Dal Congo……. a Campomarino. (Storia di un migrante) – Vincenzo Melino

E’ una splendida giornata di fine aprile. Nell’aria profumi di viole e di glicine, di biancheria stesa ad asciugare e di pane caldo appena uscito dal forno.

Jua Rafiki ha trovato, da pochi giorni, un lavoro stagionale nei campi, a ridosso di Termoli. Tra le zolle da coltivare, cumuli di amarezze e di ricordi cristallizzati. Rumore di torrenti, sole scherzoso tra rade nuvole e pietre che danzano nei sentieri di campagna. Canto di grilli nei cespugli e chiome d’alberi che mormorano parole sconnesse. Nugoli di speranze scivolano come valanghe in precipizio e franano sulla ragione. Impulsi d’uggia e d’affetto nel rimbombo di voci remote. E i pensieri si rincorrono rapidi come fulmini, come in un uragano di dolore. Voci lontane, soffici ombre, cicatrici svolazzanti, avvolte nel buio dell’esistenza. L’erba secca, sospinta da una debole brezza, s’impiglia nei capelli di Jua e gli graffia il viso. E la solitudine taglia i sentimenti con una falce lunatica. Il tempo, come tornio, lima sussurri d’indifferenza, tra i contorni lievi di sagome infedeli, in un sisma d’afflizioni. Occhi luminosi e dolci penetrano nel fondo della coscienza, come in un delirio di rassegnazione. E il panico sarcastico della vita oltrepassa i confini dell’individualità.

Il cuore del ragazzo, però, straripa di felicità perché finalmente può mandare qualche soldo alla famiglia che vive in Africa. Per recarsi al lavoro, si sposta, con la sua bicicletta, lungo la strada statale n.16, la vecchia “Adriatica”. Il tratto Campomarino – Termoli è una lingua d’asfalto che corre parallela al mare, il quale dista poche centinaia di metri.

Sul bordo sinistro dell’arteria una lunga siepe di fiori bianchi, poi ginestre e ulivi. Vigneti e campi di grano emergono tra fronde di querce e di eucalipti, in un fondale d’insolita bruma. Il perimetro dei colli è remoto, anzi remotissimo, immerso in una debole nuvolaglia. Poco distante s’intravedono un mandorleto, dei tratti sassosi e una forra colma d’erba, configurati in una mutabile striscia di verde. I primi fiori primaverili, numericamente pochi, sono dispersi lungo il ciglio della statale, in tenuissime tinte. Tra il cielo di un fulgido azzurro e la terra intrisa d’acqua, l’etere è pervaso dalla fragranza dei tigli e dei frutti selvatici.

Jua è un ragazzo congolese che ha compiuto diciotto anni lo scorso mese di marzo. Il suo arrivo in Italia avviene a fine gennaio, dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone, come tanti migranti africani. Da circa due mesi alloggia in una struttura d’accoglienza situata in Molise, a Campomarino.

In Europa il ragazzo cerca il sole e giorni migliori. In Europa cerca amicizie sincere e approdi sicuri. In Europa cerca un lavoro.

Jua Rafiki, in lingua bantu – lo swahili – significa “sole amico”. E il sole, questo adolescente, lo porta dentro e fuori di sé. L’Europa per Jua rappresenta il sole e i raggi di questo astro, a suo avviso, si estrinsecano in amicizia, fraternità, misericordia e solidarietà. Nel frattempo fruga nei cassonetti dell’immondizia. Rovista negli occhi e nei cuori degli uomini. Scandaglia le anime degli italiani, setaccia le coscienze dei molisani.

La sua felicità trova albergo in un gesto di cordialità, in un sorriso, in un cenno di comunanza. La sua felicità trova casa nella straordinarietà dei comportamenti umili, nella normalità degli atteggiamenti semplici, nei sogni impossibili e ….. in una bicicletta. La felicità è il viaggio ….. in un barcone. E la felicità traspare dalla quotidianità della sua esistenza, dal respiro calmo delle narici, dalla luce speciale dei suoi occhi.

La storia di Jua Rafiki inizia da lontano, dal mare, anzi, da oltre il mare. E’ ancora vivo nella sua mente il viaggio della speranza che l’ha portato in Italia.

