Il Custode e l’Avventura – Piero Travaglini

Durante il viaggio in treno, breve ma fastidioso per via del caldo estivo e della folla di passeggeri che in quel tratto locale aumentava ad ogni fermata, creando una sensazione di soffocamento, Edda balzò in piedi, uscì sul corridoio, aprì il finestrino e respirò a pieni polmoni. In faccia al mare che da quel lato bordeggiava la ferrovia. Si sentiva gravata da una strana insoddisfazione, e per un attimo, quasi a covare una speranza, pensò di essere là, nel mare, in totale solitudine, trascinata dal vento, immersa nel silenzio, per liberarsi da quell’angoscia che le pesava ormai da settimane. Anche quel mattino, incerta e malcontenta, appena scesa dal letto, aveva deciso di non partire più per la paura di fare qualcosa di sbagliato. Ma all’idea di rimanere sola in casa la domenica s’era immalinconita ed era corsa alla stazione. Poi una volta alla stazione ancora dubbi e timori. Come se il treno la minacciasse o rivelasse chissà quale sgradevole sorpresa, ma non sapeva neppure lei perché e per che cosa. Così, ritta in piedi col vento tra i capelli, prese a guardare il mare chiedendosi come mai tanta angustia e avversità.

No, cominciò col dirsi, a misura che le passavano innanzi agli occhi le marine popolate di bagnanti, le vele gonfie e l’ondate luminose del sole, forse il viaggio in treno non c’entrava, ma timidezza noia ed abitudine erano all’origine della propria infelicità e dei propri malumori.

Sì, per noia, convenne lucidamente, osservando le linee arabescate di minutaglia

portate sulle rive dalla risacca, le spume vitree che si frangevano sui litorali, i massi delle scogliere inverdite dall’alghe, solo per noia aveva sempre stretto relazioni con uomini che non amava, per timidezza accettato sul lavoro ruoli subalterni invece di far valere i suoi meriti, per abitudine s’era lasciata coinvolgere in sterili amicizie e fatto cose che volentieri avrebbe fatto a meno. Era insomma un modo di vivere scialbo e mortificante, e si chiedeva se avrebbe mai trovato la forza di cambiarlo in qualche modo.

Sotto la linea chiara dell’orizzonte che pareva evaporare sotto i raggi del sole, morbidamente, unendosi al fondo celestino, si notavano strisce soffuse di violetto e d’azzurro, e più in basso di verde torbido e viola scuro, e ancor più giù il brillio delle ondicine e di qualche sparuta vela bianca. Edda sceglieva una di quelle ondicine, la più lontana, per poi andare con lo sguardo all’indietro, alle sorelle che s’annunciavano alle spalle, e poi ancora più lontano fin dove immaginava che non ci fosse che il silenzio. Lo stesso silenzio che avvertiva a volte dentro di se come l’impossibilità di essere la persona che avrebbe voluto essere, ovvero senza più inerzie e passività.

Nel momento il treno entrò in stazione, ed Edda si chiese nuovamente se non fosse il caso di lasciar perdere e tornarsene indietro.

Gli è che aveva conosciuto un uomo, al computer, chattando su di un social, uno dei tanti che le inviavano regolarmente messaggi e post, ed erano diventati amici. Poi l’amicizia era andata avanti fino a maturare l’intenzione d’incontrarsi. Ma ora si pentiva di essere stata lei ad andare a San Benedetto, invece di accettare che fosse l’uomo a recarsi a Recanati, come del

resto quest’ultimo aveva proposto. Però l’avevano tentata il desiderio d’una giornata di distrazioni da passare lontano da casa e la speranza d’un incontro non banale. Così quando il treno si fermò, corse all’uscita e spalancò lo sportello come per cancellare con l’impulso del gesto ogni possibile scetticismo.

Appena mise il piede a terra riconobbe l’uomo che le andava incontro: era piuttosto alto, magro, con la camicia aperta sul petto glabro, capelli lunghi e ben curati, ma radi sulla fronte per un principio di calvizie; vide che camminava muovendo le lunghe gambe di sghembo, come di automa o marionetta. Negli occhi chiari e stupiti, che interpretò animati da una sorta di luce desiderosa, fu certa di riconoscere non tanto uno sguardo di scoperta o di curiosità, quanto l’affermazione senza dubbi d’un successo immediato.

