Tobia – Stefano Ravaglia

C’era qualcosa di magico e di sinistro nella notte romagnola.

Lo pensava spesso Tonio ogni volta che si faceva inghiottire dal suo silenzio per uscire a pescare, come faceva in ognuna di quelle notti.

Un silenzio che faceva rumore.

La stelle e la luna che si rifletteva sulle acque di Porto Corsini, dove si era stabilito da poco e dove si augurava di trovare la stabilità necessaria a cicatrizzare ferite ancora troppo fresche perché potessero essere scomparse, erano ormai divenute sue amiche, sue confidenti.

Tonio pensava e sperava che quelle acque così piatte e lucenti potessero essere la metafora del suo futuro: serenità, agio, pacatezza. Per lui e per la sua famiglia. Isabella, moglie fedele e donna zelante, lavoratrice instancabile e Salvatore, il dono del loro amore, che aveva tredici anni e già si dava parecchio da fare.

D’altronde Tonio non era un nome di battesimo qualsiasi: si trattava dello stesso appellativo di un personaggio dei Promessi Sposi, un signore di mezza età, vicino di casa di Lucia, malinconico e kafkiano, molto povero e con una famiglia da sfamare.

E anche il Tonio di oggi, anno 1949, immediato dopoguerra, doveva come tantissimi italiani rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Gli echi dei cannoni rimbombavano ancora nelle orecchie di tutti, il fumo delle macerie sembrava ancora levarsi verso quel cielo stellato, così come verso lo stesso cielo azzurro quando la notte si dileguava. A Porto Corsini, durante il conflitto, si erano anche insediate navi austriache e la località che guarda in faccia Marina di Ravenna era stata teatro di una fulminea battaglia.

Porto Corsini non era altro che un prolungamento di Marina, il gruppo di case vicino al faro, e gli abitanti di quest’ultima, all’interno di un simpatico dualismo locale, l’avevano soprannominata ironicamente “Abissinia”. Da tempo era quello, il bacino d’acqua e portuale del ravennate, un fiorente luogo di scambi mercantili e fervore commerciale, prima che le due guerre mettessero i bastoni tra le ruote.

Tonio di cognome faceva Miramonti, una bizzarria per un uomo di mare come lui, al quale veleggiare e solcare le acque lo avevano sempre affascinato, nonostante provenisse da un paese del varesotto. Aveva conosciuto Isabella in Romagna, quando all’inizio degli anni ’30 era venuto a prestare servizio da un grande amico di Ravenna che faceva il calzolaio, di cui Isabella era spesso cliente. La loro unione non si era dissolta con l’invasione tedesca e poco tempo dopo decisero di aprire una pescheria proprio dinnanzi al canale Corsini.

L’Italia era da ricostruire, la gente aveva bisogno di tornare a vivere, di respirare libertà e indipendenza. Quale luogo migliore di una striscia di spiaggia giallo ocra con quell’intenso blu del mare che infrangeva il bagnasciuga per annusare quel profumo di libertà così represso da quei giorni duri?

Lì scorreva la vita dei Miramonti e Salvatore, che imparava la storia, la geografia e l’italiano con una insegnante privata, perché non c’era un gruzzolo di denaro così voluminoso per potersi permettere l’iscrizione a una scuola, faceva lezione di pomeriggio e al mattino aiutava la madre una volta che lei aveva ricevuto il bottino di Tonio, risultato di un’altra notte in bianco trascorsa calando la rete da pesca dal bordo della sua barchetta da 7,50 metri di lunghezza. L’aveva chiamata Isabella, proprio come lei, aveva un grosso pennone obliquo che reggeva una vela giallo ocra come quella spiaggia poco distante e Tonio ne sfruttava ogni centimetro, cercando di occupare bene l’angusto spazio che veniva concesso a fiocine, esche, ami, e cianfrusaglie varie.