Jua è orfano di padre e il primo di cinque figli. Il ragazzo fugge dalla guerra e lascia l’Africa, i fratelli, la madre, gli amici. Abbandona a malincuore la sua terra, il sangue del suo sangue. Va via dal proprio paese, un villaggio di quattro capanne, nei pressi di Kutu, sulle rive del fiume Congo.

Jua lascia l’Africa per fame, una fame che lo spinge verso l’Europa. La fame è la peggior malattia che può capitare all’uomo. Nel tempo della fame la vita diventa un oltraggio e crollano le leggi, una dopo l’altra, con quiete mortale. L’affamato vede gli altri come mostri, che gli succhiano il sangue, che lo divorano in silenzio, soldo dopo soldo, fatica dopo fatica e parola dopo parola. La terra diventa pane delizioso, pane mangiatore, che non può comprendere chi ha la pancia piena. E il sangue si trasforma in lacrime ….. lacrime di fame. Chi vuol mangiare avendo da mangiare, o anche dei soldi, non ha alcun problema, ma chi vuole mangiare e non ha niente da mangiare sente, nello stesso momento, aumentare la sua fame, la quale diventa una fame psicologica, un buco nero nello stomaco, nella mente e negli occhi.

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine …

… lentamente muore chi non viaggia …

… lentamente muore chi non rischia la certezza per l’incertezza”.

Questi versi di Martha Medeiros martellano il cervello di Jua. Viaggiare in Europa per ogni africano rappresenta un sogno. Così il giovane sceglie di rischiare tutto ….. per niente. D’accordo con i familiari prende quasi tutti i risparmi e li utilizza per il viaggio d’oltremare. Rischia tutto e viaggia, portando nello zaino la propria identità, le sagome dei parenti e degli amici, le tradizioni culturali e i panorami africani, la propria fame e quella della famiglia. E va verso una meta sconosciuta, verso un destino cieco, sperando di arrivare in Europa, il traguardo di tutti gli affamati.

Il fratellino di cinque anni chiede alla madre: “mamma, ma dove va mio fratello?”. “Va in Europa, per mandarci il pane” risponde la madre.

“Ma cos’è questa Eulopa, è un forno di pane?” osserva genuinamente il fratellino.

“Sì, figliolo, è un forno!” ribatte la mamma.

Gli occhi della madre sono bagnati di tristezza. Quelli di Jua, invece, brillano di disperazione. Non è difficile capirsi. Non c’è bisogno di sgozzare parole sull’altare maestoso della realtà, mai accettata ma vissuta. Non c’è bisogno di accarezzare la coscienza di un destino morto, o forse mai nato. La madre guarda il piccolo zaino e il suo minuscolo corpo. Avrebbe desiderato infilargli in tasca qualche soldo in più, ma ….. i pensieri si dissolvono nella sua testa e spariscono nei vicoli del nulla. Il ragazzo sente e vede la sua disperazione. Simula un sorriso, ma con le madri non si riesce a fingere. Dice soltanto: “appena arriverò in Europa, lavorerò e vi manderò dei soldi”.

Jua dà quasi tutti i risparmi familiari al trafficante che promette di portarlo in Europa. Attraversa tanti confini di diversi paesi, e ogni volta si chiede: “ma chi li ha messi questi confini tra le nazioni se la terra è stata sempre un unico pezzo?”

Il giovane attraversa il mare Mediterraneo tra le cui onde dondola il barcone e con esso dondola pure il suo destino. La barcaccia porta il triplo di quello che può contenere e sembra perdersi nell’immenso mare, come se non avesse una meta. L’arrivo non è garantito, si può morire annegati senza che la notizia giunga a qualcuno. Chissà quante persone ha inghiottito il Mediterraneo. Sembra una fossa comune, senza tombe né epitaffi, quasi come un mondo isolato, senza confini né mappe. Un mondo perduto, affollato di anime perdute.

Il mare arrabbiato, con onde enormi, fa paura. La notte buia, inzuppata di lacrime e d’acqua salata, crea scompiglio. Il bagliore dei lampi spaventa l’anima e inchioda i battiti del cuore. Intorno al barcone si sente il fragore delle onde impazzite e il rimbombo cupo dei tuoni, mentre il libeccio sferza i marosi.

