Il Mondo di Pulp – Stefano Ravaglia

Questa è la storia di Pulp.

Lo chiamavano così, ma vai a capire se fosse il suo vero nome. Non credo proprio. Io alla fine non l’ho mai scoperto.

Pulp come Pulp Fiction, come l’ultimo libro di Bukowski che puzzava di morte.

Successe d’estate.

Il mio Pulp, il nostro Pulp, lo avevamo conosciuto al campeggio. Marina Sottobosco era invasa dai campeggiatori già dai primi di maggio. Dicono sempre che c’è la crisi, che non ci sono soldi e invece ne vedevo di turisti da noi.

Al Villaggio Verde, dove cercavo di racimolare due o tre soldi almeno nel periodo estivo, dato che in inverno non facevo un cazzo, conobbi Pulp.

E nulla fu più come prima.

Lavorare in un campeggio ti concedeva poche pause.

Avevi sempre il fiato corto: devi pulire, sistemare, riassettare, assistere, essere gentile e disponibile, correre come un dannato nelle ore in cui sei di turno, trattare bene gli ospiti perché il cliente ha sempre ragione.

Dovevi avere a che fare con casi umani di ogni tipo: lo sbruffone, il milanese imbruttito, i giovani sposini, le carovane con cinque figli al seguito dei quali il più grande ha otto anni, lo sfigato che non è mai andato in vacanza e gli pare d’essere alle Mauritius, il cadavere bianco latte che neanche la protezione cinquanta rende immune da una scottatura.

Sudi, fatichi, corri, hai sempre la tensione alta, le magliette con le chiazze e la testa che ti scoppia.

Arrivi a fine turno che sei uno schifo. Uno schifo.

Però che pianeta, il campeggio.

È un angolo di mondo, nel mondo. Ma è affascinante proprio perché incontravi personaggi.

Individui che nel mondo normale non esistono, forse si potevano trovare solo lì, nel pianeta del campeggio. Una civiltà parallela alla nostra. Come se fossero tirati fuori dall’armadio ad aprile e messi via in settembre, come un vestito leggero.

E uno di questi era Pulp.

Non era un cliente però: aveva cominciato a lavorare con noi da subito, a inizio maggio.

La formazione era la stessa dell’anno precedente (sì, perché anche l’anno prima non facevo un cazzo e lavoravo solo d’estate… che poi non è mica male se ci pensate): Elsa al bancone del bar, Preto che aveva sul groppone la manutenzione e faceva i soldi solo con le mance, che intascava accompagnando i nuovi arrivati alle piazzole o agli alloggi. Ce n’erano una trentina, forniti di tutto: bagno privato, frigobar, asciugacapelli, salviette, tovaglie. E poi c’era Sauro, che stava in guardiola e si dava il cambio con me. E avrebbe dovuto darselo anche con Pulp, quell’anno.

I turni erano dal primo mattino alle quattro del pomeriggio, poi il giorno seguente attaccavi alle quattro per venire via a mezzanotte.

C’era la piscina, che per noi dipendenti era assolutamente vietata, l’area giochi per i bambini e un sacco di altre cose.

Ricordo ancora il primo giorno.

«Ciao ragazzi, sono Pulp, piacere»

Marcatissimo accento siciliano.

«Pulp? Che razza di nome è?» feci subito io.

«Pulp!» faceva lui candido candido.

Aveva i capelli ossigenati e una leggera barbetta, era un po’ tarchiato e nessuno osò chiedergli, chissà poi per quale ragione, quale fosse il suo vero nome. Tanto non te lo avrebbe detto.

Lui era Pulp. Per tutti. Anzi, Minchiapulp. La più famosa esclamazione della sua terra era divenuta la sua condanna, lo avremo chiamato così. Minchiapulp.

Che non fosse molto a posto lo capimmo quasi subito.

Un giorno venne al campeggio una coppia di russi. Intuimmo che era talmente piena di soldi quando vedemmo il Ferrari modello Spider oltrepassare il cancello in ferro battuto e rombare fiero e menefreghista. Era il giorno del compleanno di Pulp che infatti non fece altro che rompere l’anima tutto il tempo per chiedere se poteva fare un giro sul Ferrari del facoltoso russo.

«Pulp lascia stare, se ti beccano i capi sai che culo ti fanno?»

«Ma dai non succede nulla, non ci sono i capi. Li vedi? E dove stanno? È il mio compleanno, su!»