“Così ci s’incontra Giuliano…” pronunciò con diffidenza.

“Ci s’incontra e ci si bacia,” ripeté Giuliano allegramente, baciandola su entrambe le guance. E passatole il braccio intorno alla vita: “E tu sei più carina che in foto” aggiunse incollandosi al fianco. Così abbracciato la menò fuori dalla stazione.

“Anche tu eri meglio in foto,” pensò Edda, ma non disse niente. In fotografia le era parso di cogliere nell’uomo una certa delicatezza di carattere, e di dolcezza di modi, che le labbra ben disegnate e quasi femminili lasciavano presagire. Ma la mano che adesso le palpava il fianco con insistenza possessiva smentiva quell’impressione

Mentre raggiungevano la macchina al parcheggio, passando tra due file ferme a spina di pesce, Edda sentì la mano sul dorso spingerla leggermente in avanti, e l’uomo seguirla da dietro. Sapeva di avere i fianchi larghi e rotondi, il vestito le fasciava la schiena, e comprese che Giuliano la stava osservando. Avvertì i suoi occhi sostare sulla sella delle reni, per poi scendere e posarsi sulle natiche, e provò un gran fastidio.

“Perché mi fai andare avanti?” domandò. Giuliano comprese dal tono che la domanda era priva di compiacimento. “Bè…non si passa,” farfugliò, “è stretto…ma siamo arrivati, monta…”

Edda aprì lo sportello, salì sedendosi di traverso e poi tirò dentro le gambe. Nel gesto il vestito di tela azzurra si aprì sul davanti scoprendo le cosce bianche.

“Gambe magnifiche d’una donna magnifica!” esclamò Giuliano avviando il motore, per poi sfiorarle il ginocchio con la mano.

La ragazza non poté fare a meno di pensare che l’uomo presagiva sin da subito un’avventura da condurre con successo, e la cosa non le piacque. Già altre volte incontrando uomini conosciuti al computer era stata fatta oggetto delle medesime e sbrigative intenzioni, sempre condite dagli stessi e affettati apprezzamenti “ Male che va visito San Benedetto e me ne torno,” si disse non poco irritata.

“E’ curioso, volevo venire io da te ma sei venuta tu,” riprese Giuliano uscendo dal parcheggio, “ di solito è l’uomo che fa il primo passo.”

“Non è detto,” replicò Edda con puntiglio femminile, “anche a me piace prendere l’iniziativa, non credere.”

Non era vero, o almeno non le era mai accaduto di farsi audace con gli uomini, sia per pudore che per timidezza. Ma aveva voluto dirlo apposta, per cercare di vincere sul suo temperamento subordinato.

“Così mi piacciono le donne,” lo sentì sussurrare, la voce bassa e ghiotta. Poi l’uomo tolse la mano dal volante e le prese la sua. “Adesso visitiamo il paese alto e poi andiamo in spiaggia… Oggi ci divertiamo…” Edda sentì le dita maschili inserirsi tra le sue, urgenti e frenetiche, ma non rese la stretta.

La macchina superati alcuni incroci raggiunse la statale a quell’ora intasata di traffico. Quindi sterzò allato di una porta gentilizia sormontata da due leoni di pietra; percorse in salita un vialetto ornato di pini; girò attorno a un villaggetto di casali tutti rossi, con le scale esterne, tipiche del circondario; salì i tornanti della collina tra villini assolati ed andò a fermarsi su di un piccolo spiazzo, tra alberi fronzuti, al di sopra degli antichi bastioni.

“Dai vieni…” disse Giuliano saltando fuori dall’auto con un movimento convulso,” lascia pure la borsa in macchina…”

Edda scese ma prese la borsa. ”No, la porto con me, lo preferisco,” replicò secca: in macchina Giuliano aveva ripreso a trusciarla, quasi che ad ogni curva la mano gli cadesse sulla gamba come per caso. “Se continua così lo pianto in asso e me ne vado,” si ripromise. Chiuse lo sportello, passò sull’altro lato e insieme presero a passeggiare tra le stradine del borgo antico.

