Circolo del Tennis – Riccardo Marin

Ero seduto sulla piccola collinetta del Circolo del tennis, e fumando la mia sigaretta su una sedia di plastica nera osservavo i camerieri accendere le prime candele ai tavoli per la sera.

Ci sono posti, pensavo, in cui la notte arriva senza bussare: negli uffici pubblici ad esempio. Mentre vai a prendere un caffè alle macchinette e cerchi di dimenticare i termosifoni guasti che ti costringono a tenere addosso il cappotto, passi davanti all’ufficio da cui il capo sta rovesciando scrivanie che si trovano all’altro capo della cornetta, svicoli a passo svelto col bicchiere fumante alla tua sedia ergonomica a cinque ruote e guardando fuori ti accorgi che la notte è arrivata. Si è tolta le scarpe e messa comoda, coprendo l’intero edificio con la sua vestaglia, sedendosi sopra e dando una scrollata alle pieghe del tessuto per farlo arrivare fino al pian terreno. Magari mi fermo un altro po’, pensi, Magari mi fermo un altro po’ e aspetto che passi l’ora di punta, che alla fine uscire adesso o tra mezzora non cambia niente, ci metto lo stesso tempo. Sai che non è vero, non è possibile che lo sia, ma ritrovarti nel fiume del traffico a combattere con l’urgenza altrui – urgenza di chi ha qualcuno che lo sta aspettando – è qualcosa che non ti va di sopportare. E la tua notte, inizia in ufficio. Niente più riflesso del sole sul monitor, ma lampioni accesi. Luci delle case. Donne in grembiule ai fornelli.

Ci sono posti così, e ci sono posti come la collinetta del Circolo del tennis in cui questo non succede. Qui la notte bussa, chiede permesso, e noi la accogliamo accendendo le candele sui nostri tavolini, e le lanterne di carta tra i nostri alberi.

Laura di me non voleva più saperne, e io restavo sulla mia sedia di plastica nera ad osservare la caduta del giorno. Diceva che non ero l’uomo che amava e non nel senso che amava qualcun altro, ma che amava una “proiezione di me idealizzata”, un’idea che non esisteva. A me sembra un grosso giro di stronzate, le avevo detto, Un grosso giro per dire che mi ami e non mi ami allo stesso tempo. Esatto, mi aveva risposto, Esattamente questo: ti amo e non ti amo. Io potevo affrontare questo genere di conversazioni solo con un bicchiere in cui nascondermi e quando lei usciva con queste frasi, terminavo la conversazione civile lanciandolo contro un muro. La facevo piangere tutte le volte, e nelle nostre ultime litigate non raccoglievo neanche i cocci: lasciavo che lo facesse lei. Non valeva più la pena mostrarsi dispiaciuto, quando per la testa mi frullava solo quanto lei fosse una rompicoglioni.
Sei un iroso, singhiozzava, Perché mi odi così tanto, perché devi fare così lo stronzo?

Finito di scagliare l’intero set, lei non tornò più.

Al Circolo la gente beveva sambuca ma io, sulla collinetta, tiravo e sbuffavo fumo. Avrei bevuto dopo. Era il momento in cui tutte le candele sui tavoli e le lanterne di carta tra gli alberi erano accese e la città pulsava di luci che si accendevano e spegnevano. Potevo osservare gli incerti nei loro appartamenti: c’era ancora abbastanza luce o era ora di far brillare le lampadine?

Non si sentivano i clacson da lassù, ma si potevano vedere – strizzando gli occhi – alcuni gorghi di traffico di chi tornava a casa, fiumi di macchine, tanti peones in fila che rientrano alle baracche con le loro divise e le facce sporche di polveri sottili, di smog, con le mani sudate e macchiate di penne a sfera. Pensavo che qualcuno lì sotto, tra quelle migliaia di lamiere, stava per fare un incidente. Qualcun altro stava telefonando a casa per comunicare che avrebbe tardato per del lavoro extra da sbrigare, omettendo che questo lavoro extra si faceva chiamare Debby e aveva sede tra il benzinaio e i cassonetti della tangenziale. Nessuno di loro – di questo ero certo – sarebbe venuto al Circolo del tennis. Perché il Circolo è riservato a chi a quell’ora può evitarsi la calca dei braccianti.