«Tu viene sì, tu viene su mia Ferrari» lo esortava l’omone russo dai capelli bianchi oliati e la camicia sbottonata che incorniciava un medaglione d’oro e racchiudeva una pancia quasi da lottatore di sumo.

Lei era vestita poco e ingioiellata fino alle orecchie.

Era inutile contraddire Minchiapulp, avrebbe fatto di testa sua.

Lo vedemmo allontanarsi con l’omone russo, e poco dopo udimmo il rombo di una macchina di grossa cilindrata.

Sarà mica un Ferrari?

Sembrava un Ferrari.

Era un Ferrari.

Scorgemmo l’auto arrivare dal fondo della strada, con il russo seduto nel sedile del passeggero e Pulp alla guida. La nobile compagna dell’oligarca se ne stava rannicchiata nel sedile posteriore. La macchina svoltò ed entrò nel parcheggio che loro, i capi, erano già lì. Tre pinguini in giacca e cravatta il quattro di giugno, che osservavano il bolide arrestarsi e spegnere il motore.

Me la ricordo ancora l’uscita dalla macchina di Minchiapulp.

Il viso era una maschera, i movimenti lenti: era come narcotizzato.

«Oh… ehm… scusate… volevo fare un giro e…»

Il panzone russo naturalmente se ne fotteva come se non ci fosse un domani.

La passò liscia Pulp, quella volta. Il giorno dopo portò una torta enorme, panna e fragole.

Non poteva averla fatta lui, era impossibile. Chissà a quale forno l’aveva estorta. C’era in mezzo l’enorme simbolo del campeggio e una scritta di cioccolato: Villaggio Verde. Che paraculo.

Un altro giorno invece entrò in un alloggio con due ragazze francesi. Una cosa da temere di Minchiapulp erano ovviamente i suoi irrefrenabili impulsi a portarsi a letto qualsiasi essere femminile bipede che respirava.

Il campeggio in questo senso poteva rappresentare un’autentica tonnara.

Una sera mostrò la camera a due ragazze francesi, e lui che quasi non sapeva una parola di italiano, figuriamoci di una lingua straniera, a proposito di una richiesta delle signorine con argomento le lenzuola, lui liquidò la questione con un Shit.

Peccato che in inglese il lenzuolo si dica Sheet, con la “e” prolungata, e che la prima versione abbia tutt’altro significato. Il peggior significato possibile in inglese.

«Do you want shit?

«Shit? Merda?»

«Shit! Shit!»

Così le francesi se n’erano andate senza nemmeno pagare la quota. Ci incazzammo con Pulp ma Sauro moriva dal ridere, io pure e la cosa finì lì. I capi non vennero informati, naturalmente.

E questo era Pulp.

Che se ne era fatte parecchie di turiste quell’estate.

E insomma una sera, che era un venerdì, eravamo pieni di gente. Di quei venerdì roventi alle nove di sera, con lo scalpiccio delle infradito dovunque, con il vociare, le schiene sudate, i vestiti appiccicati alla pelle, le fronti perlate e tu che stai in boxer da mare, canotta dei Lakers a correre di qua e di là.

Io stavo alla cassa, Sauro ed Elsa servivano i tavoli, in guardiola doveva starci lui. Avevo un serpentone di gente davanti a me in cassa. Avevo notato da un bel po’ il mago che si aggirava per lo stabilimento. Come fosse entrato non lo so. Come potesse resistere così imbacuccato, nemmeno.

Sembrava un pinguino anche lui, come i capi che erano venuti a vedere Minchiapulp in Ferrari.

«Salve! Le posso fare un gioco di prestigio?»

«Guardi lasci stare, ho gente, non vede?»

«Su su solo un paio di minuti.»

Armeggiava con le carte, le faceva sparire e ricomparire, le solite cazzate.

Oh bravo, bravo, incalzava la gente.

Scalpiccio, schiene sudate, fronti perlate. E il mago vestito da pinguino che muoveva le carte e ammaliava quelli che dovevano pagare il fritto misto e le birre.

Poi i tavoli iniziarono a svuotarsi, il vociare a placarsi, le schiene e le fronti ad asciugarsi. Attraversavo la sala ormai deserta, e vidi Minchiapulp sulla soglia. Aveva lo sguardo vuoto.

Era venuto via dalla guardiola. Era entrato nel ristorante.