Era oltre mezzogiorno e pareva il luogo disabitato. Faceva caldo, il sole cadeva a fiotti nei vicoli deserti. Solo qualche gatto si vedeva acciambellato sulla soglia degli usci rinserrati.

“Parlami un po’ di te,” chiese Edda per rompere il silenzio, “dicevi che non hai una compagna da tre anni, come mai?” Non le importava un granché conoscere il suo stato sentimentale, ma le era venuto il sospetto che corresse dietro alle donne per pura avidità di conquista, tutto passione e menzogne, e voleva cercare di capire.

“Cosa vuoi che ti dico” cominciò Giuliano crollando le spalle, ”mi capitano solo amicizie brevi…una settimana o due al massimo che poi non portano a niente. A volte finisce già al primo incontro…un caffè, una chiacchiera, e capisci subito se la donna non fa per te.”

“Bè, certo, se non fa per te non fa per te,” ripeté Edda con leggero tono canzonatorio, “però le donne capiscono quando l’uomo cerca solo l’avventura.”

Era una frase diretta, e Giuliano comprese di essere sotto tiro. “Guarda che non è come credi,” replicò facendosi rosso in viso, “non dico che disdegno l’avventura, però dipende da chi incontri. E poi sono proprio le donne a non tirarsi indietro il più delle volte.”

“Ogni volta che accendo il computer vedo che sei impegnato in conversazioni…Sono tante le tipe che ti corrono dietro?” Non parlava per gelosia, voleva solo solleticare la vanità maschile. ” Ne hai più di dieci o meno di dieci? Più di cento o più di cento?”

“Dai non prendermi in giro,” sussurrò Giuliano stringendole il braccio di colpo. Quindi si chinò su di lei per imprimerle un bacio sul collo. “Se sono qui,” soggiunse come parlando ai capelli sopra l’orecchio, “si vede che ci sei solo tu per me, non ti pare? Dal giorno che ci siamo mandati quel primo messaggio non faccio che pensare a te.”

“Fosse vero,” pensò Edda. Era singolare, convenne con amarezza, come una frase inautentica emergesse con sì tanta chiarezza quando i sentimenti mentivano, come se le parole crollassero sotto tanto peso.

“Saranno forse i tuoi occhi,” ricominciò Giuliano con voce di lusinga,” sarà quel modo diretto che hai di scrivere, senza preamboli, sarà che…”

“Oh! Guarda!” esclamò Edda all’improvviso, “guarda là!”   Stavano passando davanti all’uscio spalancato d’una casetta gialla e bianca; nella cucina, che dava direttamente sulla strada, si vedevano, sul piano di formica del tavolo al centro della stanza, dei pesci ammucchiati su carta da mercato. Alcuni erano stati sventrati, le teste mozze in un putridio di viscere liquide e nere, ma tre o quattro ancora intatti. Ce n’era uno che spiccava su tutti: col corpo conico, rosso sul dorso e rosa sui fianchi, colpiva per l’ampiezza delle pinne dai raggi aguzzi, spinosi, squadernate come ventagli. Però era la testa a sorprendere, per via della fronte erta, non appiattita come di solito nelle specie marine, umana si sarebbe detto. Con gli occhi grandi e la bocca estesa, aveva labbra spesse e carnose, simili a quelle di pesci o delfini che buttano acqua nelle fontane barocche.

“Sembra la faccia di un uomo…fa paura!”

“ Uh! Ma è una mazzolina,” spiegò Giuliano dopo una rapida occhiata, “è comune nell’Adriatico. Non l’avevi mai vista?”

“E’ impressionante…” L’animale, di notevoli dimensioni, faceva una certa impressione per via della testa enorme rosso fiamma e gli occhi tondi, vitrei, prizzati di giallo.

“Sai che la mazzolina ha una caratteristica tutta speciale? Parla.” Giuliano rise, e poi le passò il braccio attorno alla vita.

“Come parla?”

“ Può emettere dei suoni brontolanti con la vescica natatoria.”

“Perché lo fa?”