La chiatta sgangherata sale sulla cresta di una spuma minacciosa, col motore che arranca e le eliche che battono a vuoto, poi scende scivolando su quella infinita distesa d’acqua. Il legno scricchiola sotto la violenza della tempesta, oberato dal peso di oltre duecento persone, che paiono topi in attesa d’affogare. Una carretta del mare stracarica di migranti che scappano dalla guerra e dalla fame. Sembra che la furia dei flutti voglia squarciare l’imbarcazione e gettare il suo carico umano nell’acqua scura, come cose inutili, oggetti senza valore.

I migranti non si possono muovere, schiacciati gli uni contro gli altri, uomini, donne, bambini, anche qualche neonato, in una confusa mescolanza di lingue e di etnie. Un continente povero e martoriato in viaggio verso la speranza, una miriade di uomini neri in marcia verso l’illusione del sogno europeo.

“Tieni gli occhi chiusi, se hai paura, non guardare”, dice qualcuno a Jua.   “Non potrà durare in eterno questo incubo, tra poco sarà l’alba e vedremo la costa italiana.”

“Tu non lo sai se stiamo per arrivare, dici così solo per farmi stare tranquillo” ribatte l’adolescente, quasi piangendo.

Alcuni cominciano a pregare e, in quella minacciosa oscurità, si libra sommessa una nenia religiosa. Forse nell’alto dei cieli il Dio della giustizia e della verità, il Dio dei popoli e delle nazioni, comunque si chiami, udrà le invocazioni provenienti da quel guscio sbattuto dalla furia dei flutti.

All’improvviso qualcuno grida: “Il porto, il porto, siamo salvi!”

Finalmente Jua sorride e i suoi denti bianchissimi brillano nei primi bagliori dell’alba.

Quell’umanità sofferente che ha nel sangue il sapore della paura e la percezione nitida della speranza, quel popolo di diseredati, con la pelle sudata e gli occhi dilatati, ora vede davanti a sé la libertà e il miglioramento economico, come in un crocicchio di avvenimenti possibili e stemperati.

Molti cercano di alzarsi in piedi e radunano le loro povere cose. La barcaccia vacilla.

“Ma che fate? Fermi, maledizione, altrimenti ci rovesciamo!” urlano in tanti.

Proprio in quel momento un’ondata maligna s’abbatte sul barcone che finisce la corsa contro le rocce della scogliera. La falla nel legno si apre come uno squarcio in un corpo stremato dall’impari combattimento e l’acqua si precipita all’interno, mentre il legname si spacca in cento pezzi. Si sentono strilli e pianti e una nuova onda colpisce ancora la carcassa. Un uomo grida ai due scafisti, minacciandoli con i pugni chiusi: “Adesso che ci succederà? Ci avete portato contro le rocce, però i nostri soldi li avete voluti!”

“Pensiamo a salvarci la pelle ora, amico!” dice qualcun altro.

“Aiuto, aiutateci, non sappiamo nuotare!” si sente gridare, e centinaia di braccia si agitano convulse all’interno di quello che è rimasto della stiva. C’è chi spinge, chi minaccia, chi calpesta altri corpi per guadagnare l’uscita.

Le case e le luci di Pozzallo sono lì, a pochi metri da loro. I bambini piangono, ce ne sono di molto piccoli e i loro padri li prendono in braccio per proteggerli e tranquillizzarli. In tanti si lanciano in mare, aggrappandosi a tutto ciò che galleggia: corde, salvagenti, pezzi di legno.

Allora accade una cosa straordinaria. Cittadini, poliziotti, carabinieri, volontari, vedendo il dramma compiersi sotto i propri occhi, si buttano in acqua per andare a salvare i reduci di quel naufragio. Ad oriente s’affaccia luminosa l’aurora, mentre mani bianche stringono mani nere. Le mani tirano a riva, strappando la vita alla morte. Le mani nelle mani, le reti di mani alla pesca di uomini. Le mani formano una catena che nessuno può spezzare. Le mani afferrano gli uomini, prendono in braccio i bambini, sorreggono le donne, le sospingono dove l’acqua è più bassa. Le mani abbracciano, carezzano, danno pacche sulle spalle a coloro che toccano terra, ormai salvi.