«Thomas»

«Beh? Oh?»

Guardava me, ma non guardava me. Mi parlava e aveva gli occhi da un’altra parte.

«Hai tirato Minchiapulp» gli dissi.

«La luce, Thomas, l’ho vista»

«Quale luce?»

«Tu non l’hai vista, Thomas?»

Sembrava scioccato, sotto gli effetti dello schifo che si credevo si fosse bevuto e fumato. In guardiola? Possibile?

«Vieni Thomas, venite»

«Dove Pulp?»

«Voi la luce non l’avete vista? Io sì! Venite! Andiamo dal mago.»

Elsa si rifiutava, io dovetti seguirlo a forza. Mi accompagnò Sauro che stava per montare al posto suo, e meno male. Superammo lo stradello, i primi bungalow e finimmo vicini alla zona piscina, immersi nella pineta. Alberi scuri e alti intorno a noi, così inquietanti che sembravamo circondati dai cattivi di una serie televisiva.

Là c’era il mago.

«La vita, la forza, la luce, Pulp»

Aveva ancora indosso il suo abito da pinguino, stringeva un anello.

«Guarda l’anello, Pulp, guarda l’anello»

Non ero in grado di capire se mi trovassi in un incubo o se tutto quel casino fosse reale. Elsa era tre passi dietro di noi e sussurrava “Questo è pazzo”. Si vedeva lontano miglia che avrebbe voluto girarsi e scappare. Restò lì. Sauro era silenzioso, e osservava.

Il mago incalzava: «Guarda l’anello! Guarda l’anello!»

Pulp guardava l’anello che il mago reggeva con la mano destra, davanti a lui. Lo osservava come guardava me prima, dentro al ristorante. Aveva lo sguardo di nuovo sbieco.

«Sì, vedo tutto. E sento tutto. La vita, la forza, la luce. E allora noi saremo uniti per sempre.»

I due, Minchiapulp e il mago, si vennero incontro e si abbracciarono.

Il mattino seguente arrivai alle dieci. Pulp aveva il turno con me, ma di lui nessuna traccia.

Entrai nel ristorante, illuminato da un sole cocente e così sgombro e fermo rispetto alla sera prima.

«Ma dov’è Pulp? Doveva montare con me…»

Sauro e Preto erano appoggiati al bancone.

«Proprio il tuo Pulp!»

«Perché, che è successo?»

«Fatti raccontare da Preto che è successo stanotte.»

«Ha iniziato a girare per le piazzole. È andato dai Fellini, hai presente? Eh, ha chiesto al marito di accendere. “Fammi accendere! Fammi accendere!”. Aveva la sigaretta in bocca e lui, spaventato, gli ha dato il fuoco. E Pulp continuava: “Fammi accendere! Fammi accendere!”. Tre volte. Aveva l’accendino davanti e continuava a gridare. Dovevi vederlo, fuori di testa. Poi è andato a scuotere la tenda dei Prandini. E io che lo richiamavo: “Stai buono! Vieni qui!”. Non credo abbia dormito nessuno stanotte. Alle quattro era ancora in giro a far casino. Abbiamo chiamato la polizia e poi è arrivata l’ambulanza. Ci credi che gli hanno messo la camicia di forza? E poi l’hanno portato via.»

D’un tratto entrò Elsa. Le stavo parlando di Pulp, quando vidi in lontananza, dietro di lei, un autobus di linea fermarsi davanti all’ingresso. I freni del bus stridettero, seguiti dal rumore delle porte che si aprivano. Non potevo credere ai miei occhi. Scese Pulp. Aveva una maglietta scollata, rossa, come sporca di sangue.

Minchiapulp ci salutò un giorno di metà luglio, l’avevano troncato. Non fece una piega e noi dispiaceva. Un pazzo scatenato al quale però ci eravamo affezionati.

Lo rividi un giorno di inizio settembre, a Punta Pineta.

«Pulp ma che fai qui?»

«Ci lavoro, sono al Camping Le Rose. Sto in guardiola.»

Non parlammo più di quel venerdì notte.


Bio – Stefano Ravaglia:

Nato a Ravenna il 25 marzo 1985. Vincitore del concorso Troskij Cafè Noir – Montegrappa Edizioni con la traccia “È stato Franco o Gino?” pubblicata nella antologia “Le Cahiers du Troskij Cafè” (2016)

 
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