“Forse è un richiamo d’amore… dammi un bacio.” Di colpo l’aveva tratta a se e le cercava la bocca con la sua. Edda stornò il viso:” Ci guardano…”

Infatti alla cucina, una giovane donna in grembiule, le braccia nude e muscolose, le mani imbrattate dal nero delle interiora, era uscita sulla soglia per osservarli. Ma soprattutto guardava Edda con evidente curiosità, dalla testa ai piedi, come soppesandone la presenza e l’aspetto. Poi spostò lo sguardo su Giuliano e disse, in tono amabile: ”Buon giorno signor Rosetti, passeggia per il borgo?” Quindi aggiunse, con una sorta di lusinghiera confidenza: ” Sempre fortunato lei, eh.”

Giuliano bofonchiò qualche parola di risposta, visibilmente imbarazzato, e con gesto brusco tirò via Edda. Ripresero a camminare. “Senti,” fece poi, stringendole il braccio, “io ho una casetta qui al paese alto… era dei miei… non ci vengo quasi mai… se ti va ci facciamo un salto…è proprio qui dietro…”

“Imbecille” pensò Edda, “vuole portarmi a letto e mi conosce da mezz’ora.” Sentì di avere le lacrime agli occhi. Per nasconderle si svincolò dalla stretta e gli voltò la schiena. “Che ci faccio qui?” si disse freddamente. Le venne l’impulso di liberarsi di tutto questo e corse via.

Fece tutta la strada senza mai fermarsi. “ Voglio andar via di qua…” pensava correndo a precipizio. E ad ogni balzo sul selciato si sentiva più leggera, come se la sua pena scivolasse dal cuore alle gambe per perdersi sulle pietre. Giunse al belvedere col fiatone. Per un momento stette immobile e indecisa, al centro della piazzetta. Poi si guardò attorno. Vide allora alcuni palazzi di bell’aspetto, l’ingresso di una chiesa, e una grande torre di mattoni con un enorme orologio sul lato largo e la campana alla sommità. Il mare si scorgeva lontanissimo, sopra i tetti della città bassa, oltre la ringhiera che limitava lo slargo e una fila d’alberelli. In quell’attimo passava un gabbiano: Edda istintivamente alzò la testa. Allora nel seguire il volo dell’uccello notò, tra le robuste merlature a sbalzo della torre, la presenza di alcune persone, più che altro adolescenti. Alcuni si sporgevano guardando giù, ridenti e curiosi, altri sopra un rialzo si scattavano le foto, ora in gruppo ora abbracciati alla campana di bronzo. Poi il sole l’abbagliò, ed Edda chinò la testa. Si accorse a questo punto che la porticina che immetteva alla torre era spalancata, e nell’interno stava un giovane. Ritto immobile di fianco allo stipite, come immerso nell’ombra severa del vano d’ingresso, sembrava che da quella posizione osservasse la piazza. Edda vide che aveva il volto bello, pallido e delicato, con lunghe ciglia e i capelli neri con i riccioli sulle tempie. Fu certa che gli occhi del giovane la guardassero dal fitto di quell’ombra, e si sentì turbata. Ancora accaldata per la corsa, col cuore che aveva preso a battere , le pareva di trovarsi al limitare d’un’insolita scoperta, come se il ragazzo nascondesse chissà quale particolarità, o segreto intorno alla sua persona, e lei fosse in procinto di conoscere la verità. Ma di una cosa era certa, che il ragazzo le piaceva e lei voleva piacergli a tutti i costi. In preda all’emozione, portò le mani che aveva piccole e bianche a spianare la camicetta sui fianchi e mettere in mostra la vita che aveva gracile e snella. Intanto si girava leggermente di profilo per farsi ammirare la gonfiezza del seno. Si rendeva conto di agire come una pazza. Forse il ragazzo si accorse dei suoi movimenti, perché pur restando all’interno del piccolo vano fece un passo avanti per guardarla meglio. Edda pensò che doveva avvicinarsi e parlargli, ma proprio in quel momento arrivò Giuliano. “Ma che hai fatto? Sei scappata… Ti sei offesa per caso?” disse quest’ultimo con espressione ipocrita. “ Il mio era un semplice invito per un caffè, cos’hai capito?”

“La signora che in cucina puliva il pesce ti conosce bene a quanto pare,” replicò tutta d’un fiato. Intanto si chiedeva come fare per mandarlo via.

“Che vuoi dire?”

“Ti ha fatto i complimenti per tutte le donne che ti porti a casa,” proruppe accigliata e riassalita dal disappunto. “ Anche una mazzolina lo capirebbe.”