Le giornate trascorrevano così, alla butega che si affacciava sul molo, segnalata solo da una scritta di vernice azzurra che recitava PESCE FRESCO.

Isabella si dava da fare a sfilettare ed esporre il pescato, e ogni tanto si divertiva a impartire lezioni di dialetto romagnolo al suo compagno.

Salvatore si occupava della vendita insieme ai genitori, e pareva avere la chiave d’accesso all’animo delle persone, convincendole a farsi incartare qui una sogliola e là un calamaro, qui un pesce fritto e lì un po’ di seppia. Era il frutto del lavoro di suo padre, era qualcosa di genuino, autentico, vero e concreto.

Era il vero significato di famiglia.

Sin da quando si erano stabiliti lì, avevano notato che nel grande spiazzo di cemento davanti al loro negozio, stazionava un cane, dal pelo lungo e folto, un incrocio tra un Labrador e un Pastore Tedesco, che ogni tanto si affacciava all’uscio e Salvatore, con la consueta magnanimità, e di nascosto dai suoi genitori, gli donava un po’ di pesce che l’animale si gustava con voracità.

Nel tempo, quell’inatteso visitatore che si aggirava nei paraggi del molo venne chiamato Tobia e divenne quasi ospite fisso e quotidiano del circondario.

Così come Salvatore aveva fatto la conoscenza di un gruppetto di amichetti, su per giù coetanei, che spesso venivano a giocare e si aggiravano lì di fronte. Talvolta si intrattenevano con Tobia, in altre occasioni si nascondevano cercando di non farsi trovare dal malcapitato designato per la conta, o ancora solevano dare due calci a un pesante pallone di cuoio marrone scuro tenuto insieme da lacci di stoffa, gridando nomi così tristemente alla ribalta delle cronache in quelle settimane, quali Mazzola, Ossola, Gabetto, Loik, scomparsi nella tragedia aerea di inizio maggio di quel 1949 che annullò il Torino, la squadra italiana più forte in quel momento.

Tobia era un cane vivace, affabile, di compagnia.

Erano tempi duri anche per i migliori amici dell’uomo: molti erano fuggiti durante il conflitto, si erano dispersi nelle pinete, o erano finiti chissà dove, sparpagliati e rimasti senza padrone. Così gli accalappiacani spesso si aggiravano nella zona del porto e in quelle circostanti, perché erano già stati segnalate aggressioni a molti civili, e molti cani erano stati già portati via.

«Tobia, i ciapachè!» gridavano a turno i ragazzini appena ne scorgevano l’arrivo.

Tobia così prendeva a correre, scappando in direzione del mare e rifugiandosi quasi sempre sotto a una delle tante dune scolpite nella sabbia, scavandosi in fretta un pertugio per poter evitare di fare la fine di molti randagi.

Lui non sembrava avere i crismi del randagio, non aveva mai azzannato nessuno e sembrava essere stato perfettamente cresciuto ed educato alla civile convivenza con gli esseri umani.

Una volta imparato il trucchetto, Tonio, finito di darsi da fare col negozio, lo andava a recuperare.

Prendeva il suo Scooter 48 annata 1947, che gli era stato passato da un vecchio amico, e lo raggiungeva percorrendo lo stradello sconnesso che conduceva alla duna, riportandolo verso la pescheria, dove, divenuto ormai uno di famiglia, gli aveva approntato un riparo compreso di ciotole e ossi da rosicchiare.

Un giorno, non appena il caldo aveva dato una tregua ed era quasi tardo pomeriggio, Mattia, un lentigginoso ragazzino che faceva parte della combriccola della pescheria, gridò di nuovo: «Tobia, gli accalappiacani!». Peccato che non fosse vero, che quel pomeriggio non vi fosse nessuna ronda di alcun camioncino alla caccia di randagi da internare. Tobia naturalmente si spaventò lo stesso e fece come le altre volte: schizzò verso la duna e vi si accucciò.

