Il caldo binario per l’inferno – Enrico Teodorani

Il treno locale si arrestò alla stazione di Forlì. Lo scompartimento dove stava Francesca si svuotò completamente e lei allungò le gambe, si stiracchiò e accese una sigaretta. Udì lo stridio delle porte pneumatiche che si richiudevano e, quasi contemporaneamente, il convoglio si mise in moto.

Alle spalle della donna la porta di comunicazione con l’altro scompartimento fu violentemente aperta. Lei udì rumore di risa e di passi. Tre ragazzini in jeans, scarpe da ginnastica e giubbotti attraversarono lo scompartimento. Francesca, automaticamente, assunse una posizione composta e posò la borsetta sulle ginocchia.

Uno dei tre ragazzi lanciò un fischio di avvertimento agli altri, che non avevano notato la donna, silenziosa nel suo cantuccio accanto al finestrino.

– Ehi, stronzi! Guardate che pezzo di figa!

Gli altri due, i volti foruncolosi, si volsero a guardare.

– Bah, non è meglio né peggio di tante altre, però sembra che abbia due grosse tette! – fece il più alto.

Francesca continuava a fissare fuori dal finestrino, senza degnarli di un’occhiata; si sforzava di mostrarsi calma, ma un attento osservatore avrebbe notato un live tremito nella mano che stringeva la sigaretta.

– Mi piacerebbe metterle le mani su quei grossi meloni che tiene sotto il maglione! – disse un ragazzino, dando di gomito agli altri due.

Francesca non disse niente. La sigaretta, nella sua sinistra, stava consumandosi adagio. Uno dei tre si sporse a toglierla di tra le dita. Lei ebbe un sobbalzo, ma non protestò, né volse il capo verso i ragazzi. Il giovane gettò il mozzicone sul pavimento e lo schiacciò, poi si lasciò cadere sul sedile accanto alla donna. Gli altri due si sedettero sui posti di fronte.

Il treno cominciò a frenare, e Francesca trasse un sospiro di sollievo. Tra poco sarebbe apparsa la stazione di Forlimpopoli. Sarebbe scesa, a costo di attendere per un’ora o più il treno seguente per Cesena. Aveva paura di quei tre. Pochi giorni prima una donna era stata seviziata e uccisa con un rasoio su un treno come quello, senza che nessuno si accorgesse di niente. E se fossero stati quei ragazzini?

Quando il treno si fermò, la donna balzò in piedi. Uno dei tre cercò di bloccarla, ma lei urlò e lo colpì al viso con la borsa. Poi tentò di uscire dall’esiguo spazio tra i sedili, ma gli altri due si alzarono in piedi per sbarrarle la strada. Un singhiozzo di paura le salì alla gola. Possibile che lei, su un treno fermo in una stazione piena di gente, fosse costretta a restare in balia di tre sbarbatelli? Aprì la bocca per gridare e, nello stesso istante, delle mani la afferrarono per la vita, e lei ricadde sulle ginocchia del ragazzo seduto. Un’altra mano le tappò la bocca.

Scalciò con forza, ma la mano continuava a premere forte contro le sue labbra, mentre altre mani si insinuavano sotto il maglione, afferrando avidamente i suoi grossi seni. Le porte pneumatiche si chiusero, e il treno, con uno scrollone, si mosse, acquistando immediatamente velocità.

Gli occhi terrorizzati della donna seguirono la mano sinistra di uno dei ragazzi che armeggiava con la lampo dei jeans.

– Attenzione, sta arrivando qualcuno! – disse uno dei tre.

Le dita che artigliavano i seni della donna sotto il maglione si schiusero ad una ad una, riluttanti come le chele di un granchio costretto ad abbandonare un boccone saporito. Francesca ne approfittò per scivolar via dalle ginocchia del ragazzo e rincantucciarsi in un angolo, da dove restò a fissare i tre con occhi pieni di angoscia.

La porta di comunicazione con l’altro scompartimento si aprì, ed entrò un uomo con un lungo cappotto nero. Non badò ai tre ragazzi, né sembrò accorgersi della donna rincantucciata in un angolo, e si sedette a metà scompartimento.

Improvvisamente Francesca si lanciò nello spazio tra i due sedili, prendendo i tre giovani alla sprovvista, corse per il corridoio fino a metà vagone, dove stava seduto l’uomo col cappotto nero, e si sedette davanti a lui. L’uomo la guardò appena, poi tornò a volgere gli occhi in direzione del finestrino.