“ Ma che dici?”

“Guarda lasciamo stare,” troncò indispettita. Quindi domandò, per prendere tempo,

indicando la torre: “ E questa cos’è?”

“La torre dei Gualtieri,” rispose subito Giuliano, felice di ristabilire un rapporto qualsivoglia, “detta anche il Torrione o il Campanone. E’ considerato il simbolo della città.” Nella voce del giovane s’avvertiva adesso una certa prudenza: la fuga precipitosa e i modi ostili della donna lo avevano reso meno sicuro.   “Se ne andasse e mi lasciasse sola,” pensava intanto Edda. Automaticamente volle commentare: “Anche a Recanati ce n’è una simile.”

“Intendi la Torre del Borgo?” rispose Giuliano prontamente. “La conosco… però quella è quadrata mentre questa è esagonale. L’hanno fatta così perché ricorda la prua di una nave. Bella vero?”

“Sì, è bella,” pronunziò Edda con fastidio. Così dicendo lo piantò in asso, avanzò di dieci passi e andò a posizionarsi sul ciglio del bastione, la schiena alla ringhiera. Da quella posizione poteva controllare l’ingresso della torre, che adesso vedeva di tre quarti: con un tuffo al cuore si accorse che anche il ragazzo si era sporto oltre lo stipite, e fu sicura che la stesse osservando.

Sperando di riaddolcire in qualche modo la contrarietà della donna, Giuliano le andò dietro ma preferì tacere.

“Ma la torre si può visitare?” domandò ella dopo un minuto di silenzio.

“Certo che si può visitare,” confermò il giovane rinfrancato. Che Edda pur malcontenta continuasse a dialogare con lui faceva ben sperare. “Però adesso è tardi, è l’una passata, sta per chiudere… Se vuoi, dopo il mare, nel pomeriggio ci torniamo…”

Di colpo si udirono delle voci: la comitiva in visita alla torre, in tutto una decina di persone, uscì all’esterno e si disperse sulla piazza. Per ultimo comparve il ragazzo dai riccioli neri; il quale non si allontanò insieme agli altri, ma staccò un cartello che stava appeso sulla porta e rientrò subito. Edda pensò che doveva essere un impiegato del Comune, oppure un addetto che accoglieva i visitatori, o una guida.

Giuliano disse: “Sai che sotto i nostri piedi è pieno di cunicoli sotterranei? In caso di pericolo, o di evacuazione, i castellani li usavano per nascondersi.”

“Non mi dire,” fece Edda ostile e aggressiva, il cuore in tumulto. Su come avrebbe fatto a cercare un approccio qualsivoglia con il ragazzo non lo sapeva, ma l’importante era disfarsi di Giuliano e rimanere sola. “Scommetto che adesso,” riprese col tono velenoso degli occhi infervorati, “adesso mi chiederai di venire con te nei cunicoli sotterranei, come prima volevi che venissi a casa tu. E’ così o sbaglio?”

“Oh!… Ah, ah..!” Giuliano scoppiò a ridere. “Non ci penso neppure!” Quindi affermò, con riacquistata decisione: “Sai cosa voglio invece? Un bacio.” Di colpo era tornato euforico: “Dammi un bacio o mi butto di sotto e mi sfracello!”

“ Non fare il cretino.”

“Sì, sono un cretino perché mi piaci e voglio gridarlo.”

“Abbassa la voce che ti sentono… ” Infatti il ragazzo era comparso di nuovo sulla soglia.

“Ma che ti sentono e ti sentono! C’è solo il custode,” esclamò Giuliano indicando il ragazzo, il quale, adesso, tratta di tasca una chiave, stava rinserrando il portoncino,” e per giunta è sordo muto!”

“Sordo muto?…” Avvertì il viso farsi di fiamma.

“Sì, sordo muto, perché che c’è di strano.”

“No niente…”

Lucidamente rammentò quanto aveva pensato in treno, guardando il mare, intorno al silenzio che le ispirava il mare, e adesso scopriva che quel ragazzo era condannato al silenzio.

Non c’erano relazioni tra le due cose, ma sentiva soltanto la spinta prepotente verso quel silenzio e di più non andava.