Salvatore osservò la scena sulla soglia del negozio, e ammonì Mattia:

«Ma dai, l’hai fatto scappare senza motivo questa volta!». Quest’ultimo rideva compiaciuto dello scherzo, consapevole che alla fine Tobia sarebbe stato trovato da Tonio come accadeva sempre.

Salito in sella al 48 visibilmente provato da una giornata di lavoro e dalla nuova imminente notte che avrebbe dedicato alla pesca, Tonio, contrariato e un po’ stanco di andare a recuperare Tobia così spesso, partì alla volta dello stradello anche quella sera.

Una volta giunto in prossimità del sentiero, fece per imboccarlo curvando verso sinistra come di consueto, ma questa volta non si accorse dell’arrivo di una Fiat 500 color blu chiaro, che centrò la ruota posteriore del suo scooter facendolo cadere a terra. Era uno di quei nuovi modelli che la casa automobilistica torinese aveva messo sul mercato da poco, e aveva preso il soprannome di “Topolino”.

Tonio cadde svenuto sull’asfalto mentre il conducente, un uomo che più o meno poteva essere suo coetaneo, uscì precipitosamente dall’auto per soccorrerlo.

Tonio fu portato al più vicino ospedale e trattenuto per una notte che passò in dormiveglia, frastornato dall’accaduto, con il crocifisso perennemente nel suo campo visivo, unico punto di colore su un muro bianchissimo che trasmetteva una sensazione di vuoto, col pensiero rivolto a un giorno di lavoro perduto, dato che non uscendo a pescare non ci sarebbe stato nulla sul bancone il giorno seguente; e in quei tempi, un giorno di lavoro perso poteva fare tutta la differenza del mondo.

E poi il pensiero fisso a Tobia. L’incidente lo aveva tramortito a tal punto da non riuscire a proferire parola, né l’investitore né i portantini potevano sapere che in fondo a quello stradello, sotto a una duna, si nascondevano quattro zampe.

Ripresa conoscenza e raggiunto da Isabella e Salvatore, in preda a una angoscia sopita dai tempi della guerra e che era tornata in quelle ore a galla, Tonio cercò di farsi capire:

«Salvatore… devi trovare Tobia… l’hai trovato? Era lì?»

«No papà, non l’ho cercato. Siamo corsi qui, non ricordi? Eri andato a recuperarlo un’altra volta, vero?»

«Sì… Tobia… Tobia… dovete recuperare Tobia…». Se ne lamentava anche con le infermiere.

«Tonio ti prego, non sforzarti… lo andremo a cercare Tobia… sarà nei paraggi, lo sai, come sempre. Ora devi pensare a riprenderti…» lo incalzava Isabella con l’unico filo di voce che le era restato.

E invece Tobia non fu trovato.

Nei giorni seguenti, la vita della famiglia Miramonti riprese vigore. Tonio, una volta tornato in sesto, dovette tornare a trascorrere ore notturne in mare e ore diurne in pescheria, trovandosi ancora una volta a ripartire così come aveva fatto dopo la guerra. Non poteva essere un incidente stradale, che pure era stato un avvenimento crudele e inaspettato, a fermarlo: aveva vissuto di peggio.

Nulla però era più uguale a prima. Quel cane così affettuoso e fedele, che riusciva con la sua sola presenza ad allietare le impegnative giornate dei pescatori sul molo e dei ragazzini che lì si aggiravano, era scomparso. Le notti stellate e la luna che si rifletteva sull’acqua, trasmettevano ora un senso di paura e solitudine a Tobia. L’oscurità non era più amica e confidente, ma oscurità in quanto tale.

Forse nemmeno lui, nemmeno Isabella, nemmeno Salvatore, pensavano che quel cane di passaggio divenisse così importante, si trasformasse in una presenza così costante della loro vita.

Allora è proprio vero che ci si accorge di qualcosa o di qualcuno solo quando questo scompare?