Francesca gettò un’occhiata di sfuggita verso il fondo del vagone. I tre ragazzi per ora non si erano mossi. Bene. Sarebbe restata lì; quei tre non avrebbero osato aggredirla sotto gli occhi dell’uomo che le sedeva di fronte. Cesena era la prossima fermata, mancava poco.

D’un tratto, però, le sagome dei ragazzini apparvero accanto a lei.

– Dobbiamo finire un certo discorso.

– Non intendo fare nessun discorso con voi! – replicò in modo fermo la donna. – Vi consiglio di lasciarmi stare o mi rivolgerò alla polizia!

Guardò verso l’uomo seduto di fronte a lei, che continuava a fissare fuori dal finestrino. Per un attimo pensò che fosse sordo, tanto appariva distaccato. Oppure era straniero e non aveva afferrato il senso della frase che lei aveva rivolto ai ragazzi? No, forse era semplicemente un vigliacco, che fingeva di non udire per non essere coinvolto e che non avrebbe mosso un dito per proteggerla. Oramai la rabbia aveva superato il timore. Se avesse avuto una pistola li avrebbe uccisi, quegli orribili ragazzini brufolosi.

Un ragazzo alzò una gamba e appoggiò la scarpa sulle ginocchia dell’uomo col cappotto, spingendo con la punta.

– Sveglia, nonno! Paghi il biglietto per essere trasportato, non per assistere a tre belle, sane, meravigliose, splendide scopate!

Stavolta l’uomo si girò. Guardò fisso il ragazzo, che rimase per un attimo sconcertato di fronte a quegli occhi gelidi. Poi l’uomo guardò in basso, dove la punta della scarpa premeva. La sua mano si mosse fulminea, in avanti e verso l’alto. La stoffa dei jeans del ragazzo si aprì come per incanto, dal fondo della coscia, rivelando una gamba magra e bianca, priva di peli. Un segno rosso, lungo quanto lo squarcio dei jeans, prese immediatamente a sanguinare. Francesca emise un rantolo inorridito. Il giovane crollò in ginocchio, urlando e stringendosi la gamba con le mani, che si inzupparono subito di sangue. Gli altri due restarono impietriti a fissare.

Lo sconosciuto col cappotto nero si alzò in piedi e avanzò verso i tre ragazzi, i quali videro che non impugnava coltelli, né rasoi, né armi di sorta: le sue dita stesse erano lame affilate.

Una serie di fendenti fece a pezzi i ragazzi, dipingendo di rosso lo scompartimento con fiotti di sangue che spruzzavano ovunque. Poi l’uomo si voltò verso Francesca. Ora toccava a lei.


Bio – Enrico Teodorani:

Nato a Forlì ma residente a Cesena fin dalla nascita, ex autore di fumetti, dal 2013 comincia a dedicarsi alla narrativa, con una predilezione per i racconti ambientati nella Romagna rurale del secolo scorso. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, “Nero romagnolo”, e una sua raccolta di racconti, “Romagna a mano armata”, entrambi con la EF Libri, che l’anno successivo pubblica un’altra sua raccolta di racconti intitolata “Incubi rurali”. Sempre per la EF Libri cura due antologie di racconti noir di autori italiani, “Ventidue pallottole” e “Note in nero”, e una di racconti horror ispirati alle opere di H. P. Lovecraft, “I Figli di Cthulhu”. Suoi racconti e poesie sono apparsi nelle antologie di svariati editori, oltre che su riviste letterarie e fanzine. Recentemente le Edizioni Scudo hanno pubblicato una sua nuova raccolta di racconti, “Gotico romagnolo”, e “Durìn”, che raccoglie in un unico volume i lavori più corposi, più qualche inedito, dedicati dall’autore all’omonimo personaggio “hard-boiled” seriale.

 

[amazon_link asins=’B075X6CYH6,B00IASIR04,B01LYRXMM3,B01N9RC547′ template=’ProductCarousel’ store=’globeon08-21′ marketplace=’IT’ link_id=’aa98af18-a3cf-11e7-a607-b157626b1c4c’]

L’ultima pubblicazione di Enrico Teodorani:

[amazon_link asins=’B076X6XZ3D’ template=’ProductAd’ store=’globeon08-21′ marketplace=’IT’ link_id=’c9f70811-be15-11e7-9eed-250dc59fb83c’]

 
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

3 commenti

  1. EnricoZanoletti

    finale davvero… depistante 🙂

     
  2. EnricoZanoletti

    un finale spiazzante 😉

     
  3. Enrico Teodorani

Lascia un commento