull’ efferatezza del reato commesso senza capire nè il significato di “tot” anni di carcere, nè la negatività che una pena meramente detentiva porta comporta sia all’ individuo sia alla società nel suo complesso.
    L’ autore ben descrive tutto il processo di imbarbarimento che le attuali strutture detentive, così poco visitate e controllate dalla società civile , sono nella realtà.
    Ma nonostante tutto la forza dell’ umanità che è in molti, e nella fattispecie nell’ autore, riescono a prevalere e vincere sul nichilismo e l’auto distruzzione.
    La stirpe di Silvio Pellico, Solzenicyn e Nelson Mandela, se dio vuole non si è esaurita, le società ne hanno ancora bisogno

     
  4. Un grido silenzioso che porta alla luce, delle realtà spietate e di massima violenza per l’uomo, purtroppo anche se tanti negano o non se ne vuole parlare esistono eccome. L’autore ben descrive la sua tragica esperienza e tutto ciò che ne consegue, fa riflettere il mondo in cui noi operiamo il sistema che si genera con persone che invece di essere aiutate sono spinte verso il baratro. Agghiacciante.

     
  5. doriana barbato

    Il racconto evidenzia la cruda verità lo stile è molto curato ricco di particolari importanti di fatti veri e reali che scuotono la sensibilità che malgrado tutto esiste ancora.Si spera di migliorare le condizioni dei detenuti e la loro eventuale detenzione.
    Complimenti all’autore.

     
  6. Veramente realistico e toccante.

     
  7. Davvero toccante, un bel modo per raccontare in maniera cruda la realtà dei carceri italiani.
    Lo stile è scorrevole, con poche ma accurate descrizioni che lo rendono piacevole. L’autore mi ha fatto appassionare dalla prima all’ultima parola con accelerazioni e rallentamenti improvvisi, cambi di scena etc.. bello e non vedo l’ora di leggere il prossimo racconto o magari un bel romanzo

     
  8. Ci hai portato nella realtà cruda, dei chiusi senza speranza. Solo una grande forza interiore può portarti oltre. Scorrevole e veloce alla Quentin, speriamo di averne altri.
    Salvi!

     
  9. un racconto che ci fa’conoscere come è dura la vita carcerararia vissuta in prima persona dall’autore.

     
  10. Ho avuto modo di frequentare l ambiente carcerario per lavoro. Difficile con le parole descriverlo e per quanto lo abbia vissuto da esterno non riesco a capire tutte le complessità e sfaccettature. Forse nessuno di chi sconta una pena detentiva è sfuggito o non ha vissuto situazioni simili a quelli raccontati. “Bestie Feroci” definiti e trattati come tali. Io ho visto e conosciuto molte di queste “Bestie”, tra loro ho trovato uomini, e qualche signore, il resto… Carcerati. Ho visto e conosciuto chi sta dalla parte, tra loro uomini, donne, qualche signore e signora, eh…tanta definibili solo come Gente, che per lavoro va in carcere. L’incontro tra la “gente” e i “carcerati”, unita ad una carenza cronica di risorse e strutture, crea quel mondo di “Bestie Feroci”, dove o si è Bestia o si è Aguzzino almeno una volta.

     
  11. Non solo un racconto, ma una descrizione potente, umana, che sgorga “da dentro” e che invita ancora una volta ad una riflessione importante su temi, che non possono sfuggire ad una società civile degna di questo nome.

     

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