Intanto il custode, dopo aver chiuso la porta, s’era avviato sull’altro lato della piazza per girare in ripida discesa intorno al bastione.

“Senti,” disse Edda con urgenza,” io me ne vado, prendo il treno e torno a casa.”

“E perché?”

“Addio… ” E si lanciò dietro al ragazzo.

“Ma dove corri?”

Non sapeva neppur lei cosa volesse fare. Girò attorno al Torrione per precipitarsi sulla straducola in discesa. Il ragazzo procedeva a gran passi, le spalle leggermente curve, camminando come assorto. Una volta che l’avesse raggiunto, in che modo avrebbe comunicato con lui? L’ombra delle case sovrastanti stendeva su quel lato della discesa una sorta di dubbioso sipario; la smania e l’incertezza le avevano messo le ali ai piedi. “Aspetta! Fermati!” le uscì di gridare. Si rese conto di dire cose assurde. Ma gli stava ormai alle spalle. Protese la mano per toccarlo, quando, col piede, e già col corpo lanciato , inciampò tra le connessure del selciato e rovinò a terra.

“Ahaa…!!”

Nel cadere in avanti riuscì a pararsi il viso con la mano, ma batté il ginocchio sulle pietre e sentì un dolore fortissimo.

Per due minuti restò giù per il gran male, tutta distesa sul fianco, sulla strada dura e polverosa. La gonna le era risalita sulle cosce, la camicetta strappata sul gomito, la borsa da mare finita lontano e i costumi da bagno sparsi d’intorno. Nel rialzarsi con fatica, e dolorante, sentì pesarle addosso tutta la goffaggine del suo abortito tentativo, e provò compassione per se stessa. Il ragazzo era scomparso, nessuno aveva visto niente: la cosa le parve consolante al ridicolo della propria condizione.

Indolorita e confusa, col ginocchio sbucciato rosso di sangue, raccolse le sue cose e proseguì per la discesa. Arrivò zoppicando alla strada statale e passò sul marciapiede. Si accorse che dalle macchine la guardavano. Pensò che con l’andamento claudicante, la gamba tumefatta, i capelli in disordine e gli abiti spiegazzati doveva dare l’idea di persona male in arnese. Volle togliersi alla vista, e si affrettò come poté alle strisce pedonali. Stava aspettando il verde, quando una macchina, come sorpresa dalla presenza di quell’insolito pedone, bloccò all’improvviso con stridor di freni.

Con la coda dell’occhio, vide il guidatore sporgersi dal finestrino, e una voce ben nota esclamare: ”Edda, che ti è successo!”

Giuliano fermò la macchina allato e saltò fuori. “Ma che hai fatto…?”

“Sono caduta…”

“Accidenti… ma vieni dentro, siediti…” Spalancò lo sportello sull’altro lato e l’aiutò a salire. Quindi rientrò a sua volta. “Hai il ginocchio macchiato di sangue… prendi, mettici il fazzoletto… ma come sei caduta…“

“Non una parola di più!” l’aggredì lei furiosamente: ”Sta’ zitto! Portami al mare e basta! Volevi andare al mare? Allora andiamo! Devo mettere l’acqua salata sulla ferita, ma non una parola, fammi il piacere!”

“Ci mancherebbe… ai tuoi ordini!” gridò Giuliano che cominciava a divertirsi. Mise in moto e ripartì sterzando in una strada interna. Superarono il sottopasso ferroviario, percorsero un viale ornato da palme colonnari e poi girarono attorno ad una rotonda guarnita di fiori. Ad ogni svolta gettava l’occhio alla ragazza. Costei, tutta raccolta in una sorta di stupore intimidito, sembrava rivolgere l’attenzione ora agli alacri ciclisti che fuggivano a bordo strada, ora ai vigili diligenti ritti agli incroci, ora ai fanciulli entusiasti sulle giostrine mobili delle pinete, e Giuliano pensò che dopo la sfuriata iniziale avesse riacquistato un poco di cordialità. Azzardò, in tono gentile: ”Oggi è una bella giornata… c’è un sacco di gente in giro… Vuoi fare prima una puntata in centro? Vuoi visitare San Benedetto?”