Furono organizzate delle ricerche, poiché tutta quella zona di Porto Corsini conosceva Tobia e ne aveva apprezzato la compagnia.

«A me sembra di averlo avvistato a Casalborsetti l’altro giorno…»

«Ieri abbiamo setacciato la pineta, nulla…»

«Secondo me è andato verso Lido di Dante, stanco del pericolo imminente di essere catturato… forse ha capito che non era zona per lui».

Chiunque diceva la sua.

Anche i ragazzini del molo, anche Mattia, che gli aveva teso lo scherzo e spesso veniva ancora ritenuto responsabile di quanto accaduto dagli altri suoi compagni. Salvatore si unì a loro e alle ricerche, ma il cane non fu ritrovato e dopo una settimana le ricerche stesse furono interrotte. Tonio tornò alla duna, quella in cui Tobia si nascondeva. E come una solenne cerimonia funebre, vi piantò un paletto sul quale attaccò una foto dell’animale.

A prestare le più importanti cure a Tonio, durante il periodo di ricovero, era Santina. Una donna sola, che aveva dedicato alla medicina e all’assistenza ai malati praticamente tutta la sua esistenza. Era tutt’altro che affascinante, ma aveva due occhioni grandi color smeraldo. Sprigionava energia da ogni poro e tutte quelle bombe che si era presa in testa pochi anni prima, soccorrendo qua e là feriti e moribondi, sollevando e poggiando lettighe e barelle, facendo da scudo ai bambini durante le deflagrazioni degli ordigni che piovevano sul litorale, non l’avevano scalfita, anzi, le avevano donato ancor più entusiasmo. Usciti da una guerra, si poteva uscire da tutto.

Dopo che Tonio fu dimesso, un mattino se ne uscì a buttare un po’ di spazzatura, e notò un cane lungo il muro di un lato dell’edificio. A volte stazionava sotto la finestra dell’ufficio del direttore, oppure si spostava più vicino al cancello. Aveva preso l’abitudine di portargli del latte e uscire più volte durante il giorno per tenerlo d’occhio e prendersene cura. Ripensò a quel paziente che chiedeva di Tobia solo pochi giorni prima, e la descrizione che ne aveva fatto era piuttosto fedele. Pochi giorni dopo Tonio ricevette una telefonata. Era l’ospedale, era la voce di Santina.

File interminabili di festoni e bandierine colorate adornavano il molo.

I carretti di legno dalle grandi ruote, che un tempo servivano a trasportare le provviste lontano dai venti di guerra, accoglievano capienti cassette piene di ogni tipo di pesce. Tutti i venditori della zona avevano messo insieme i loro prodotti ittici.

Tutta la comunità del molo salutava il ritorno di Tobia, che sgusciava tra la gente, tra quei ragazzini che ormai conosceva bene, e soprattutto scodinzolava intorno a Tonio.

Lo aveva seguito fino all’ospedale, aveva capito chissà per quale sesto senso, che solo i cani possono avere, che lui si trovava lì. Aveva visto l’incidente, si era impaurito, e poi aveva percorso una lunga strada per raggiungere il suo padrone. Era stato lui questa volta ad andare a recuperarlo, anche se non l’aveva visto uscire dal nosocomio quando lui era stato dimesso. Non voleva tornare al molo senza di lui. Una volta ricevuta la telefonata, la famiglia Miramonti, che ogni giorno guardava il mare davanti a sé, lo era andato a recuperare, speranzosa seppur non certa che si trattasse di Tobia.

E invece era proprio lui.

E allora non c’era più motivo per aver paura della notte e dei ciapachè.


Bio – Stefano Ravaglia:

Nato a Ravenna il 25 marzo 1985. Vincitore del concorso Troskij Cafè Noir – Montegrappa Edizioni con la traccia “È stato Franco o Gino?” pubblicata nella antologia “Le Cahiers du Troskij Cafè” (2016)

 
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