Io pensavo a Laura e a quanto le piaceva quel momento. Se ne stava di solito con le gambe accavallate, la testa buttata indietro a guardare il cielo; io e lei sulla collinetta come due nobili annoiati. Come eravamo annoiati io e lei, nessun’altro mai. Ed era una cosa che mi piaceva, quello di annoiarmi con lei, perché lo rendeva così di classe e così deprimente, che non avevo neanche voglia di biasimarmi del mio essere spento, della camicia sbottonata a livello dell’ombelico che mostrava la piccola bolla da birra che stavo coltivando. Perché a 28 anni essere così annoiati significava sprecare il tempo migliore della nostra vita, e il disprezzo per tanta sacralità lo rendeva un vizio piacevole e allo stesso tempo dannoso. Conteneva in sé stesso l’insoddisfazione delle foglie d’autunno: meravigliose da guardare e tutte morte.

C’era una cosa che succedeva sempre al Circolo, quando il buio aveva preso ogni cosa e resistevano solo le nostre fiammelle e le luci della città sullo sfondo. Da dentro al bar cominciava a uscire musica di pianoforte. Le donne si toglievano le scarpe e correvano sull’erba. Gli uomini le rincorrevano. L’età media era cinquantanni, forse poco meno. E quei corpi tristi, molli, rugosi, all’improvviso si animavano, come una mano che si infili nella carcassa di un gatto dai cui occhi escono larve di mosca, e lo usi come marionetta per uno spettacolo di burattini, pretendendo inoltre che questo sia piacevole da vedere, ignorando gli schizzi di sangue scuro che comporta agitare un cadavere.
Ballavano, piroettavano, inciampavano, franavano, si facevano male e storpiavano i volti in smorfie di dolore, per riprendere come niente fosse, tutti vestiti di bianco come la loro carne, come i loro capelli, e con le loro mani deboli e tremanti provavano a compiere gesti fuori dalla loro portata che fallivano (un signore provò ad alzare di braccia una donna, tirandosela addosso e finendo entrambi a terra, in una massa scomposta. Lui finse di voler star sdraiato e schioccava le dita a ritmo, mentre sulla fronte gli passavano tutte le preoccupazioni per quando si sarebbe rialzato).
Si baciavano, questi vecchi in decomposizione. Chi vuole vedere dei vecchi che fanno girare le lingue? Datemi due giovani della combinazione di sessi che preferite – sono di larghe vedute – e potrei guardare per ore la loro carne avvinghiarsi e intrecciarsi. Ma gli anziani sono proprio uno spettacolo ingeneroso. Davanti a questo teatro ripugnante, non serve dirlo,mi annoiavo un sacco. Senza Laura però non avevo niente di quella mai superiorità sembravo solo spocchioso. Assieme eravamo l’arroganza dei giovani che è irragionevole e giusta, perché non chiede e non da spiegazioni; è l’acciaio di motosega che con forza cieca abbatte il tronco marcio degli anziani, accatastandoli nella dimenticanza.
Io d’altronde ero prossimo alla soglia di questo decadimento e cominciavo a preoccuparmi di dovermi un giorno dimostrare di essere ancora vivo, in un modo triste come quello che avevo davanti agli occhi.
Quindi spensi la sigaretta sotto la suola.

Scesi dalla sedia.

Pensai che nulla sarebbe stato più noioso e decadente di unirmi a quel rituale funebre. Con loro ballai, risi, incespicai e mi nascosi tra gli alberi. Gli anziani sentendo il profumo della mia vitalità cominciarono a circondarmi, a interagire con me prima sfiorandomi e poi toccandomi con decisione. Mi sorridevano, si strofinavano su di me, mi sussurravano all’orecchio frasi viscide quanto loro e altrettanto viscidi mi sfilarono la maglietta, i pantaloni, e si avventarono su di me, e io mi sentii invecchiare mentre le loro pelli tornavano lisce; mi sentii avvizzire mentre le loro rughe si distendevano. Mi abbandonai alle loro mani che mi sostenevano, nessun mio muscolo compiva più alcuno sforzo né più avrebbe potuto, volontariamente o meno.

Buttando le due palle bianche e sporgenti degli occhi alla collina con uno sguardo terribilmente stanco vidi Laura, la sua giovinezza, la noia, il mio trono vuoto, la motosega. Tutto quello che avevo deciso di abbandonare per sempre.

Un giorno sarei comunque morto.

Morire.
Che noia tremenda.


Bio – Riccardo Marin:

Veronese classe ’91, da anni coltivo le passioni per la scrittura e per il teatro assieme a quella per la tecnologia che ha portato alla mia professione di informatico. In un modo di specializzione, credo nella commistione.

 
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