A poco a poco tutta quella moltitudine ritorna sulla terra, dopo aver vissuto tante tribolazioni alla mercè dell’acqua. Sul molo ci sono bianchi e neri, soccorritori e naufraghi, che si abbracciano per la gioia, che ridono, passandosi le coperte per proteggersi dal freddo. Si legge negli occhi di ognuno la paura appena passata. Tutta quella gente sulla riva, bagnata, spossata, ma viva, strappata alle bizze del mare, sta a testimoniare che i naufraghi ce l’hanno fatta a salvarsi la vita, e che gli italiani ce l’hanno fatta a salvarsi la faccia.

La commozione di Jua è talmente forte che si scioglie in un pianto di gioia. Piange per il disastro della sua vita, per l’incertezza del domani, perché le poche ancore di salvezza in cui credeva, in quel complicato marasma di incomprensibili novità, gli sembrano ancora lontanissime. Dalle gialle e polverose strade del Congo, attraverso le acque azzurre del Mediterraneo, alle verdi colline italiane, quanti colori hanno visto i suoi occhi.

L’asfalto scorre rapido sotto le ruote della bicicletta. E Jua Rafiki sfoga la propria gioia cantando. La sua voce si perde nell’aria primaverile e in un refolo di vento. La strada è fiancheggiata su un lato da un lungo muretto a secco, ricco di cespugli di rosmarino. Il rosso dei papaveri dilaga tra le vigne e delimita gli appezzamenti di frumento dai maggesi. Più avanti prati rutilanti, sterpaglie, perastri, selve di acacie, frassini e castagni, mentre giovani spighe di avena si piegano blandamente sotto le carezze stanche dello scirocco. Poi una forra piena di ciclamini, cardi polverosi, pruni selvatici, sambuchi in vegetazione e odori di fieno tagliato da poco.

Nonostante le avversità della vita questo giovane africano è felice, felice di esistere. Nonostante la sua anima sia sottomessa all’infausto destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza fondamento, Jua è felice. Nonostante la sua anima appaia estranea alle solennità del mondo, indifferente al divino, quasi sprezzante rispetto alle umane passioni, l’adolescente congolese è felice, felice di essere vivo. E attraverso gli occhi imbeve la propria spiritualità di colori: un raggio di sole, un prato di papaveri, un sorso di quiete, come in una repentina catarsi.

La bicicletta è il suo piacevole tormento. Tramite la bicicletta tocca terra, senza mai mettere giù i piedi. La bicicletta è una miniera di esperienze, di gesti possibili, di cortesie, di situazioni imprevedibili; e genera contatti umani, incontri fugaci. Aerea, leggera, quasi trasparente, è avventura, pellegrinaggio, parola che acquista peso e senso nell’andare.

La bicicletta fornisce nuova linfa alla salute del ragazzo e al suo buonumore. E le pedalate leggere si riverberano nella propagazione delle chimere e nel misticismo sentimentale. Pedalando in bicicletta Jua scopre le verdi colline e i campi di orzo. E si sente in simbiosi con i luoghi che attraversa. Assapora il profumo degli eucalipti e dei rododendri. Vive le trepidazioni delle brughiere e dei boschi di betulle. E il suo pensiero s’immerge nell’immensità delle sensazioni, nell’incanto delle emozioni, nel mistero degli affetti. Il suo cuore allontana le velate malinconie e le tenebrose solitudini. E si avvicina alla felicità, fin quasi ad abbracciarla. La cattura nella luce del sole, nei verdi boccioli e nel profumo delle ginestre. La coglie in uno sguardo d’empatia, in un atteggiamento spontaneo, in un atto disinteressato.

La bicicletta taglia l’aria, infonde il buonumore, lava lo stress, e fa partire i pensieri, come una legge fisica, facendoli sgocciolare uno a uno. Ha una proprietà inutile ma sublime e genera complicate ombre di ogni lunghezza, sculture effimere di luce, dipinti che ipnotizzano come entità amiche. La bicicletta è incanto al mattino e magia nella sera.

Un’impalpabile bruma vagola nell’aria, attutendo profili e rumori. Jua pedala in lieve salita e avverte gli effetti che mutano, s’esaltano, s’inteneriscono. Sembra una recita di colori. Il rumore dei pneumatici sulla strada ha un suono grasso, saporito, gradevole, come di mani affusolate che accarezzano il velluto. Dove l’asfalto è più ruvido il giovane avverte le vibrazioni acute dei raggi e della catena, come nello sfrigolio di unghie lunghe di donna, impegnate a grattare la calza nera.