“Non me ne frega niente di San Benedetto!” esplose la ragazza, “ t’ho detto portami al mare e basta!”

“Certo…subito.”

Mortificato, filò direttamente sul lungomare e non parlò più. Era domenica, trovò i parcheggi tutti occupati e dovette penare non poco. Finalmente imbucò uno spazio libero tra due alberi di palma e sistemò la macchina. Quindi a piedi, fianco a fianco, senza parlarsi, raggiunsero lo chalet.

La spiaggia era gremita, file di ombrelloni si vedevano a perdita d’occhio; gruppi di bagnanti stavano distesi bocconi sulla sabbia, o supini, o presso la riva a godere la frescura del mare. Giuliano chiamò il bagnino e chiese se c’erano lettini liberi. Poi portò la donna in cabina ed attese fuori che si fosse cambiata. Edda sortì di lì a poco in costume da bagno color melograno, l’asciugamano sotto il braccio, e si guardò attorno attraverso dei grandi occhiali scuri. Giuliano le disse d’aspettarlo che avrebbe fatto subito. Entrò a sua volta, si cambiò in fretta, lasciò i calzoni, prese il telo da spiaggia, le sigarette l’accendino ed uscì. Ma la ragazza non c’era più. La vide già lontana, sulla passerella di cemento, camminare dietro al bagnino. Costui la guidò sotto un ombrellone fatto a cono, coperto di stipa, disposto tra le prime file in faccia al mare; aprì due lettini di tela gialla e rossa e se ne andò. Giuliano la raggiunse di corsa. Girò attorno all’ombrellone, spostò un lettino che stava messo di sghembo in modo da sistemarlo accanto all’altro, si sedette a spizzo, e poi disse, con aria soddisfatta: “ E’ carino qui, non trovi?”

Edda voltò la schiena e filò in acqua.

Oltre al ginocchio, che ancora bruciava, anche alla mano s’era fatta male battendo sul duro. Sul palmo c’era una sbucciatura piuttosto estesa. Provò sollievo a immergerla nell’acqua. Ma il polso lo sentiva ancora indolenzito. Però si accorse che non pensava più al ragazzo del Torrione, come se ormai l’avesse cancellato del tutto. Restava solo il fastidio al polso ed il bruciore alla pelle, ma entrambi lievi, di poco conto.

Così rinfrancata, prese a deambulare oziosamente nell’acqua verde e scintillante, nel sole che scottava la schiena.

Vide che nello chalet vicino, praticamente sul bagnasciuga, era stata sistemata una consolle con tanto di casse acustiche, e un gran numero di bagnanti, sia anziani che giovani, ma soprattutto donne, ritti nell’acqua sotto al ginocchio, ballava al ritmo d’una musica fragorosa. Andavano tutti a tempo. Notò che a menare le danze c’era una ragazza dalla pelle scura e i capelli crespi, forse meticcia. Stando di fianco al collega della consolle, un biondo col ciuffo sulla fronte e le cuffie alle orecchie, e rivolta verso il mare, inguantata in minuscoli calzoncini e la maglietta tagliata sotto il petto formoso, eseguiva le figure d’una danza caraibica, tutta ritmo e suoni acuti, con il gruppo che ripeteva passi e movenze. Sembravano tutti impazienti d’imparare. Le meno giovani come le fanciulle. Tutti impegnati a far bene le figure. Edda si chiese se si trattasse di salsa o di samba. O era un ballo nuovo? che quell’anno andava di moda?

In quello comparve Giuliano e le si fece accosto. “Senti eh,” disse allegramente, gettando di qua e di là i piedi in un buffo passo di danza, “ qui è sempre festa e rock’n’roll!”

Edda fece spallucce e non commentò.

“Bè, ciao,” soggiunse il giovane, avendo capito che era meglio lasciarla sola, “io vado a farmi una nuotata. Ci vediamo dopo.”

Nel vederlo allontanarsi sulla sabbia cedevole del fondo, le parve che quel modo di camminare dinoccolato che a prima vista aveva giudicato tanto sgraziato, adesso, in costume da bagno, le risultava all’occhio per niente frivolo; anzi piuttosto solido, per via dell’asciuttezza del busto e la larghezza delle spalle.

