Le catene del sogno – Francesca Paolucci

Ero incatenata ad una croce; un frate di fronte a me urlava: “Ammetti le tue colpe, strega! Libera la tua anima dal Maligno!”. Io ero lì, ma in realtà era come se guardassi attraverso uno specchio. Sentivo un forte dolore e un odore di carne bruciata. Il frate avvicinava il ferro rovente alle mie carni, ma non potevo muovermi; i suoi occhi rossi mi fissavano. Rideva mentre gridavo e le sue mani luride e sporche di sangue le posava sui miei seni, bramoso e maligno. Cercavo di divincolarmi; il mio respiro si faceva più affannoso e sentivo chiaramente i polmoni dilatarsi nel mio petto. Chiudevo gli occhi come per sfuggire alle pene, ma un forte calore che sentivo lambire il viso me li faceva riaprire: una grossa e incandescente tenaglia si avvicinava ai miei occhi. Gridavo, e gridavo, volevo fuggire. Poi, come sempre, mi svegliavo: ero sul mio letto; toccavo il mio corpo e terrorizzata mi guardavo attorno. Quel sogno ricorrente continuava a tornare tutte le notti, e di volta in volta si faceva sempre più reale. Finché quell’ultima notte, destatami dall’incubo, sentii un suono d’organo che proveniva da fuori; scesi intimorita dal letto e mi diressi verso quella musica. Tentennai, poi aprii la porta di casa e mi ritrovai lungo una strada che non conoscevo. Stava nevicando, ed io ero in camicia da notte e a piedi nudi; avevo freddo ma quella musica mi costringeva a muovermi verso di lei. Ad un tratto sentii dietro di me il nitrito di un cavallo: mi voltai, e vidi quel mostruoso frate sul suo diabolico destriero nero, che m’inseguiva. Io cercai di scappare, ma i miei piedi sprofondavano nella neve: ogni passo mi costava un’immensa fatica e il vento nevoso mi ostacolava. Urlavo: “Qualcuno mi aiuti!”, ma la mia voce non produceva nessun suono. Sentii un forte dolore alla testa: il frate mi aveva afferrato per i lunghi capelli neri e mi caricò a forza sul suo cavallo. Quella musica d’organo era sempre più vicina. Vidi, in mezzo a quel deserto di neve, un monastero: una grande porta si aprì cigolando e il cavallo vi volò dentro. Mi ripetevo: “E’ un sogno, mi libererò!…”.
Il frate mi lanciò giù dal cavallo. Rialzandomi, vidi al centro del grande cortile del monastero un rogo. Alcuni frati col cappuccio mi afferrarono per le braccia, cercando di trascinarmi verso il fuoco: li guardai, e i loro visi erano teschi. Così urlai, e divincolandomi con forza riuscii a liberarmi dalla loro presa. Mi voltai e corsi verso la grande porta nera. Il frate gridava: “Catturate la strega, deve morire!”. La porta stava richiudendosi lentamente; la raggiunsi, ma non era più una porta, era uno specchio. Io urlai e lo colpii mandandolo in frantumi. Mi svegliai di nuovo nella mia stanza.
E’ passato molto tempo e non ho più fatto quell’orrendo sogno. Ma stanotte, guardando fuori dalla mia finestra la neve cadere, ho sentito di nuovo quella musica d’organo.


Bio – Francesca Paolucci:

Cesenate, appassionata di letteratura, cinema e musica jazz, suoi racconti e poesie sono apparsi sulle antologie di svariati editori, oltre che su fanzine e riviste letterarie. Fra il 2016 e il 2017 le Edizioni Scudo hanno pubblicato quattro sue raccolte di racconti, poesie e fumetti: “Le catene del sogno”, “Dire la cosa”, “Le Spose di Carmilla” e “Benzina per il mio odio”.

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3 commenti

  1. EnricoZanoletti

    Bello il modo in cui sogno e relatà si mischiano

     
  2. Francesca Paolucci

    Ringrazio umilmente per i bei giudizi.

     

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