Nel cielo azzurro e nell’aria mite del mattino il fruscio delle gomme s’accorda con le gambe che si scaldano, con il respiro che immette vento fresco nei polmoni, con lo sguardo che esplora il paesaggio. I pensieri innocenti del ragazzo vagano nel sole germogliante del mattino, scavalcando alberi e colline. E lo portano in luoghi lontani, tra il disincanto di flebili emozioni e di evasive elegie.

La catena scende sull’ingranaggio più piccolo, con un colpo di pollice, e la velocità aumenta. E l’asfalto corre più rapido sotto le ruote.

Di colpo un urlo rauco e un confuso crepuscolo invade il cervello, come in un recondito gorgo dell’inquietudine. La frenata brusca del camion graffia l’asfalto e lo dipinge di nero….. e di sangue. La frenata non evita l’impatto violento, mortale. Il lamento del cuore di Jua, dolce e indistinto, come l’ultima eco di una sinfonia si diffonde nell’aria vuota. Gocce di freddo sudore scendono sul viso scuro, immerso nell’esalazione di un vapore metallico. Le membra contratte, il corpo cosparso di macchie e le braccia esauste che scivolano sul ciglio della strada, come fili tesi, come corde di una chitarra in procinto di spezzarsi. Mento abbassato sul petto, palpebre spalancate, come in un caleidoscopio ingrigito. Nelle orbite oculari un’espressione di serenità. Una grossa lacrima solca il viso del giovane e si perde in un’increspatura cangiante. Tutto si dissolve, confusamente, nel silenzio e negli attimi che passano lenti, nel vento soffice che muove i rari cirri nel cielo, nei sentori umidi che salgono dall’anima e nei fiori vermigli dell’ipocondria, tra il nitore soffuso di pareti monastiche e vaghi nugoli d’incenso fumante. Testa china e occhi senza più speranze. Nell’aria odore di lacrime salmastre e singhiozzi bloccati in gola. Una malinconia incupita percuote l’orizzonte e rimbomba tra i selciati e nei torrenti.

“Giovane migrante africano muore sul colpo, travolto da un camion.”

“Inutile l’arrivo dell’ambulanza del 118.”

“Nessuno è riuscito a rintracciare i parenti di Jua Rafiki.”

“Il suo corpo riposa nel cimitero di Campomarino.”

Questi i titoli di alcuni quotidiani regionali nei giorni successivi alla tragedia.

Ora Jua è partito per una destinazione molto lontana, distante nel tempo. E’ un viaggio greve e misericordioso che lo porterà in paesaggi nordici irrorati dalla luce iridescente dell’alba, verso baite avvolte nei tenui colori autunnali e nelle brume vespertine. La sua mente adesso tratteggia diafani diademi rivestiti di fiori e di diamanti, simili a malinconie impietrite in notti senza luna. Il suo cuore, invece, dipinge nubi vaganti su darsene sublimi, tra effimere clandestinità e vele nivee, nella solitudine di un mare sconfinato. E vola in alto, più in alto delle cime degli alberi, più in alto delle montagne ancora coperte di neve, più in alto dei nembi chiari che veleggiano lenti nel cielo pulito del mattino. Mentre la sua anima, imprigionata nei meandri degli arcobaleni primaverili, presta orecchio alle arpe sui laghi, ai canti dei cigni morenti, al vento soffice che sbuffa nelle valli romite, agli Angeli che librano le candide ali nell’aria cristallina e alla voce dell’Eterno che parla, tenebrosa, nelle brughiere.


Bio – Vincenzo Melino:

Vincenzo Melino nasce nel 1953 a Colletorto(CB). Ha studiato a Perugia dove di è laureato in Scienze Politiche. Ha lavorato presso l’Azienda Sanitaria di Campobasso. Attualmente è in pensione. Appassionato del mondo rurale si occupa di tradizioni locali, salvaguardia dell’ambiente e di ‘vivere sano’. La campagna e il suo paese natale sono costantemente presenti nei suoi scritti come luoghi di perenne nostalgia. Alcuni suoi racconti hanno conseguito importanti riconoscimenti in numerosi premi letterari.

 
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Un commento

  1. Apprezzo il tema di attualità del racconto, la capacità di esaltare in modo suggestivo l’aspetto psicologico del personaggio.
    Viene resa in modo efficace la drammaticità della sua vita che trova un legame spirituale con la fine della sua stessa esistenza

     

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