Voyager 1 – Riccardo Marin

Non ricordo una nostra vacanza in cui ci sia stato il sole, disse lui mentre i tergicristalli si muovevano a velocità intermedia. È perché andiamo via in primavera.

All’altezza di Bologna alla radio stavano trasmettendo un pezzo di Chuck Berry. Lui indicò la radio. Ti rendi conto che questo stronzo è su un disco d’ora sopra un Voyager che viaggia nello spazio? Lei non amava molto quando lui doveva mostrare di sapere le cose. Lo sai? Conosci il Golden Record? Lei sbuffò. Sì. Rispose.

Al porto dei traghetti lui la guardò. Lei guardava fuori dal finestrino.

Sul ponte tirava un sacco di vento. Lui fotografava l’acqua. Lei guardava il cellulare, poi provò a chiamarlo ma la voce si perdeva nel vento. Non ti sei portato via la maglietta che ti piace tanto. Cosa? Vieni qui che se no non senti con questo vento. Lui si avvicinò. Mi è venuto in mente che non ti sei portato via la maglietta che ti piace tanto. Ah già, fece lui con aria assorta, che sbadato. Scattò una foto alla faccia di lei che combatteva contro i capelli in faccia.

Hai mai montato una tenda? Lei non amava molto quando lui doveva mostrare di saper fare le cose. L’hai mai fatto? Sì. Disse lei. Ma ora non me lo ricordo, è stato tanto tempo fa. Ecco tieni, dandole in mano una paletta, intanto puoi scavare la canalina lungo il perimetro della piazzola. Lei sbuffò.

Ho sonno gli disse. E si girò dall’altra parte.

Sei sveglia? Lo senti? Sento cosa? Questo rumore? Lei non amava quando lui doveva mostrare di essere attento e vigile. Non sento niente, e si girò dall’altra parte. Lui prese la torcia dal tettuccio della tenda, aprì la cerniera, uscì, se la chiuse alle spalle. Lei sentì ronzare qualcosa vicino alle orecchie e pensò che se aveva fatto entrare una qualche bestia sarebbe stato il pretesto per litigare e tornare a casa il giorno dopo. Non aveva neppure la luce per guardare quindi si limitava a coprirsi bene col lenzuolo e agitare la mano quando avvertiva la presenza vicino al viso. I passi di lui si allontanavano. Il ronzio era cessato, forse l’insetto si era posato. Lei guardava il tetto della tenda, la luce del lampione della strada che si rompeva contro la plastica della Quechua. Riprese il ronzio.
Si svegliò col sole alto. Fuori dalla tenda la sagoma di un uomo. “Signorina, Guten Morgen!” Era il tedesco della roulotte affianco che stava studiando l’albero proprio vicino alla loro tenda. Si faceva capire in qualche modo e lei trovava il suo tentativo di parlare italiano molto bello, di quel bello dei tentativi falliti dei bambini “Dove essere Herr Marito?” Non lo so – e non siamo sposati -, lei non l’ha visto? “Oh no, nein, no visto signorina! Ma vedere questo albero! Ja, forse… krank… malato…” Ma è da molto che è qui fuori? “Dalle neun signorina” e le mostra 9 dita. E ora che ore sono? “le zwölf”. Le mostra tutte le dita, poi altre due. Poi, ride.

“Io non ho visto nessuno sta notte, forse una macchina o due, ma non ha il cellulare? Non può chiamarlo?” È uscito questa notte dalla tenda non se l’è portato dietro. “Avvisiamo la polizia.” Aspetti, magari provo a guardare ancora un po’ in giro. Grazie comunque.

Tornando alla tenda pensava Che cosa mi è saltato in mente? Sparisce per tutta la notte, non si trova, e io…?
Cosa sto facendo?

Passando da Bologna pensò Devo avere circa dodici ore di vantaggio.

Lei smise di sentirsi in colpa quando si accorse che l’auto di lui era sparita dal parcheggio. Se ne era andato volontariamente. Avrebbe potuto almeno aspettare una litigata il giorno dopo. Poteva almeno portarla con lei e non lasciarla lì su un’isola con tutti i problemi del Mondo. Era furiosa, e ancora non sapeva che lui in quel momento stava aprendo tutti i cassetti e riempiendo valige vuote, prendendo la sua maglietta preferita, e nella fretta faceva cascare uno dei quadri di lei. Merda, per poco non mi colpiva il piede, pensò lui.
Salì in macchina. Prese il cellulare dell’ufficio. Sto arrivando. “Va bene ti aspetto”.

Voyager 1 era il primo oggetto artificiale ad avventurarsi nello spazio interstellare. Lui invidiava molto questo primato.

Lei chiuse la porta dell’appartamento alle sue spalle solo tre giorni dopo e la prima cosa che fece fu cadere in ginocchio e mettersi a piangere per la stanchezza, più che per il disastro che si trovò davanti, di tutta la sua vita sparpagliata sui pavimenti. Spaccata.. Non era un problema cavarsela da sola, ma lo era il fatto che per l’ennesima volta doveva farlo e non ne aveva più voglia.

Due settimane dopo voleva accendere la luce del comodino, ma gliel’avevano staccata. Lui aveva chiuso tutte le utenze a suo nome.
—–
Fu quel giorno che la invitai a uscire. Una settimana dopo dormivamo assieme.

Quando lui è venuto da me, gli ho detto “Hai fatto bene”. Quando si è presentato a casa mia, gli ho detto “Non avevi scelta”. Se avesse saputo del debito con me, lei lo avrebbe lasciato lo stesso – si era giocato pure i risparmi che lei lasciava sul cointestato, il coglione.
Così io cancellavo il debito e lui poteva rifarsi una vita. Era bastato consegnarmela: l’aveva messa al tappeto e ora io mi offrivo di rialzarla. La volevo. La volevo troppo e nella mia posizione potevo permettermela. Volevo dimostrare a tutti che potevo. E la presi.

Non chiedetemi che fine abbia fatto lui e che fine abbia fatto lei: il primo aveva l’ordine di non farsi più sentire e per una volta nella sua vita ha agito bene, la seconda ha continuato a chiamarmi dopo che mi ero stancato, ma poi ha smesso. I suoi ultimi messaggi erano lunghi e minacciavano disparate violenze su di me e su di lei. Ho cambiato numero e ho fatto denuncia per lo smarrimento del cellulare: nella mia posizione è pericoloso sapere certe cose e non fare niente per impedirle.

E questo è tutto quello che so di questa storia.


Bio – Riccardo Marin:

Veronese classe ’91, da anni coltivo le passioni per la scrittura e per il teatro assieme a quella per la tecnologia che ha portato alla mia professione di informatico. In un modo di specializzione, credo nella commistione.

 
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