Riprese a trascinarsi senza voglia nel caldo che avvampava. Poi stanca di sole e di canicola tornò all’ombrellone. Si sdraiò sul lettino e tentò di dormire. Ma fu vano, perché il gruppo al ballo s’era ingrossato e la musica non la smetteva. Le sembrava ci fosse in quel ritmo incessante quasi un’analogia col rumore ineguale e continuo del mare. Se poi si sollevava sui gomiti, e guardava la ballerina levare le braccia o sommuovere i fianchi, le era facile capire quanto esprimesse attraverso la danza il linguaggio del corpo: ora ambigua e maliziosa, ora leziosa e compiaciuta od eccessiva e procace. “ Eh, sarebbe bello potermi muovere alla stessa maniera, così sensuale e provocante,” pensò con una punta d’invidia. Ma perché non prendeva anche lei lezioni di ballo? Sì, a Recanati avrebbe cercato una scuola, un corso di ballo identico a quello e si sarebbe iscritta senza meno. L’esercizio del ballo l’avrebbe aiutata ad essere più disinvolta e spigliata e meno succube delle proprie inibizioni. Tutto stava nel cominciare. E i cambiamenti sarebbero stati benefici. Del resto qualcosa stava già cambiando nel suo carattere. Lo confermava il comportamento di quel mattino: mai si sarebbe creduta capace di correre pazzamente dietro a un uomo, ma l’aveva fatto e non se ne vergognava. Che poi fosse finito tutto nel ridicolo non aveva importanza.

Così pensando s’addormentò.

Ma il sonno fu di breve durata. Perché la musica cessò di colpo, e, come per contrappasso, anche il sonno venne meno. Riaprì gli occhi. Si sollevò sulla schiena e guardò verso il mare. Vide allora, sulla riva, il gruppo dei bagnanti disperdersi, e dopo un minuto la caraibica staccarsi dal compagno alla consolle, tagliare sull’arenile e dirigersi nella sua direzione. Edda constatò che vista mentre camminava appariva ancora più flessuosa, per l’andatura felina e il passo felpato.

La donna passò rasente al suo lettino e proseguì oltre. Edda la seguì con lo sguardo torcendosi sul busto, fino a vederla raggiungere un uomo seduto sulla sabbia, in costume da bagno, le mani sulle ginocchia, il viso serio circondato da riccioli neri. Era il custode del Torrione.

La ragazza si sedette accanto a lui e protese la bocca. Al che il ragazzo le passò il braccio attorno alla vita e si baciarono.

In quello tornò Giuliano tutto gocciolante, appena uscito dal bagno. Raccolse l’asciugamano e cominciò a strofinarsi i capelli. “Che dici andiamo a mangiare?” disse da sotto il telo di spugna, palpandosi la testa grondante. “Sono le due passate.”

“Sì, andiamo, ho fame.”

Edda si levò in piedi con una spinta morbida di tutto il corpo, quasi a voler ripetere i movimenti della meticcia. E le parve di ravvisare, nel gesto, la volontà di perseguire sin da subito un suo primo successo.

Giuliano passò il pettine tra i capelli e infilò la camicia. Poi insieme raggiunsero lo chalet. Andarono a sedersi nell’unico tavolo ancora libero, sotto un tetto di foglie di palma. “A che ora hai il treno per Recanati?” domandò Giuliano dopo che il cameriere ebbe portato la carta.

“No, non parto più,” disse Edda come per caso, scorrendo la lista delle pietanze. E pensava altresì che da quel momento sarebbe stata meno restia e più versatile, meno passiva e più determinata.

Stupito, Giuliano si chiese cosa le avesse fatto cambiare idea. “Non parti più sul serio?”

“No, stanotte resto con te.”


Bio – Piero Travaglini:

Marchigiano, vive a Roma. Docente di Scienze naturali e sceneggiatore, ha vinto il Premio Solinas ed il Premio Cinema Democratico di scrittura cinematografica ed il Premio Tronto di Poesia. Ha pubblicato con Manni Editore il romanzo “Il metrò del piccione” in vendita su Amazon. Nel 2017 il romanzo ha ricevuto il premio Alda Merini di Poesia e Narrativa, il Premio Città di Grottammare ed il Premio Speciale della Giuria al Concorso Letterario Casentino (Arezzo)

 
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